I Santi del II secolo

 

 

Premessa

Quali sono i motivi che mi hanno indotto a stendere qualche nota sui santi elencati dal Santorale romano con l’aggiunta di quelli venerati nella Chiesa ambrosiana?

E’ presto detto; noi viviamo in un tempo terribile che vede la conservazione, in qualche caso perfino ossessiva, soprattutto nel meridione d’Italia, di tradizioni popolari che, all’occhio di chi non crede, sono un motivo in più per irridere alla bellezza della nostra fede.

Avendo ricevuto l’invito dal mio Parroco, Don Emilio Colombo, a tenere il triduo per le feste care alle nostre mamme di S. Agata e S. Apollonia e prima ancora di S. Antonio Ab. ho sentito il dovere di studiare sulle fonti di questi racconti parecchio fantasiosi, per mettere soprattutto in risalto il tempo in cui sono vissuti ed il perché della loro testimonianza.

Mi sono accorto che facendo così, non solo cercavo di distinguere ciò che appartiene alla fede da ciò che è frutto della tradizione popolare, ma soprattutto ho cercato di approfondire le note caratteristiche del tempo in cui i singoli santi sono vissuti.

Purtroppo,tutti noi avendo una loro conoscenza da calendario corriamo questo grosso rischio di strapparli dal periodo storico che li ha portati a santità; invece, facendo così possiamo avere una visione più corretta e più completa.

Non so se riuscirò ad arrivare fino al XX secolo; per ora ci sto provando ed è una ricerca che mi appassiona. E’ possibile che qualcuno si ponga la domanda circa l’esclusione del primo secolo. E’ presto detto; avrei dovuto parlare di nostro Signore Gesù Cristo, di Maria SS. E dei SS. Apostoli. Su queste figure ritengo che la nostra fede sia salda e sicura. 

Trattandosi di un’opera che vuole restare nell’ambito della nostra comunità non ci sono le note tanto necessarie per una pubblicazione classica. Ho sentito però il dovere della citazione dei testi copiati da Internet, facendo eccezione per quelli estratti dai breviari sia di rito romano che ambrosiano.

Don Lauro

 

Santi del II secolo

 

Già nella seconda metà del primo secolo, anche per i contrasti tra la Sinagoga ed i discepoli di Gesù, sotto l’impulso dato da Paolo, il rabbino convertito, la Chiesa tende a spostarsi da Oriente ad Occidente ed a raggiungere in particolare tutti i centri culturali e commerciali più noti.

I centri principali della diffusione del Cristianesimo sono pertanto la Grecia, l’Africa e la sede dell’Impero, Roma. Non va dimenticato poi che questi tre centri diventeranno a loro volta, nuovi poli di diffusione della fede, come é accaduto tra Roma ed in un primo momento solo con le Gallie,  che non per nulla prendono nome al plurale, proprio per indicare l’immensità del territorio che si apriva alla nuova evangelizzazione.

Sono di questo secolo, infatti,  delle testimonianze significative sia di martiri che di difensori della fede proprio nella Gallia meridionale.

E perché lo Stato passa dalla tolleranza alla persecuzione contro i cristiani?

Bisogna precisare che in realtà i cristiani anche nel secondo secolo hanno delle possibilità di affermazione dei propri diritti tanto che godonodel diritto di proprietà, o quello di intentare causa come fa la comunità nel 230 contro gli osti romani nel rivendicare la proprietà di un certo edificio, o per Giustino, filosofo, di tenere una scuola pubblica proprio nella capitale dell’Impero.

In questo secolo non siamo più di fronte alle scelte emotive, viscerali e scellerate di Nerone, ma si tratta di imperatori ritenuti grandi e nobili che però rivendicano l’assolutezza della “religio romana” rispetto alla “fides christiana”; in pratica, si chiede solo di bruciare un poco di incenso sull’ara romana per ottenere il “libellus” di libertà. Da qui viene quello scontro tra l’assolutezza della propria fede e la richiesta di un atto anche solo formale di sottomissione all’Impero.

E’ pur vero che, in simili circostanze, come sempre, la montatura fantasiosa delle calunnie contro i cristiani, soffia sul popolo fino a far credere che si tratti di una religio illicita”  e che i cristiani non abbiano diritto di cittadinanza “ non licet esse vos”.

Si giustifica così l’insorgere delle persecuzioni.

 

Sotto Traiano (98-117) si ricordano i martiri:

 S. Papia (70 circa - + 130 c. ) fu vescovo di Hierapolis (attuale Pamukkale, in Turchia) a pochi chilometri da Laodicea, in Frigia. E’ venerato come santo.

La Chiesa orientale ne celebra la memoria il 22 febbraio.

Questo Vescovo viene ricordato nella teologia patristica per la sua poderosa opera in cinque libri, “Esegesi delle parole del Signore”, di cui sono arrivati fino a noi solo pochi frammenti, che provengono da varie fonti e traduzioni e che non da tutti sono ritenuti autentici:

  • Il primo riferimento a Papia è riportato da Ireneo di Lione (fine II secolo), che fa risalire a Papia le parole che Gesù avrebbe detto circa la straordinaria fertilità della vite nel nuovo Regno.

  • Eusebio di Cesarea (275 circa - 30 maggio 339), che lo cita nella sua “Storia della Chiesa”; non nutre una grande stima e lo cita come ideatore del pensiero millenarista: si tratta dell'idea che prima del Giudizio Universale vi sarebbero stati mille anni di Paradiso in terra, senza più dolore per l'umanità.

Papia fornisce nella sua opera informazioni sugli evangelisti Marco e Matteo.

Egli cerca di raccogliere, nella sua opera, quelle testimonianze che vengono direttamente dai discepoli di Cristo e che oralmente sono state trasmesse ai loro successori in un momento in cui la Chiesa si lascia alle spalle non solo la generazione di chi aveva direttamente conosciuto e seguito Gesù, ma anche quella degli immediati successori.

E’ amico e compagno di San Policarpo e discepolo di Giovanni il presbitero.

È certo che morì in tarda età forse martire sul rogo. I fedeli lo considerarono presto un santo, non tanto per la sua opera, quanto per le sue virtù di cristiano ed i suoi meriti di pastore.

 

 

S. Ignazio di Antiochia, é il rappresentante più illustre dell'epoca post-apostolica.

Le sue lettere sono la nostra fonte più preziosa per conoscere la situazione interna alla Chiesa attorno al 110.

Successore di Pietro alla cattedra d'Antiochia; non era cristiano di nascita ma lo divenne solo in seguito. Condannato durante la persecuzione dell'imperatore Traiano, fu imprigionato e condotto da Antiochia a Roma sotto la scorta di una pattuglia di soldati per esservi divorato dalle fiere.

Durante il viaggio da Antiochia a Roma scrisse sette lettere alle chiese che incontrava sul cammino o vicino ad esso. Esse ci sono rimaste e sono una testimonianza unica della vita della chiesa dell'inizio del II secolo. Da Smirne scrisse alle comunità dell'Asia Minore, di Efeso, di Magnesia e di Tralli ringraziandole per le numerose dimostrazioni d'affetto testimoniate nei suoi travagli; scrisse poi ai Romani, supplicandoli di non impedire il suo martirio, inteso come conseguimento d'una lunga vita di sacrifici: "Com'è glorioso essere un sole al tramonto, lontano dal mondo, verso Dio. Possa io elevarmi alla Tua presenza".

Sempre durante questo viaggio verso Roma scrisse alla chiesa di Filadelfia e a quella di Smirne chiedendo che imitassero i suoi fedeli d'Antiochia che avevano sopportato con coraggio le persecuzioni ed a Policarpo, vescovo di Smirne lo consiglia così "sta saldo come incudine sotto i colpi".

Nelle sue lettere appaiono per la prima volta le espressioni "Chiesa cattolica" e "cristianesimo", che sono ritenuti neologismi creati da lui; così é da questi scritti che si viene a conoscere la prima forma di organizzazione del ministero cristiano: vescovo, presbiteri, diaconi. Altro tema significativo è la confessione della vera umanità di Cristo contro i doceti, i quali sostenevano che l'incarnazione del Figlio di Dio fosse stata solo apparente.

Raggiunta Roma dopo il faticoso viaggio venne sbranato dalle belve durante i festeggiamenti in onore dell'imperatore Traiano, vincitore in Dacia. Le sue ossa vennero raccolte da alcuni fedeli e ricondotte ad Antiochia. San Giovanni Crisostomo, nativo di quella città, tesse le più belle lodi sulla vita del martire. A seguito dell'invasione saracena le reliquie furono ricondotte a Roma e sepolte presso la chiesa di San Clemente dove tuttora riposano.

La Chiesa cattolica celebra la sua festa il 17 ottobre, quella ortodossa il 20 dicembre.

 

Un altro grande testimone della fede che ci é stato donato dalla Chiesa d’oriente é:

San Policarpo, Martire e Vescovo di Smirne.

Fu dagli Apostoli stessi posto vescovo per l’Asia nella Chiesa di Smirne. Così scrive di lui Ireneo, suo discepolo e vescovo di Lione in Gallia. Nel 107 è testimone di un evento straordinario: il passaggio per Smirne di Ignazio, vescovo di Antiochia, che va sotto scorta a Roma dove subirà il martirio a seguito di una persecuzione locale. Policarpo lo ospita durante la sosta, e più tardi Ignazio gli scrive una lettera che tutte le generazioni cristiane conosceranno, lodandolo come buon pastore e combattente per la causa di Cristo.
Nel 154 Policarpo dall’Asia Minore va a Roma in tutta tranquillità, per discutere con papa Aniceto sulla data della Pasqua. E da Lione un altro figlio dell’Asia Minore, Ireneo, li esorta a non rompere la pace fra i cristiani su questo problema. Roma celebra la Pasqua sempre di domenica, e gli orientali sempre il 14 del mese ebraico di Nisan, in qualunque giorno della settimana cada. Aniceto e Policarpo non riescono a mettersi d’accordo, ma trattano e si separano in amicizia.

Periodi di piena tranquillità per i cristiani sono a volte interrotti da persecuzioni anticristiane, per lo più di carattere locale. Come quella che appunto scoppia a Smirne, dopo il ritorno di Policarpo da Roma, regnando l’imperatore Antonino Pio. Undici cristiani sono già stati uccisi nello stadio quando un gruppo di facinorosi vi porta anche il vecchio vescovo (ha 86 anni), perché il governatore romano Quadrato lo condanni. Quadrato vuole invece risparmiargli la vita e gli chiede di dichiararsi non cristiano, fingendo di non conoscerlo.

Ma Policarpo gli risponde tranquillo: Tu fingi di ignorare chi io sia. Ebbene, ascolta francamente: io sono cristiano". Rifiuta poi di difendersi di fronte alla folla, e si arrampica da solo sulla catasta pronta per il rogo. Non vuole che lo leghino. Verrà poi ucciso con la spada. E’ il 23 febbraio 155, verso le due del pomeriggio. Lo sappiamo dal Martyrium Polycarpi, scritto da un testimone oculare in quello stesso anno. E’ la prima opera cristiana dedicata unicamente al racconto del supplizio di un martire. E anzi è la prima a chiamare “martire” (testimone) chi muore per la fede.

Tra le lettere di Policarpo alle comunità cristiane vicine alla sua, si conserva quella indirizzata ai Filippesi, in cui il vescovo ricorda la Passione di Cristo: "Egli sofferse per noi, affinché noi vivessimo in Lui. Dobbiamo quindi imitare la sua pazienza... Egli ci ha lasciato un modello nella sua persona". Policarpo quella pazienza l’ha imitata. Ed ha accolto e realizzato pure l’esortazione di Ignazio, che nella sua lettera prima del martirio gli scriveva: "Sta’ saldo come incudine sotto i colpi".
La Chiesa ne fa memoria il 23 febbraio.

 

Durante il governo dell’imperatore Adriano (117 – 138) é giusto segnalare il martirio di:

Faustino e Giovita giovani cittadini della romana Brixia, che si rifiutano di sacrificare agli dei e vengono incarcerati. Intanto l'imperatore di ritorno dalla campagna militare delle Gallie si ferma a Brescia, viene coinvolto nella faccenda ed egli stesso chiede ai due giovani di adorare il dio sole ma essi si rifiutano ed anzi colpiscono la statua del dio pagano. L'imperatore ordina che siano dati in pasto alle belve del circo e vengono rinchiusi in una gabbia con delle tigri. Le fiere rimangono mansuete e si accovacciano ai loro piedi; il miracolo ha come effetto la conversione di molti spettatori tra cui anche la moglie del governatore Italico, Afra che diverrà un giorno anche lei martire e sarà proclamata santa. Allora si ordina che i giovani siano scorticati vivi e messi al rogo. Il martirologio racconta come il fuoco non toccò nemmeno le vesti dei due condannati e le conversioni in città ebbero ancora più larga diffusione. Furono tenuti prigionieri nelle carceri di Milano dove subirono molte torture, quindi furono trasferiti a Roma dove furono di nuovo dati in pasto alle fiere nel Colosseo, ma anche stavolta ne uscirono indenni. Furono imbarcati e mandati a Napoli, e pare che grazie ad una loro intercessione una tempesta durante il viaggio si placò. Le torture continuarono; infine si decise di spingerli nel mare su una barchetta che però tornò a riva (secondo la leggenda fu riportata in salvo dagli angeli). Furono quindi condannati a morte, riportati a Brescia e il 15 febbraio furono decapitati, poco fuori porta Matolfa. I corpi furono sepolti nel cimitero di san Latino e nello stesso luogo il vescovo Faustino successivamente fece edificare la chiesa detta appunto di San Faustino ad sanguinem.

La Chiesa ne fa memoria il 15 febbraio.

 

Marco Aurelio, imperatore, ma più conosciuto come illustre filosofo (161-180); non era, come falsamente si affermò, un protettore dei cristiani.

Egli si sentiva superiore alle loro « stravaganze ». Sotto di lui mori l'apologeta Giustino.

A Lione nel 177 si giunse alla sanguinosa persecuzione. E qui bisogna richiamare, con amarezza, come le leggi siano servite per fomentare la plebe nella ricerca delle peggiori forme di tortura da infliggere ai cristiani.

In questo periodo si ebbe il pericoloso attacco letterario di Celso contro i cristiani. A loro volta sia Atenagora che Melitone di Sardi si videro costretti a indirizzare all'imperatore Marco Aurelio uno scritto in difesa dei cristiani, segno che la situazione anche in altre parti dell'Impero non era proprio invidiabile, ma segno pure che anche una certa « opposizione » poteva manifestarsi.

 

San Giustino, “filosofo e martire”, come lo chiama Tertulliano.

La sua famiglia è di probabile origine latina (il padre si chiama Prisco) e vive a Flavia Neapolis, città fondata in Samaria dai Romani dopo avere schiacciato l’insurrezione nazionale ebraica ed aver distrutto il Tempio di Gerusalemme.

Nato nel paganesimo, Giustino studia a fondo i filosofi greci, e soprattutto Platone. Poi viene attratto dai Profeti di Israele, e per questa via arriva a farsi cristiano, ricevendo il battesimo verso l’anno 130, a Efeso.

Egli però continua il suo lavoro di studioso dell’ellenismo. Anzi, sente di avere raggiunto un traguardo, trovando in Cristo la verità che i pensatori greci gli hanno insegnato a ricercare.

Negli anni 131-132 lo troviamo a Roma, annunciatore del Vangelo agli studiosi pagani; un missionario-filosofo, che parla e scrive. Nella prima delle sue due Apologie, egli onora la sapienza antica, collocandola nel piano divino di salvezza che si realizza in Cristo. È l’uomo, insomma, dei primi passi nel dialogo con la cultura greco-romana.

Al tempo stesso, Giustino si batte contro i pregiudizi che l’ignoranza alimenta contro i cristiani, esalta il vigore della loro fede anche nella persecuzione, la loro mitezza e l’amore per il prossimo. Vuole sradicare quella taccia di “nemici dello Stato”, che giustifica avversioni e paure.

Il successivo Dialogo con Trifone ha invece la forma letteraria di una sua disputa a Efeso con un rabbino, nel quale Giustino illustra come Gesù ha dato adempimento in vita e in morte alla Legge e agli annunci dei Profeti.

Predicatore e studioso itinerante, Giustino soggiorna in varie città dell’Impero; ma è ancora a Roma che si conclude la sua vita. Qui alcuni cristiani sono stati messi a morte come “atei” (cioè sovversivi, nemici dello Stato e dei suoi culti). Allora lui scrive una seconda Apologia, indirizzata al Senato romano, e si scaglia contro un accanito denunciatore, il filosofo Crescente: “…sappiano i senatori che costui è un calunniatore, già ampiamente svergognato come tale da lui, Giustino, in pubblici contraddittori”. Ma Crescente sta con il potere, e Giustino finisce in carcere, anche lui come “ateo”, per essere decapitato con altri sei compagni di fede, al tempo dell’imperatore Marco Aurelio. Lo attestano gli Acta Sancti Iustini et sociorum, il cui valore storico è riconosciuto unanimemente. Non ci è noto il luogo della sua sepoltura.

Anche la maggior parte dei suoi scritti è andata perduta. Eppure la sua voce ha continuato a parlare. Nel Concilio Vaticano I i vescovi vollero che egli fosse ricordato ogni anno dalla Chiesa universale che ne fa memoria il primo giugno.

(da Internet – Santi e beati, Domenico Agasso)

 

Santa Cecilia, martire a Roma sempre sotto l’impero di Marco Aurelio.

Il suo culto è molto popolare poiché Cecilia è la patrona della musica.

Secondo la tradizione, Cecilia sarebbe nata da una nobile famiglia a Roma. Sposata al nobile Valeriano, gli avrebbe comunicato il suo voto di perpetua verginità, convertendo al cristianesimo il marito insieme al fratello di lui, Tiburzio. La sua “Passio” è molto tardiva; pare che  Cecilia in un primo tempo sia stata sepolta nelle catacombe di San Callisto.

Nell'821 le sue reliquie furono fatte trasportare da papa Pasquale I nella chiesa di Santa Cecilia in Trastevere.

Nel 1599, durante i restauri della basilica ordinati dal cardinale Paolo Emilio Sfondrati in occasione dell’imminente Giubileo del 1600, venne ritrovato un sarcofago con il corpo di Cecilia in ottimo stato di conservazione.

Il cardinale allora commissionò a Stefano Maderno (1566-1636) una statua che riproducesse l'aspetto e la posizione del corpo di Cecilia così com'era stato trovato, statua che oggi si trova sotto l’altare centrale della chiesa.

È quanto mai incerto il motivo per cui Cecilia sarebbe diventata patrona della musica. In realtà, un esplicito collegamento tra Cecilia e la musica è documentato soltanto a partire dal tardo Medioevo.

La spiegazione più plausibile sembra quella di un'errata lettura dell'antifona di introito della messa nella festa della santa. Il testo di tale canto in latino sarebbe: "Cantantibus organis, Cecilia virgo in corde suo soli Domino decantabat dicens: fiat Domine cor meum et corpus meum inmaculatum ut non confundar" ("Mentre suonavano gli strumenti, la vergine Cecilia cantava nel suo cuore soltanto per il Signore, dicendo: Signore, il mio cuore e il mio corpo siano immacolati affinché io non sia confusa". Per dare un senso al testo, tradizionalmente lo si riferiva al banchetto di nozze di Cecilia: mentre gli strumenti musicali (profani) suonavano, Cecilia cantava a Dio interiormente. Da qui il passo ad un'interpretazione ancora più travisata era facile: Cecilia cantava a Dio... con l'accompagnamento dell'organo! Si cominciò così, a partire dal XV secolo a raffigurare la santa con un piccolo organo portativo a fianco.

In realtà i codici più antichi non riportano questa lezione dell'antifona, bensì Candentibus organis, Caecilia virgo.... Gli "organi", quindi, non sarebbero affatto strumenti musicali, ma gli strumenti di tortura, e l'antifona descriverebbe Cecilia che "tra gli strumenti di tortura incandescenti, cantava a Dio nel suo cuore". L'antifona non si riferirebbe dunque al banchetto di nozze, bensì al momento del martirio.

La Chiesa ne fa memoria il 22 novembre.

 

Sotto Commodo (180-192) i cristiani ebbero in Marcia, moglie dell'Imperatore, una valida protettrice. Poterono aver luogo — già nel II secolo — senza alcun disturbo diversi sinodi della stessa Chiesa.

Sant’ Ireneo, vescovo e martire,  era oriundo dell'Asia minore. Tra i suoi ricordi di gioventù c'è il contatto con Policarpo di Smirne, il santo vescovo "che è stato istruito dai testimoni oculari della vita del Verbo", in particolare dall'apostolo Giovanni, che a Smirne aveva stabilito la sua sede. Ireneo, attraverso Policarpo, si ricollega quindi agli apostoli.

Lasciata l'Asia Minore, Ireneo aveva trascorso qualche tempo a Roma e poi si trasferì a Lione. Non fu della schiera dei martiri della persecuzione abbattutasi sui cristiani lionesi nel 177, perché proprio allora era stato inviato a Roma dalla sua Chiesa per presentare al papa Eleuterio alcune questioni di ordine dottrinale, riguardanti in particolare l'errore montanista, propagato da un gruppo di fanatici venuti dall'Oriente, che predicavano il disgusto delle cose del mondo e annunciavano imminente il ritorno finale di Cristo. Tornato a Lione, Ireneo successe nel 178 al nonagenario vescovo martire S. Fotino, e governò la chiesa di Lione fino alla morte, avvenuta nel 200 circa. Nonostante non sia provato che egli sia morto martire, la Chiesa lo venera come tale.

Egli fu comunque un vero testimone della fede in un periodo di dura persecuzione; il suo campo d'azione fu molto vasto, se si tiene conto che probabilmente non esisteva nessun altro vescovo nelle Gallie e nelle terre di confine della vicina Germania.

Di origine greca, aveva appreso le lingue "barbare" per poter evangelizzare le popolazioni celtiche.

Pacificatore di nome e di fatto (il nome " Ireneo " in greco vuol dire pacifico e pacificatore), S. Ireneo venne presentato al papa dai cristiani della Gallia con parole di alto elogio: "Zelatore del testamento di Cristo". A Roma Ireneo fece onore al suo nome, suggerendo moderazione a papa Vittore, consigliandogli rispettosamente di non scomunicare le Chiese dell'Asia che non volevano celebrare la Pasqua nella stessa data delle altre comunità cristiane. Con gli stessi intenti pacifici quest'uomo ponderato si adoperò presso i vescovi delle altre comunità cristiane per il trionfo della concordia e dell'unità, soprattutto nel mantenersi ancorati alla tradizione apostolica per combattere il razionalismo gnostico. Dei suoi scritti ci restano intatti i cinque libri dell'Adversus haereses, in cui Ireneo appare non solo il teologo più equilibrato e penetrante dell'Incarnazione redentrice, ma anche uno dei pastori più completi, più apostolici e più cattolici che abbiano servito la Chiesa. Si sente che le sue argomentazioni contro gli eretici, pur nate dalla polemica, sono nutrite dalla preghiera e dalla carità.

La Chiesa ne celebra la memoria il 28 giugno.


Sant’Apollinare, protovescovo di Ravenna e primo evangelizzatore dell’Emilia-Romagna, visse al tempo dell’Impero Bizantino d’Occidente, in periodo collocabile all’incirca tra la fine del II e gli inizi del III secolo. Secondo la tradizione Apollinare proveniva da Antiochia e sarebbe stato addirittura discepolo dell’apostolo San Pietro. Questi lo avrebbe destinato a ricoprire per primo la carica episcopale nella città imperiale di Ravenna. Questa tradizione nacque nel VII secolo e non è documentata storicamente, tanto da contrastare con le probabili datazioni prima esposte.

 Sin dai primi tempi Apollinare fu sicuramente venerato quale martire, come asserì il vescovo ravennate San Pier Crisologo in un suo sermone, ed il suo culto si diffuse assai, nonostante non si tramandino molti dettagli attendibili sulla sua vita o sulla sua morte.
La splendida basilica di Sant’Apollinare in Classe, presso Ravenna, fu consacrata nel 549: custodisce un prezioso mosaico che lo raffigura nella volta dell’abside.

Nell’VIII secolo l’antica basilica di San Martino in Ciel d’Oro fu restaurata e ridenominata Sant’Apollinare Nuovo al fine di divenire nuovo centro del culto tributato al santo protovescovo.
I pontefici Simmaco (498-514) ed Onorio I (625-638) favorirono la diffusione anche a Roma della venerazione verso Sant’Apollinare, mentre il re franco Clodoveo gli dedicò una chiesa presso Digione. In Germania probabilmente si diffuse ad opera dei monasteri benedettini, camaldolesi e avellani. Una chiesa era a lui dedicata anche a Bologna nell’area del Palazzo del Podestà, ma siccome fu demolita nel 1250 il cardinale Lambertini gli dedicò un altare nell’attuale Cattedrale cittadina.
La Chiesa ne fa memoria il 20 luglio.

  

   altre ricerche storiche di don Lauro Consonni