Vedano, prima sede de “La Nostra Famiglia” e, sopra, con la mamma. In apertura, la casa natale di don Luigi a Cislago
APOSTOLATO SENZA INDUGI
«C’è una parola che rintrona nelle nostre orecchie: solidarietà... Umana, perché umano è il campo nel quale si attua, ma
nella sua radice è comando divino. Ai grandi Dio chiederà: “Come avete provveduto all’educazione dei piccoli?”. Ai
ricchi: “Che cosa avete fatto per i poveri?”. Ai re: “Come avete governato i sudditi?”. L’apostolato non vuole indugi.
Che abbiamo fatto per la salvezza dei nostri fratelli?».
Don Luigi Monza
CON GLI OCCHI DEL CUORE
Il seme che morendo porta molto frutto è icona della spiritualità di questo sacerdote, che manifestava soprattutto nell’umiltà e nel distacco dalle opere, per essere libero in vista di nuove chiamate e per
attestarsi sempre più sugli avamposti della carità.
di Franco Giulio Brambilla assistente del Movimento famiglie de “La Nostra Famiglia”
«Il programma del cristiano - il programma del buon samaritano, il
programma di Gesù - è “un cuore che vede”» (Deus caritas est, 31). Il Papa definisce così lo specifico della carità cristiana. Ma questo è soprattutto il ritratto di don Luigi Monza, un santo della carità. La “sua spiritualità” ha
il roveto ardente nella “carità dei primi cristiani”.
Don Monza muore il 29 settembre 1954. L’Italia sta appena rialzando la testa dalle ferite della seconda guerra mondiale: un Paese desolato, i bisogni materiali con le file per
il pane, le macerie da ricostruire, un’industria arretrata e a pezzi, la società in ebollizione nell’impatto fra i due blocchi, i gravi contrasti sociali, i movimenti operai, lo scontro politico. Questo lo sfondo del messaggio di don Luigi
Monza.
«Coraggio dunque e avanti col nostro programma dello spirito degli apostoli e della carità dei primi cristiani» (Una proposta di vita , ed. La Nostra Famiglia, 1976, p.189): come uno squillo di tromba risuona la
sfida di don Luigi Monza. Con madre Teresa, don Orione, don Calabria, don Gnocchi e molti altri, don Monza ha imparato dall’immenso dolore della guerra. Resta un mistero da dove egli abbia tratto quest’idea della carità dei primi cristiani,
del suo valore esemplare per la società moderna. Non trovo riscontro di un “ideale tanto attraente” (Pdv 9,13) nella teologia del tempo, nella formazione dei Seminari d’allora.
Don Monza non pensa però a un programma solo per
alcuni, vuole che la sua onda calda pervada ogni strato della società, della parrocchia, della famiglia, dell’assistenza, delle relazioni corte e di quelle mediate. Costituisce un gruppo di persone che ne conservi lo spirito, ma lo getta
come il lievito nella farina, e - cosa inaudita per quel tempo - lo vuole senza difese, senza divisa, senza distinzioni, mimetizzato tra le pieghe della società moderna, fino al limite di non far riconoscere il suo segreto, perché
gli altri lo scoprano dal calore dei gesti, dalla passione evangelica, dal contagio del porta a porta, dalla parola detta tra le molte parole del quotidiano.
LA CARITÀ DEI PRIMI CRISTIANI Fermiamoci
sulla sua intuizione: la carità dei primi cristiani. L’ideale degli Atti degli Apostoli ha affascinato un’interminabile schiera di credenti: Antonio, Benedetto, Agostino, Francesco, Chiara, Domenico, Tommaso Moro, Ignazio, Francesco di
Sales, Francesco Saverio... Il modello della carità dei primi cristiani ha segnato l’utopia dell’occidente cristiano e non solo, il pungolo della visione sociale, il lento ma inesorabile tramonto della divisione in classi, della
schiavitù, del colonialismo, della soggezione che, in nome di Dio o del proprio egoismo, gli uomini vogliono sempre risuscitare. Si tratta di un’intuizione forte la cui vicenda è la storia più affascinante che ha segnato questo duplice
millennio appena terminato, una storia censurata dai libri dominanti, ma che si è presa la rivincita di aver guidato la storia, la società, i sogni, i desideri, i progetti di molti uomini e donne.
In realtà don Luigi Monza
sapeva che la carità dei primi cristiani non può essere staccata dalla sua radice vitale, perché manda in circolo la linfa viva, «per entrare come il lievito nella massa, per portare la carità di Cristo là dove è più urgente il bisogno»
(Pdv, 20). Don Luigi Monza ha sentito il valore profetico della carità dei primi cristiani per la società moderna; ha tradotto questa intuizione immaginandola come l’ideale pratico di vita di uomini e donne: non per isolarli, ma
per immergerli come lievito nella pasta refrattaria della società moderna, per gettarli come il seme che muore e risorge secondo i tempi di Dio. Perché, condividendo la forma di vita degli uomini d’oggi, fossero da sprone per la vita
di famiglia, di relazione, di servizio per la società tutta. Occorre un’ampia riflessione sul ritorno alla vita apostolica nel mondo attuale e sul discernimento che don Luigi ha saputo fare del suo tempo, con gli strumenti poveri che aveva,
ma con la lucidità di un uomo appassionato di Dio.
IL SEME CHE CADE E MUORE Approdiamo così al cuore della spiritualità di don Monza: il seme che morendo porta molto frutto. È il tema
decisivo del “marcimento”, del seme che, caduto per terra, muore. In don Luigi questo tema si esprimeva anche con una sottolineatura dell’umiltà e del distacco dalle opere. Occorre metterne in luce la “forma pasquale”, il radicamento
nella vita di Gesù. Il seme caduto per terra che muore non esprime solo una legge naturale, ma la regola essenziale della vita cristiana. Il seme caduto in terrapuò portare frutto solo se si affida in pura perdita alla terra e al
dono benedicente del cielo. Don Luigi insisteva sul distacco dalle opere per essere liberi in vista di nuove chiamate, per attestarsi sempre più sugli “avamposti della carità”. Proprio questa caratteristica di don Monza ci dice la
differenza della carità cristiana dalle opere di solidarietà sociale.
La carità dei cristiani è attraversata dall’inquietudine della speranza, è capace di vedere con il cuore il “non ancora” da scoprire e da servire. Non si
lascia omologare a essere un tassello di una società competitiva che lascia al volontariato di servire le povertà antiche e nuove. Essa trasmette uno slancio che, mentre serve da subito il bisogno, apre nuove strade alle forme dell’assistenza e
della giusta dedizione a chi è in difficoltà.
Così è stato il momento sorgivo dell’opera che don Monza ha lasciato e ha chiamatoLa Nostra Famiglia. Nel 1946 il prof. Vercelli,
direttore dell’Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano, chiese alle Piccole Apostole della Carità, fondate da don Luigi, di occuparsi della rieducazione dei bambini che allora si chiamavano “anormali psichici”. Un professore laico ha l’intuizione che i bimbi segnati dall’handicap
fisico e mentale non si devono solo curare, ma bisogna dare loro un’educazione e una casa. Ricordandosi di un’amica di famiglia, seguita con altre compagne da un prete semplice, pensa a loro per dare ai questi ragazzi una famiglia. Don Luigi
e le prime Piccole Apostole della Carità si fermano con il fiato sospeso, temono di non essere adatti all’impresa. Poi non hanno dubbi: il Signore chiama anche dove non te lo aspetti.
E' un momento emozionante. Rinasce la
speranza, perché don Luigi non ha visto solo il bisogno, ma ha guardato negli occhi questi bambini e li ha amati. E l ’esperienza di servizio all’handicap fisico e mentale dei ragazzi ha portato persino a creare nuove leggi e una
sensibilità ormai diffusa. Ha cambiato persino il nostro modo di denominare la loro disabilità. Dopo oltre cinquant’anni possiamo dire che don Luigi ha avuto un “cuore che vede”. Perché la fede plasma un simile sguardo nei santi della
carità!