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Il '600 Con la morte di Papa Clemente VIII comincia a manifestarsi quel fenomeno doloroso che consiste nell’ingerenza degli Stati per la elezione del Sommo Pontefice. Il fatto in sé rivela sia la debolezza della Chiesa che é condizionata e strumentalizzata da forze esterne ed estranee alla sua missione, sia l’importanza che le singole professioni religiose possono esercitare sui futuri destini almeno dell’Europa. Nel conclave del 1605 alla morte di papa Clemente VIII, le due principali potenze politiche cattoliche del momento, la spagnola e la francese entrano di peso per la scelta del candidato. . Il partito italiano, guidato dal cardinale Aldobrandini, parente del defunto papa Clemente VIII, finisce con l'unirsi al partito filo-francese e il cardinale Medici viene, infatti, eletto il primo aprile 1605. Sceglie il nome di Leone XI in onore del passato parente Leone X, ma lo stesso giorno della sua incoronazione il 10 aprile, Leone XI si ammala, morendo dopo appena ventisette giorni dalla sua elezione. Quando ancora il latino, nella Chiesa é la lingua ufficiale, proprio in relazione alla brevità del ministero di Papa Leone XI, qualcuno scrive con arguzia questo motto "magis ostentus quam datus" (più mostrato che dato), in relazione proprio alla brevità del papato. Alla morte di Leone XI, in conclave sono gli stessi Cardinali che, condizionati dalle nazioni d’origine pongono il veto nei confronti dei cardinali Cesare Baronio e Roberto Bellarmino, considerati intransigenti ed avversi a Filippo III di Spagna; l'accordo viene trovato il 16 maggio sul Cardinal Borghese che prende il nome di:
Papa Paolo V, nato Camillo Borghese (dal 1605 al 1621) Il suo carattere é abbastanza severo e poco incline ai compromessi; avvocato più che diplomatico, fortemente convinto dell'esigenza di riaffermare il potere della Chiesa romana, ne difende i diritti con tutte le sue forze. Per questo motivo fa riordinare i fondi archivistici della Biblioteca Apostolica costituendo il primo nucleo dell'Archivio Segreto Vaticano. Il Papa prende delle decisioni significative come quella di mandare nelle rispettive Diocesi i Vescovi titolari; purtroppo pure lui pecca di nepotismo nominando cardinale Scipione Borghese, figlio di suo fratello. Si mette contro Enrico IV che non mette in atto i decreti del Concilio di Trento come pure contro le Repubbliche di Genova e di Lucca, i duchi di Parma e Savoia e la Serenissima che interviene troppo spesso su problemi di carattere ecclesiastico. Venezia, per difendersi, nomina come proprio avvocato Paolo Sarpi, religioso servita, che viene nominato il 28 gennaio come consultore; è lui che anticipa i vari concordati definendo sfere separate il potere secolare dal potere ecclesiastico. Tutti i cittadini della Repubblica continuano ad andare regolarmente a messa, visto che viene dato l'ordine al clero veneziano di non fare menzione della scomunica; tutto il clero si schiera con il Senato ed il governo della città, ad eccezione dei Gesuiti, dei Teatini e dei Cappuccini, con il risultato che i primi vengono espulsi a forza dal Senato in quanto vogliono obbedire alle disposizione del Papa pur restando nei territori di Venezia, i secondi ed i terzi se ne vanno di loro spontanea scelta. Si continua a celebrare le messe e la festa del Corpus Domini viene svolta con un'impressionante pompa e magnificenza, per fare dispetto al Papa. Un allentamento della tensione viene superato con la mediazione sia della Spagna che della Francia. La Repubblica riaccoglie i Teatini ed i Cappuccini, ma non i Gesuiti, comminando anzi severe pene a chi osasse educare i figli da loro fuori dallo Stato Difficoltà di intesa a livello internazionale Paolo V le incontra anche con l'Inghilterra. La prima edizione della Bibbia di Re Giacomo (1611), l'ascesa al trono di Scozia e Inghilterra del figlio della cattolica Maria Stuarda, Giacomo I Stuart, nel 1603, incoraggia Paolo V ad intervenire attivamente nella politica religiosa inglese. Ma il suo intervento non ottiene alcun risultato perché il re pretende un giuramento di fedeltà da tutti i suoi sudditi, nel quale si antepone l'interesse del re a qualsiasi altro dovere. Paolo V condanna solennemente questa normativa che finisce per accentuare la divisione dei cattolici inglesi in lealisti e papisti. Paolo V, nel 1616, deve affrontare anche il caso Galileo Galilei, dopo che il Cardinale Bellarmino aveva, su suo ordine, avvertito lo scienziato di non sostenere o difendere le idee eliocentriste di Copernico fino all'avvenuta dimostrazione della conquista scientifica. Con la ricerca di Galilei, si afferma, nel pensiero occidentale, il metodo induttivo che partendo dalla osservazione dei fenomeni, giunge a codificare delle leggi di carattere matematico. Anche questo Papa cura e protegge gli artisti come i pittori Guido Reni, ed il Caravaggio. Procede alla canonizzazione di Carlo Borromeo (1 novembre 1610) e alla beatificazione di Ignazio di Loyola, San Filippo Neri, Teresa d'Avila, e Francesco Xavier. Amante dell’arte, affida a Carlo Maderno la radicale modifica del progetto michelangiolesco della Basilica di San Pietro, modificandone la pianta e iscrivendo nel timpano, al centro del nuovo amplissimo frontone, una gigantesca iscrizione «in honorem principis apost(olorum) Paulus V Burghesius pont(ifex) max(imus) an(no) MDCII pont(ificati) VII»). Affida inoltre a Flaminio Ponzio l'ampliamento del Palazzo del Quirinale e la ristrutturazione della piazza. Si spegne il 28 gennaio 1621 e la sua tomba si trova nella cappella Paolina della Basilica di Santa Maria Maggiore di Roma, da lui ordinata al Maderno.
A Paolo V succede Gregorio XV, al secolo Alessandro Ludovisi (dal 1621 – al 1623) Molto erudito, manifesta uno spirito riformatore; il suo pontificato é segnato dalla canonizzazione di Santa Teresa d'Avila, Francesco Saverio, Ignazio di Loyola e Filippo Neri. Fonda la Congregazione “ De Propaganda Fide”, incaricata della diffusione della fede. Eleva Parigi ad arcidiocesi e promuove cardinale Armand-Jean de Richelieu. Muore due anni e cinque mesi dopo la sua elezione, in una torrida giornata estiva, l'8 luglio del 1623, nel Palazzo del Quirinale. E’ sepolto nella chiesa di Sant'Ignazio.
Papa Urbano VIII, nato Maffeo Barberini (dal 1623 –al 1644) Di nobile famiglia fiorentina, a soli venti anni entra, come avvocato, nell'amministrazione dello Stato Pontificio ove svolge una lunga e prestigiosa carriera, coronata anche dall'incarico di Nunzio apostolico a Parigi. Morto lo zio che, da giovane, lo ha ospitato a Roma, ne eredita il cospicuo patrimonio, con il quale acquista un prestigioso palazzo, arredandolo in maniera estremamente sfarzosa, sullo stile rinascimentale, lussuoso a tal punto da diventare il personaggio più in vista e importante della città. Il Sacro Collegio si riunisce in Conclave il 19 luglio del 1623 e subito cominciano le schermaglie tra le due fazioni presenti, quella filofrancese e quella filospagnola, disattendendo totalmente quanto papa Ludovisi aveva stabilito mediante le due Bolle emanate qualche anno prima. I lavori del Conclave sono condizionati, tra l'altro, anche dalle vicende del grande conflitto in corso nell'Europa centrale che ha avuto inizio nel 1618 e che è noto come "guerra dei trent'anni", ovvero un grande conflitto di religione che causa un'autentica decimazione di genti e di città. Ci vuole la malaria a spingere per la conclusione del conclave in cui si annuncia l’elezione a Sommo Pontefice il cardinale Maffeo Barberini, fiorentino. Ha 55 anni. Per chi ha studiato le vicende politiche di questo secolo conosce bene la potenza diplomatica del Card. Richelieu, primo ministro di Luigi XIII, che, preoccupato più del suo progetto politico che del bene della Chiesa riesce a convincere perfino il Papa a lasciare il cattolicissimo Impero asburgico per allearsi con Inghilterra, Olanda e Danimarca, tutti paesi protestanti. Sul piano dei rapporti internazionali, come detto, il papato di Urbano VIII si svolge tutto in contemporanea alle vicende legate alla Guerra dei trent'anni, di cui il Pontefice non riuscirà a vedere la conclusione. Le vicende politiche di quegli anni arrivate tutte a conclusione negativa con una riaffermazione della supremazia protestante, non permettono al Papa di preoccuparsi di ben altro problema spirituale come il diffondersi, proprio in Francia, del Giansenismo. La sua debolezza nei confronti dei familiari lo porta a dissanguare le casse dello Stato e da qui il ricorso ad elevate tassazioni esclusivamente verso il popolo, facendo salvi i privilegi della classe nobiliare e del clero. Malgrado la rigida censura, fioccano su di lui numerosissime Pasquinate. E’ durante il suo pontificato che nasce quella forma artistica che prende il nome di “periodo barocco”, ma con una particolarità di questo pontificato che consiste nella produzione di opere d’arte realizzate a danno di altre monumentali opere antiche pervenute a lui, pressoché intatte, e che hanno sfidato per secoli l'incuria degli uomini e l'inclemenza del tempo. Da qui il detto rimasto nella storia a significare il rimaneggiamento in campo artistico: “ Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini”. Il baldacchino in bronzo sull'altare maggiore al centro della crociera della Basilica di San Pietro, opera del Bernini, è, forse, la più alta espressione della scultura barocca. Oltre a Gian Lorenzo Bernini, Urbano VIII affida la realizzazione di numerose opere anche ad altri prestigiosi artisti, quali Andrea Sacchi, Pietro da Cortona e Carlo Maderno; a quest’ ultimo si deve la sistemazione del palazzo apostolico di Castel Gandolfo, come lo vediamo ancora oggi. Vengono costruiti la Biblioteca Barberini ed il Palazzo Barberini ai piedi del Quirinale, il Palazzo di Propaganda Fide, la fontana del Tritone e numerose Chiese. In campo militare procede al potenziamento di Castel Sant'Angelo. Il Pontefice si spegne il 29 luglio 1644. La Basilica di San Pietro raccoglie le spoglie mortali di Urbano VIII in un monumento funebre realizzato da Gian Lorenzo Bernini in bronzo e marmo. Abbiamo già accennato al caso Galileo che, sotto il suo pontificato, subisce alterne vicende. Maffeo Barberini, quando era cardinale, aveva preso le sue difese tanto che, sul finire del 1623, Galilei dà alle stampe un volume intitolato “Il Saggiatore”, con dedica al nuovo Pontefice. In quest'opera lo scienziato, trattando del moto delle comete e di altri corpi celesti, conferma indirettamente la validità della teoria copernicana. Inoltre sostiene che la conoscenza progredisce sempre, senza mai assestarsi su posizioni dogmatiche. In altri termini l'uomo ha il diritto-dovere di ampliare la conoscenza senza mai aver la pretesa di pervenire alla verità assoluta. Questa posizione, secondo lo scienziato, non é per nulla in contrasto con la Fede. L'opera di Galilei é valutata positivamente da Urbano VIII. Il Papa riceve ufficialmente lo scienziato a Roma nel mese di aprile del 1624 e lo incoraggia a riprendere i suoi studi sul confronto tra i massimi sistemi, purché il confronto avvenga soltanto su basi matematiche. Il 21 febbraio del 1632 viene pubblicato il “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”, in cui viene dimostrata la validità del sistema eliocentrico. Nel mese di luglio del 1632, l'Inquisizione di Firenze ordina di ritirare tutte le copie in commercio del Dialogo e ordina allo scienziato di presentarsi a Roma per il processo; cosa che avviene Il 12 aprile del 1633 quando Galilei si presenta a Roma ed é arrestato. Dopo l’atto di abiura, che gli viene imposto, Galilei é trasferito prima a Pisa e poi nella sua casa di Arcetri, dove gli é concesso di espiare il carcere tra le mura domestiche in considerazione della sua anzianità. Ha già 66 anni. Negli anni a venire sopraggiunge anche la cecità che poi lo porta alla morte avvenuta nel gennaio del 1642. Si sa quali interpretazioni negative sono state date sulle scelte operate dalla Chiesa nei riguardi dell’illustre scienziato, contrastato però da teologi di chiara fama come il Cardinale Bellarmino. E’ doveroso ricordare che, a dispetto di coloro che si servono di questo caso increscioso pur di contrastare la Chiesa, il grande scienziato rimase saldo nella sua fede e seppe anche fornire la giusta chiave di lettura della Sacra Scrittura lasciata ai credenti in questi termini: “La Bibbia insegna come si va in cielo e non come è fatto il cielo”. Nello stesso periodo, in Francia, domina la figura del filosofo René Descartes detto in volgare, Cartesio (1596 – 1650). Con il suo famoso “Discorso del metodo” cerca e ritiene di aver trovato una guida per l'orientamento dell'uomo nel mondo. Con il suo “cogito, ergo sum” sostiene che la ragione rappresenta il principio fondamentale della conoscenza, e solo attraverso essa, gli uomini riescono a produrre "idee chiare e distinte" per conoscere la realtà.
Il Papa Innocenzo X, nato Giovanni Battista Pamphilj (dal 1644 – al 1655) Subito dopo la sua elezione, Innocenzo X intraprende un'azione legale contro la famiglia Barberini per malversazione di denaro pubblico e confisca i loro beni; essi fuggono a Parigi e si mettono sotto la protezione del Cardinale Mazarino. L’avvenimento più importante accaduto durante il pontificato di Innocenzo X è la fine della Guerra dei Trent'anni, con la pace di Pace di Westfalia (1648). Queste le clausole: · ogni confessione gode di libertà di culto; cattolici e protestanti sono pari di fronte alla legge; · ogni principe deve dichiarare quale sia la sua religione, ed i suoi sudditi lo devono seguire ( è il principio del “cuius regio eius et religio”); · i domini ecclesiastici vengono incamerati dagli Stati. Innocenzo X protesta per l’incameramento dei beni della Chiesa, ma la protesta della Santa Sede viene completamente ignorata. Con la bolla "Adpropinquat dilectissimi filii" del 4 maggio 1649, Innocenzo X proclama il XIV Giubileo. La vigilia di Natale dello stesso anno, il Papa in persona apre la Porta Santa. Come già avevano fatto i suoi predecessori, provvede al blocco degli sfratti e degli affitti e a sospendere tutte le indulgenze eccetto quella della Porziuncola. Roma viene visitata da circa 700.000 pellegrini, e, per l’occasione, si convertono al cattolicesimo anche un certo numero di protestanti. A causa della massiccia presenza di pellegrini, il Papa riduce il numero delle visite alle basiliche da sette a quattro. Fuori dalle quattro basiliche spesso avvengono anche scontri tra le varie confraternite per questioni di precedenza. La cerimonia più importante dell’anno é la messa celebrata in Piazza Navona dal Papa stesso. Durante l’anno giubilare Alessandro Algardi scolpisce la statua di Innocenzo X in Campidoglio( fa sorridere il vedere quel capolavoro quando ai suoi piedi si firmano dei trattati o stazionano personaggi che non hanno nulla a che vedere con la fede n.d.r.); il Bernini scolpisce l'estasi di Santa Teresa, e il Borromini completa i lavori di San Giovanni in Laterano. Inoltre, hanno inizio i lavori per la costruzione del palazzo di Montecitorio. La figura del Papa consegnata alla storia è stata immortalata nel dipinto di Diego Velázquez. Capolavoro artistico di Innocenzo X é la sistemazione di Piazza Navona, iniziata nel 1647 con il posizionamento dell’obelisco ritrovato nel Circo di Massenzio sulla Via Appia. Nel 1650 il Papa bandisce una gara d'appalto per la costruzione della Fontana dei Quattro Fiumi inaugurata nel 1651 e pagata con i proventi delle tasse sul pane, sul vino e su altri generi di consumo, che attirano sul Papa una fortissima impopolarità. La più importante delle sue decisioni dottrinarie é la condanna dell’opera di Giansenio, l'Augustinus, in cui si afferma che: 1. Alcuni precetti di Dio sono impossibili da osservare, neppure dai giusti, per la mancanza della grazia necessaria; 2. Alla grazia interiore, nello stato di natura decaduta, l'uomo non può resistere; 3. L’uomo è intrinsecamente corrotto; anche il solo “bicchiere d’acqua fresca” non è mai mosso da vera carità 5. È un errore semipelagiano affermare che Cristo è morto per tutti. Alla condanna delle tesi del 31 maggio 1653, Blaise Pascal interviene negando che le proposizioni riflettono la vera dottrina di Giansenio. La Compagnia di Gesù fa una lotta spietata a quest'eresia. Gli agostiniani si trovano in gravi difficoltà, perché vengono accusati di approvare le dottrine di Michele Baio e di Giansenio, entrambi lettori di Sant'Agostino. Innocenzo X muore il 7 gennaio 1655 e viene sepolto in sant'Agnese in Agone, la Chiesa che si affaccia su Piazza Navona.
Gli succede Papa Alessandro VII, nato Fabio Chigi (dal 1655 – al 1667) Egli incoraggia l'architettura e giustamente viene riconosciuto come colui che ha intuito il genio di Gian Lorenzo Bernini. Ordina la Scala Regia, l'altare della Cattedra nella Basilica di San Pietro, ed in particolare finanzia la costruzione del magnifico colonnato del Bernini nella piazza della basilica vaticana. Durante il regno di Alessandro VII avviene la conversione della Regina Cristina di Svezia, che, dopo la sua abdicazione, viene a vivere a Roma. E’ fermo nella condanna delle teorie gianseniste, proibisce nel 1661 la traduzione del messale romano in lingua francese, e nel 1665 canonizza Francesco di Sales. Papa Alessandro muore nel 1667, commemorato da una spettacolare tomba di Gian Lorenzo Bernini in San Pietro in Vaticano.
Gli succede Papa Clemente IX, nato Giulio Rospigliosi (dal 1667 – al 1669) Il suo é un pontificato di breve durata. Nella controversia giansenista il Papa riesce a ricomporre la rottura con il clero francese. La conciliazione formalizzata nel breve apostolico del 2 febbraio 1669, detta pace clementina, contribuisce alla pacificazione generale. Tuttavia, il giansenismo continua ad espandersi ed il comportamento del Papa é visto come un segno di debolezza. Uomo di profonda devozione, vive la sua missione pontificale con il massimo zelo. Fa porre un confessionale in San Pietro ed ogni giorno scende ad amministrare il sacramento. Ogni giorno accoglie alla sua mensa 13 poveri, che spesso serve personalmente. Spesso visita gli ammalati dell'Ospedale di San Giovanni. Clemente IX viene colto da un colpo apoplettico nella notte tra il 28 ed il 29 novembre 1669. La morte sopravviene il 9 dicembre.
Viene eletto Clemente X, nato Bonaventura Altieri ( dal 1670 – al 1676) Altieri però accenna inizialmente ad un rifiuto, vista la sua età ormai avanzata ( 80 anni) ed esclama: "Sono troppo vecchio per affrontare una responsabilità così grande; non ho più forza e memoria", ma, nonostante il suo dissenso, viene nominato papa l' 11 maggio. La favola racconta che é trascinato giù dal suo letto mentre grida "Non voglio essere Papa”. Con grande sorpresa dei cardinali, Clemente X si rivela tuttavia un pontefice relativamente attivo per la propria età. Il Papa si avvale tuttavia di un suo parente acquisito, il cardinale Paluzzi degli Albertoni, per occuparsi dei compiti che non é in grado di svolgere a causa dell'età. Clemente X dona un contributo finanziario a re Giovanni III Sobieski di Polonia nella sua lotta contro i Turchi. Continuano le tensioni con la Francia sulle questioni ecclesiastiche. Riposa nella basilica di San Pietro; la sua tomba monumentale è opera di Mattia De Rossi.
Papa, Beato Innocenzo XI, dal nome civile di Benedetto Odescalchi (dal 1676- al 1689) Nato a Como nel 1611, é figlio di Livio Odescalchi, nobile comasco e di Paola Castelli Giovanelli da Gandino. Rimasto orfano del padre nel 1626, viene educato nelle scienze umanistiche presso il collegio locale e poi trasferito a Genova, presso l'azienda dello zio Papirio. Nel 1630 sopravvive alla peste manzoniana (della quale é vittima la madre). Gli Odescalchi sono coraggiosi e fortunati imprenditori. Nel 1619, infatti, proprio a Genova il fratello del futuro papa con tre zii fonda un banco d'affari, che, in pochi anni, fiorisce rapidamente. A metà degli anni ’30 Benedetto si trasferisce a Roma per studiare dove si laurea il 21 novembre 1639 in utroque iure. Si lega di amicizia col conterraneo Luigi Omodei, avviato alla porpora cardinalizia, che poi esercita il ruolo di suo consigliere dopo la sua elezione al soglio pontificio. Nominato Commissario alle finanze prima nelle Marche e poi a Ferrara, viene elogiato per la sua accorta politica economica, la lotta alle frodi, la distribuzione di viveri e denaro ai poveri e il calmiere dei prezzi proprio negli anni di una prolungata carestia, tanto che sui muri della città emiliana si scrive «Viva il cardinale Odescalchi, padre dei poveri».
Nel 1647 papa Innocenzo X lo nomina cardinale, ed egli diventa legato pontificio a Ferrara e quindi vescovo di Novara per la semplicità del suo carattere, unito ad una benevolenza aperta e priva di egoismo. Costretto a stare lontano da Novara, nel 1656, Odescalchi chiede al Papa di essere esonerato dal compito di vescovo residenziale, così da rispettare i principi del Concilio di Trento. Due mesi dopo la morte di papa Clemente X (22 luglio 1676) egli viene, nonostante l'opposizione francese, scelto come suo successore. Eletto Papa fa chiudere i teatri di Roma permettendo l'esecuzione esclusivamente di musica sacra, meritandosi il soprannome, dal dialetto lombardo, di "papa minga". Si impegna nella lotta al nepotismo e nelle battaglie per il risanamento finanziario, condanna l'usura e perfino, anticipando i tempi, contro il commercio degli schiavi. Deplora esplicitamente l'uso della forza da parte di Luigi XIV contro gli ugonotti adducendo il motivo evangelico: “…questo metodo non é il migliore, giacché Cristo non se ne era servito per convertire il mondo”. Innocenzo muore dopo un lungo periodo di semi infermità, il 12 agosto 1689. La causa per la sua canonizzazione viene aperta nel 1714, ma l'influenza della Francia costringe alla sua sospensione nel 1744. Nel XX secolo la causa è stata reintrodotta e papa Pio XII proclama la sua beatificazione il 7 ottobre 1956. La sua memoria é celebrata il 12 agosto.
Papa Alessandro VIII, nato Pietro Vito Ottoboni (dal 1689 – al 1691) Per l’elezione di questo Papa continuano gli strascichi conflittuali con gli Stati. Papa Innocenzo XI si era trovato in perenne conflitto con il re di Francia Luigi XIV, in quanto si era opposto al gallicanesimo, tanto che, per reazione, Luigi XIV aveva occupato la cittadina pontificia di Avignone. L'ambasciatore in Roma di Luigi XIV riesce a far eleggere il 6 ottobre 1689 il Cardinale Ottoboni, considerato più vicino al sovrano francese. Invertendo le politiche economiche del predecessore, da un lato sostiene che per aiutare i più poveri è necessario abbassare le tasse, ma in contemporanea sottrae fondi dalle casse pontificie mandandole in dissesto. A ciò si aggiunga anche il ritorno improvvido ad una forma di nepotismo. Muore nel 1691; il suo sepolcro è nelle Grotte Vaticane.
Papa Innocenzo XII, nato Antonio Pignatelli di Spinazzola ( dal 1691 – al 1700) Alla morte di Alessandro VIII, il conclave si protrae per cinque mesi, ed egli viene eletto il 12 luglio, come candidato di compromesso tra i cardinali francesi e quelli residenti nel Sacro Romano Impero. Immediatamente dopo la sua elezione, prende posizione contro il nepotismo, che troppo a lungo é stato uno dei grandi scandali della Chiesa; la bolla Romanum decet Pontificem, emanata nel 1692, proibisce ai Papi in qualsiasi momento, di concedere proprietà, incarichi o rendite a qualsiasi parente; inoltre, solo un parente può essere innalzato al cardinalato. In tutto il suo pontificato rimane fedele a questo. Egli stesso disse "i poveri sono i miei nipoti", paragonando la sua beneficenza pubblica al nepotismo di molti dei suoi predecessori. Nel 1694 istituisce la Congregazione per la disciplina e la riforma degli Ordini Regolari, con l'intento di riformare la Chiesa orientandola verso una maggiore spiritualità. Il suo pontificato contrasta con quello di una serie di suoi predecessori, per la sua inclinazione verso la Francia invece che verso la Germania. Questo papa benevolo, pieno di abnegazione e pio, muore il 27 settembre 1700. E’ sepolto nella basilica vaticana.
Nel descrivere lo sviluppo della storia della Chiesa attraverso i Sommi Pontefici, già abbiamo messo in evidenza la figura di un Papa, il beato Innocenzo XI salito agli onori degli altari; ora, non ci rimane che presentare le personalità eccezionali che hanno mostrato il volto più bello della Chiesa nella imitazione di Cristo:
San Giuseppe Calasanzio (31 luglio 1558 – Roma - 25 agosto 1648) A Peralta del Sal, in Aragona, si pensa che José de Calasanz sarà presto “canonigo”e, forse, anche vescovo. E’ prete dal 1583, dopo ottimi studi, con l’aiuto dei facoltosi genitori, ed è assai stimato dai vescovi, che gli danno incarichi d’importanza: tra questi, nel 1592, quello di andare a Roma per certe pratiche con la Santa Sede. Ma è un viaggio di sola andata. Giuseppe Calasanzio (come lo chiamano a Roma) durante l’iter delle pratiche fa catechesi e assistenza nei rioni popolari, scoprendo un universo giovanile di miseria e di ignoranza, con la criminalità conseguente. Il Concilio di Trento ha fatto nascere molte scuole festive di catechismo, a cura di parrocchie e confraternite; si fa già molto, rispetto a prima. Ma in lui matura un progetto completamente nuovo: salvare i giovani realizzandoli, con l’insegnamento della fede e della morale insieme a quello delle scienze umane, in scuole quotidiane e gratuite, con programmi graduati, classi successive, esami. Non è un progetto da lui studiato: ne realizza il modello novità dopo novità, mentre insegna nella scuola fondata dal parroco di Santa Dorotea in Trastevere, e trasformata via via da lui nella prima vera scuola popolare d’Europa (1597). Si trova fondatore quasi senza averlo voluto, con scolari che si affollano e per i quali trova nuove sedi. Per risolvere il problema capitale degli insegnanti, con l’approvazione di papa Paolo V, fonda nel 1617 la “Congregazione Paolina dei Poveri della Madre di Dio delle Scuole Pie”, formata da sacerdoti ed educatori, votati alla formazione cristiana e civile dei giovani mediante la scuola; sono i Padri Scolopi. Nel 1622 Gregorio XV costituisce gli Scolopi in Ordine Regolare con voti solenni e riconosciuta autorità, che favorisce la loro espansione in Italia e in Europa. Una crescita forse troppo impetuosa, non esente da imperfezioni, come ogni iniziativa nuova. A questo punto, ecco un’esperienza terribile per il Fondatore: veder morire la sua opera. E non per mano di nemici della fede: sono uomini di Chiesa, sono anche uomini suoi, quelli che lanciano durissime accuse all’opera e a lui. Denunciato al Sant’Uffizio, spogliato della sua autorità, vede l’Ordine declassato a semplice Congregazione senza voti, abbandonata da molti dei suoi figli spirituali. Lui fa coraggio ai pochi rimasti: "L’Ordine risorgerà!". Lo ripete fino alla morte, che lo coglie a 90 anni. Sant’Uffizio o no, i romani lo tengono per santo e vogliono che cominci al più presto la causa canonica. E Giuseppe sarà canonizzato: nel 1767, da Clemente XIII. Un po’ tardi. Ma già da cento anni l’Ordine è risorto, come lui aveva previsto. Nel 1948, Pio XII lo proclamerà anche “Patrono davanti a Dio di tutte le scuole popolari cristiane del mondo”. La Chiesa ne fa memoria il 25 agosto. (Autore: Domenico Agasso, da Internet, santi e beati)
San Lorenzo da Brindisi, francescano e dottore d. Chiesa,(1559 – 1621) Giulio Cesare Russo nacque da Guglielmo Russo ed Elisabetta Masella il 22 luglio 1559. Allorché intraprese gli studi nelle scuole esterne dei Francescani Conventuali di San Paolo Eremita in Brindisi, era già orfano del padre, scomparso dopo il 1561 e prima del 1565. Tra il 1565 e il 1567 prese l'abito dei conventuali e passò dalla scuola esterna a quella per oblati e candidati alla vita religiosa. In questo periodo, si collocano le prime sortite pubbliche del futuro santo; il riferimento è all'uso dei Conventuali di far predicare i fanciulli in determinate solennità. Il futuro santo, orfano ora anche di madre, è in notevoli difficoltà economiche. I parenti, fra questi Giorgio Mezosa suo insegnante presso i Conventuali, non pare se ne prendessero molta cura; è forse per questo che Giulio Cesare, quattordicenne, si trasferisce in Venezia presso uno zio sacerdote che dirigeva una scuola privata e aveva cura dei chierici di San Marco. La scelta, infatti, gli consente di proseguire i suoi studi e maturare la vocazione all'ordine dei Minori Cappuccini. Il 18 febbraio 1575 gli è concesso l'abito francescano e gli è imposto dal vicario provinciale, padre Lorenzo da Bergamo, il suo stesso nome: da quel momento sarà padre Lorenzo da Brindisi. Mandato a Padova a seguire i corsi di logica e filosofia e a Venezia quello di teologia, il 18 dicembre 1582 diviene sacerdote. La sua ascesa nell'ordine è rapida; nel 1589 è vicario generale di Toscana; nel 1594 provinciale di Venezia; nel 1596 secondo Definitore Generale; nel 1598 vicario provinciale di Svizzera; nel 1599 ancora Definitore Generale. In questo stesso anno è posto a capo della schiera di missionari che i cappuccini, su sollecitazione del pontefice, inviano in Germania. Qui, a divulgare e ad accrescere la sua fama di santità contribuì un episodio avvenuto nell'ottobre del 1601; il brindisino volle essere uno dei quattro cappellani necessari per assistere spiritualmente le truppe cattoliche nella campagna in atto contro i turchi ed il 9 ottobre giunse ad Albareale, l'attuale Székeshefer vár in Ungheria, ove era accampato l'esercito imperiale. Padre Lorenzo, quando il nemico sferrò l'attacco, fu d'esempio sia con la parola che coi comportamenti. I turchi lo ritennero un negromante e un mago, i cristiani un santo. Il 24 maggio 1602, quasi all'unanimità, padre Lorenzo viene eletto vicario generale dell'ordine; con l'alta carica gli è affidato il compito di visitare tutte le province oltre le Alpi. Nel triennio del generalato, il 1604, può tornare a Brindisi ove decide la costruzione di una chiesa sotto il titolo di Santa Maria degli Angeli con annesso monastero per le claustrali. Finanziatori dell'opera, che doveva svilupparsi sul luogo stesso in cui era la casa natale del santo, saranno il duca di Baviera, la principessa di Caserta e altre personalità che il cappuccino aveva avuto modo d'incontrare durante le sue missioni in Europa. Più volte, dopo il 1604, pensa di tornare a Brindisi e nel 1618 vi è ormai diretto quando è costretto a mutare itinerario e fermarsi a Napoli. Qui è convinto dal patriziato napoletano a recarsi in Spagna per esporre al re Filippo III le malversazioni del viceré don Pietro Giron duca di Ossuna. Il 25 maggio 1619, evitati sicari e ostacoli d'ogni genere, padre Lorenzo raggiunge il re a Lisbona; ricevuto il giorno seguente, a conferma delle sue parole soggiunse che era sicuro di ciò che riferiva quanto del fatto che presto sarebbe morto e che il re, se non avesse provveduto al bene dei propri sudditi, lo sarebbe stato entro due anni. Il 22 luglio del 1619, forse avvelenato, il brindisino moriva; il 31 marzo 1621, giusto l'ammonimento, si spegneva Filippo III che aveva continuato a favorire di fatto l'Ossuna. Padre Lorenzo sarà beatificato nel 1783 da Pio VI, canonizzato nel 1881 da Leone XIII, proclamato dottore della chiesa, col titolo di doctor apostolicus, nel 1959 da Giovanni XXIII. La Chiesa ne fa memoria il 21 luglio. (da Internet, santi e beati)
Santa Rosa da Lima (20 aprile 1586 – 24 agosto 1617) Nacque a Lima, capitale dell'allora ricco Perù, il 20 aprile 1586, decima di tredici figli. Il suo nome di battesimo era Isabella. Era figlia di una nobile famiglia, di origine spagnola. Il padre si chiamava Gaspare Flores, gentiluomo della Compagnia degli Archibugi, la madre donna Maria de Oliva. Per cui, il nome della Santa era Isabella Flores de Oliva. Ma questo sarà dimenticato in favore del nome che le diede, per la prima volta, la serva affezionata, di origine india, Mariana, che le faceva da balia, la quale, colpita dalla bellezza della bambina, secondo il costume indios, le diede il nome di un fiore. “Sei bella - le disse - sei rosa”. Fu cresimata per le mani dell'arcivescovo di Lima ed anche lui Santo, Toribio de Mogrovejo, che le confermò, tra l'altro, in onore alle sue straordinarie doti fisiche e morali, quell’appellativo datole dalla serva india. Rosa ad esso aggiunse “di Santa Maria” ad esprimere il tenerissimo amore che sempre la legò alla Vergine Madre del cielo soprattutto sotto il titolo di Regina del Rosario, la quale non mancò di comunicarle il dono dell'infanzia spirituale fino a farle condividere la gioia e l'onore di stringere spesso tra le braccia il Bambino Gesù. Visse un'infanzia serena ed economicamente agiata. Ben presto, però, la sua famiglia subì un tracollo finanziario. Rosa, che aveva studiato con impegno, aveva una discreta cultura ed aveva appreso l'arte del ricamo. Si rimboccò, quindi, le maniche, aiutando la famiglia in ogni genere di attività, dai lavori casalinghi alla coltivazione dell'orto ed al ricamo, onde potersi guadagnare da vivere. Sin da piccola aspirò a consacrarsi a Dio nella vita claustrale, ma il Signore le fece conoscere la sua volontà che rimanesse vergine nel mondo. Ebbe modo di leggere qualcosa di S. Caterina da Siena. Subito la elesse a propria madre e sorella, facendola suo modello di vita, apprendendo da lei l'amore per Cristo, per la sua Chiesa e per i fratelli indios. Come la santa senese vestì l'abito del Terz'ordine domenicano. Aveva vent'anni. Allestì nella casa materna una sorta di ricovero per i bisognosi, dove prestava assistenza ai bambini ed agli anziani abbandonati, in special modo a quelli di origine india. Sempre come Caterina, fu resa degna di soffrire la passione del Suo divino Sposo, ma provò pure la sofferenza della “notte oscura”, che durò ben 15 anni. Ebbe anche lo straordinario dono delle nozze mistiche. Fu arricchita dal suo Celeste Sposo altresì di vari carismi come quello di compiere miracoli, della profezia e della bilocazione. Dal 1609 si richiuse in una cella di appena due metri quadrati, costruita nel giardino della casa materna, dalla quale usciva solo per la funzione religiosa, dove trascorreva gran parte delle sue giornate in ginocchio, a pregare ed in stretta unione con il Signore e delle sue visioni mistiche, che iniziarono a prodursi con impressionante regolarità, tutte le settimane, dal giovedì al sabato. Nel 1614, obbligata a viva forza dai familiari, si trasferì nell'abitazione della nobile Maria de Ezategui, dove morì, straziata dalle privazioni, tre anni dopo. Grande, già in vita, fu la sua fama di santità. L'episodio più eclatante della sua esistenza terrena ce la presenta abbracciata al tabernacolo per difenderlo dai calvinisti olandesi guidati all'assalto della città di Lima dalla flotta dello Spitberg. L’inattesa liberazione della città, dovuta all’improvvisa morte dell’ammiraglio olandese, fu attribuita alla sua intercessione. Condivise la sofferenza degli indios, che si sentivano avviliti, emarginati, vilipesi, maltrattati soltanto a motivo della loro diversità di razza e di condizione sociale. Sentendosi avvicinare la morte, confidò “Questo è il giorno delle mie nozze eterne”. Era il 24 agosto 1617, festa di S. Bartolomeo. Aveva 31 anni. Il suo corpo si venera a Lima, nella basilica domenicana del S. Rosario. Fu beatificata nel 1668. Due anni dopo fu insolitamente proclamata patrona principale delle Americhe, delle Filippine e delle Indie occidentali: si trattava di un riconoscimento singolare dal momento che un decreto di Papa Barberini (Urbano VIII) del 1630 stabiliva che non potessero darsi quali protettori di regni e città persone che non fossero state canonizzate. Fu comunque canonizzata il 12 aprile 1671 da papa Clemente X. È anche patrona dei giardinieri e dei fioristi. È invocata in caso di ferite, contro le eruzioni vulcaniche ed in caso di litigi in famiglia. La Chiesa ne fa memoria il 23 agosto. Autore: Francesco Patruno, da Internet, santi e beati)
San Roberto Bellarmino (1542 – 17 settembre 1621) Nato a Montepulciano nel 1542 da una ricca e numerosa famiglia toscana e nipote di un papa (sua mamma era sorella di Marcello II), Roberto Bellarmino nel 1560 entrò nella Compagnia di Gesù, rinunciando a qualunque speranza di carriera umana. Eppure andò molto lontano. Studiò teologia a Padova e a Lovanio e nel 1576 divenne primo titolare della cattedra "de controversiis", cioè di apologetica o difesa dell'ortodossia cattolica all'Università Gregoriana, che in quell'epoca si chiamava Collegio Romano. In quegli anni tra i suoi alunni ci fu S. Luigi Gonzaga. Creato cardinale e arcivescovo di Capua nel 1599, probabilmente per tenerlo lontano da Roma nel momento culminante della controversia sulla grazia, alla morte di Clemente VIII potè tornare nella città di Pietro, dove esercitò un grande influsso come teologo ufficiale della Chiesa, con la sua dottrina e con l'esempio della sua carità e semplicità di vita, che la gente ammirava. Scrisse molte opere esegetiche, pastorali e ascetiche; fondamentali per l'apologetica sono i voluminosi libri De controversiis. Morì a Roma il 17 settembre 1621 e il processo di beatificazione, iniziato di lì a poco, si protrasse per ben tre secoli. Poi in un anno solo, nel 1930, ebbe da papa Pio XI la triplice glorificazione di beato, di santo e di dottore della Chiesa. Portati istintivamente ad ammirare il polemista nelle abili schermaglie della parola o dello scritto, ma non ad amarlo perché ce lo rappresentiamo come un uomo di intelligenza superiore, scopriamo con stupore nel dotto gesuita dei lati umanissimi. Nei primi tre anni di vita religiosa egli soffrì di lancinanti dolori al capo e tuttavia al compimento degli studi teologici egli sostenne la difesa della propria tesi per tre giorni consecutivi, dinanzi a un pubblico letteralmente affascinato. Gli impegni scolastici non lo distrassero mai dalla preghiera. Richiamato a Roma, tra i vari incarichi ebbe anche quello di direttore spirituale, e come tale fu accanto a S. Luigi Gonzaga fino agli ultimi istanti di vita. Se la sua vasta erudizione e la vigorosa dialettica posta al servizio della dottrina cattolica gli valsero il titolo di "martello degli eretici", un'opera semplice nella struttura ma ricca di sapienza come il suo Catechismo gli ha meritato il titolo di "maestro" di tante generazioni di fanciulli che in quel libriccino a forma di dialogo hanno appreso le fondamentali verità della fede professata col battesimo. Dopo aver colmato un intero scaffale di opere teologiche, scrisse “L'arte del ben morire”, cioè il modo di congedarsi dalla vita con serenità e distacco. La Chiesa ne fa memoria il 20 settembre. (Autore: Piero Bargellini , da Internet, santi e beati)
San Francesco di Sales (1567 – 1622) San Francesco di Sales, vescovo di Ginevra e dottore della Chiesa. Figlio primogenito, Francois nacque il 21 agosto 1567 in Savoia nel castello di Sales presso Thorens, appartenente alla sua antica nobile famiglia. Ricevette sin dalla più tenera età un’accurata educazione, coronata dagli studi universitari di giurisprudenza a Parigi e a Padova. Qui ricevette con grande lode il berretto dottorale e ritornato in patria fu nominato avvocato del Senato di Chambéry. Ma sin dalla sua frequentazione accademica erano iniziati ad emergere i suoi preminenti interessi teologici, culminati poi nelle scoperta della vocazione sacerdotale, che deluse però le aspettative paterne. Nel 1593 ricevette l’ordinazione presbiterale ed il 21 dicembre celebrò la sua prima Messa. Fu sacerdote zelante ed instancabile lavoratore nella vigna del Signore. Visti gli scarsi frutti, ottenuti dal pulpito, si diede alla pubblicazione di fogli volanti, che egli stesso faceva scivolare sotto gli usci delle case o affiggeva ai muri, meritandosi per questa originale attività pubblicitaria il titolo di patrono dei giornalisti e di quanti diffondono la verità cristiana servendosi dei mezzi di comunicazione sociale. Ma anche quei foglietti, che egli cacciava sotto le porte delle case, ebbero scarsa efficacia. Spinto da un enorme desiderio di salvaguardare l’ortodossia cristiana, mentre imperversava la Riforma calvinista, Francois chiese volontariamente udienza al vescovo di Ginevra affinché lo destinasse a quella città, simbolo supremo del calvinismo e massima sede dei riformatori, per la difficile missione di predicatore cattolico. Stabilitosi a Ginevra, non si fece remore a discutere di teologia con i protestanti, ardendo dal desiderio di recuperare quante più anime possibili alla Chiesa, ma soprattutto alla causa di Cristo da lui ritenuta più genuina. Il suo costante pensiero era rivolto inoltre alla condizione dei laici, preoccupato di sviluppare una predicazione e un modello di vita cristiana alla portata anche delle persone comuni, immerse nella difficile vita quotidiana. Proverbiali divennero i suoi insegnamenti, pervasi di comprensione e di dolcezza, permeati dalla ferma convinzione che a supporto delle azioni umane vi fosse sempre la provvidenziale presenza divina. Molti dei suoi insegnamenti sono infatti intrisi di misticismo e di nobile elevazione spirituale.I suoi enormi sforzi ed i grandi successi ottenuti in termini pastorali gli meritarono la nomina a vescovo coadiutore di Ginevra già nel 1599, a trentadue anni di età e dopo soli sei anni di sacerdozio. Dopo altri tre anni divenne vescovo a pieno titolo e si spese per l’introduzione nella sua diocesi delle riforme promulgate dal Concilio di Trento. La città rimase comunque nel suo complesso in mano ai riformati ed il novello vescovo dovette trasferire la sua sede nella cittadina savoiarda di Annecy, “Venezia delle Alpi”, sulle rive del lago omonimo. Fu direttore spirituale di San Vincenzo de’ Paoli. Nel corso della sua missione di predicatore, nel 1604 conobbe poi a Dijon la nobildonna Giovanna Francesca Frèmiot, vedova del barone de Chantal, con cui iniziò una corrispondenza epistolare ed una profonda amicizia che sfociarono nella fondazione dell’Ordine della Visitazione. “Se sbaglio, voglio sbagliare piuttosto per troppa bontà che per troppo rigore”: in questa affermazione di Francois de Sales sta il segreto della simpatia che egli seppe suscitare tra i suoi contemporanei. Il duca di Savoia, dal quale Francesco dipendeva politicamente, sostenne l’opera dell’inascoltato apostolo con la maniera forte, ma non addicendosi l’intolleranza al temperamento del santo, quest’ultimo preferì portare avanti la sua battaglia per l’ortodossia con il metodo della carità, illuminando le coscienze con gli scritti, per i quali ha avuto il titolo di dottore della Chiesa. Le sue principali opere furono dunque “Introduzione alla vita devota” e “Trattato dell'amore di Dio”, testi fondamentali della letteratura religiosa di tutti i tempi. Quello dell’amore di Dio fu l’argomento con il quale convinse i recalcitranti ugonotti a tornare in seno alla Chiesa Cattolica. L’11 dicembre 1622 a Lione ebbe l’ultimo colloquio con la sua penitente e qui morì per un attacco di apoplessia il 28 dello stesso mese nella stanzetta del cappellano delle Suore della Visitazione presso il monastero. Il 24 gennaio 1623 il corpo mortale del santo fu traslato ad Annecy, nella chiesa oggi a lui dedicata, ma in seguito fu posto alla venerazione dei fedeli nella basilica della Visitation, sulla collina adiacente alla città, accanto a Santa Giovanna Francesca di Chantal, Francesco di Sales fu presto beatificato l’ 8 gennaio 1662 e già tre anni dopo venne canonizzato il 19 aprile 1665 dal pontefice Alessandro VII. Successivamente fu proclamato Dottore della Chiesa nel 1877, nonché patrono dei giornalisti nel 1923. Il Martyrologium Romanum riporta la sua commemorazione nell’anniversario della morte, cioè al 28 dicembre, ma per l’inopportuna coincidenza con il tempo di Natale, il calendario liturgico della Chiesa universale ha fissato la sua memoria obbligatoria al 24 gennaio, anniversario della traslazione delle reliquie. San Francesco di Sales, considerato quale padre della spiritualità moderna, ha avuto il merito di influenzare le maggiori figure non solo del “grand siècle” francese, ma anche di tutto il Seicento europeo, riuscendo a convertire al cattolicesimo addirittura alcuni esponenti del calvinismo. Francesco di Sales a ragione può essere considerato uno dei principali rappresentanti dell’umanesimo devoto di tipica marca francese. Fu un vescovo santo, innamorato della bellezza e della bontà di Dio. E’ infine doveroso ricordare come al suo nome si siano ispirate parecchie congregazioni, tra le quali la più celebre è indubbiamente la Famiglia Salesiana fondata da San Giovanni Bosco, la cui attenzione si rivolge più che altro alla crescita ed all’educazione delle giovani generazioni, con un’attenzione tutta particolare alla cura dei figli delle classi meno abbienti.
DALLA “INTRODUZIONE ALLA VITA DEVOTA” Nella creazione Dio comandò alle piante di produrre i loro frutti, ognuna “secondo la propria specie” (Gn 1, 11). Lo stesso comando rivolge ai cristiani, che sono le piante vive della sua Chiesa, perché producano frutti di devozione, ognuno secondo il suo stato e la sua condizione. La devozione deve essere praticata in modo diverso dal gentiluomo, dall’artigiano, dal domestico, dal principe, dalla vedova, dalla donna non sposata e da quella coniugata. Ciò non basta, bisogna anche accordare la pratica della devozione alle forze, agli impegni e ai doveri di ogni persona. Dimmi, Filotea, sarebbe conveniente se il vescovo volesse vivere in una solitudine simile a quella dei certosini? E se le donne sposate non volessero possedere nulla come i cappuccini? Se l’artigiano passasse tutto il giorno in chiesa come il religioso, e il religioso si esponesse a qualsiasi incontro per servire il prossimo come è dovere del vescovo? Questa devozione non sarebbe ridicola, disordinata e inammissibile? Questo errore si verifica tuttavia molto spesso. No, Filotea, la devozione non distrugge nulla quando è sincera, ma anzi perfeziona tutto e, quando contrasta con gli impegni di qualcuno, è senza dubbio falsa. L’ape trae il miele dai fiori senza sciuparli, lasciandoli intatti e freschi come li ha trovati. La vera devozione fa ancora meglio, perché non solo non reca pregiudizio ad alcun tipo di vocazione o di occupazione, ma al contrario vi aggiunge bellezza e prestigio. Tutte le pietre preziose, gettate nel miele, diventano più splendenti, ognuna secondo il proprio colore, così ogni persona si perfeziona nella sua vocazione, se l’unisce alla devozione. La cura della famiglia è resa più leggera, l’amore fra marito e moglie più sincero, il servizio del principe più fedele, e tutte le altre occupazioni più soavi e amabili. E’ un errore, anzi un’eresia, voler escludere l’esercizio della devozione dall’ambiente militare, dalla bottega degli artigiani, dalla corte dei principi, dalle case dei coniugati. E’ vero, Filotea, che la devozione puramente contemplativa, monastica e religiosa può essere vissuta solo in questi stati, ma oltre a questi tre tipi di devozione, ve ne sono molti altri capaci di rendere perfetti coloro che vivono in condizioni secolari. Perciò dovunque ci troviamo, possiamo e dobbiamo aspirare alla vita perfetta. La Chiesa ne fa memoria il 24 gennaio. (Autore: Fabio Arduino, da Internet, santi e beati)
San Fedele da Sigmaringen (1578 – 1622) Lo chiamavano "l'avvocato dei poveri" perché difendeva gratuitamente coloro che non avevano denaro a sufficienza per pagarsi un avvocato. Marco Reyd - il futuro cappuccino fra Fedele - nato a Sigmaringen, in Germania, nel 1578, si era laureato brillantemente in filosofia e in diritto all'università di Friburgo in Svizzera, e aveva intrapreso la carriera forense a Colmar in Alsazia. Più portato ai severi studi filosofici che alle arringhe in tribunale, Marco Reyd accolse con entusiasmo l'invito del conte di Stotzingen, che gli affidava i figli e un gruppo di giovani promettenti perché li avviasse agli studi e alla conoscenza dei problemi del mondo contemporaneo. Soggiornando per ben sei anni nelle diverse città dell'Italia, della Spagna e della Francia, impartì ai giovani e nobili allievi anche utili ammaestramenti che lo fecero ribattezzare col nome di "filosofo cristiano". Poi all'età di 34 anni, abbandonò ogni cosa e tornò a Friburgo, stavolta al convento dei cappuccini e indossò l'umile saio di S. Francesco. Preposto per la sua saggezza alla guida di vari conventi, mentre copriva l'incarico di guardiano al convento di Weltkirchen gli abitanti della regione ebbero modo di ammirare la sua straordinaria carità e coraggio nell'assistenza ai colpiti dalla peste. Dalla Congregazione di Propaganda Fide ebbe l'incarico di recarsi nella Rezia, in piena crisi protestante. Le conversioni furono numerose, ma l'intolleranza di molti finì per creare attorno al santo predicatore una vera ondata di ostilità, soprattutto da parte dei contadini calvinisti del cantone svizzero dei Grigioni, scesi in guerra contro l'imperatore d'Austria. Più che scontata quindi l'accusa mossa a fra Fedele d'essere un agente al servizio dell'imperatore cattolico. Il santo frate continuava impavido la sua missione, recandosi di città in città a tenere corsi di predicazione. "Se mi uccidono - disse ai confratelli, partendo per Séwis - accetterò con gioia la morte per amore di Nostro Signore. La riterrò una grande grazia". Era poco meno d'una profezia. A Séwis, durante la predica, si udì qualche sparo. Fra Fedele portò ugualmente a termine la predica e poi si riavviò verso casa. All'improvviso gli si fecero attorno una ventina di soldati, capeggiati da un ministro, che in seguito si sarebbe convertito. Gli intimarono di rinnegare quanto aveva predicato poco prima. "Non posso, è la fede dei vostri avi. Darei volentieri la mia vita perché voi tornaste a questa fede". Colpito pesantemente al capo, ebbe appena il tempo di pronunciare parole di perdono, prima di essere abbattuto a colpi di spada. Era il 24 aprile 1622. Fu canonizzato nel 1746 da Benedetto XIV. La Chiesa ne fa memoria il 24 aprile. (Autore: Piero Bargellini, da Internet, santi e beati)
San Giosafat , martire (1580 – 1623) Nasce a Wolodymyr in Volynia (Ucraina) nel 1580 e viene ricordato come il simbolo di una Russia ferita dalle lotte tra ortodossi e uniati. La diocesi di Polock si trovava in Rutenia, regione che dalla Russia era passata in parte sotto il dominio del Re di Polonia, Sigismondo III. La fede dei Polacchi era quella cattolica romana; in Rutenia invece, come nel resto della Russia, i fedeli aderivano alla Chiesa greco-ortodossa. Si tentò allora un'unione della Chiesa greca con quella latina. Si mantennero cioè i riti e i sacerdoti ortodossi, ma si ristabilì la comunione con Roma. Questa Chiesa, detta «uniate», incontrò l'approvazione del Re di Polonia e del Papa Clemente VIII. Gli ortodossi, però, accusavano ( e accusano ancora oggi n.d.r.) di tradimento gli uniati, che non erano ben accetti nemmeno dai cattolici di rito latino. San Giòsafat Kuncewicz, ritiratosi nell’antico monastero basiliano della SS. Trinità, mutò il nome da Giovanni in quello di Giosafat e visse per alcuni anni da eremita. Scrisse anche alcune opere per dimostrare l’origine cattolica della Chiesa rutena e la sua dipendenza primitiva dalla Santa Sede e per propugnare la riforma dei monasteri di rito bizantino e il celibato del clero. Il suo esempio ripopolò di monaci "uniati" il monastero e Giosafat dovette fondarne altri a Byten e a Zyrowice (1613). Creato vescovo titolare di Vitebsk e poi di Polock, ristabilì l’ordine nella diocesi, restaurò chiese, riformò il clero. Ma ben presto sorsero violente opposizioni da parte dei dissidenti: nell’autunno del 1623, mentre usciva dalla chiesa dove aveva celebrato le sacre funzioni, Giosafat fu ucciso e buttato nella Dvina. Vent’anni dopo la sua morte fu beatificato (1643). Fu canonizzato nel 1867. La Chiesa ne fa memoria il 12 novembre. (Autore: “Avvenire”, da Internet, santi e beati)
Santi Lorenzo Ruiz e compagni martiri ( + 1633 – 37) Vengono anche chiamati “SANTI MARTIRI DOMENICANI IN GIAPPONE” Si tratta di uno stuolo di 16 martiri per la fede, uccisi a Nagasaki in Giappone negli anni 1633-37; facendo seguito al numeroso gruppo di 205 martiri che donarono la loro vita, sempre a Nagasaki-Omura, negli anni 1617-32. Essi furono vittime della persecuzione scatenata il 28 febbraio 1633, dallo “shogun” (supremo capo militare della nazione), Tokagawa Yemitsu; che con il suo (Editto n. 7), colpiva gli stranieri che “predicano la legge cristiana e i complici in questa perversità, che devono essere detenuti nel carcere di Omura”. I sedici missionari contavano nove padri Domenicani, tre Fratelli religiosi domenicani, due Terziarie domenicane, di cui una anche Terziaria Agostiniana, due laici, di cui uno padre di famiglia. Avevano svolto apostolato attivo nel diffondere la fede cristiana nelle Isole Filippine, a Formosa e in Giappone; e appartenevano in diverso grado alla Provincia Domenicana del Santo Rosario, allora detta anche delle Filippine, la cui fondazione risaliva alle Missioni in Cina del 1587 e che al principio del 1600, aveva istituito una Vicaria in Giappone. Essi furono catturati a gruppi o singolarmente, e rinchiusi nel carcere di Nagasaki e in quel quinquennio, in vari tempi ricevettero il martirio. Dal 1633 era stata introdotta una nuova tecnica crudele di supplizio, a cui venivano sottoposti i condannati e così lasciati morire e si chiamava “ana-tsurushi”, cioè della forca e della fossa: si sospendeva il condannato ad una trave di legno con il corpo e il capo all’ingiù, e rinchiuso in una buca sottostante fino alla cintola, riempita di rifiuti; lasciandolo agonizzare e soffocare man mano per giorni. Ma dal 1634 i cristiani prima di subire questo martirio, venivano sottoposti ad atroci tormenti come l’acqua fatta ingurgitare in abbondanza e poi espulsa con violenza e poi con la trafittura di punte acuminate tra le unghie ed i polpastrelli delle mani. Certo la malvagità umana, quando si sfrena nell’inventare forme crudeli da infliggere ai suoi simili, supera ogni paragone con la ferocia delle bestie, che perlomeno agiscono per istinto e per procacciarsi il cibo. I sedici martiri erano di varie nazionalità: 1 filippino, 9 giapponesi, 4 spagnoli, 1 francese, 1 italiano. Nel 1633 furono uccisi padre Domenico Ibáñez de Equicia, nato nel 1589 a Régil (Guipuzcoa) in Spagna e il catechista fratello cooperatore giapponese Francesco Shoyemon, ambedue morti il 14 agosto. Il 17 agosto furono uccisi padre Giacomo Kyushei Gorobioye Tomonaga, giapponese e Michele Kurabioye, catechista cooperatore giapponese. Il 19 ottobre morirono padre Luca Alonso Gorda, spagnolo nato nel 1594 a Carracedo (Zamora) e Matteo Kohioye, fratello cooperatore catechista giapponese, nato ad Arima nel 1615. Nell’anno 1634 furono uccise le due Terziarie Domenicane, l’11 novembre Marina di Omura giapponese, ospite dei missionari, bruciata viva a fuoco lento e Maddalena di Nagasaki giapponese, nata nel 1610 (già Terziaria Agostiniana) morta il 15 ottobre. Il 17 novembre perirono padre Giordano Giacinto Ansalone, italiano della Sicilia, nato nel 1589; padre Tommaso Hioji Rokuzayemon Nishi giapponese, nato a Hirado nel 1590; e padre Guglielmo Courtet, francese. Nell’anno 1637 furono martirizzati padre Antonio González spagnolo, nato a León, morto il 24 settembre; poi padre Michele de Aozaraza, nato nel 1598 a Oñata (Guipuzcoa) in Spagna e padre Vincenzo Shiwozuka giapponese, morti il 29 settembre; insieme a loro anche i due laici Lorenzo Rúiz, filippino di Manila, padre di famiglia, sacrestano dei Domenicani e Lazzaro di Kyoto, giapponese. Sul martirio del gruppo si tennero negli anni 1637 e 1638 due processi diocesani, i cui ‘Atti’ ritrovati solo all’inizio del XX secolo, resero possibile la ripresa della Causa presso la Santa Sede. Essi furono beatificati da papa Giovanni Paolo II il 18 febbraio 1981 a Manila nelle Filippine, essendo Lorenzo Rúiz il protomartire di quella Nazione e canonizzati a Roma dallo stesso pontefice il 18 ottobre 1987. La Chiesa ne fa memoria il 26 settembre. (Autore: Antonio Borrelli, da Internet, santi e beati)
San Martino de Porres di Lima ( 1579 – 1639) "Figlio di padre ignoto": così lo registrano fra i battezzati nella chiesa di San Sebastiano a Lima. Suo padre è l’aristocratico spagnolo Juan de Porres, che non lo riconosce perché la madre è un’ex schiava nera d’origine africana. Il piccolo mulatto vive con lei e la sorellina, finché il padre si decide al riconoscimento, tenendo con sé in Ecuador i due piccoli, per qualche tempo. Nominato poi governatore del Panama, lascia la bimba a un parente e Martino alla madre, con i mezzi per farlo studiare un po’. E Martino diventa allievo di un barbiere-chirurgo (le due attività sono spesso abbinate, all’epoca) apprendendo anche nozioni mediche in una farmacia. Avvenire garantito, dunque, per il ragazzo appena quindicenne. Lui però vorrebbe entrare fra i Domenicani, che hanno fondato a Lima il loro primo convento peruviano. Ma è mulatto: e viene accolto sì, ma solo come terziario; non come religioso con i voti. E i suoi compiti sono perlopiù di inserviente e spazzino. Suo padre se ne indigna: ma lui no, per nulla. Anzi, mentre suo padre va in giro con la spada, lui ama mostrarsi brandendo una scopa (con la quale verrà poi spesso raffigurato). Lo irridono perché mulatto? E lui, vedendo malconce le finanze del convento, propone seriamente ai superiori: "Vendete me come schiavo". I Domenicani ormai avvertono la sua energia interiore, e lo tolgono dalla condizione subalterna, accogliendolo nell’Ordine come fratello cooperatore. Nel Perù che ha ancora freschissimo il ricordo dei predatori Pizarro e Almagro, crudeli con la gente del luogo e poi impegnati in atroci faide interne, Martino de Porres, figlio di un “conquistatore”, offre un esempio di vita radicalmente contrapposto. Vengono da lui per consiglio il viceré del Perù e l’arcivescovo di Lima, trovandolo perlopiù circondato da poveri e da malati, guaritore e consolatore. Quando a Lima arriva la peste, frate Martino cura da solo i 60 confratelli e li salva tutti. E sempre più si parla di suoi prodigi, come trovarsi al tempo stesso in luoghi lontani fra loro, sollevarsi da terra, chiarire complessi argomenti di teologia senza averla mai studiata. Gli si attribuisce poi un potere speciale sui topi, che raduna e sfama in un angolo dell’orto, liberando le case dalla loro presenza devastatrice. Per tutti è l’uomo dei miracoli: fonda a Lima un collegio per istruire i bambini poveri, ed è fior di miracolo anch’esso, il primo collegio del Nuovo Mondo. Guarisce l’arcivescovo del Messico, che vorrebbe condurlo con sé. Martino però non potrà partire: colpito da violente febbri, muore a Lima sessantenne. Per il popolo peruviano e per i confratelli è subito santo. Invece l’iter canonico, iniziato nel 1660, avrà poi una lunghissima sosta. E sarà Giovanni XXIII a farlo santo, il 6 maggio 1962. Nel 1966, Paolo VI lo proclamerà patrono dei barbieri e parrucchieri. La Chiesa ne fa memoria il 3 novembre (Autore: Domenico Agasso, da Internet, santi e beati)
S. Giovanna Francesca de Chantal (1572 – 1641) La vita di Giovanna Frémiot è legata indissolubilmente alla figura di Francesco di Sales, suo direttore e guida spirituale, e di cui fu seguace e al tempo stesso ispiratrice e collaboratrice. Nata a Digione nel 1572, a vent'anni sposò il barone de Chantal, da cui ebbe numerosi figli. Rimasta vedova, avvertì sempre di più il desiderio di ritirarsi dal mondo e di consacrarsi a Dio. Sotto la guida di Francesco di Sales, diede vita ad una fondazione intitolata alla Visitazione e destinata all'assistenza dei malati. Il grande predicatore e direttore d'anime, Vescovo di Ginevra, l'aveva vista la prima volta quando predicava la Quaresima del 1604, a Digione. Giovanna era sulla trentina, e indossava severi abiti vedovili. Al primo colloquio, il modestissimo abbigliamento della vedova non parve abbastanza modesto a San Francesco di Sales, il quale le domandò: “Ma Lei ha intenzione di rimaritarsi, Signora?” ".Oh! No", rispose Giovanna. "Bene – soggiunse il Santo - allora sarà meglio ammainare le insegne". La rinunzia interiore, che formava il nocciolo dell'insegnamento del Vescovo di Ginevra, doveva essere accompagnata e sottolineata anche dalla rinuncia esteriore. E tale passo non fu facile, per la figlia del ricchissimo Presidente Frémyot, nata a Digione nel 1572, e vissuta nel castello di Bourbilly accanto al Barone d Chantal, da lei sposato a venti anni, in un matrimonio affettuoso e felice, dal quale nacquero numerosi figli. Un incidente di caccia le aveva tolto il marito quando Giovanna aveva ventotto anni. La donna fu sull'orlo della disperazione. La salvò la necessità di curare i figli, ancora piccoli, e soprattutto la forza della sua fede, che ebbe in lei aspetti quasi virili, di grande coraggio e ardimento. Dopo il primo incontro, San Francesco di Sales ne assunse la direzione spirituale, con quella leggerezza di tatto che era il carattere distintivo del grande Santo savoiardo. Ella avvertiva sempre di più il desiderio di ritirarsi dal mondo, e di vivere soprattutto per Dio. Fino all'ultimo, il direttore di spirito volle metterla alla prova. "Ascoltate - le disse un giorno - bisogna che voi entriate a Santa Chiara". "Padre mio - ella rispose - sono prontissima". "No - riprese il Santo. - Non siete abbastanza robusta. Dovrete farvi suora nell'ospedale di Beaune". "Tutto ciò che vi parrà" accondiscese Giovanna. E Francesco: "Non è ancora ciò che voglio: dovrete essere Carmelitana". "Sono pronta ad obbedire" ripeté la vedova. Dopo aver così saggiato a lungo lo zelo e l'obbedienza della donna, il Santo le espose il suo progetto, di una nuova fondazione intitolata alla Visitazione e destinata all'assistenza dei malati. Di questa nuova fondazione ella doveva essere cofondatrice e prima direttrice. Giovanna di Chantal si disse di nuovo pronta, ma occorsero alcuni anni, prima che la figlia del Presidente di Digione, sistemati i figli e disposto dei suoi beni terreni, potesse diventare la prima suora della Visitazione. L'Istituto che ebbe ad Annecy la prima sede, conobbe una rapida e vasta fortuna nella Savoia e nella Francia. Attorno a Giovanna, diventata Suor Francesca, si moltiplicarono le caritatevoli Visitandine. Prima della sua morte, le case della Visitazione erano 75, quasi tutte fondate da lei, Giovanna Francesca di Chantal, nello spirito di carità del grande San Francesco di Sales. La Chiesa ne celebra la memoria il 12 dicembre (Fonte: Archivio Parrocchia, da Internet, santi e beati)
San Pietro Claver (1580 – 08 settembre 1654) Aethiopum semper servus: all’epoca sua si chiamavano “etiopi” tutti i neri. E lui, dicendosi “semper servus”, si impegna a vivere solo per loro. Cioè per i neri d’Africa, portati schiavi nell’America meridionale. Questo è il programma che s’impone Pietro Claver nell’aprile 1622 a Cartagena (Nueva Granada, detta poi Colombia) nel compiere la “professione definitiva”, l’atto che segna per sempre la sua piena appartenenza alla Compagnia di Gesù. Nato presso Barcellona, è entrato da ragazzo nel collegio dei gesuiti. All’università diretta da loro, nella capitale catalana, ha poi fatto gli studi umanistici, pronunciando i primi voti nel 1604. Nel 1605-1608 ha studiato filosofia a Palma di Maiorca. E qui lo hanno aiutato le “lezioni” del portinaio Alfonso Rodriguez: è un mercante di Segovia che, perduta la famiglia, presta lietamente l’umile servizio al collegio dei gesuiti. Ma col tempo il suo stanzino diventa un’altra aula, e lui un maestro di spiritualità, consultato da sapienti e potenti e soprattutto dai giovani allievi come Pietro Claver. Che esce da quella portineria orientato. Inizia gli studi di teologia a Barcellona e li completa a Cartagena di Colombia (dove diventa sacerdote nel 1616). Qui sbarcano migliaia di schiavi neri, quasi tutti giovani: ma invecchiano e muoiono presto per la fatica e i maltrattamenti; e per l’abbandono quando sono invalidi. Tra questa umanità la Compagnia di Gesù ha mandato i suoi missionari. Unitosi a loro, Pietro Claver conosce il mondo della sofferenza e della disperazione; discerne la volontà di Dio, che il portinaio di Maiorca gli insegnava a cercare: Dio vuole che egli serva gli schiavi con tutte le sue forze, ogni giorno della sua vita. Così si ritrova a vivere la loro sofferenza, e a combatterla. Sta con loro per nutrire e per curare, imperturbabile ed efficiente anche nelle situazioni più disgustose. A questa gente che non ha nulla, che non è nulla, insieme al soccorso offre il rispetto. Si sforza di risvegliare in ognuno il senso della sua dignità, senza il quale non potrebbe parlare di Dio e del suo amore. Impara la lingua dell’Angola, parlata da molti di loro, e crea un’équipe di interpreti per le altre lingue. Ma si fa capire anche col suo modo di vivere, che è quello degli schiavi più sfortunati: basta guardarlo per dargli fiducia, credere in lui, confidarsi (e per questo gli si attribuisce il dono della “lettura delle anime”). Basta guardarlo per capire e condividere la devozione che egli predica per Cristo sofferente. Poi si ammala, forse di peste. Sopravvive, ma senza più forze, trascinandosi allo stesso modo dei vecchi schiavi. Deve sopportare i maltrattamenti del suo infermiere: un nero. Anche in queste cose bisogna scorgere la volontà di Dio. Muore a 74 anni e verrà canonizzato nel 1888, con Alfonso Rodriguez, il fratello portinaio di Maiorca. La Chiesa ne fa memoria il 9 settembre. (Autore: Domenico Agasso, da Internet, santi e beati)
San Vincenzo de’ Paoli (1581 – 17 settembre 1660) Nella storia della cristianità, fra le innumerevoli schiere di martiri e santi, spiccano in ogni periodo storico delle figure particolari, che nel proprio campo di apostolato, sono diventate dei colossi, su cui si fonda e si perpetua la struttura evangelica, caritatevole, sociale, mistica, educativa, missionaria, della Chiesa. E fra questi suscitatori di Opere, fondatori e fondatrici di Congregazioni religiose, pastori zelanti di ogni grado, ecc., si annovera la luminosa figura di san Vincenzo de’ Paoli, che fra i suoi connazionali francesi era chiamato “Monsieur Vincent”. Gli anni giovanili Vincenzo De Paul, in italiano, De’ Paoli, nacque il 24 aprile del 1581 a Pouy in Guascogna (oggi Saint-Vincent-de-Paul); benché dotato di acuta intelligenza, fino ai 15 anni non fece altro che lavorare nei campi e badare ai porci, per aiutare la modestissima famiglia contadina. Nel 1595 lasciò Pouy per andare a studiare nel collegio francescano di Dax, sostenuto finanziariamente da un avvocato della regione, che colpito dal suo acume, convinse i genitori a lasciarlo studiare; che allora equivaleva avviarsi alla carriera ecclesiastica. Dopo un breve tempo in collegio, visto l’ottimo risultato negli studi, il suo mecenate, giudice e avvocato de Comet senior, lo accolse in casa sua affidandogli l’educazione dei figli. Vincenzo ricevette la tonsura e gli Ordini minori il 20 dicembre 1596, poi con l’aiuto del suo patrono, poté iscriversi all’Università di Tolosa per i corsi di teologia; il 23 settembre 1600 a soli 19 anni, riuscì a farsi ordinare sacerdote dall’anziano vescovo di Périgueux (in Francia non erano ancora attive le disposizioni in materia del Concilio di Trento), poi continuò gli studi di teologia a Tolosa, laureandosi nell’ottobre 1604. Sperò inutilmente di ottenere una rendita come parroco, nel frattempo perse il padre e la famiglia finì ancora di più in ristrettezze economiche; per aiutarla Vincent aprì una scuola privata senza grande successo, anzi si ritrovò carico di debiti. Fu di questo periodo la strabiliante e controversa avventura che gli capitò; verso la fine di luglio 1605, mentre viaggiava per mare da Marsiglia a Narbona, la nave fu attaccata da pirati turchi ed i passeggeri, compreso Vincenzo de’ Paoli, furono fatti prigionieri e venduti a Tunisi come schiavi. Vincenzo fu venduto successivamente a tre diversi padroni, dei quali l’ultimo, era un frate rinnegato che per amore del denaro si era fatto musulmano. La schiavitù durò due anni, finché riacquistò la libertà fuggendo su una barca insieme al suo ultimo padrone da lui convertito; attraversando avventurosamente il Mediterraneo, giunsero il 28 giugno 1607 ad Aigues-Mortes in Provenza. Ad Avignone il rinnegato si riconciliò con la Chiesa, nelle mani del vicedelegato pontificio Pietro Montorio, il quale ritornando a Roma, condusse con sé i due uomini. Vincenzo rimase a Roma per un intero anno, poi ritornò a Parigi a cercare una sistemazione; certamente negli anni giovanili Vincenzo de’ Paoli non fu uno stinco di santo, tanto che alcuni studiosi affermano, che i due anni di schiavitù da lui narrati, in realtà servirono a nascondere una sua fuga dai debitori, per la sua fallimentare conduzione della scuola e pensionato privati. Riuscì a farsi assumere tra i cappellani di corte, ma con uno stipendio di fame, che a stento gli permetteva di sopravvivere, senza poter aiutare la sua mamma rimasta vedova. Parroco e precettore Finalmente nel 1612 fu nominato parroco di Clichy, alla periferia di Parigi; in questo periodo della sua vita, avvenne l’incontro decisivo con Pierre de Bérulle, che accogliendolo nel suo Oratorio, lo formò a una profonda spiritualità; nel contempo, colpito dalla vita di preghiera di alcuni parrocchiani, padre Vincenzo ormai di 31 anni, lasciò da parte le preoccupazioni materiali e di carriera e prese ad insegnare il catechismo, visitare gli infermi ed aiutare i poveri. Lo stesso de Brulle, gli consigliò di accettare l’incarico di precettore del primogenito di Filippo Emanuele Gondi, governatore generale delle galere. Nei quattro anni di permanenza nel castello dei signori Gondi, Vincenzo poté constatare le condizioni di vita che caratterizzavano le due componenti della società francese dell’epoca, i ricchi ed i poveri. I ricchi a cui non mancava niente, erano altresì speranzosi di godere nell’altra vita dei beni celesti, ed i poveri che dopo una vita stentata e disgraziata, credevano di trovare la porta del cielo chiusa, a causa della loro ignoranza e dei vizi in cui la miseria li condannava. Anche la signora Gondi condivideva le preoccupazioni del suo cappellano, pertanto mise a disposizione una somma di denaro, per quei religiosi che avessero voluto predicare una missione ogni cinque anni, alla massa di contadini delle sue terre; ma nessuna Congregazione si presentò e il cappellano de’ Paoli, intimorito da un compito così grande per un solo prete, abbandonò il castello senza avvisare nessuno.
Gli inizi delle sue fondazioni – Le “Serve dei poveri” Le fondazioni di Vincenzo de’ Paoli, non scaturirono mai da piani prestabiliti o da considerazioni, ma bensì da necessità contingenti, in un clima di perfetta aderenza alla realtà. Lasciato momentaneamente il castello della famiglia Gondi, Vincenzo fu invitato dagli oratoriani di de Bérulle, ad esercitare il suo ministero in una parrocchia di campagna a Chatillon-le-Dombez; il contatto con la realtà povera dei contadini, che specie se ammalati erano lasciati nell’abbandono e nella miseria, scosse il nuovo parroco. Dopo appena un mese dal suo arrivo, fu informato che un’intera famiglia del vicinato, era ammalata e senza un minimo di assistenza, allora lui fece un appello ai parrocchiani che si attivassero per aiutarli, appello che fu accolto subito e ampiamente. Allora don Vincenzo fece questa considerazione: “Oggi questi poveretti avranno più del necessario, tra qualche giorno essi saranno di nuovo nel bisogno!”. Da ciò scaturì l’idea di una confraternita di pie persone, impegnate a turno ad assistere tutti gli ammalati bisognosi della parrocchia; così il 20 agosto 1617 nasceva la prima ‘Carità’, le cui associate presero il nome di “Serve dei poveri”; in tre mesi l’Istituzione ebbe un suo regolamento approvato dal vescovo di Lione. La Carità organizzata, si basava sul concetto che tutto deve partire da quell’amore, che in ogni povero fa vedere la viva presenza di Gesù e dall’organizzazione, perché i cristiani sono tali solo se si muovono coscienti di essere un sol corpo, come già avvenne nella prima comunità di Gerusalemme. La signora Gondi riuscì a convincerlo a tornare nelle sue terre e così dopo la parentesi di sei mesi come parroco a Chatillon-les-Dombes, Vincenzo tornò, non più come precettore, ma come cappellano della massa di contadini, circa 8.000, delle numerose terre dei Gondi. Prese così a predicare le Missioni nelle zone rurali, fondando le ‘Carità’ nei numerosi villaggi; s. Vincenzo avrebbe voluto che anche gli uomini, collaborassero insieme alle donne nelle ‘Carità’, ma la cosa non funzionò per la mentalità dell’epoca, quindi in seguito si occupò solo di ‘Carità’ femminili. Quelle maschili verranno riprese un paio di secoli dopo, nel 1833, da Emanuele Bailly a Parigi, con un gruppo di sette giovani universitari, tra cui la vera anima fu il beato Federico Ozanam (1813-1853); esse presero il nome di “Conferenze di S. Vincenzo de’ Paoli”. Intanto nel 1623 Vincenzo de’ Paoli, si laureò in diritto canonico a Parigi e restò con i Gondi fino al 1625. Le “Dame della Carità” Vincenzo de’ Paoli, vivendo a Parigi si rese conto che la povertà era presente, in forma ancora più dolorosa, anche nelle città e quindi fondò anche a Parigi le ‘Carità’; qui nel 1629 le “Suore dei poveri” presero il nome di “Dame della Carità”. Nell’associazione confluirono anche le nobildonne, che poterono dare un valore aggiunto alla loro vita spesso piena di vanità; ciò permise alla nobiltà parigina di contribuire economicamente alle iniziative fondate da “monsieur Vincent”. L’istituzione cittadina più importante fu quella detta dell’”Hotel Dieu” (Ospedale), che s. Vincenzo organizzò nel 1634, essa fu il più concreto aiuto al santo nelle molteplici attività caritative, che man mano lo vedevano impegnato; trovatelli, galeotti, schiavi, popolazioni affamate per la guerra e nelle Missioni rurali. Fra le centinaia di associate a questa meravigliosa ‘Carità’, vi furono la futura regina di Polonia Luisa Maria Gonzaga e la duchessa d’Auguillon, nipote del Primo Ministro, cardinale Richelieu. Le prime ‘Carità’ vincenziane sorsero in Italia a Roma (1652), Genova (1654), Torino (1656). I “Preti della Missione” o “Lazzaristi” Anche in questa fondazione ci fu l’intervento munifico dei signori Gondi; la sua origine si fa risalire alla fortunata predicazione che il fondatore tenne a Folleville il 25 gennaio 1617; le sue parole furono tanto efficaci che non bastarono i confessori. Il bene ottenuto in quel villaggio, indusse la signora Gondi ad offrire una somma di denaro a quella comunità che si fosse impegnata a predicare periodicamente ai contadini; come già detto non si presentò nessuno, per cui dopo il suo ritorno a Parigi, Vincenzo de’ Paoli prese su di sé l’impegno, aggregandosi con alcuni zelanti sacerdoti e cominciò dal 1618 a predicare nei villaggi. Il risultato fu ottimo, ed altri sacerdoti si unirono a lui, i signori Gondi aumentarono il finanziamento e anche l’arcivescovo di Parigi diede il suo appoggio, assegnando a Vincenzo ed ai suoi missionari rurali, una casa nell’antico Collegio dei Bons-Enfants in via S. Vittore; il contratto fra Vincenzo de’ Paoli ed i signori Gondi porta la data del 17 aprile 1625. La nuova comunità, si legge nel contratto, doveva fare vita comune, rinunziare alle cariche ecclesiastiche, e predicare nei villaggi di campagna; inoltre occuparsi dell’assistenza spirituale dei forzati e insegnare il catechismo nelle parrocchie nei mesi estivi. La “Congregazione della Missione” come si chiamò, fu approvata il 24 aprile 1626 dall’arcivescovo di Parigi, dal re di Francia nel maggio 1627 e da papa Urbano VIII il 12 gennaio 1632. Intanto i missionari si erano spostati nel priorato di San Lazzaro, da cui prenderanno anche il nome di “Lazzaristi”. In seguito Vincenzo accettò che i suoi Preti della Missione o Lazzaristi, riuniti in una Congregazione senza voti, si dedicassero alla formazione dei sacerdoti, con Esercizi Spirituali, dirigendo Seminari e impegnandosi nelle Missioni all’estero come in Madagascar, nell’assistenza agli schiavi d’Africa. Quando morì nel 1660, la sola Casa di San Lazzaro, aveva già dato 840 missioni e un migliaio di persone si erano avvicendate in essa, per turni di Esercizi Spirituali. Le “Figlie della Carità” La feconda predicazione nei villaggi, suscitò la vocazione all’apostolato attivo, prima nelle numerose ragazze delle campagne poi in quelle della città; desiderose di lavorare nelle ‘Carità’ a servizio dei bisognosi, ma anche consacrandosi totalmente. Vincenzo de’ Paoli intuì la grande opportunità di estendere la sua opera assistenziale, lì dove le “Dame della Carità” per la loro posizione sociale, non potevano arrivare personalmente. Affidò il primo gruppo per la loro formazione, ad una donna eccezionale Luisa de Marillac (1591-1660) vedova Le Gras, era il 29 novembre 1633; Luisa de Marillac le accolse in casa sua e nel luglio dell’anno successivo le postulanti erano già dodici. La nuova Congregazione prese il nome di “Figlie della Carità”; i voti erano permessi ma solo privati ed annuali, perché tutte svolgessero la loro missione nella più piena libertà e per puro amore; l’approvazione fu data nel 1646 dall’arcivescovo di Parigi e nel 1668 dalla Santa Sede. Nel 1660, anno della morte del fondatore e della stessa cofondatrice, le “Figlie della Carità” avevano già una cinquantina di Case. Con il loro caratteristico copricapo, che le faceva assomigliare a degli angeli, e a cui le suore hanno dovuto rinunciare nel 1964 per un velo più pratico, esse allargarono la loro benefica attività d’assistenza ai malati negli ospedali, ai trovatelli, agli orfani, ai forzati, ai vecchi, ai feriti di guerra, agli invalidi e ad ogni sorta di miseria umana. Ancora oggi le Figlie della Carità, costituiscono la Famiglia religiosa femminile più numerosa della Chiesa. La formazione del clero Attraverso l’Opera degli Esercizi Spirituali, i Preti della Missione divennero di fatto, i più prestigiosi e qualificati formatori dei futuri sacerdoti, al punto che l’arcivescovo di Parigi dispose che i nuovi ordinandi, trascorressero quindici giorni di preparazione nelle Case dei Lazzaristi, in particolare nel Collegio dei Bons-Enfants di cui Vincenzo de’ Paoli era superiore. Più tardi, nel priorato di San Lazzaro, l’Opera degli Esercizi Spirituali si estese a tutti gli ecclesiastici che avessero voluto fare un ritiro annuale e anche a folti gruppi di laici. Da ciò scaturì nei sacerdoti il desiderio di riunirsi settimanalmente, per esortarsi a vicenda nel cammino di una santa vita sacerdotale; così a partire dal 1633, un folto gruppo di ecclesiastici, con la guida di Vincenzo de’ Paoli, prese a riunirsi il martedì, dando vita appunto alle “Conferenze del martedì”. Tale meritoria opera di formazione non sfuggì al potente cardinale Richelieu, il quale volle essere informato sulla loro attività e chiese pure al fondatore, una lista di nomi degni di essere elevati all’episcopato. Lo stesso re Luigi XIII, chiese a ‘monsieur Vincent’, una seconda lista di degni ecclesiastici adatti a reggere diocesi francesi; il sovrano poi lo volle accanto al suo letto di morte, per ricevere gli ultimi conforti spirituali. Anche la direzione dei costituendi Seminari delle diocesi francesi, voluti dal Concilio di Trento, vide sempre nel 1660, ben dodici rettori appartenenti ai Preti della Missione. Alla corte di Francia Nel 1643, Vincenzo de’ Paoli fu chiamato a far parte del Consiglio della Coscienza o Congregazione degli Affari Ecclesiastici, dalla reggente Anna d’Austria; presieduto dal card. Giulio Mazzarino, il compito del Consiglio era la scelta dei vescovi ed il rilascio di benefici ecclesiastici. Il potente Primo Ministro faceva scelte di opportunità politica, soprassedendo sulle qualità morali e religiose; era inevitabile lo scontro fra i due, Vincenzo gli si oppose apertamente, anche criticandolo nelle sue scelte di politica interna, specie nei giorni oscuri della Fronda, quando Mazzarino tentò di mettere alla fame Parigi in rivolta, Vincenzo allora organizzò una mensa popolare a San Lazzaro, dando da mangiare a 2000 affamati al giorno. Nel 1649 giunse a chiedere alla regina, l’allontanamento del Mazzarino per il bene della Francia; la richiesta non poté aver seguito e quindi Vincenzo de’ Paoli cadde in disgrazia e definitivamente allontanato dal Consiglio di Coscienza nel 1652. La reggente Anna d’Austria gli concesse l’incarico di Ministro della Carità, per organizzare su scala nazionale gli aiuti ai poveri; si disse che dalle sue mani passasse più denaro che in quelle del ministro delle Finanze. Altri aspetti della sua opera Vincenzo de’ Paoli divenne il maggiore oppositore alle idee gianseniste propugnate in Francia dal suo amico Giovanni du Vergier, detto San Cirano († 1642) e poi da Antonio Arnauld; dopo la condanna del giansenismo da parte dei papi Innocenzo X nel 1653 e Alessandro VIII nel 1656, Vincenzo si adoperò, affinché la decisione pontificia fosse accettata con sottomissione da tutti gli aderenti alle idee del vescovo olandese Giansenio (1585-1638). Il movimento eterodosso del giansenismo affermava, che per la salvezza dell’uomo, a causa della profonda corruzione scaturita dal peccato originale, occorreva l’assoluta necessità della Grazia, la quale sarebbe stata concessa solo ad alcuni, per imperscrutabile disegno di Dio. Fu riformatore della predicazione, fino allora barocca, introducendo una semplice tecnica oratoria: della virtù scelta per argomento, ricercare la natura, i motivi di praticarla, ed i mezzi più opportuni Per lui apostolo della carità fra i prigionieri ed i forzati, re Luigi XIII, su suggerimento di Filippo Emanuele Gondi, istituì la carica di Cappellano capo delle galere (8 febbraio 1619), questo gli facilitò il compito e l’accesso nei luoghi di pena e di partenza dei galeotti rematori; dal 1640 il compito passò anche ai suoi Missionari e alle Dame e Figlie della Carità. Inoltre si calcola che tra il 1645 e il 1661, Vincenzo de’ Paoli e i suoi Missionari, liberarono non meno di 1200 schiavi cristiani in mano ai Turchi musulmani. Monsieur Vincent fu fin dai primi anni, membro attivo della potente “Compagnia del SS. Sacramento”, sorta a Parigi nel 1630, composta da ecclesiastici e laici insigni e dedita ad “ogni forma di bene”. Vincenzo de’ Paoli fu spesso ispiratore della benefica attività della Compagnia e da essa ricevé aiuto e collaborazione, per le sue tante opere assistenziali.
Il pensiero spirituale Nei dodici capitoli delle “Regulae”, Vincenzo ha condensato lo spirito che deve distinguere i suoi figli come religiosi: la spiritualità contemplativa del pensiero del card. de Bérulle, sotto la cui direzione egli rimase per oltre un decennio; l’umanesimo devoto di s. Francesco di Sales, suo grande amico, del quale lesse più volte le opere spirituali e l’ascetismo di s. Ignazio di Lodola, del quale assimilò il temperamento pratico; elaborando da queste tre fonti una nuova dottrina spirituale. Le virtù caratteristiche dello spirito vincenziano, secondo la Regola dei Missionari, sono le “cinque pietre di Davide”, cioè la semplicità, l’umiltà, la mansuetudine, la mortificazione e lo zelo per la salvezza delle anime. La morte Il grande apostolo della Carità, si spense a Parigi la mattina del 27 settembre 1660 a 79 anni; ai suoi funerali partecipò una folla immensa di tutti i ceti sociali; fu proclamato Beato da papa Benedetto XIII il 13 agosto 1729 e canonizzato da Clemente XII il 16 giugno 1737. I suoi resti mortali, rivestiti dai paramenti sacerdotali, sono venerati nella Cappella della Casa Madre dei Vincenziani a Parigi. È patrono del Madagascar, dei bambini abbandonati, degli orfani, degli infermieri, degli schiavi, dei forzati, dei prigionieri. Leone XIII il 12 maggio 1885 lo proclamò patrono delle Associazioni cattoliche di carità. In San Pietro in Vaticano, una gigantesca statua, opera dello scultore Pietro Bracci, è collocata nella basilica dal 1754, rappresentante il “padre dei poveri”. La sua celebrazione liturgica è il 27 settembre. (Autore: Antonio Borrelli, da Internet, santi e beati)
San Giovanni Eudes (1601 – 19 agosto 1680) Cognome e predicato della sua casata normanna: Eudes de Mézeray. Un suo fratello minore, Francesco, diventerà storico di corte. Lui, dopo i primi studi, viene accolto a Parigi nella Congregazione dell’oratorio, creata nel 1611 dal sacerdote e futuro cardinale Pietro de Bérulle, per formare buoni predicatori. Nel 1625, ordinato sacerdote, viene mandato a Caen, nella Normandia nativa. E qui lo sorprende la peste. Si fa infermiere dei malati e confortatore dei moribondi, ma i suoi amici si tengono alla larga, per paura del contagio. Allora li tranquillizza, isolandosi: dorme su un pagliaio, dentro una botte. Prende il male anche lui, ma ne guarisce, e infine torna all’attività principale: le “missioni al popolo”,che sono cicli di soggiorno, incontri e predicazione, da un paese all’altro. Percorre il Nord della Francia, dimostrandosi "predicatore di qualità straordinarie;dove passava, convertiva" (L.Mezzadri). Ma spesso si tratta di fiammate, che dopo la sua partenza si estinguono. E per varie ragioni: la Francia e l’Europa intera vivono uno dei loro momenti peggiori, la guerra dei Trent’anni (1618-1648); in alcune parti del Continente la fame produce il cannibalismo;i contadini di Francia sono alla disperazione, brutalmente depredati non da truppe nemiche, ma dai soldati del loro re, insaziabili e impuniti. Molti non sanno più in cosa credere; la tradizionale pratica religiosa cattolica, già messa in crisi nel secolo precedente dalle guerre di religione, ora è anche attaccata dal movimento giansenista: i suoi ispiratori e maestri, noti per austerità di vita, cultura e schietti convincimenti, sono tuttavia portatori di una religiosità che a molti fedeli ispira reverenza e timore verso Dio, piuttosto che amore fiducioso e speranza. Ma il peggio non viene da fuori: sta dentro la Chiesa di Francia. Sta nel suo clero scadente e apatico, nell’ignoranza di troppi preti. Giovanni Eudes si convince che la prima necessità, urgentissima, è rifare il clero: e vorrebbe che fosse la “sua” Congregazione dell’oratorio a promuovere da Parigi questo sforzo grandioso. (Il concilio di Trento aveva decretato l’istituzione dei seminari già nel 1563, ma in Francia il decreto è rimasto largamente inapplicato). Da Parigi arriva però una risposta negativa,e allora lui fonda nel 1643 la Congregazione di Gesù e Maria, formata da sacerdoti legati dal voto di obbedienza (e chiamati poi Eudisti) con lo scopo di tenere anche le “missioni al popolo”, ma soprattutto di aprire e dirigere seminari, che diano ai futuri sacerdoti l’indispensabile formazione spirituale. Per trasformarli da opachi funzionari del culto (come troppi di loro si sentono) in diffusori dell’amore incessante di Dio, simboleggiato nelle immagini del cuore di Gesù e del cuore di Maria. Nello stesso 1643, fonda a Caen il primo seminario di Normandia (poi verranno quelli di Coutances, Lisieux,Rouen, Evreux e Rennes). Intanto, sempre a Caen, ha creato l’Ordine femminile di Nostra Signora della Carità, votato alla riabilitazione delle donne vittime di sfruttatori: un’istituzione che nell’Ottocento si svilupperà nell’Istituto del Buon Pastore, fondato da santa Maria Eufrasia Pelletier. La sua vita si conclude a Caen. Beatificato da Pio X nel1909, è stato proclamato santo da Pio XI nel 1925. Le sue spoglie riposano in Colombia, dove si trova la casa generalizia dei Padri Missionari Eudisti. La Chiesa ne fa memoria il 19 agosto. (Autore: Domenico Agasso , da Internet, santi e beati)
Santa Margherita M. Alacoque (1647 – 1690) La memoria di Santa Margherita Maria Alacoque, francese, è legata alla diffusione della devozione del Sacro Cuore, una devozione tipica dei tempi moderni, e promossa infatti soltanto tre secoli fa, quando soffiò sulla Francia il vento gelido del Giansenismo, foriero della tormenta dell'Illuminismo. All'origine della devozione al Cuore di Gesù si trovano due grandi Santi: Giovanni Eudes e Margherita Maria Alacoque. Santa Margherita Maria Alacoque, fu colei che rivelò in tutta la loro mirabile profondità i doni d'amore del Cuore di Gesù, traendone grazie strepitose per la propria santità, e la promessa che i soprannaturali carismi sarebbero stati estesi a tutti i devoti del Sacro Cuore. Nata in Borgogna nel 1647, Margherita ebbe una giovinezza difficile, soprattutto perché non le fu facile sottrarsi all'affetto dei genitori, e alle loro ambizioni mondane per la figlia, ed entrare, a ventiquattro anni, neII'Ordine della Visitazione, fondato da San Francesco di Sales. Margherita, diventata suor Maria, restò vent'anni tra le Visitandine, e fin dall'inizio si offrì " vittima al Cuore di Gesù ". In cambio ricevette grazie straordinarie, come fuor dell'ordinario furono le sue continue penitenze e mortificazioni sopportate con dolorosa gioia. Fu incompresa dalle consorelle, malgiudicata dai Superiori. Anche i direttori spirituali dapprima diffidarono di lei, giudicandola una fanatica visionaria. " Ha bisogno di minestra ", dicevano, non per scherno, ma per troppo umana prudenza. Ci voleva un Santo, per avvertire il rombo della santità. E fu il Beato Claudio La Colombière, che divenne preziosa e autorevole guida della mistica suora della Visitazione, ordinandole di narrare, nella Autobiografia, le sue esperienze ascetiche, rendendo pubbliche le rivelazioni da lei avute. " Ecco quel cuore che ha tanto amato gli uomini ", le venne detto un giorno, nel rapimento di una visione. E’ una frase restata quale luminoso motto della devozione al Sacro Cuore. E poi, le promesse: " Il mio cuore si dilaterà per spandere con abbondanza i frutti del suo amore su quelli che mi onorano ". E ancora: " I preziosi tesori che a te discopro, contengono le grazie santificanti per trarre gli uomini dall'abisso di perdizione ". Per ispirazione della Santa, nacque così la festa del Sacro Cuore, ed ebbe origine la pratica pia dei primi Nove Venerdì del mese. Vinta la diffidenza, abbattuta l'ostilità, scossa la indifferenza, si diffuse nel mondo la devozione a quel Cuore che a Santa Margherita Alacoque era apparso " su di un trono di fiamme, raggiante come sole, con la piaga adorabile, circondato di spine e sormontato da una croce ". E’ l'immagine che appare ancora in tante case, e che ancora protegge, in tutto il mondo, le famiglie cristiane. La Chiesa ne celebra la memoria il 13 ottobre. (Autore: Piero Bargellini, da Internet, santi e beati)
I Santi Martiri Canadesi (Giovanni de Brébeuf, Isacco Jogues e compagni) Nel XVII secolo, tra il 1642 ed il 1649, otto missionari di origine francese subirono il martirio nel Nord America: sei sacerdoti Gesuiti e due coadiutori, laici che si mettevano gratuitamente al servizio dei Gesuiti in cambio del loro sostentamento. I primi tre furono uccisi dagli Irochesi ad Ossenon, odierna Auriesville, nei pressi di Albany e New York, quindi oggi in territorio statunitense. Gli altri cinque invece, tutti sacerdoti, subirono il martirio in Uronia, a 200 km a nord di Toronto, dunque in territorio oggi canadese. Ispirati dai racconti dei primi missionari, questi religiosi chiesero ai loro superiori di poter essere inviati nell’allora cosiddetta “Nuova Francia” per farsi portatori della Buona Notizia del Vangelo ai popoli autoctoni del Canada. Coscienti dei pericoli a cui si esponevano, vivendo in seno a nazioni spesso soggette agli attacchi nemici, parecchi di loro avevano infatti lucidamente previsto ed accettato la probabile prospettiva del martirio in odio alla fede. Si dimostrarono sempre attenti ad annunziare il Vangelo nel pieno rispetto della cultura degli Uroni e degli Irochesi, vivendo con loro, imparando la loro lingua e, durante i repentini attacchi, non esitando a mettere a rischio la loro stessa vita. Fu in particolare a partire dal 1640 che gli Uroni presero ad essere fieramente attaccati dalla tribù degli Irochesi, decisamente più bellicosi e feroci, più mobili sui loro veloci cavalli, ma anche spiccatamente più intelligenti, nel bene e nel male. Tra le due popolazioni indigene scoppiò così una vera e propria guerra di sterminio, che terminò con l’annientamento quasi totale degli Uroni e di conseguenza con l’apparente annullamento dell’opera missionaria cristiana. Fu nel contesto di questa sanguinosa guerra che si collocarono le vicende del martirio degli otto Gesuiti francesi, sottoposti ad acutissime sofferenze, data la raffinata crudeltà degli Irochesi nel torturare i loro nemici, seviziati per ore e ore, a volte addirittura per giorni interi sino alla morte. L’eroismo dei missionari cristiani nel sopportare i tormenti e la morte colpì tanto la loro semplice fantasia di guerrieri, che cercarono di acquistare altrettanta forza di animo ingerendo il cuore di quei forti, quale sede del loro coraggio. Comunque un pò del cuore dei martiri restò davvero nell’anima degli Irochesi, poiché l’insegnamento cristiano non si estinse completamente tra le popolazioni canadesi e nei decenni successivi la colonia cattolica riprese vigore e fiorì di nuove opere, che dal sangue dei Martiri traevano insostituibile linfa. Questi otto intrepidi testimoni della fede cristiana divennero celebri con l’appellativo di “Martiri Canadesi” e solamente nel XX secolo si intrapresero le pratiche per elevarli agli onori degli altari. Il Sommo Pontefice Pio XI li beatificò nel 1925 ed infine li iscrisse nell’albo dei santi il 29 giugno 1930. Dieci anni dopo Papa Pio XII li dichiarò secondi patroni del Canada Erroneamente questi otto santi vengono talvolta considerati i protomartiri d’America, mentre furono invece i Beati Cristoforo, Antonio e Giovanni, giovani ragazzi indigeni dell’odierno Messico, i primi ad effondere il loro sangue per Cristo nel nuovo continente già nella prima metà del XVI secolo. Il primo santo indigeno americano, basandosi sulla data di nascita, fu invece il confessore San Juan Diego, veggente di Guadalupe. La Chiesa celebra il loro martirio il 19 ottobre. (Autore: Fabio Arduino, da Internet, santi e beati)
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