S P I R I T U A L I T A'

 

VIII° Incontro di Spiritualità Familiare

la chiesa sposa di cristo sposo: un volto di comunione

 

“La Chiesa diventa sposa: sposa di Cristo. Questa sposa, di cui parla la Lettera agli Efesini, si fa presente in ogni battezzato ed è come una persona che si offre allo sguardo del suo Sposo. (Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, 19)

 

 

La sponsalità ecclesiale

All’inizio del suo apostolico ministero Giovanni Paolo II si presentò al mondo con un programma alquanto ambito, affermò senza mezzi termini che la Chiesa doveva seguire una strada ben precisa e quella strada è l’uomo, si, l’uomo, il grido del papa polacco si diffuse in tutta la chiesa con l’enciclica programmatica dal titolo Redemptor hominis.

Il papa della famiglia vide nell’uomo l’importanza della famiglia, lesse il desiderio dell’uomo che si apprestava a varcare la soglia del terzo millennio, come il desiderio della comunità delle persone: la famiglia.

Nell’uomo e nella donna, risplende il mistero di Dio, il mistero rivelato nel libro della Genesi “i due saranno una carne sola”,  mistero di comunione e di bellezza e trova il suo apice e la sua solenne affermazione in Cristo e nella Chiesa. Dalla Genesi all’Apocalisse il filo rosso è la coppia (uomo-donna) essa e-duca, ri-conduce l’umanità a Dio celebrando con Lui il banchetto delle nozze eterne: Lo Spirito e la Sposa dicono: vieni (Ap 22,17).

Questo mistero di comunione è la Chiesa è sacramentalmente rivelato in modo particolare agli sposi cristiani, di più, si fa presente in ogni battezzato ed è come una persona che si offre allo sguardo del suo Sposo (LF,19). La Chiesa di Cristo rafforza se stessa, aumenta la sua bellezza guardando e contemplando lo Sposo, operando in nome e come Cristo stesso, per questo il concilio ha affermato che  “[Lo Spirito] Con la forza del Vangelo la fa ringiovanire, continuamente la rinnova e la conduce alla perfetta unione col suo Sposo” (LG,4). La Chiesa, la comunità dei credenti, in questo mistero di comunione e di amore è condotta alla perfezione da Cristo stesso è lui il nostro capo, è lui che ci ri-corda, rav-viva nel suo amore: cosa sarebbe la Chiesa senza amore, cosa potrebbe fare un cristiano senza essere e sentirsi amato da Lui? Perciò carissimi sposi e spose, carissime famiglie, fidanzati, proprio dall’immagine amorosa, per questo di comunione, che intercorre tra la Sposa Chiesa e Cristo lo sposo, vogliamo rinnovare e ricordare quello che siamo, quello a cui siamo chiamati quello per cui è bello metterci in gioco, quello per cui questa sposa possa presentarsi pura, senza ruga, senza macchia tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata (Ef 5,27). Così la Lumen Gentium al numero 6: “Ma mentre la Chiesa compie su questa terra il suo pellegrinaggio lontana dal Signore (Cf. 2Cor 5,6), è come un esule, e cerca e pensa alle cose di lassù, dove Cristo siede alla destra di Dio, dove la vita della Chiesa è nascosta con Cristo in Dio, fino a che col suo sposo comparirà rivestita di gloria (Cf. Col 3,1-4).

            Nello scorrere del tempo, Cristo, in qualità di Signore e unico salvatore del mondo, vive l’unione amorosa nello Spirito con il suo corpo che è la Chiesa, e fa sì che essa si edifichi nell’unità e nell’amore: per questo si rende presente nel sacramento del suo corpo e del sangue. Secondo la dinamica di questo ragionamento, la presenza reale sacramentale del Signore Gesù Cristo deve essere sempre pensata insieme alla sua presenza/relazione nella e con la Chiesa suo corpo, ma deve essere pensata come presenza che ha la finalità di far progredire la Chiesa secondo la regola, e le esigenze della Koinonia  e dell’Agape. In altre parole: il Signore Gesù vuole che la chiesa – e ogni suo membro – gli appartenga/gli appartengano con un’intimità sempre più intensa; vuole che l’unità cresca di intensità secondo il “criterio” della reciprocità e le “esigenze” dell’unione indissolubile. Per questo non possiamo fare a meno dell’immagine sponsale, di un Cristo sposo, di una Chiesa sposa. E’proprio Koinonia e Agape che legano tutti noi al corpo del Signore. Nel rapporto amoroso i due si donano totalmente l’uno all’altro, “Cristo dona, non una sua vaga essenza, ma il contatto con lui carico del proprio destino; offre la possibilità del contatto con lui donandosi nel suo stesso passaggio pasquale… Ma Cristo si dona nel pieno della vita, si dona non solo come il morente ma anche come vita, come vita non tolta ma trasformata… come vita che passa attraverso la morte per una più grande vita; si dona nel suo tra-passo di morte, per approdare alla risurrezione… Il suo è un gesto di passione, ma è anche un dono di risurrezione… il simbolo posto dal Cristo si apre sull’ignoto del dopo la morte e i suoi lo accolgono in una oscura consapevolezza. Egli dona il Oltre, la vita cioè col Padre, nelle cui mani si consegna definitivamente nell’amore dello Spirito. Così facendo, dona l’accesso al Padre nello Spirito[1]”.

La chiesa non sarà mai abbandonata dal suo sposo, la loro è un’unione unica irripetibile, indissolubile, originale e originante, eterna.

Il mistero della chiesa, è il mistero di ciascuno di noi, è il mistero della contemplazione della vita in Cristo. Tale sentire era vivo nei padri che lo esprimevano con la bellissima immagine della Chiesa luna: misteryum Lunae. La Chiesa è luna perché nella notte del mondo essa risplende della luce del sole, Cristo, che la raggiunge con i suoi raggi e la fa risplendere per illuminare le genti: “questa è la vera luna – scrive S.Ambrogio – che dall’intramontabile luce dell’astro fraterno ottiene la luce dell’immortalità e della grazia. Infatti la Chiesa non rifulge di luce propria, ma della luce di Cristo. Trae il suo splendore dal sole della giustizia, per poi dire: io vivo, però non son più io che vivo, ma vive in me Cristo!”  (S.Ambrogio, Esamerone, 4,8,3,2). In quanto dono e grazia, la Chiesa è, quindi, tutta relativa a Cristo, tutta orientata a Lui e dipendente da Lui: luna crescente quando annuncia la Parola della vita, luna piena quando celebra i divini misteri, luna calante nella notte della carità[2].

Di questo mistero  che si sposa nella nostra carne, nella nostra vita, mistero di comunione e di amore ce ne rende ragione l’amore dello Sposo, Cristo ama la chiesa sempre, e noi? Cristo ha amato la Chiesa dello stesso amore con cui Dio amava l’umanità nel crearla. Per comprendere la profondità di questo amore ci affidiamo alle parola dei mistici, coloro che sono usciti da sé e rapiti dall’amore di Dio: “Come creasti, o padre eterno, questa tua creatura? Il fuoco ti costrinse. O amore ineffabile, benché nel lume tuo tu vedessi tutte le iniquità, che la tua creatura doveva commettere contro la tua infinita bontà, tu facesti vista quasi di non vedere, ma fermasti l’occhio nella bellezza  della tua creatura, della quale tu, come pazzo ed ebbro d’amore, t’innammorasti e per amore la traesti da te dondole l’essere all’immagine e similitudine tua[3]”. Dalle parole di Santa Caterina scaturisce una conseguenza importante: se Cristo ha amato la Chiesa nonostante le sue infedeltà, le iniquità, le ingiustizie, facendo finta di non vederle, chi siamo noi per trovare nelle debolezze e miserie della Chiesa una ragione per non amarla e anzi giudicarla?

Crediamo che Gesù non li conoscesse me­glio di noi i peccati della Chiesa? Non sapeva egli per chi moriva? Che, tra i suoi discepoli, uno lo aveva tradito, un altro lo stava rinne­gando e tutti stavano fuggendo? Ma egli ha amato questa Chiesa reale, non quella immagi­naria e ideale. E morto “per renderla santa e immacolata”, non perché era già santa e im­macolata. Ha amato la Chiesa “in speranza”; non solo per quello che “è”, ma anche per quello che è chiamata ad essere e che “sarà”: la Gerusalemme celeste “pronta come sposa ador­na per il suo sposo” (Ap 21, 2).

Commentando la lettera agli Efesini cap. 5 padre Raniero Cantalamessa[4] annota: “Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stes­so per lei perché fosse “senza macchia”, e la Chiesa sarebbe senza macchia, se non avesse noi! La Chiesa avrebbe una ruga in meno, se io avessi commesso un peccato in meno. A Lutero che lo rimproverava di rimanere nella Chiesa cattolica, nonostante la sua “corruzione”, Era­smo di Rotterdam rispose un giorno: «Sopporto questa Chiesa, in attesa che divenga migliore, dal momento che anch’essa è costretta a sop­portare me, in attesa che io divenga migliore[5]”.

Chiudo con una vibrate invocazione alla Chiesa Sposa di un autore coevo a S.Agostino del V secolo, si chiama quodvultdeus, morto a Napoli nel 453, nella omelia a Cristo sposo dice:

“Giubila, giubila o Chiesa, tu che sei la sposa! Se Cristo non avesse sopportato la sua passione, tu non saresti nata da lui. Egli è stato venduto per liberarti, è stato ucciso perché ti ha amata. Poiché egli ti ama infinitamente ha voluto morire per te. Tale unità nuziale è un mistero veramente grande[6]”. All’inzio del nuovo anno liturgico, sia per noi, un invito a camminare sulla strada dell’incontro con lo sposo, ricordando le parole di S.Bernardo: “Degna cosa, fratelli, è celebrare la venuta del Signore con tutta la devozione, godendo per sì grande conforto, stupiti di tanta degnazione, infiammati d’amore davanti a sì grande carità. E non pensate solamente alla venuta in cui Cristo volle cercare e salvare ciò che era perduto; ma pensate anche all’altra venuta in cui ci prenderà con sè. Voglia Dio che in una continua meditazione le consideriate tutte e due, ruminando nei vostri cuori quanto egli ci ha procurato nella prima e quanto ci ha promesso per la seconda. Voglia Dio che riposiate fra queste due venute: sono le braccia dello sposo tra le quali riposando la Chiesa, sua sposa, riposa e canta[7]”.

 

 


 


[1] G.Mazzanti, I Sacramenti simbolo e teologia 2, Bologna 2000, 86-87.

[2] Cf. B.Forte, La chiesa icona della Trinità: la costituzione Lumen Gentium, in B.Forte (a cura di), Fedeltà e rinnovamento: il concilio Vaticano II 40 anni dopo, Cinisello Balsamo 2005, 49.

[3] catesrina da Siena, Orazione V (Roma, 18 febbraio 1379).

[4] R.Cantalamessa, Amare la Chiesa: Meditazione sulla lettera agli Efesini, Milano 2003, 60.

[5] Erasmo di Rotterdam, Hyperaspisfae Diatribes, I, (Opera omnia, X, Leida 1706, col. 1258): “Fero igitur hanc Ecclesiam, donec videro me­Ilorem: et eadem me ferre cogitur, donec ipse fiam melior”.

[6] Quodvultdeus, Omelia su Cristo sposo. Di lui sappiamo che fu arcivescovo di Cartagine che morì a Napoli nel 453 perché scacciato dalla sua città.

[7] San Bernardo, IV Sermone dell’A vvento, 1.