| ||||||||
Il '700
Come ho già avuto modo di dire per i secoli precedenti, man mano che procediamo nella conoscenza della storia della Chiesa cattolica immersa nella cultura occidentale, si deve constatare che certi fenomeni significativi legati ad un particolare periodo, in realtà hanno iniziato la loro gestazione nei secoli precedenti. Così con il termine “Illuminismo” si intende indicare quel periodo storico in cui alcuni pensatori e scrittori, principalmente a Londra e a Parigi, ritengono di essere più illuminati dei loro compatrioti e che quindi sia giusto fare luce su certe credenze universalmente accettate. I bersagli principali sono la religione, che in Francia si identifica nella Chiesa cattolica e il dominio arrogante della società da parte di una aristocrazia ereditaria. In una società dove la Chiesa occupa ogni spazio della cultura e della scienza, è dolorosamente vero che le ribellioni filosofiche, letterarie e scientifiche nascono al suo interno, per cui é proprio l’uomo di cultura che sente questa necessità di emancipazione: é il pittore, l'architetto, il musicista e lo studioso, che nell’ esercitare il proprio potere intellettuale, crede di raggiungere una quasi finalità divina nell’illuminare gli ignoranti. Certamente la Chiesa dimostra di non aver le forze per guidare quel mondo dei lumi che ha soprattutto in campo filosofico e scientifico una esplosione di vitalità approdata poi alla rivoluzione francese con quel suo proclama riassunto in termini rubati al Vangelo stesso: “liberté, egalité, fraternité”. E proprio mentre l’occidente esplode per una nuova visione culturale, la Chiesa è circondata da uomini che fanno dell’Arcadia l’ideale di un mondo che ritorna alla vita semplice e pastorale. L'Arcadia, quel movimento culturale che nasce alla fine del seicento, incarna quasi il simbolo di un mondo che, accantonando il barocco con tutte le sue forme gonfiate, sente l’esigenza di scrivere in modo semplice e modesto e con il gusto di una temperata correttezza formale. E’ significativo che proprio in questo secolo nascano due termini particolarmente dispregiativi per il cattolico come “bigotto” e “bacchettone”, quasi a significare lo scontro tra due opposte concezioni del mondo. E’ difficile ricostruire l’etimologia di questi due termini: offro qui l’interpretazione più emplice: bigotto: dal tedesco: bei Gott < Oh! Mio Dio – esclamazione frequente sulle labbra dei devoti dal francese: bi- Goto < usato in senso dispregiativo contro l’invasore Visigoto dal celtico: bret – bigot < lebbroso bacchettone: da baco (da seta), verme schifoso con tutte le sue derivazioni, beco, beghina, bighero, bighellone Questa contestazione che nasce all’interno della Chiesa, come richiesta di una maggiore emancipazione culturale, di fatto, nell’arco di soli cinquant’anni, come figlia ribelle, diventa la peggiore nemica non solo della Chiesa, ma soprattutto della fede. In un certo senso, la forza della scienza sta in questo: proprio perché sempre consapevole dei suoi limiti, rivendica alla ragione la forza di una conoscenza sempre in crescita, sempre soggettia a modifiche; per sua natura non è mai assoluta e dogmatica. Voltaire è l’incarnazione di questa concezione culturale che intende rivendicare una autonomia della ragione dalla fede, certa di poter offrire al mondo un nuovo modo di vivere. Un modo per minare il potere della Chiesa é quello di minare la sua credibilità, e quindi Voltaire dedica molto del suo tempo ad attaccare i fondamenti della fede cristiana: l'ispirazione della Bibbia, l'incarnazione di Dio in Gesù Cristo, la dannazione di miscredenti. Non c'è dubbio che egli assapori questa battaglia in parte per se stessa, ma non ha mai perso di vista il suo obiettivo centrale: la caduta del potere della Chiesa per aumentare la totale autonomia dell’individuo. E’ interessante notare che se la rivoluzione francese ha rivendicato questa autonomia dell’individuo dalla fede, lo ha però messo nelle mani di dittature politiche ed economiche che non si sono ancora concluse oggi.
In queste condizioni, la Chiesa vive una fase di assediamento dal fronte del giurisdizionalismo e dalla convergenza di giansenisti, deisti, massoni e seguaci del febronianesimo; in quel periodo la gerarchia reagisce chiamando a raccolta le proprie forze migliori, soprattutto quelle dei vescovi, e mette in moto una vasta campagna a difesa della fede contro le nuove ideologie e le pretese degli Stati. La Chiesa in questo secolo non solo deve reagire contro quelle visioni del mondo e della vita che cercano in tutti i modi, se non di abbatterla, perlomeno di mettere in dubbio la sua credibilità, ma anche contro quelle concezioni teologiche o politiche che sorgono al suo interno come: il Febronianesimo: si tratta di una corrente di pensiero teologico-politico, molto simile al Giansenismo, ma in ambito tedesco, favorevole all'instaurazione di una Chiesa di Stato (episcopalismo), libera da ogni influsso esterno, e alla riduzione del potere del Papa di Roma ad un semplice primato di onore. Maggiori esponenti furono Bernhard von Espen (m. 1728) e soprattutto Johann Nikolaus von Hontheim (m. 1790), che pubblicò la sua opera principale con lo pseudonimo di Justinus Febronius. Il Giuseppinismo: si manifesta soprattutto in Austria, sostenuto, in quest’occasione, dallo stesso imperatore Giuseppe II, che, in linea con sua madre, la regina Maria Teresa (1740-1780) attua una politica ecclesiastica molto autoritaria, perseguendo il fine della piena dipendenza della Chiesa dallo Stato con l'erezione di una specie di Chiesa nazionale austriaca il più possibile indipendente da Roma. Il Quietismo: é una corrente di pensiero teologico-spirituale, sostenuta dal sacerdote spagnolo Miguel Molinos (m. 1696), che accentuava a tal punto l'azione della grazia di Dio da annullare praticamente l'azione e la libertà dell'uomo; inoltre la pace interiore si acquista solo attraverso la negazione dell'amore proprio: il niente, l'annichilimento è la strada per giungere alla purezza dell'anima, alla perfetta contemplazione e alla pace interiore.
Passiamo ora in breve rassegna i pontefici di questo secolo così da metterli in relazione o in contrapposizione con i santi che hanno segnato questo periodo storico della Chiesa.
Papa Clemente XI, nato Giovanni Francesco Albani (dal 1700 – al 1721). Il Cardinale Giovanni Francesco Albani, marchigiano, la cui scelta é certamente il frutto di un compromesso tra i due schieramenti filo-francese e filo-imperiale. Accoglie l'elezione con riluttanza; da abile uomo d'equilibrio, non intende assolutamente lasciarsi coinvolgere nelle tensioni politiche del momento. I primi atti del nuovo Pontefice confermarono le attese del Sacro Collegio. Respinge tutti i tentativi della famiglia di approfittare della carica del loro congiunto per accaparrarsi cariche politiche o religiose, o titoli nobiliari ed uffici pubblici. Contemporaneamente tenta di evitare i conflitti armati ormai imminenti, inviando ambasciatori presso le più importanti cancellerie d’Europa. Se in campo internazionale non può svolgere un ruolo primario, qualcosa di più e con risultati molto più lusinghieri ottiene all'interno dello Stato pontificio, attraverso la realizzazione di molte opere, tuttora significative. Promuove lo sviluppo dell'archeologia su basi scientifiche avviando i primi scavi sistematici nelle catacombe e arricchisce la Biblioteca Vaticana. Fa erigere l'obelisco nella piazza del Pantheon e costruisce il porto di Ripetta sul Tevere, poi demolito alla fine dell' '800 per consentire la costruzione del ponte Cavour. Tra le tante opere fatte costruire dall'Albani, va ricordata la famosa fontana, realizzata dagli scultori Filippo Bai e Francesco Moratti, situata sotto il portico della Chiesa di Santa Maria in Cosmedin, meglio conosciuta come Bocca della Verità. La città di Urbino riceve le attenzioni del Pontefice, essendo la sua Città natale. Sono, innanzitutto, cancellati tutti i debiti accumulati dal Comune; vengono eseguiti lavori di abbellimento nella Cattedrale ed imponenti lavori di restauro del palazzo ducale e di quello arcivescovile; si dà avvio alla fondazione di una biblioteca pubblica. Non é certamente un Papa nepotista nel senso tradizionale del termine, ma gli eccessivi privilegi concessi alla sua città natale ed ai territori limitrofi del già Ducato d'Urbino, vanno considerati comunque come una forma di nepotismo, ancorché collettivo. Le cronache e la Storia non ci dicono molto sulla morte del Papa. È certo, però, che le vicende legate alla guerra di successione spagnola, protrattesi per oltre un decennio, e quelle legate alla disputa dottrinaria con i giansenisti francesi, durate ben oltre quindici anni, dovettero logorare molto la fibra del Papa che spira il 19 marzo del 1721. Aveva sempre desiderato di essere sepolto in maniera semplice ed umile. E così fu. Le sue spoglie mortali furono deposte sotto il pavimento della Cappella del coro dei Canonici della Basilica di San Pietro, dove tutt'ora riposano, ricoperte da una semplice lastra di marmo di porfido. Il Reverendo Capitolo di San Pietro ne officia ancora la memoria con particolare solennità, ogni anno il 19 marzo.
Papa Innocenzo XIII, Michelangelo Conti di Segni (dal 1721 – al 1724) L'8 maggio 1721 la maggioranza dei voti confluisce sul cardinale Conti, per le sue doti umane e spirituali; inoltre non é apertamente schierato con nessuno dei due gruppi filofrancese o filoimperiale; ottiene, infatti, alla fine il voto unanime di tutto il Sacro Collegio. Aiuta i veneziani e soprattutto l'isola di Malta nelle loro lotte contro i turchi. Durante il suo pontificato emerge il contrasto tra Gesuiti e Domenicani ed altri ordini, circa i riti liturgici che possono essere praticati nelle conversioni in Cina. In passato si era concesso ai Gesuiti di celebrare i riti liturgici in lingua locale, solo in Cina. Tale concessione era stata successivamente rivista in particolare da papa Clemente XI, in quanto aveva portato ad una disparità liturgica importante. Innocenzo XIII continuando la linea del suo predecessore, prende le distanze dai gesuiti, tra l'altro accusati dai Domenicani e da altri ordini di favorire l'incarcerazione di missionari non gesuiti. Il Papa inoltre vieta ai gesuiti di fare nuovi adepti in Cina e medita seriamente la possibilità di sopprimere l'ordine. Tali eventi sono i prodromi che porteranno nel 1773 alla vera soppresione dell'ordine gesuita. Il 7 marzo 1724 muore e viene sepolto nelle Grotte Vaticane sotto la Basilica di S. Pietro. Lascia, per disposizione testamentaria, che il suo cuore sia conservato nel Santuario della Mentorella presso Guadagnolo nelle terre della sua famiglia; santuario di cui egli fu Abate Commendatario fino alla sua morte. In occasione del trecentocinquantesimo anniversario della nascita (1655-2005), si è a lungo parlato dell'eventualità di presentare alla Santa Sede una richiesta formale per l'introduzione della causa di beatificazione di Innocenzo XIII.
Gli succede Benedetto XIII, nato Pietro Francesco Orsini, domenicano. ( dal 1724 – al 1730) Eletto Vescovo di Cesena, con il titolo personale di arcivescovo, per problemi di salute vi soggiorna solo due anni (su un totale di sei anni), perché deve andare ad Ischia e a Napoli per curarsi; oltre a questo, ha pure dei problemi con le autorità laiche, in quanto il suo zelo lo porta a contrastare qualsiasi abuso. Il 18 marzo 1686 gli viene proposta la sede arcivescovile di Benevento, ritenendola più consona al suo stato di salute; qui risiede per trentotto anni, restando vescovo anche quando diventa papa, in via eccezionale. Ogni anno visita una parrocchia. Costruisce ospedali e allevia le sofferenze dei poveri. Fonda un monte frumentario, precorrendo i tempi, per prestare ai contadini indigenti i fondi per acquistare le sementi, da restituire all'epoca del raccolto. Durante il suo episcopato, la città é colpita per due volte dal terremoto: l'8 giugno 1688 e il 14 marzo 1702. In entrambe le circostanze egli si prodiga per gli abitanti e fa di tutto per ricostruire la città danneggiata, tanto che viene nominato "secondo fondatore" di Benevento. Il 3 gennaio 1701 é nominato Cardinale nella sede suburbicaria di Frascati, conservando l'amministrazione di Benevento e poi nel 1715 quella di Porto-S. Rufina. Il 7 marzo 1724 muore Innocenzo XIII. Siccome il conclave va per le lunghe, fa una novena a S. Filippo Neri e prima che questa finisca, é eletto Papa. In un primo momento rifiuta, ma poi accetta quando si rende conto che un altro conclave potrebbe creare grossi problemi alla Chiesa. Sceglie in onore di Benedetto XI (papa domenicano), il nome di Benedetto XIV, che - però - in breve tempo corregge con Benedetto XIII, poiché Pietro de Luna che aveva già utilizzato tale nome tra il 1394 e il 1423 era scismatico, cioè antipapa. Uomo di grande cultura, tra i suoi primi atti, compie il rafforzamento della disciplina ecclesiastica. Durante il Giubileo del 1725 afferma di aver seriamente pensato a ripristinare l'uso di penitenze pubbliche per alcune colpe gravi. Per favorire lo sviluppo di seminari diocesani, istituisce una commissione speciale, la Congregazione dei seminari. Durante il Concilio lateranense del 1725, richiede un'incondizionata accettazione della bolla pontificia Unigenitus, in cui si condannano i fondamenti dell'eresia giansenista. Sempre nell'anno giubilare, inaugurò la scalinata di Piazza di Spagna a Roma, per congiungere la chiesa della Trinità dei Monti con la parte sottostante. Tutt'oggi la sua salma è conservata presso la Basilica di Santa Maria sopra Minerva a Roma. Il 21 febbraio 1931 papa Pio XI ha dato inizio alla causa di beatificazione, proclamandolo servo di Dio.
Papa Clemente XII, nato Lorenzo Corsini ( dal 1730 – al 1740) In quanto Corsini, e con una Strozzi come madre, il nuovo papa rappresenta una famiglia di altissimo livello della società fiorentina. Nel 1696 Corsini é nominato tesoriere-generale e governatore di Castel Sant'Angelo. La sua fortuna aumenta durante il pontificato di papa Clemente XI; impiega il suo talento a corte e viene ricompensato con la berretta cardinalizia (17 maggio 1706), restando tesoriere pontificio con il titolo di San Pietro in Vincoli e poi cardinale-vescovo di Frascati. Benché ormai cieco e costretto nel suo letto, dal quale da udienza e conduce gli affari dello stato, sa circondarsi di funzionari capaci, molti dei quali suoi parenti, ma fa poco per la famiglia, ad eccezione dell'acquisto di un grosso palazzo a Trastevere, noto come Palazzo Corsini (sede dell'Accademia dei Lincei). Le sue prime mosse come papa sono indirizzate a ripristinare le finanze dello stato. Clemente XII richiede la restituzione di alcune somme da parte dei ministri che avevano abusato della confidenza del suo predecessore. Il principale colpevole, il cardinale Coscia, viene multato pesantemente e condannato a dieci anni di prigione. Le finanze pontificie vengono migliorate anche attraverso il ripristino del lotto nel 1732, che era stato soppresso dalla severa moralità di Benedetto XIII. A chi gli rimprovera la scelta, obietta che gli introiti servono per opere pubbliche ed opere di carità. Ben presto riesce a versare nelle casse del tesoro una somma annua che ammonta a quasi mezzo milione di scudi, che gli permette di intraprendere il vasto programma di costruzioni. E’ suo il merito per la maestosa facciata di San Giovanni in Laterano, forse più signorile che ecclesiastica, vinta dall'architetto Alessandro Galilei (completata nel 1735). Fa restaurare l'Arco di Costantino e costruire il palazzo governativo della "Consulta", sul colle Quirinale. Acquista dal cardinale Albani, per 60.000 scudi, una famosa collezione di statue per la Galleria del Campidoglio. Fa pavimentare le vie di Roma e le strade che portavano in città, oltre ad ampliare il Corso. Da il via ai lavori per la Fontana di Trevi, uno dei più noti monumenti di Roma, con il suo trionfale barocco. Clemente XII chiama Luigi Vanvitelli a progettare e seguire i lavori nel porto di Ancona, perché divenga un ottimo sbocco sull'Adriatico; il porto di Ancona viene poi collegato alla capitale con una strada che ancora oggi è detta via Clementina. Verso il mediterraneo occidentale utilizza come porto di Roma lo scalo di Civitavecchia. Con l'ampliamento dei due porti Roma si propone nuovamente, come nell'antichità classica, come centro del Mediterraneo. Fa prosciugare le paludi malariche della Chiana, vicino al Lago Trasimeno. Nelle questioni ecclesiastiche Clemente XII emana il primo decreto pontificio contro la massoneria (1738) infliggendo la scomunica agli aderenti. Canonizza San Vincenzo de' Paoli e procede con vigore contro i giansenisti francesi. Lavora per la riunione della Chiesa cattolica con quella ortodossa, riceve il patriarca della Chiesa copta e persuade il Patriarca armeno a rimuovere l'anatema contro il Concilio di Calcedonia e papa Leone I. La sua maestosa tomba si trova a San Giovanni in Laterano.
Papa Benedetto XIV, nato Prospero Lorenzo Lambertini (dal 1740 – al 1758) Viene eletto al soglio pontificio in un periodo di grandi tribolazioni, causate principalmente dalle dispute tra le nazioni cattoliche e il Papato. Papa Lambertini riesce a rifiutare la maggior parte delle richieste degli stati nazionali di nominare i vescovi serbandone il diritto di nomina alla Chiesa. Per esempio egli si dimostra abilissimo nel modo di appianare le dispute della Santa Sede con il Regno di Napoli, Regno di Sardegna, Spagna, Venezia e Austria. Nel 1741 fa pubblicare la bolla papale "Immensa Pastorum principis" contro lo schiavismo nelle Americhe. Forse l'atto più importante del suo pontificato fu il promulgamento della sua famosa legge sulle missioni. Nelle due bolle papali denuncia il costume di aggiustare parole e usi cristiani per esprimere idee non-cristiane e pratiche delle culture indigene, utilizzato dai gesuiti nelle loro missioni in Cina. Un esempio è dato dallo "status" degli antenati - l'onore tributato agli antenati doveva essere considerato «adorazione degli antenati» o qualcosa di simile alla venerazione cattolica dei santi. Può un cattolico «venerare» legittimamente un antenato che notoriamente non é cristiano? Si narra che papa Benedetto XIV, quando era ancora Cardinale a Bologna, avesse un carattere allegro e gioviale pur attendendo agli affari della Chiesa bolognese con l'autorevolezza e talvolta la severità richieste dalla carica. Il commediografo Alfredo Testoni ne dà un simpatico ritratto nella sua commedia “Il Cardinale Lambertini” portata con successo in teatro e sul grande schermo da Ermete Zacconi e successivamente da Gino Cervi. E’ ricordato nella Basilica vaticana con un’opera monumentale del Bracci.
Papa Clemente XIII, nato Carlo della Torre di Rezzonico ( dal 1758 – al 1769) Vescovo di Padova a partire dal 1743, diventa poi Papa il 6 luglio 1758: nello stesso anno la famiglia Rezzonico celebra il matrimonio di Ludovico Rezzonico con una rappresentante della potente famiglia Savorgnan. Figlio dell'uomo che acquistò l'incompleto palazzo sul Canal Grande (oggi Ca' Rezzonico) e ne completò la costruzione, Clemente XIII é famoso per il suo nepotismo rampante. Nonostante la mitezza ed affabilità del suo carattere retto e moderato, pudico fino all'eccesso (è lui che ha fatto ricoprire tutte le statue classiche del Vaticano con le note foglie di fico), il suo pontificato viene disturbato da contese perpetue circa la richiesta di soppressione dei gesuiti che provengono sia dal Portogallo che dai circoli dell'Illuminismo francese.
Papa Clemente XIV, al secolo Gian Vincenzo Antonio Ganganelli ( dal 1769 – al 1775) Il conclave del 1769 che segue alla morte di Clemente XIII, iniziato il 15 febbraio, é il più contrastato in almeno due secoli di storia. La questione fondamentale é l’Ordine dei Gesuiti, il cui destino sembra in bilico. Le potenze cattoliche sono compatte nell’esigere che non sia eletto un amico della Compagnia di Gesù. Dopo ben tre mesi e 179 votazioni, il 19 maggio 1769, la scelta cade su Ganganelli, non tanto perché nemico dichiarato dei Gesuiti, quanto perché é il meno inviso alle varie fazioni contrapposte. Le grandi potenze sono più che mai decise a distruggere l'ordine dei Gesuiti, e sanno che il Papa le deve assecondare, volente o nolente, in questa loro determinazione. Invano Clemente cerca l'appoggio di altre potenze all'estero. Perfino Maria Teresa, una sua “grande elettrice”, fa sopprimere l'ordine in Austria. Invano Clemente temporeggia, facendo anche parziali concessioni. Alla fine deve suo malgrado convincersi che, per il bene della Chiesa, é necessario compiere questo sacrificio, e così, il 21 luglio 1773 promulga l'editto “Dominus ac Redemptor” con cui viene decretato lo scioglimento della Compagnia di Gesù. La soppressione dell’ordine viene festeggiata dalle classi dominanti come una vittoria della ragione. In realtà é una vittoria dell’Illuminismo e dell’Assolutismo sul papato. I gesuiti accettano la decisione del pontefice senza opposizione alcuna. Su pressione delle corti borboniche, il generale dell’Ordine, Lorenzo Ricci, é arrestato e tenuto prigioniero in Castel Sant’Angelo fino alla sua morte (1775). Austria e Germania incamerarono tutti i beni della Compagnia. In Prussia e Russia, invece, l’ordine non è sciolto, anzi ne viene proibita la soppressione per non rendere precario il sistema scolastico cattolico. Nel corso dell’anno successivo allo scioglimento dell’ordine accade un repentino peggioramento della salute del Papa che lo conduce in poco tempo alla morte, avvenuta il 22 dicembre 1774. Ma che il decesso sia dovuto solo all'età e a cause naturali lo confermano sia il medico personale sia il confessore, che dissipano le voci di una morte per avvelenamento. Viene sepolto in San Pietro, ma nel 1802 i suoi resti mortali sono traslati nella chiesa francescana di Santi Apostoli, dove il Canova gli erige un monumento funebre. È interessante notare come nessun papa successivo abbia scelto il nome di Clemente. Suo ultimo atto ufficiale fu la promulgazione dell’Anno Santo per il 1775 che sarà celebrato da Pio VI.
Papa Pio VI, nato Giovanni Angelico Braschi ( dal 1775 – al 1799) Nel conclave di ben quattro mesi che segue alla morte di Clemente XIV, Spagna, Francia e Portogallo tolgono una dopo l’altra il proprio veto all'elezione del Braschi, che, pur essendo amico dei Gesuiti, ha però preso le distanze da tutte le controversie politico-religiose. Papa Pio VI sale al trono il primo febbraio 1775. Sulla questione dei Gesuiti non tiene un atteggiamento lineare. A un certo punto sembra addirittura che egli pensi seriamente di ripristinarlo in tutto il mondo, in funzione di baluardo contro le idee rivoluzionarie che si stanno diffondendo. Allo scoppio della Rivoluzione francese, Pio VI é costretto a subire la soppressione dell'antico rito gallicano, la confisca di tutti i possedimenti ecclesiastici in Francia e la vergogna di vedere il proprio stesso ritratto dato alle fiamme dalla folla nel Palazzo Reale. Pio VI cerca di prendere di petto la questione: il 10 marzo 1791 condanna la Costituzione civile del clero, approvata dall'Assemblea nazionale francese nel luglio del 1790. Ma i rivoluzionari, per rappresaglia, invadono Avignone e uccidono una sessantina di persone fedeli al Papa. Pio VI condanna anche la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, provocando in Francia una spaccatura. Nel 1796 Napoleone invade l'Italia e punta le armi contro lo Stato Pontificio, costringendo il Papa all’umiliante armistizio di Bologna: Pio VI deve cedere Bologna, Ferrara e Ancona, versare 21 milioni di scudi e consegnare numerose opere d’arte. Quando poi il Papa si lega con l'Austria, che sta formando una coalizione contro la Francia, Napoleone riesce a portare dalla propria parte Ferdinando I di Napoli che, con un atto arbitrario, invade i feudi papali del napoletano. L'esercito pontificio é sconfitto (10 febbraio 1797) e il 18 febbraio i francesi saccheggiano il Santuario di Loreto. Il Pontefice é perciò costretto a siglare il Trattato di Tolentino (febbraio 1797), che allo Stato Pontificio costa altri venticinque milioni di scudi e numerosi oggetti d’arte. Il 28 dicembre dello stesso anno, quando, nel corso di un tumulto provocato da alcuni rivoluzionari italiani e francesi, il generale Duphot é ucciso, il generale Berthier occupa la città senza incontrare resistenza e dandosi poi al saccheggio dei tesori d’arte del Vaticano. Il 15 febbraio 1798, deposto il Papa come principe temporale, è proclamata la repubblica. Pio VI è fatto subito prigioniero e, il 20 febbraio é scortato dal Vaticano a Siena, dove rimane tre mesi, e quindi alla Certosa di Firenze, dove é segregato nel convento. Nel marzo del 1799 si decide di portarlo a Bologna, credendola città anticlericale. Ma, quando i francesi lo espongono al popolo, Pio VI, invece di essere ingiuriato, é acclamato. Allora si decide di trasferire il Papa ottantaduenne prima a Grenoble, poi il 19 luglio nella fortezza di Valence. Logorato dai patimenti fisici e morali Pio VI si spegne in prigione il 29 agosto dello stesso anno. Il suo corpo riposa nelle Grotte vaticane. Per abbellire Roma Pio VI mise a disposizione delle ingenti somme di denaro. Fece costruire la sacrestia di San Pietro ed erigere gli obelischi che si trovano davanti al palazzo del Quirinale, davanti a Trinità de’ Monti e in piazza Montecitorio. Nel Museo Pio-Clementino completò l’esposizione di celebri capolavori antichi.
Cerchiamo di avvicinare i santi di questo secolo, per ammirare le loro virtù:
San Luigi M. Grignon de Montfort (1673 – 1716) Sacerdote nel 1700 (l’anno del Giubileo alluvionato, con la basilica di San Pietro impraticabile). Vorrebbe andare missionario in Canada, ma lo mandano a Poitiers. Con la sua preparazione dottrinale e col parlare attraente, si fa presto una fama: parla molto bene, ma meglio ancora agisce, assistendo le vittime di malattie ripugnanti. Però l’idea della missione non lo abbandona, sicché, lasciando perdere i superiori, va a sentire il Papa. Questo significa un viaggio Poitiers-Roma e ritorno, sempre a piedi, con una sosta a Loreto. Ma Clemente XI gli dice che l’urgenza del momento è predicare ai francesi, scossi dall’aspra battaglia dottrinale ingaggiata dai giansenisti contro Roma. Lui riprende allora a parlare in città e nelle campagne; quando è necessario affronta i dotti giansenisti con discorsi ugualmente dotti. Ma dà poi la sua misura vera nel tradurre la dottrina in linguaggio quotidiano e campagnolo, nell’accostarla alla sensibilità popolare, colpita dalla coerenza intrepida dell’esempio, quando lo si vede intento a pulire e medicare i malati, fraternamente. Le opere accompagnano la sua parola, e questa diffonde una religiosità della fiducia, spingendo a confidare in Gesù come amico, prima di temerlo come giudice. E a Gesù egli associa Maria, appassionatamente. Ma anche lucidamente. Ossia con distacco rigoroso da certa devozione mariana soggetta talora a eccessi inaccettabili (alimentati anche da scritti cosiddetti mariani, e di fatto ricolmi di "cattiva dottrina in cattiva posa", come dirà nel XX secolo il mariologo René Laurentin). Per lui, la Madre di Gesù è una creatura che può ammaestrare i cristiani di ogni tempo semplicemente con le poche parole che ha detto agli amici di Gesù, alla festa nuziale di Cana: "Fate quello che vi dirà". Questo insegnano di fatto i suoi scritti e la sua predicazione, col calore e con le immagini del tempo, e sempre con l’accompagnamento di forti esortazioni alla pratica del Rosario. Questo si legge sul suo Trattato della vera devozione alla Santa Vergine, che resterà inedito per 130 anni; pubblicato nel 1842, diventerà uno dei testi fondamentali della pietà mariana. (Nel XX secolo sarà la lettura quotidiana del cardinale Stefan Wyszynski, primate di Polonia, prigioniero del regime comunista polacco).Nel 1712-13 padre Grignon fonda una comunità maschile di missionari per l’evangelizzazione: la Compagnia di Maria. Questi religiosi, chiamati poi abitualmente Monfortani, estenderanno via via la loro attività in Europa, America e Africa. Ma lui vedrà solo gli inizi, morendo pochi anni dopo la fondazione. Nel 1947, Pio XII lo proclamerà santo. La Chiesa ne fa memoria il 26 aprile. (Autore: Domenico Agasso, da Internet, santi e beati)
Beato Samuele Marzorati, martire (1670 – 1716) Lungo i secoli vi sono stati tanti tentativi dei missionari cattolici di poter penetrare nei territori a religione musulmana per poter portare il Vangelo anche lì, ma gli sforzi si sono dimostrati in buona parte inefficaci, vista la intolleranza religiosa che ha sempre distinto, il sempre presente estremismo arabo. E in base a questo estremismo più o meno autorizzato dalle autorità del momento, che i nostri missionari hanno dovuto pagare un tributo di sangue costante, in particolare l’Ordine Francescano. Anche Samuele Marzorati era un francescano della provincia di Milano, nato a Biumo nel 1670; arrivò come missionario nel Cairo il 10 settembre 1701; dal 1705 al 1711 tentò inutilmente di fondare una missione nella isola di Socotra. Nel frattempo erano falliti i tentativi di stabilire una missione in Etiopia, guidata da padre Giuseppe da Gerusalemme, durati dal 1705 al 1710. ‘Propaganda Fide’ decise di fare un altro tentativo per la via del Mar Rosso e il 20 aprile 1711, incaricò il francescano tedesco Liberato Weiss come prefetto apostolico, Michele Pio da Zerbo e Samuele Marzorati da Biumo, di intraprendere il nuovo viaggio. Il gruppo partì da Il Cairo il 3 novembre 1711, giungendo il 20 luglio 1712 a Gondar capitale dell’Etiopia, dove furono bene accolti dal re. Ma la situazione generale del regno etiope non era tranquilla, gli europei erano poco graditi e il re Justos era fortemente contrastato, quindi i missionari dovevano stare quasi nascosti in attesa che la situazione migliorasse. Si diffusero dicerie su di loro e sulla religione professata, per cui il re, prima non diede ascolto ma poi per evitare ulteriori discordie li mandò in altra provincia, il Tigré. Dopo la loro partenza il re Justos si ammalò e di questo approfittarono i suoi avversari che incoronarono David figlio di un altro re. I missionari furono richiamati a Gondar dagli usurpatori, processati, furono condannati a morte in ‘odio alla fede’. Il 3 marzo 1716 furono lapidati nella piazza Abbo. Il processo informativo per la loro beatificazione si tenne a Vienna, provincia francescana d’origine del padre guida della spedizione Liberato Weiss, negli anni 1932-33. Sono stati beatificati da papa Giovanni Paolo II il 20 novembre 1988 a Vienna, durante il suo viaggio in Austria. La Chiesa ne fa memoria il 20 novembre. (Autore: Antonio Borrelli, da Internet, santi e beati)
San Giovanni Battista de La Salle (1651 – 1719) Combatte l’ignoranza per tutta la vita, e molti combattono lui. Nato da genitori nobili, ma non ricchi, e con dieci figli, Giovanni Battista si laurea in lettere e filosofia; è sacerdote nel 1678, e a Reims assume vari incarichi, collaborando anche all’attività delle scuole fondate da Adriano Nyel, un laico votato all’istruzione popolare. Scuole che vanno male, però, soprattutto perché hanno maestri ignoranti e senza stimoli. E di qui parte lui. Dai maestri. Riunisce quelli di Nyel in una casa comune, vive con loro, studia e li fa studiare, osserva metodi e organizzazione di altre scuole... Comunica a questi giovani raccogliticci la gioia dell’insegnamento, dell’aprire scuole; li appassiona a un metodo che da “ripetitori” li fa veri “insegnanti”, abolendo le lezioni in latino, e introducendo in ogni disciplina la viva lingua francese. Da quel primo nucleo ecco svilupparsi nel 1680 la comunità dei “Fratelli delle Scuole Cristiane”: il sodalizio degli educatori. In genere non sono preti (lui li vuole laici, vicini al mondo che devono istruire nella fede, nel sapere, nelle professioni); vestono una tonaca nera con pettorina bianca, con un mantello contadino e gli zoccoli, e sotto la guida del La Salle aprono altre scuole. Nel 1687 hanno già un loro noviziato. Nel 1688 sono chiamati a insegnare a Parigi dove in un solo anno i loro allievi superano il migliaio. Poi cominciano le battaglie, e tutto sembra crollare. Il fondatore si trova via via attaccato dall’alto clero di Parigi, da vari parroci e dall’autorità civile, dai cattolici integrali e dai giansenisti, abbandonato da gente che credeva fedele, e più tardi anche esautorato. Lui in quei momenti si immerge – si inabissa, potremmo dire – nell’isolamento penitenziale, nella meditazione. Studia e si studia. Ma resiste, con la sua mitezza irreducibile. Da Parigi dovrà portare la sua comunità nel paesino di Saint-Yon, presso Rouen. Però la semina continua a dare frutti: nascono le scuole per adulti, le scuole per maestri, gli istituti d’istruzione nelle carceri, i collegi “di istruzione civile a pagamento”: e i suoi libri, trattati e sillabari pilotano l’opera dei maestri. Nei momenti più desolati giunge a dubitare della propria vocazione per la scuola e si accusa di nuocere alla stessa opera. Ma intanto le dedica ogni energia, scrivendo e insegnando per il futuro dei Fratelli, che la fine del XX secolo troverà presenti e attivi ben oltre i confini della Francia e dell’Europa. Quando muore nel piccolo centro di Saint-Yon, le sue case sono 23 e gli allievi diecimila. Ma per i funerali accade l’imprevedibile: trentamila persone si riversano nel paese per dargli l’ultimo saluto. Trentamila risposte a persecuzioni e tradimenti. Papa Leone XIII lo canonizzerà nell’anno 1900. E, cinquant’anni dopo, Pio XII lo proclamerà "patrono celeste presso Dio di tutti gli insegnanti". La Chiesa ne fa memoria il sette aprile. (Autore: Domenico Agasso, da Internet, santi e beati)
Santa Lucia Filippini (1672 – 1732) Nacque il 13 gennaio 1672 a Tarquinia. I suoi genitori erano di onesta e onorata famiglia; ma la sua vita fu presto segnata dal dolore. I baci e le carezze materne, che si prodigano sempre generosamente attorno a una culla, vennero presto a cessare, poichè, quando Lucia non contava che undici mesi e pochi giorni, veniva strappata alla terra la madre sua nella fresca età di 27 anni. Pochi anni dopo anche il padre moriva. La nostra Santa da queste perdite così dolorose, prese motivo per staccarsi sempre più dalla terra, stringersi più fortemente a Dio e darsi all’acquisto delle più belle virtù. Modesta ugualmente nell'interno che all’esterno, scansava le amicizie delle compagne cattive che avvelenano coi loro vizi le anime innocenti e si guardava dalla vanità. La bontà, il candore del suo cuore, il pungolo stesso della sventura, la spingevano a cercare la pace e la gioia solo con Dio. Tutto le parlava di Dio: il cielo, il mare, le campagne stesse di Tarquinia. Ancora in giovane età fece gran tesoro dell’apostolato catechistico: ed è a questa missione, in un quadro più grande che la Divina Provvidenza l’ha chiamata. A 16 anni ebbe il felicissimo incontro con il cardinale Barbarigo e, avuti da lui lumi e consigli, decise di entrare nel monastero di S. Chiara in Montefiascone. Questa fu la palestra dove si formò. Illuminare le intelligenze e sollevare i cuori, era il suo nobile ideale. Prima nella cerchia ristretta del chiostro poi, con l’aiuto del cardinale Barbarigo, dietro le norme della Beata Rosa Venerini e con la cooperazione di una piissima signora, realizzò il suo piano apostolico, dando origine al benefico e non mai abbastanza lodato ministero educativo delle suore che, dalla loro madre, si denominarono “Maestre Pie Filippine”. Presto venne a mancare Rosa Venerini, e Lucia sola continuò l’opera. Aprì parecchie scuole a Montefiascone, estese gli istituti a Roma e in altri centri d’Italia, e ne costituì parecchi anche all’estero, particolarmente nell’America del Nord, dove tuttora lavorano con grande frutto. Consunta dalle fatiche, ricca di meriti, spirò dolcemente il 25 marzo del 1732. Il Sommo Pontefice Pio XI nel 1926 l’annoverò tra i Beati e, il 22 giugno 1930, l’iscrisse nel catalogo delle Sante Vergini. La Chiesa ne fa memoria il 25 marzo. (Autore: Antonio Galuzzi, da Internet, santi e beati)
San Gerardo Maiella (1726 -1755) Nasce a Materdomini, presso Potenza nel 1726 in una famiglia povera. Gli dicono tutti di no. Cappuccini e Redentoristi non possono accoglierlo perché sta poco bene. Suo padre comincia a insegnargli il mestiere di sarto, ma muore troppo presto. Gerardo va al lavoro da un altro sarto di Muro Lucano, e più tardi si metterà in proprio, ma dovrà chiudere bottega. Torna a insistere con i Redentoristi, guidati dal loro fondatore Alfonso de’ Liguori, e infine la spunta. Ma ha già 26 anni quando può pronunciare i voti nel convento di Deliceto (Foggia) col rango di fratello coadiutore, subordinato. Ma a lui va benissimo. Uscendo poi dal convento per questue e altre incombenze, s’immerge nella vita di paesi, persone, famiglie mortificate dalla miseria e dall’ignoranza, soggette ai signori, alle epidemie e alle crisi dei raccolti. Ne adotta lo stato d’animo, possiamo dire: ma lo arricchisce di fiducia. Non è certo un riformatore sociale: i grandi problemi gli sfuggono. Ma vede le persone, la loro sofferenza, e anche quella dei loro animali. S’ingegna, per esempio, di curare i muli, umilissimi strumenti di comunicazione nelle campagne che spesso sono anche senza strade. Accorre dove c’è un malato, dove sta nascendo un bambino. Hanno una grande fiducia in lui anche le partorienti, e questo stato d’animo diventerà poi devozione affettuosa e duratura. Nell’animo popolare la figura sempre amica di fra Gerardo lascia segni che dureranno nelle generazioni fino a noi, come testimoniano feste e pellegrinaggi in suo onore. Ma ecco arrivargli una prova inaspettata. Una lettera gli attribuisce relazioni almeno sospette con una ragazza, e lo stesso Alfonso de’ Liguori sembra crederci. Allora, indagini, interrogatori, spostamenti vigilati da un convento all’altro, divieto di fare la comunione... Lui potrebbe ampiamente discolparsi: ma non ci pensa neppure. Non dice una sola parola. Lascia che dicano e facciano gli altri, prendendo tutto come una prova voluta per lui da Chi può discolparlo se e quando vorrà. Ed ecco infatti che l’accusa crolla, senza che lui abbia aperto bocca. E con questo silenzio mite e vittorioso l’umile fratello coadiutore “tiene lezione”: ammaestra tutta la comunità. I confratelli scoprono di avere in casa un santo, e gli chiedono di mettere in scritto per loro il “regolamento di vita” che si è dato. Nel 1755 mentre è al convento di Materdomini presso Caposele, molte famiglie sono alla fame per il maltempo, e lui interviene organizzando la distribuzione di viveri. Una prova di capacità organizzativa, che fa poi nascere voci di miracolo, come è già accaduto altre volte. Tutta la sua vita è costellata di fatti che rivelano sia la sua ingenuità umana, sia la sua santità, come quando avendo lasciato cadere la chiave nel pozzo, riesce a recuperarla calando la statua di Gesù Bambino che riporta a Gerardo l’oggetto infilato tra le dita. Nello stesso anno, Gerardo è colpito dalla malaria durante una questua. E dopo un breve miglioramento si spegne a Materdomini, a soli 29 anni d’età. Subito le popolazioni dell’Irpinia, della Basilicata e della Puglia lo considerano santo. E san Pio X lo canonizzerà nel 1904. La Chiesa ne fa memoria il 16 ottobre. (Autore: Domenico Agasso, da Internet, santi e beati)
Santa Teresa Margherita del S. Cuore (1747 – 1770) La vigilia della festa della Madonna del Carmelo dell’anno 1747, ad Arezzo, nella nobile famiglia Redi, venne alla luce Anna Maria, seconda di tredici figli. In un ambiente familiare profondamente cristiano crebbe candida come un giglio: ripetutamente chiedeva ai genitori e agli zii che le parlassero di Gesù e cosa dovesse fare per piacergli. Amava poi ritirarsi nella sua stanza per pregare ed ammirare i suoi “santini”. All’età di nove anni, per la sua formazione, sia cristiana che umanistica, fu mandata a Firenze con la sorella Eleonora Caterina, all’Educandato delle Benedettine di S. Apollonia. Qui, felice e serena, trascorse la sua adolescenza. Ricevette la Prima Comunione il giorno dell’Assunta del 1757. Fatto significativo, il suo maggior confidente era il padre, Ignazio Maria Redi, uomo illuminato e religioso. Tra i due iniziò un intenso rapporto epistolare, andato purtroppo quasi interamente perduto per la vicendevole promessa di dare al fuoco le lettere. Anna Maria più volte disse che era grata al padre, più per quello che le insegnava, che di averla generata fisicamente. Dopo aver letto la vita di S. Margherita Maria Alacoque nacque in lei una grande devozione al Sacro Cuore, amore intimo a Cristo. All’età di diciassette anni, seguendo l’esempio dell’amica Cecilia Albergotti, sentì la vocazione ad entrare nel Carmelo; il distacco dalla famiglia fu dolorosissimo. Il 1° settembre 1764 fu accolta nel Monastero di S. Maria degli Angeli di Firenze. Fece la professione religiosa il 12 marzo 1766 divenendo suor Teresa Margherita del Cuor di Gesù. Scrupolosa nel rispetto della Regola, amava molto la preghiera mentale, anche notturna. Un amabile sorriso era sempre impresso sul suo volto. Spiritualità carmelitana dunque con una profonda devozione al Cuore di Gesù, sorgente di vita e d’amore. Con l’amica Cecilia iniziò una “santa sfida” nell’amare Cristo e per questo presero l’impegno di confidarsi ogni mancanza, nel periodo del silenzio non con le parole, ma con piccoli biglietti. Attraverso le testimonianze del padre e del direttore spirituale, P. Ildefonso di S. Luigi, conosciamo la sua scalata alla santità. Mentre era ancora una giovane professa, nacque in lei il desiderio profondo di conoscere la vita nascosta di Gesù. Padre Ildefonso le diede da meditare un brano della lettera di San Paolo ai Colossesi in cui si legge: “Voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio”. Appagare la sete di Dio attraverso l’imitazione di Cristo divenne lo scopo della sua esistenza. Nacque così quella singolare espressione: “Che bella scala, che scala preziosa, indispensabile è il nostro buon Gesù!”, maestro, modello e strumento per comprendere ed entrare nel Mistero Divino. La sua contemplazione era trinitaria: lo Spirito Santo era la fonte e Cristo la via per giungere al Padre. All’atto della professione religiosa, per amore di Gesù, rinunciò a quello cui maggiormente teneva: il rapporto epistolare col padre. Le costò tantissimo ma si promisero che da lì in poi, ogni sera, prima del riposo, si sarebbero incontrati nel Cuore di Gesù. Domenica 28 giugno 1767, mentre era in coro per l’Ora di Terza, sentì dalla lettura breve : “Deus Charitas est et qui manet in charitate, in Deo manet” (Gv. 1 4,16). Un sentimento soprannaturale la pervase e per più giorni rimase scossa. Donò il suo cuore a Cristo, offrendosi per essere consumata dal suo amore. Era giunta all’ultimo gradino della scala, divenendo Tempio del Dio Vivente. Tutto ciò nella più grande umiltà, col desiderio però di trasmettere tale dono mistico alle consorelle. Chiese al confessore il permesso di fare l’offerta della Alacoque: porre la propria volontà nella piaga del costato di Cristo ed entrare nel suo Cuore. Si sentiva però piccola e la sua più grande preoccupazione era di non amare abbastanza. L’amore a Dio si concretizzò nella mansione di aiuto infermiera che esercitò con straordinaria abnegazione, in particolare verso una consorella che per problemi psichici era purtroppo divenuta violenta. La sua carità fu silenziosa ed eroica. Tra l’altro in quel periodo le consorelle malate ed anziane erano molte. La sua stessa comunità divenne strumento di mortificazione e così, nell’ultimo Capitolo, suor Teresa Margherita fu rimproverata perché, per l’eccessivo lavoro in infermeria, sembrava trascurasse la vita contemplativa. Il totale dominio di sé, dopo un breve smarrimento, le fece superare il rimprovero con ironia. Di S. Teresa Margherita Redi possediamo pochi scritti: alcune lettere, vari biglietti che amava dare alle consorelle con pensieri e massime, i propositi per gli esercizi del 1768 e un altro breve proposito. Dalle lettere scorgiamo alcuni momenti di sconforto: “trovandomi in questo stato di somma tiepidezza, ad ogni momento faccio qualche mancamento”, “ faccio tanti propositi, ma sono sempre l’istessa”. Si confidò con la priora chiedendole di essere trattata con durezza. La sua ardente devozione le fece raggiungere un’altissima esperienza mistica, testimone di ciò che la preghiera può operare in un’anima. Fu attenta a tenere nascoste le sue virtù e per umiltà, con battute, smorzava la curiosità delle consorelle, tanto da essere considerata una “furbina”. Arrivò però a dire al direttore spirituale che avrebbe dovuto rendere pubblici i suoi difetti. Pur senza avere molte conoscenze teologiche fu attentissima alla comprensione della Sacra Scrittura, intesa come dono dello Spirito. Ebbe molto cara anche la lettura delle opere della Santa Madre Teresa e il suo invito a far posto a Dio col silenzio interiore. Ardente fu l’amore per l’Eucaristia: “All’offertorio, rinnovo la professione: prima che si alzi il Santissimo prego Nostro Signore, che, siccome tramuta quel pane e quel vino nel suo preziosissimo Corpo e Sangue, così si degni di tramutare tutta me in se stesso. Alzandosi lo adoro, e rinnovo ancora la mia professione, poi gli chiedo quello che desidero da lui”. Fece celebrare, per la prima volta, la festa del Sacro Cuore nella sua comunità, predisponendo ogni particolare perché fosse solenne. In questo fu sostenuta dal padre e dallo zio, il gesuita Diego Redi. Erano gli anni in cui nasceva questa devozione, non sempre ben accolta a causa delle influenze gianseniste. Una peritonite fulminea, dopo diciotto ore di atroci sofferenze, le fece incontrare lo Sposo Celeste, tanto amato e desiderato. Dimentica di sé, poche ore prima di morire, continuava a preoccuparsi delle consorelle ammalate. Morì, a neppure ventitré anni, il 7 marzo 1770. Il suo corpo emanava un profumo soave e ancor’oggi è conservato incorrotto nel Monastero delle Carmelitane Scalze di Firenze (in passato antica villa della famiglia Redi). Il 19 marzo 1934, Papa Pio XI la proclamò santa definendola “neve ardente”. L’esistenza breve di questa semplice suora, senza avvenimenti particolari, è oggi di esempio alla chiesa universale. La Chiesa ne fa memoria il 7 marzo. (Autore: Daniele Bolognini, da Internet, santi e beati)
San Paolo della Croce (1694 – 1775) Ecco uno che rema contro corrente per tutta la vita. E’ Paolo Francesco Danei, di famiglia nobile per origine e malconcia quanto a denari. Il padre commercia con poca fortuna tra Piemonte e Liguria e lui lo aiuta, essendo il primo di 16 figli. Ma ha poi certi progetti personali: creare un Ordine religioso, ad esempio; o combattere contro i Turchi... Infine si fa eremita, dapprima per conto proprio; a 26 anni, il suo vescovo gli consente di vivere in solitudine presso una chiesa di Castellazzo Bormida (Al). Qui egli matura l’idea di un nuovo Ordine e nel 1725 papa Benedetto XIII lo autorizza verbalmente a “raccogliere compagni”. Ne raccoglie uno: suo fratello Giovanni Battista. E intanto definisce meglio il progetto: farà esattamente ciò che all’epoca risulta più impopolare. Questa è una pessima stagione per gli Ordini religiosi, tra l’avversione dei governi, le rivalità tra loro e la debolezza nella Chiesa; a papa Clemente XIV, nel 1773, si imporrà la soppressione della Compagnia di Gesù. E’ anche il tempo della fede sopportata da molti solo quale condimento di pii languori, motivo di ritualità elegante; una fede che non parli di sacrificio e nasconda la Croce. Allora lui comincia col chiamarsi “Frate Paolo della Croce”. Poi fonda un “inopportuno” nuovo Ordine, detto dei “Chierici Scalzi della Santa Croce e della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo”. Apertamente. Sfacciatamente, sicché tutti capiscano che lui e i suoi predicano Cristo crocifisso come Paolo apostolo, qualunque cosa esiga o imponga lo “spirito dei tempi” e qualunque smorfia facciano gli abati di corte. Nel 1727 è stato ordinato prete dal Papa stesso. Ha assistito i malati di un ospedale romano col fratello. Poi, ritirati sul Monte Argentario, i due hanno visto arrivare altri giovani, affascinati da quella scelta così rudemente “contro”. Sono i primi Passionisti, che il fondatore educa come predicatori agguerriti: invece dei Turchi, attaccheranno l’ignoranza, l’irreligiosità, l’abbandono del Vangelo. Per questo i Passionisti sono chiamati da ogni parte, e l’Ordine riceve via via le successive approvazioni pontificie. Il fondatore lavora alla loro formazione da vicino e da lontano: restano di lui duemila lettere, ma ne ha scritte molte di più, forse diecimila. Nel 1750 ha predicato a Roma per il Giubileo, insieme a san Leonardo da Porto Maurizio. Papa Clemente XIV gli chiede spesso consiglio, e va di persona a trovarlo in casa quando è malato. Così farà il suo successore Pio VI, appena eletto. Paolo della Croce muore dopo aver visto confermata, senza modifiche, la regola del suo Ordine che, nato “fuor di tempo” nel XVIII secolo, alla fine del XX sarà attivo in Europa, in America, in Africa e in Asia. Il Padre dei Passionisti, noti per l’emblema della croce e del cuore che portano sul saio, verrà proclamato santo da Pio IX nel 1867. La Chiesa ne fa memoria il 19 ottobre. (Autore: Domenico Agasso, da Internet, santi e beati)
San Benedetto Giuseppe Labre (1748-1783) “In questo mondo siamo tutti pellegrini nella valle di lacrime: camminiamo sempre per la via sicura della Religione, in Fede, Speranza, Carità, Umiltà, Orazione, Pazienza e Mortificazione cristiana, per giungere alla nostra patria del Paradiso". Era questa una delle massime preferite di S. Benedetto Giuseppe Labre, che ben corrisponde alla sua testimonianza di vita. Dei 35 anni che visse, almeno 13 li passò da "pellegrino" sulla strada. A giusto titolo perciò lo si definì "il vagabondo di Dio" o anche "lo zingaro di Cristo", espressioni ben più tenere che non "santo dei pidocchi", come venne pure denominato. Benedetto Giuseppe Labre nacque ad Amettes, presso Arras, il 26 marzo 1748, primo di 15 figli di modesti agricoltori. Fece qualche studio presso la scuola del villaggio e apprese i primi rudimenti del latino presso uno zio materno. Portato più alla vita contemplativa che al sacerdozio, sollecitò invano dai genitori il permesso di farsi trappista. Solo a diciotto anni poté fare richiesta d'ingresso alla certosa di S. Aldegonda, ma il parere dei monaci fu contrario. Stessa ripulsa ricevette dai cistercensi di Montagne in Normandia, dove giunse dopo aver percorso a piedi 60 leghe in pieno inverno. Solo sei settimane durò il suo soggiorno nella certosa di Neuville, e poco di più rimase nell'abbazia cistercense di Sept-Fons, di cui però avrebbe sempre portato la tunica e lo scapolare di novizio. A 22 anni prese la grande decisione: il suo monastero sarebbe stato la strada, e più precisamente le strade di Roma. Nel sacco di povero pellegrino portava tutti i suoi tesori: il Nuovo Testamento, l'Imitazione di Cristo e il breviario che recitava ogni giorno; sul petto portava un crocifisso, al collo una corona e tra le mani un rosario. Mangiava appena un tozzo di pane e qualche erba; non chiedeva la carità e, se la riceveva, si affrettava a renderne partecipi gli altri poveri, anche a rischio che il donatore, scorgendovi un gesto di scontentezza, facesse seguire alla moneta una gragnuola di bastonate (come effettivamente avvenne un giorno). Di notte riposava tra le rovine del Colosseo e le sue giornate le passava nella preghiera contemplativa e nei pellegrinaggi ai vari santuari: uno dei più cari al suo cuore fu quello di Loreto. Morì logorato dagli stenti e dall'assoluta mancanza d'igiene il 16 aprile 1783, nel retrobottega del macellaio Zaccarelli, presso la chiesa di S. Maria dei Monti, in cui venne sepolto tra grande concorso di popolo. Venne canonizzato nel 1881 da Leone XIII. La Chiesa ne fa memoria il 16 aprile. (Autore: Piero Bargellini, da Internet, santi e beati)
S. Alfonso M. de’ Liguori (1696 – 1787). Alfonso Maria de Liguori - missionario, fondatore della Congregazione del Santissimo Redentore (C. Ss. R.), vescovo, dottore della Chiesa, patrono del confessori e dei moralisti - nacque a Marianella, presso Napoli, il 27 settembre 1696, e morì a Pagani (Salerno) il primo agosto 1787. Compiuti in casa, come tutti i ragazzi di nobili famiglie, gli studi letterari e scientifici, nei quali ebbero la loro parte rilevante anche la pittura e la musica (è sua la canzoncina natalizia "Tu scendi dalle stelle" ), nel 1708 si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza all'università di Napoli, dove si laureò col massimo dei voti in diritto civile ed ecclesiastico appena sedicenne, con quattro anni di anticipo sull'età richiesta dalle leggi del tempo. Dopo dieci anni di memorabili successi come avvocato nel foro napoletano, a causa di una violenta delusione morale dovuta a interferenze politiche in una causa dai grandi risvolti sociali, decise di farsi prete. Ricevuta l'ordinazione sacerdotale il 21 dicembre 1726, cominciò immediatamente a svolgere il suo ministero in mezzo al popolo più abbandonato e più bisognoso di aiuti spirituali. Osservando la miseria di tante anime, non riusciva a darsi pace né si concedeva riposo. Si portava dovunque: nei paesi intorno al Vesuvio, lungo la costa amalfitana, nelle sparute e dimenticate contrade di campagna lungo gli Appennini della Puglia e della Calabria, dove il clero locale, pur numeroso, rifiutava di andare. La salvezza di quelle anime era la sua idea dominante, l'elemento catalizzatore di tutte le sue energie e delle straordinarie doti intellettuali. E per rendere la sua opera più profonda e duratura, e per giungere con la sua azione di salvezza anche dove non poteva arrivare con la voce, e per andare oltre il tempo della sua esistenza terrena ed oltre gli spazi - troppo ristretti per il suo zelo evangelico - del Regno di Napoli, fondò un istituto essenzialmente missionario e si diede, con altrettanto entusiasmo, all'apostolato della penna. Come scrittore, sant'Alfonso è popolarissimo. Pubblicò centoundici opere tra grandi e piccole. Alcune di esse hanno raggiunto centinaia di edizioni in gran parte delle lingue del mondo. Quelle di ascetica e di spiritualità si ristampano continuamente ancora oggi: Uniformità alla volontà di Dio; Modo di conversare continuamente e alla familiare con Dio; Pratica di amare Gesù Cristo; Visite al Ss. Sacramento e a Maria santissima; Meditazioni sulla Passione di Nostro Signore Gesù Cristo; Glorie di Maria; Massime eterne; Necessità della preghiera. Nel 1748 stampava la sua THEOLOGIA MORALIS, l'opera per la quale il papa Leone XIII lo definì "il più insigne e il più mite dei moralisti". Come fondatore Alfonso de Liguori sta continuando ancora oggi la sua missione di annunciatore della salvezza attraverso gli oltre 5.600 discepoli (i missionari redentoristi) in oltre 60 paesi dei cinque continenti. La Congregazione del Ss. Redentore, da lui fondata a Scala (Salerno) il 9 novembre 1732, ha lo scopo di "continuare l'esempio del nostro Salvatore Gesù Cristo in predicare alle anime più abbandonate, specialmente ai poveri, la divina parola". E si impegna a raggiungere questa finalità prima di tutto con le missioni popolari e con la predicazione degli esercizi spirituali. All'occorrenza i congregati accettano la predicazione in terre straniere, particolarmente in quelle del terzo mondo (i Redentoristi italiani hanno aperto, già da alcuni decenni, una missione in Paraguay e una in Madagascar). Anche se raramente, essi si fanno carico dell'insegnamento nelle scuole e della cura di parrocchie. Nel 1762 Alfonso fu eletto vescovo di Sant'Agata dei Goti (Benevento). Ma dopo 13 anni dovette rinunciarvi a causa dell'artrite deformante. Canonizzato nel 1839, fu dichiarato dottore della Chiesa nel 1871, patrono dei confessori e dei moralisti nel 1950. La Chiesa ne celebra la memoria il primo agosto. (Autore: Padre Ezio Marcelli, da Internet, santi e beati)
San Vincenzo M. Strambi (1745 – 1824) Nacque il 1° gennaio 1745 a Civitavecchia, dove il padre aveva aperto una farmacia. A 15 anni, vinte le resistenze del genitore, il 4 novembre 1762 entrò nel seminario di Montefiascone ricevendo la tonsura e gli Ordini minori. Frequentò il Collegio Nuovo di Roma , uditore dei domenicani a Viterbo. Divenne diacono il 14 marzo 1767 a Bagnoregio ove poi a novembre entrò come Rettore del Seminario. Fu consacrato sacerdote sempre a Bagnoregio il 19 dicembre 1767. Chiamato per vocazione ad una vita più religiosa trovò la sua strada nella Congregazione dei Passionisti di san Paolo della Croce, dopo essere stato respinto dai Lazzaristi e dai Cappuccini. Novizio con il nome di Vincenzo Maria e nonostante parecchie obiezioni del padre, poté fare la sua professione il 24 settembre 1769. Iniziò e poi divenne famoso come predicatore, da solo o in gruppo di missionari fra la gente dell’Italia Centrale, esercitò varie volte l’apostolato insieme a s. Gaspare del Bufalo. Popolarissimo a Roma predicò più volte anche davanti al Collegio Cardinalizio. Salì molti gradi nella gerarchia del suo Ordine, fino a diventare postulatore generale dal 1792 alla morte. Fu direttore spirituale di tante anime elette come la ven. Luisa Maurizi e la beata Anna Maria Taigi. Il 5 luglio 1801, venne nominato vescovo di Macerata e Tolentino. Costruì un nuovo seminario in cui profuse ogni attenzione, come la scelta dei professori, l’accoglienza personale di ogni singolo seminarista, teneva personalmente lezioni ogni settimana favorì le lezioni di canto gregoriano. Con la filatura della canapa creò un giro economico per aiutare i poveri. Ampliò l’orfanotrofio dei Padri Somaschi, e il Conservatorio di Tolentino, eresse un ricovero per i vecchi. Particolare attenzione la diede all’organizzazione del catechismo con scuole appropriate e anche per gli adulti. Rifiutò di prestare giuramento di fedeltà all’imperatore Napoleone, secondo le leggi vigenti, che purtroppo videro lo scioglimento e la dispersione di vari Ordini religiosi e per questo fu relegato a Novara per un anno e nell’ottobre 1809 venne trasferito a Milano ospite dei Barnabiti e poi di varie persone dell’alta borghesia e nobiltà. Il Papa, dietro le sue pressanti richieste lo esonerò dalla sede vescovile di Macerata e lo volle presso di sé come consigliere, compito che espletò per quaranta giorni; colpito da apoplessia, morì il 1° gennaio 1824, (nello stesso giorno che era nato), fu sepolto nella basilica dei ss. Giovanni e Paolo. Il 12 novembre 1957 il suo corpo venne traslato nella chiesa di s. Filippo in Macerata. Delle sue opere di ascetica e devozione sono state stampate molte edizioni. Beatificato il 26 aprile 1925 da Pio XI, canonizzato da Pio XII l’11 giugno 1950. Nel calendario proprio della Congregazione dei Passionisti la memoria viene celebrata il 24 Settembre. La Chiesa ne fa memoria il primo gennaio. (Autore: Antonio Borrelli, da Internet, santi e beati)
San Giuseppe Maria Pignatelli (1737 – 1811) Giuseppe Pignatelli nacque a Saragozza, in Spagna, il 27 dicembre 1737, dal principe Antonio e dalla marchesa Francesea Mancavo. Dodicenne entrò con il fratello Nicola nella Compagnia di Gesù, dove diede mirabili prove di eroismo e di virtù. A quindici anni, l’8 maggio 1751, entrò nel noviziato della provincia aragonese, una casa santificata dalla presenza di S. Pietro Claver, l’apostolo dei negri. Vi si distinse nella pietà, nello studio e nell’esercizio della carità. Chiese insistentemente di essere mandato nelle Missioni fra gli Indiani d’America, ma i suoi voti non poterono essere appagati: la sua salute era molto cagionevole: si riebbe però, e nel dicembre del 1762 fu ordinato sacerdote. Posto come insegnante di grammatica nel collegio di Saragozza, mostrò una particolare finezza pedagogica, unendo all’istruzione l’insegnamento pratico della virtù. Nel contempo visitava le carceri prendendosi cura speciale dei condannati a morte, ciò che gli valse il nomignolo popolare di padre degli impiccati. Già uomo di consiglio, benché appena trentenne, era largamente consultato: il suo zelo si impiegava inoltre nella difesa della Compagnia, fatta oggetto di una ignominiosa guerra. Tra il 1759 e il 1768 i Gesuiti furono cacciati dai domini del Portogallo, disciolti in Francia, deportati dalla Spagna, dal Regno delle due Sicilie, da Parma e Piacenza e da Malta. Dalla Spagna i Gesuiti furono imbarcati su tredici navi mercantili, scortate da tre corvette reali al comando di Antonio Carcelò, e deportati negli Stati Pontifici. Ma c’era un altro pilota in quella flotta di profughi, Giuseppe Pignatelli, che da quel giorno prese il timone della dispersa Compagnia, e con l’aiuto di Dio, la condusse sicura attraverso i mari e le città d’Italia, pur fra nuove e più violente tempeste. Il papa Clemente XIII protestò solennemente con la bolla “Apostolicum”, contro le espulsioni dei Gesuiti, ma ottenne effetto contrario. La rivoluzione francese e poi in seguito le guerre napoleoniche crearono attorno a lui una situazione di incertezza e di timore: ma alla fine, il Beato vinse. A Colorno, nel ducato di Parma, poi a Roma e a Napoli potè ristabilire case della sua diletta Compagnia, dove morì il 15 novembre 1811. Pio XI lo ascrisse tra il numero dei beati il 28 maggio 1933. Venne proclamato santo da Pio XII il 12 giugno 1954. (Autore: Antonio Galuzzi, da Internet, santi e beati)
| ||||||||
|
|