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Il '500, il secolo delle riforme
La storia ci insegna che nulla accade per caso e se paragoniamo la Chiesa ad un corpo, e non sempre mistico, era da prevedere che tutto quel disordine morale che covava da tempo scoppiasse come un bubbone producendo dei guasti di cui ancora oggi ne portiamo le conseguenze. E però addentrandoci in queste note ci accorgeremo che, rispetto a tanto danno, quel periodo ha ricevuto dallo Spirito Santo una fioritura di Santi che mai nessun secolo ha potuto raccogliere. Alla fine del XV secolo la Chiesa viveva una profonda crisi morale, spirituale e di immagine. A livello del Papato e dell'Alto Clero questa crisi si manifestava con l'assunzione di pratiche e comportamenti che niente avevano a che vedere con la fede. La difesa strenua del proprio Stato e l’esibizione sfacciata di un nepotismo perfino decadente ci ha lasciato un patrimonio storico di amari ricordi. La consuetudine di accumulare i benefici ecclesiastici, con le rendite ad essi connessi, era pratica comune. Per quello che ho potuto conoscere nello studio del carte sul processo per la canonizzazione di San Carlo Borromeo, nella Diocesi di Milano, il basso clero mancava di una assoluta preparazione non solo ecclesiastica, ma anche culturale; viveva come poteva, portava armi “offensive et difensive” e contribuiva a fare della religione un insieme di pratiche più vicine alla superstizione che alla fede. Se noi apriamo qualsiasi libro di storia si ascrive a Martin Lutero la “Causa Reformationis” quasi che, di fronte all’incendio di una casa priva di sicurezze, si dovesse darne il merito al fuoco che ha provocato la distruzione del vecchio rispetto a chi ha cercato di salvare i beni di famiglia. Se Martin Lutero ha causato l’incendio, dobbiamo però ai numerosi santi di questo secolo la ricostruzione di un volto nuovo e splendido di Chiesa. E c’è da chiedersi perché lo Spirito Santo sia stato così generoso in quel secolo. Certamente la riforma protestante ha i suoi meriti nella rivalutazione della Parola di Dio che, in campo cattolico, mostra ancora larghi strati di credenti privi degli strumenti per una seria formazione spirituale. La riforma voluta dal Concilio Vaticano II ha raggiunto, sì e no, i livelli medio alti della cultura cattolica; manca ancora una adeguata formazione dei catechisti che debbono insegnare servendosi purtroppo di catechismi vuoti ed inconcludenti, incapaci di introdurre ad una vera formazione cristiana. Ma non si tiene conto dei danni che la riforma protestante, almeno per un cattolico convinto ha provocato:
La storia del secolo attraverso i Sommi Pontefici. Se teniamo conto delle buone intenzioni di riforma di Papa Pio III che però visse solo 26 giorni, a causa di un’ulcera alla gamba o per avvelenamento come i soliti corvi non mancano di registrare, dobbiamo dare più spazio al suo successore che prese il nome di Papa Giulio II; era nipote di Sisto IV. Eletto Papa il primo novembre del 1503, fin dall'inizio del pontificato, Giulio II si impegna con coraggio e determinazione a disfarsi dei vari poteri che ostacolano la sua autorità temporale. Per mezzo di una serie di complicati stratagemmi riesce innanzitutto a rendere impossibile ai Borgia di restare negli Stati Pontifici. Usa quindi la sua influenza per riconciliare le due potenti famiglie degli Orsini e dei Colonna, e, con decreti fatti nel loro interesse, riesce a legare a sé il resto della nobiltà romana; ne segue poi un rafforzamento dello Stato pontificio soprattutto contro Venezia. Benché abbia assicurato stabilmente l'autorità papale negli Stati immediatamente attorno a Roma, però è molto lontano dal portare a compimento il suo sogno di un regno italiano indipendente. Egli merita molta riconoscenza per quanto ha fatto per migliorare ed abbellire Roma; nel 1506 pone la prima pietra della nuova Basilica di San Pietro; é amico e patrono del Bramante, di Raffaello, e di Michelangelo. Quest'ultimo dipinge per lui la volta della Cappella Sistina e scolpisce la statua del Mosè che avrebbe dovuto far parte del gruppo marmoreo per la tomba del papa. Papa Giulio II muore nel febbraio del 1513. Non viene sepolto nella tomba di Michelangelo a San Pietro in Vincoli, ma nella Basilica di San Pietro senza alcun monumento funebre.
Gli succede Papa Leone X. Alla nascita gli viene dato il nome di Giovanni ed è figlio di Lorenzo de' Medici. Non asseconda il padre che lo vuole avviare alla carriera ecclesiastica in Roma, per dedicarsi a quelli letterari tanto cari a Lorenzo, sotto la guida del Poliziano e del Bibbiena. Dopo la morte del padre e l’elezione di Alessandro VI, Giovanni ritorna a Firenze. Avviene l'irruzione francese in Italia, che ha come conseguenza, l'espulsione della famiglia Medici da Firenze nel novembre 1494, anche a causa della violenta predicazione del Savonarola. A Firenze si instaura una repubblica, mentre il cardinale Giovanni con suo fratello maggiore e il loro cugino Giulio, futuro Papa Clemente VII trovano ospitalità presso la corte di Urbino. Nel 1500 decide di ritornare a Roma, nel suo palazzo: l'attuale e famoso Palazzo Madama, sottraendosi per quanto possibile all'attenzione di papa Alessandro VI con la sua completa devozione per gli studi letterari, e quindi raccogliendo intorno a sé molti letterati e poeti. Nel 1503 muore il fratello maggiore Piero dei Medici e quindi egli diventa capostipite. Dopo alterne vicende il 14 settembre 1512 può rientrare in Firenze poiché la fazione medicea ha ripreso il controllo del governo. Egli e il cugino Giuliano si prodigano per sedare le tensioni e gli odi e tentare di rappacificare le fazioni. Ma in città lo spirito repubblicano é ancora molto forte, e viene scoperto un complotto contro i Medici proprio nel momento in cui giunge la notizia da Roma della morte di papa Giulio II del 23 febbraio 1513. Il cardinale che non ha grandi rivali, si porta subito a Roma per il conclave che inizia il 9 marzo. Grazie all'abile segretario Bernardo Dovizi da Bibbiena, l'11 marzo viene eletto papa. Non essendo che diacono,prima viene ordinato sacerdote e vescovo il 13 marzo 1513 e poi incoronato in modo solenne come mai s'era visto a Roma il 19 marzo. Tra i primi atti vi é la riapertura del concilio lateranense iniziato dal suo predecessore, risanando i contrasti che avrebbero portato ad uno scisma. Introduce due novità avveniristiche come la traduzione della Bibbia e la liturgia in volgare, confutate poi dal Concilio di Trento che riconferma il latino. La sua tendenza alla conciliazione emerge subito appena eletto. Concede il perdono ai cardinali che avevano aderito al "conciliabolo di Pisa" dove si era tentato di eleggere un antipapa; perdona Pompeo Colonna che aveva tentato di provocare un'insurrezione popolare per stabilire una repubblica a Roma; perdona i congiurati Boscoli e Capponi che avevano complottato contro di lui a Firenze, salvando la vita a Machiavelli. In campo politico non ha una posizione ferma poiché in base all'opportunità si schiera dapprima contro la Francia, divenendone alleato, per poi passare apertamente contro l'Impero. All'interno riprende le abitudini nepotiste, crea cardinale il cugino Giuliano che in futuro sarà papa Clemente VII ed il nipote Innocenzo Cybo. Stipula con il Re Luigi XII, un concordato storico perché porta al riconoscimento della Chiesa gallicana nella Chiesa cattolica e che durerà praticamente fino alla soppressione della Chiesa durante la Rivoluzione Francese. E’ sotto il suo pontificato che matura quel dramma che prende il nome di Riforma protestante. Martin Lutero critica Papa Leone X per “la vendita delle indulgenze” e manifesta pubblicamente per la prima volta le sue idee nelle 95 tesi sulle indulgenze, la vigilia di Ognissanti del 1517, inviando il testo a diversi teologi; queste tesi hanno subito una larga diffusione in tutta la Germania Papa Leone X nel 1518 fa sottoporre ad esame le asserzioni sulle indulgenze e intima a Lutero di presentarsi a Roma per il processo; lui però non si presenta. Nel 1519 a Lipsia si svolge una disputa fra Lutero e Johannes Eck: il riformatore non abbandona le sue posizioni, ma anzi precisa tutta la sua dottrina. Nel 1520, a Roma si conclude il processo contro Lutero e viene promulgata la bolla “Exsurge Domine”, con la quale il Papa intima al riformatore tedesco di ritrattare le sue tesi entro 60 giorni; Lutero risponde bruciando pubblicamente la bolla papale. Ormai è scontro aperto. Il 3 gennaio 1521, con la bolla “Decet Romanum Pontificem”, Lutero e tutti coloro che lo sostengono venivano scomunicati. In Svizzera la riforma ha luogo contemporaneamente alla Germania, dapprima con Ulrich Zwingli (1484-1531), che ben presto però si allontana dal luteranesimo,alienandosi così l'appoggio dei Principi tedeschi, e viene ucciso sul campo di battaglia che oppone i cantoni svizzeri cattolici contro Zurigo. La riforma ha successo a Ginevra col Riformatore Giovanni Calvino, francese di origine, che ben presto abbraccia il luteranesimo e deve per questo lasciare Parigi. Il primo dicembre del 1521, Leone X muore e viene seppellito nella basilica di Santa Maria sopra Minerva. Al papa de’ Medici bisogna riconoscere il merito di essersi circondato di artisti, musicisti e letterati richiamati da varie parti d’Italia: fra gli altri il Bembo, il Sannazzaro, il Sadoleto, il Guicciardini, il Bibbiena, l’Aretino, e ancora Bramante, Michelangelo, Raffaello, il Peruzzi ( architetto della Farnesina), Giuliano e Antonio da Sangallo.
Il suo successore é Papa Adriano VI (31.08.1522 – 14.09.1523). Nato a Utrecht, non ben accolto in Roma perché vedono in lui un pedante professore straniero; cieco di fronte alla bellezza dell'antichità classica, riduce di molto gli stipendi dei grandi artisti. Il musicista Carpentras lascia Roma in quel periodo; perfino la volta della Cappella Sistina dipinta da Michelangelo Buonarroti rischia di andare distrutta per la sua ostilità nei confronti dell'arte. Adriano muore il 14 settembre 1523, alla fine di un pontificato troppo breve per essere efficace. Adriano VI fu l'ultimo papa non italiano fino all'elezione di papa Giovanni Paolo II nel 1978 e fu l'ultimo papa proveniente dal Sacro Romano Impero, nonché unico papa di origine olandese. Nel frattempo Lutero con la sua aperta ribellione a Roma, diventa la causa di una sequenza di rivolte di cui lui stesso, in un primo momento ne approva l’iniziativa, ma, in seguito, come per quella dei contadini, giustifica l’intervento a Frankenhausen del duca di Lorena, che fa sgozzare più di ventimila rivoltosi: di fronte all'anarchia e al caos che si sta diffondendo in Germania, diventa assolutamente necessario trovare un principio su cui fondare ordine e stabilità; avendo eliminato il Papa e la gerarchia, non resta che lo Stato che possa dare appoggio alla nuova chiesa fondata da Lutero.
L’elezione del nuovo pontefice Papa Clemente VII (1523 – 1534), cugino di papa Leone X, viene salutata con entusiasmo, anche se certe aspettative si dimostrano subito mal riposte. E’ rimasto nella storia di questo pontificato il cosiddetto “sacco di Roma” del maggio 1527, quando l’imperatore Carlo V prende la città con 40.000 soldati. Vengono profanate le chiese, rubati i tesori e distrutti gli arredi sacri. Le monache vengono violentate, così come le donne strappate dalle loro case. Subiscono devastazione tutti i palazzi dei prelati e dei nobili, ad eccezione di quelli fedeli all'imperatore. La popolazione é sottoposta ad ogni tipo di violenza e di angheria. Le strade sono disseminate di cadaveri e percorse da bande di soldati ubriachi che si trascinano dietro donne di ogni condizione, e da saccheggiatori che trasportano oggetti rapinati. Il 6 giugno Clemente VII viene a patti obbligandosi a versare al principe d’Orange 400.000 ducati, di cui 100.000 immediatamente e il resto entro tre mesi; viene inoltre pattuita la consegna di Parma, Piacenza e Modena. Clemente VII, per evitare di ottemperare alle condizioni imposte dall'imperatore, abbandona Roma e si ritira ad Orvieto. Papa Clemente, preso da questi problemi politici, trascura il movimento protestante ed in modo specifico quello inglese. Enrico VIII non ha un erede maschio e di questo incolpa la moglie Caterina d'Aragona. Dopo numerose relazioni con altrettante dame di corte, si innamora di Anna Bolena, una delle più belle signore del tempo, ma protestante. Dal 1527 Enrico cerca il modo per divorziare da Caterina, prendendo come scusa che il matrimonio con la vedova del fratello non può essere valido. Per perorare la sua causa Enrico manda a Roma Thomas More, grande umanista e abile giurista. Nonostante le motivazioni addotte, il papa ritiene il divorzio impossibile, anche perché l’imperatore Carlo V é nipote di Caterina ed il papa non vuole renderselo nemico. Allora Enrico comincia ad esercitare pressioni sul papa, arrivando, nel 1529 alla soppressione dell’indipendenza degli ecclesiastici inglesi ed ad arrogarsi il diritto di nominare i vescovi. Nel gennaio del 1533 Enrico VIII sposa Anna Bolena e, nel maggio dello stesso anno, il precedente matrimonio con Caterina d'Aragona viene dichiarato ufficialmente nullo dall’Arcivescovo di Canterbury. Dopo alcuni mesi, il 7 settembre 1533 nasce la futura regina Elisabetta, figlia di Enrico VIII e Anna Bolena. Enrico viene scomunicato ed il papa continua a ritenere legittimo il solo matrimonio con Caterina. Il re risponde allora con l'Atto di Supremazia, votato dal Parlamento il 3 novembre 1534, che lo dichiara Re supremo e unico Capo della Chiesa d'Inghilterra, attribuendosi quel potere spirituale che fino a quella data é stato appannaggio esclusivo del pontefice. Chi (come lo stesso Thomas More) rifiutò di accettare con giuramento il provvedimento e di riconoscere il nuovo matrimonio del re con il relativo ordine di successione al trono, viene considerato reo di alto tradimento e punito con morte. Lo scisma é ormai compiuto. Tutti i pagamenti che prima erano versati al papa ora vengono versati alla corona; il Parlamento esclude la principessa Maria dalla successione al trono in favore della figlia di Anna Bolena, nella speranza di un futuro erede maschio. La Bibbia viene tradotta in inglese, ai preti viene permesso sposarsi e le reliquie dei santi vengono distrutte. Tornato a Roma dopo la permanenza ad Orvieto, Clemente VII prosegue la sua opera di mecenate: sviluppa la Biblioteca Vaticana, continua la costruzione della Basilica di S.Pietro, porta a termine i lavori del Cortile di San Damaso e di Villa Madama. Incarica, inoltre, Michelangelo di affrescare la Cappella Sistina con il Giudizio Universale, seguendone personalmente i lavori. Nel 1528 approva l'Ordine dei Cappuccini e, nel 1530, quello dei Chierici Regolari di San Paolo (detti Barnabiti). Il papa muore a Roma il 25 settembre 1534. Clemente VII viene sepolto in Santa Maria sopra Minerva. Il suo mausoleo, disegnato da Antonio da Sangallo il Giovane, si trova di fronte a quello del cugino Leone X.
Gli succede Alessandro Farnese con il nome di Papa Paolo III (1534 – 1549) Purtroppo, anche in questo caso, dobbiamo stendere un pietoso velo sulle intemperanze della sua età giovanile. Avverte la gravità della separazione in atto di tutto il Nord Europa e sente l’obbligo di convocare un nuovo concilio ecumenico a Trento, sede di un principato vescovile appartenente all'Impero germanico, con la bolla “Laetare Jerusalem” per il 2 novembre 1542; ma per lo scarsissimo concorso di prelati viene sospeso il 6 luglio del 1543 e riconvocato l'anno dopo, il 19 novembre 1544. Gli stati protestanti tedeschi respingono aspramente l'invito; Lutero sfoga nuovamente il suo astio verso il papato nello scritto "Contro il papato di Roma, fondato dal diavolo". L'apertura del Concilio (durato complessivamente 18 anni, con due prolungate interruzioni) avviene il13 dicembre 1545 nel duomo della città di Trento. I protestanti, a loro volta, convocano il Concilio a Worms, dove rivendicano la propria autonomia dalla Chiesa di Roma, e, per quanto riguarda la dottrina e la disciplina, dichiaravano piena libertà di decisione. Dopo quindici anni di densissimo pontificato, che l'hanno visto protagonista delle vicende europee non solo religiose, Paolo III si spegne a Roma il 10 novembre 1549. Viene sepolto nella basilica di San Pietro. Il 18 febbraio 1546, intanto, era morto anche Martin Lutero. Papa Paolo III, forse unico fra i pontefici del suo tempo ad aver seriamente compreso la portata e le conseguenza di tale Riforma, è ancora oggi considerato un grande pontefice. Fu anche uno dei più grandi mecenati del Rinascimento italiano. Accordò protezioni a dotti e letterati, fece costruire e restaurare cappelle, chiese e grandi monumenti romani, promosse un grandioso sviluppo edilizio di Roma, abbellendola con nuove vie e fontane, spendendo cifre astronomiche per migliorarne la viabilità. Prima ancora dell'elezione al soglio pontificio riuscì ad accumulare quella che oggi è conosciuta come “collezione Farnese”. Tra i protagonisti di questa stagione, il più grande fu Michelangelo, ritornato a Roma nel 1534, e fermatovisi fino alla morte avvenuta trent'anni dopo. All'artista nel 1534 Paolo III commissionò il Giudizio Universale. In seguito gli affidò molti altri incarichi, tra cui quello di sovrintendente a vita ai lavori della Basilica Vaticana e la realizzazione di Piazza del Campidoglio.
Papa Giulio III, eletto il 7 febbraio, come sua prima iniziativa, inaugura Il 24 febbraio 1550 con l'apertura della Porta Santa della basilica di San Pietro, il X Giubileo. Per favorire i pellegrini, riporta in vigore le disposizioni sul blocco dei fitti e sulla regolazione del mercato alimentare. L'afflusso dei pellegrini viene seguito da San Filippo Neri e dalla Confraternita della Santa Trinità. Il 21 luglio 1550, inoltre, Giulio III approva definitivamente la fondazione della Compagnia di Gesù (i Gesuiti) e, nel 1552, li incita a fondare il Collegio Romano e il Collegio Germanico, destinato all'educazione dei giovani prelati tedeschi nella riforma della Chiesa in Germania. Nel periodo dal 1551 al 1553, Giulio III fa costruire sulla via Flaminia “Villa Giulia” , opera a cui lavorarono l'Ammannati, il Vignola e il Vasari. Internamente la villa è riccamente decorata con affreschi, stucchi, marmi policromi e statue. Su richiesta dell'imperatore Carlo V, fa riaprire il Concilio di Trento sospeso da Paolo III nel 1548. Emanata la Bolla di convocazione il 14 novembre 1550, il concilio viene aperto ufficialmente il 1º maggio 1551. Per rendere più comodo il viaggio dei prelati verso Trento, per la prima volta vengono usate delle carrozze dotate di cinghie di cuoio con funzione di ammortizzatore. In questo periodo Giulio III si imbarca anche nella Guerra di Parma, decisione per cui i prelati francesi non intervengono al concilio. Nel 1555 Giulio III accetta la richiesta di Maria la Cattolica di abrogare l'Atto di Supremazia inglese. In questo modo l'Inghilterra riabbraccia la fede cattolica, ma é solo una tregua. Con l'ascesa al trono di Elisabetta I, infatti, il distacco della Chiesa inglese da Roma diventa definitivo. Giulio III, che soffre di gotta da molto tempo, muore a Roma il 23 marzo 1555. Le sue spoglie mortali riposano in san Pietro in Montorio a Roma. Come Papa, Giulio III è ricordato più dagli storici dell'architettura e dagli amanti dell'arte, che dai teologi. Nominò Marcello Cervini, futuro papa Marcello II, bibliotecario vaticano, Michelangelo Buonarroti, capo degli architetti della fabbrica di San Pietro ed il compositore Giovanni Pierluigi da Palestrina, maestro di cappella della basilica vaticana. Inoltre potenziò la Biblioteca Vaticana e l'Università La Sapienza di Roma.
Per rispetto della storia accenniamo solamente a Papa Marcello II che rimase sul soglio pontificio per un solo mese: aprile del 1555.
Papa Paolo IV della famiglia dei Carafa di Napoli (maggio 1555 – agosto 1559) Si tratta di una scelta a sorpresa la sua elezione: il suo carattere rigido, severo e inflessibile, combinato con la sua età fanno pensare infatti che possa rinunciare; invece accetta. Come altri Papi rinascimentali, anche Paolo IV non mostra ritrosia nel promuovere e preferire i suoi parenti. Il pontificato di Paolo IV ha un'importanza fondamentale nello sviluppo dell'Inquisizione Romana, fondata da Paolo III nel 1542. Il 12 luglio del 1555 istituisce la creazione del Ghetto di Roma; gli ebrei vengono quindi costretti a vivere reclusi in una specifica zona del rione Sant'Angelo. Anche in altre città dello stato pontificio gli ebrei vengono rinchiusi in ghetti e obbligati a portare un copricapo giallo, per essere immediatamente individuati. Nel 1558 la Congregazione del Sant'Uffizio emana il primo Indice dei libri proibiti valido per tutta la cristianità. Le proibizioni sono divise in tre classi: la prima comprende una serie di autori la cui produzione é proibita in toto, la seconda una serie di titoli, la terza tutti i volumi che non recano indicazioni tipografiche, o che non abbiano ricevuto il permesso ecclesiastico e tutti i libri di astrologia e magia. Viene condannato anche Erasmo da Rotterdam, nonostante sia un autore cattolico. All'indice viene allegata una lista di 45 edizioni di Bibbie e Nuovi Testamenti proibiti, nonché di editori messi al bando. Questo primo indice promulgato sotto Paolo IV è estremamente più severo dei suoi successori, a partire da quello promosso da papa Pio IV (detto invece tridentino, poiché discusso durante il Concilio di Trento). Durante il suo pontificato viene siglata la cosiddetta “Pace di Augusta” del 1555 che sancisce definitivamente la divisione religiosa della Germania. Tre furono le clausole principali: a) Cuius regio, eius et religio: cioè il Principe può scegliere liberamente a quale religione appartenere; i sudditi invece devono, o scegliere la religione del proprio Principe, o emigrare in un altro Stato; b) Reservatum ecclesiasticum: i Principi che dopo il trattato abbandonano il cattolicesimo, perdono tutti i loro beni; c) Declaratio secreta: per compensare il reservatum, in un accordo segreto viene riconosciuto ai nobili, alle città e ai villaggi che da anni hanno abbracciato il luteranesimo, il diritto di restare liberamente nella loro fede. Muore il 18 agosto 1559 e le sue spoglie vengono deposte in S. Maria sopra Minerva.
Papa Pio IV, al secolo con il nome di Giovanni Angelo Medici di Marignano, nacque da una famiglia non imparentata con i Medici di Firenze, ma di origine lombarda. Suo padre Bernardino si era stabilito a Milano e si guadagnava la vita con la riscossione delle tasse. Bernardino ebbe due figli molto intraprendenti: il maggiore Gian Giacomo Medici detto il Medeghino divenne un soldato di ventura e chi, come l’autore di questi studi, conosce un poco la storia del lago di Como, sa bene di quali spericolate bravate fosse questo fratello del Papa e zio di San Carlo Borromeo. Giovanni Angelo, dunque, figlio minore, studiò legge a Pavia e a Bologna, interessandosi molto anche di filosofia e di medicina. Divenne un quotato esperto giurista, e a 28 anni decise di entrare al servizio della Chiesa andando a Roma. Contemporaneamente suo fratello Gian Giacomo aveva sposato una donna della famiglia Orsini, con il beneplacito di Papa Paolo III. Nel lungo e contrastato conclave che seguì alla morte di Paolo IV, le antipatie di questi nei suoi confronti gli si tramutarono in vantaggio, poiché il 25 dicembre 1559 fu eletto Papa come risultato di un compromesso fra i partiti favorevoli rispettivamente alla Spagna e alla Francia. Fu incoronato il 6 gennaio 1560. Pio IV aveva abitudini e temperamento completamente opposti a quelli del predecessore, essendo affabile, vivace e cordiale e, nello stesso tempo, astuto, diplomatico ed esperto nel condurre gli affari di stato. Egli diede libero corso al movimento riformatore, cercando al contempo di porre rimedio ad alcune ingiustizie compiute da Paolo IV (ad esempio liberando e reinsediando in carica il cardinale Giovanni Morone che era stato imprigionato con l'accusa di eresia) e mitigando alcuni dei suoi decreti più estremi. Tuttavia nei confronti dei nipoti di Paolo non dimostrò alcuna misericordia: accusati di vari crimini e condannati in base a testimonianze di dubbia attendibilità, furono giustiziati per strangolamento o decapitazione. Come era consuetudine del tempo, Pio IV non fu immune dall'esercizio del nepotismo, ma, a onor del vero, il conferimento del cardinalato e della carica di arcivescovo di Milano al nipote Carlo Borromeo, uomo integerrimo e di elevata spiritualità, conferirono onore e lustro alla chiesa ed al suo pontificato. L’opera veramente fondamentale per la storia della Chiesa, su ispirazione del nipote S. Carlo Borromeo, fu quella di portare a termine efficacemente il Concilio di Trento con il terzo ed ultimo periodo (sessioni XVII –XXV, 18 gennaio 1562 - 4 dicembre 1563). Il concilio doveva innanzitutto portare a termine la dottrina dei sacramenti. Le sessioni XVII - XX furono dedicate alla riorganizzazione dei lavori. Nelle sessioni XXI-XXIV (16 luglio 1562 - 11 novembre 1563) furono emanati decreti sulla dottrina della Comunione sotto le due specie, la Comunione dei bambini, il sacrificio della Messa, i sacramenti dell'Ordine e del Matrimonio. I dibattiti relativi furono talora molto difficili e richiesero parecchio tempo; più di una volta si affacciò il pericolo di uno scioglimento del concilio. A questo periodo sono da ascriversi anche un gran numero di sostanziosi decreti di riforma, concernenti i più importanti settori della vita ecclesiastica. Lunghe e tempestose discussioni si sollevarono a partire dall'aprile del 1562, quando si cominciò a trattare dell'obbligo di residenza e del potere di governo dei vescovi. Per rendere impossibile la cumulazione di benefici ecclesiastici in una sola mano, gli spagnoli e i francesi volevano che il concilio dichiarasse che l’obbligo di residenza fosse di diritto divino, e in relazione a ciò favorivano la tesi secondo cui la giurisdizione vescovile non proveniva dal papa, ma direttamente da Dio. Gli italiani si opposero con energia. Nella sessione XXII, del 1562 si ordinò che nel canto e nel suono dell’organo si evitasse severamente tutto ciò che aveva un tono di lascivo e impuro. Alcuni zelanti volevano addirittua proscrivere completamente dalle chiese la musica figurata o polifonica per far ritorno al puro canto gregoriano; ma la commissione cardinalizia istituita dal papa per l'applicazione dei decreti tridentini non fece sua questa proposta estrema e si limitò ad esigere una maggior semplicità delle composizioni ed esclusione di melodie mondane. Nel capitolo del matrimonio (sess. XXIV) non ci si limitò a definirne la sacramentalità e l'indissolubilità, ma fu emanato anche un apposito decreto, 'De reformatione matrimonii', in dieci capitoli. Il primo di questi, il cosiddetto decreto 'Tametsi', dichiarò nullo e invalido il matrimonio segreto e riconobbe validità soltanto al matrimonio celebrato dinanzi al parroco competente e a due o tre testimoni. Degli altri decreti di riforma sono da ricordare: le prescrizioni relative al conferimento degli ordini sacri e alla sufficiente dotazione delle parrocchie, l'abolizione dell'ufficio dei questuari e il conferimento ai vescovi del compito di annunciare le indulgenze (sess. XXI, XXIII), l'accentuazione del dovere di residenza per i rettori delle chiese e l'obbligo per tutti i prelati di farsi consacrare entro tre mesi (sess. XXIII). Di vasta portata fu il decreto riguardante l'erezione di seminari diocesani per la formazione dei futuri sacerdoti, decreto, però, che nelle intenzioni dei padri conciliari, non doveva minimamente compromettere o meno ancora abolire lo studio della teologia nelle università. La sessione XXIV emanò una quantità di disposizioni circa la celebrazione di sinodi provinciali (ogni tre anni) e di sinodi diocesani (annuali), la visita delle diocesi, l'esercizio dell'ufficio della predicazione e l'istruzione religiosa del popolo, la penitenza ecclesiastica pubblica, l'istituzione di un esame di concorso per le nomine alle parrocchie vacanti, il divieto di cumulazione dei benefici (prevedendo una serie di dispense), delle expectantiae, delle provvisioni, delle riserve. Nella sessione conclusiva (sess. XXV) del 3 e 4 dicembre 1563 furono emanati i decreti dogmatici circa il purgatorio, il culto dei santi e delle reliquie, le immagini sacre e le indulgenze. Interessante ciò che troviamo nel decreto delle indulgenze, dove leggiamo: "II Santo Sinodo insegna e comanda di mantenere nella Chiesa l'uso delle indulgenze, molto salutare per il popolo cristiano... desidera tuttavia che nel concedere le indulgenze si usi moderazione... per evitare che la troppa facilità nel concederle indebolisca la disciplina ecclesiastica.. con il presente decreto (il sinodo) stabilisce la completa abolizione di tutti gli indegni traffici di soldi fatti per ottenerle". Inoltre fu approvato un particolare decreto di riforma degli ordini religioso maschili e femminili Diverse riforme non ancora elaborate, come l'edizione di un nuovo indice dei libri proibiti, in sostituzione di quello troppo severo di Paolo IV, di un Catechismo generale, di un Breviario e un Messale riveduti, furono demandate al papa I decreti conciliari furono sottoscritti da 255 partecipanti, fra cui 6 cardinali, 3 patriarchi,193 arcivescovi e vescovi, 7 abati e 7 generali di ordini e 39 procuratori di assenti. Il concilio fu ufficialmente chiuso del novembre 1563 Nessun altro concilio ha esercitato un'azione così vasta, profonda e duratura per la fede cattolica e la disciplina ecclesiastica; tale azione è ancora viva ai nostro giorni. Certo esso non riuscì a ripristinare l'unità religiosa, giunse appena in tempo per salvare la Chiesa nei paesi latini; in quelli nordici era ormai troppo tardi. L'occidente cristiano rimase così confessionalmente diviso. Ma la dottrina cattolica fu chiarita e nuovamente precisata nei suoi punti decisivi. Anche se l'attuazione dei decreti fu soltanto graduale e di diversa portata nei singoli paesi, dal concilio si irradiò una forza rigeneratrice e creativa andata sotto il nome di CONTRORIFORMA (o Riforma Cattolica). Scampato miracolosamente ad una congiura ordita verso di lui per ucciderlo, Pio IV ne rimase così impressionato che si ammalò e non riacquistò più la salute. Quando si aggravò accorsero ad assisterlo sul letto di morte Carlo Borromeo e Filippo Neri, e nelle loro braccia spirò tranquillamente la notte del 9 dicembre 1565. I suoi resti mortali riposano nella tomba a lui dedicata in santa Maria degli Angeli a Roma. Tra gli atti del suo pontificato non si può trascurare quanto di bello ha fatto per Roma, costruendo tre nuove strade, Borgo Pio, Borgo Vittorio e Borgo Angelico, e dotandola, sempre nella zona del Borgo, di nuove mura. A queste si aggiunge la famosa “Porta Pia” eretta tra il 1561 ed il 1564 da Michelangelo. Nel 1561, Pio IV operò la grande trasformazione delle Terme di Diocleziano con la costruzione del monastero di S. Maria degli Angeli. E’ pure sua l’iniziativa di costruire nei giardini vaticani quella che ancora oggi, in suo ricordo, si chiama la “Casina di Pio IV”.
Si discute spesso se quella che viene chiamata Controriforma non sia che una conseguenza dell’intuito che ha mosso Martin Lutero a ribellarsi alla Chiesa dei suoi giorni. Ho già espresso il mio parere usando l’immagine del fuoco che incendia la casa e di chi invece si preoccupa di salvare i beni in essa contenuti. Ritornerò su questo argomento dopo aver ultimato la presentazione dei Sommi Pontefici di quel tempo. Intanto mi preme presentare la figura del successore di Pio IV che, a buon diritto ancora oggi viene ricordato come un grande santo e tanti cattolici si rifanno alla sua riforma liturgica richiamandosi appunto al “Messale di San Pio V”. Papa San Pio V, al secolo Antonio Michele Ghisleri, nativo di Bosco Marengo (Alessandria) ove vide la luce il 27 gennaio 1504 da una nobile famiglia. Per sopravvivere fece il pastore, finché all’età di quattordici anni entrò tra i Domenicani di Voghera. Nel 1519 professò i voti solenni a Vigevano, poi completò gli studi presso l’università di Bologna e nel 1528 ricevette l’ordinazione presbiterale a Genova. Per ben sedici anni insegnò filosofia e teologia e successivamente fu priore nei conventi di Vigevano e di Alba, rigorosissimo con sé stesso e con i confratelli nell’osservanza religiosa. Nominato poi inquisitore a Como, spiegò ogni sua forza per arrestare le dottrine protestanti che segretamente venivano introdotte in Lombardia. Papa Paolo IV conoscendo il suo vigore spirituale lo elesse, prima vescovo di Sutri e Nepi, ed in seguito cardinale nel 1557, con l’incarico di inquisitore generale di tutta la cristianità. Era in aperto contrasto con il suo predecessore per l’indirizzo mondano e nepotista, tuttavia, alla sua morte, fu proprio San Carlo, il nipote del papa defunto, a caldeggiare la sua nomina. Il giorno dell’incoronazione, anziché far gettare monete al popolo come consuetudine, il novello Pio V preferì soccorrere a domicilio molti bisognosi della città di Roma. Anche da papa continuò a vestire il bianco saio domenicano, a riposare sopra un pagliericcio, a cibarsi di legumi e frutta, dedicando l’intera sua giornata al lavoro e alla preghiera. Colpì senza pietà gli abusi della corte pontificia, dimezzando le inutili bocche da sfamare e nominando un’apposita commissione per vigilare sulla cultura ed i costumi del clero, che a quel tempo lasciavano molto a desiderare. Nell’attuazione delle disposizioni impartite dal Concilio di Trento fu coadiuvato da Monsignor Niccolò Ormaneto, già braccio destro di San Carlo a Milano. Ai sacerdoti vennero interdetti la simonia, gli spettacoli, i giochi, i banchetti pubblici e l’accesso alle taverne. Ai vescovi fu imposto un previo esame di accertamento circa la loro idoneità, la residenza, pena la privazione del loro titolo, la fondazione dei seminari e l’erezione delle cosiddette Confraternite di catechismo. Nella curia Pio V organizzò la Penitenzieria, creò la Congregazione dell’Indice per l’esame dei libri contrari alla fede, intervenne personalmente alle sessioni del Tribunale dell’Inquisizione e talvolta concesse udienza al popolo per ben dieci ore consecutive. Le sue maggiori attenzioni erano rivolte ai poveri che ascoltava pazientemente e confortava anche con aiuti pecuniari. Il papa era compiaciuto di poter partecipare alle manifestazioni pubbliche della fede nonostante le torture della calcolosi, di far visita agli ospedali, di curare egli stesso i malati e di esortarli alla rassegnazione. Suggerì all’Istituto Fatebenefratelli di aprire un nuovo ospizio a Roma. Durante la carestia del 1566 e le epidemie che seguirono, fece distribuire ai bisognosi somme considerevoli ed organizzare i servizi sanitari. Al fine di reperire le ingenti somme necessarie, provvide a sopprimere qualsiasi spesa superflua, addirittura facendo adattare alla sua statura gli abiti dei suoi predecessori. Con una simile austerità di vita il papa riuscì nonostante tutto ad imporsi sugli avversari e ad indurre gli altri prelati e dignitari della curia romana ad un maggiore spirito di devozione e penitenza. Per l’uniformità dell’insegnamento, secondo le indicazioni del Concilio Tridentino, che aveva richiesto fosse redatto un testo chiaro e completo della dottrina cristiana, Pio V ne affidò la redazione a tre domenicani e lo pubblicò nel 1566. L’anno seguente proclamò San Tommaso d’Aquino “Dottore della Chiesa”, obbligando le Università allo studio della Somma Teologica e facendo stampare nel 1570 un’edizione completa e accurata di tutte le opere teologiche del santo. In campo liturgico si deve alla lungimiranza di questo pontefice la pubblicazione del nuovo Breviario e del nuovo Messale, cioè il celebre rito della Messa ancor oggi conosciuto proprio con il nome di San Pio V. In ambito musicale inoltre nominò il Palestrina maestro della cappella pontificia. Suo merito fu anche quello di promuovere l’attività missionaria con l’invio di religiosi nelle “Indie orientali e occidentali” ed un pressante invito agli spagnoli a non scandalizzare gli indigeni nelle loro colonie. Al fine di contrastare l’immoralità dilagante fra il popolo romano, il pontefice punì l’accattonaggio e la bestemmia, vietò il combattimento di tori ed i festeggiamenti carnevaleschi, espulse da Roma parecchie cortigiane. Per sottrarre i cattolici alle usure degli ebrei favorì i cosiddetti Monti di Pietà, relegando gli ebrei in appositi quartieri della città. Pur non avendo una particolare attitudine per l’amministrazione dello stato, non trascurò il benessere dei suoi sudditi costruendo nuove strade ed acquedotti, favorendo l’agricoltura con bonifiche, adeguando le fortezze di difesa e curando assai gli ospedali. Contemporaneamente al lavoro di pubblica amministrazione, Pio V agiva con grande energia sul fronte della difesa della purezza della fede: sotto il suo pontificato soppresse gli Umiliati poiché a Milano avversavano le riforme operate dal Borromeo. Inoltre scomunicò e “depose” la regina Elisabetta I d’Inghilterra, rea della morte della cugina Maria Stuart e di aver così aggravato l’oppressione dei cattolici inglesi. Inviò in Francia proprie milizie contro gli Ugonotti tollerati dalla regina Caterina de’ Medici. Il re spagnolo Filippo II fu esortato da Pio V a reprimere il fanatismo anabattista nei Paesi Bassi. Michele Baio, professore all’Università di Lovanio e precursore del giansenismo, meritò la condanna delle proprie tesi eretiche. Ma l’episodio più celebre della vita di questo grande pontefice è sicuramente il suo intervento in favore della battaglia di Lepanto. Per allontanare la perpetua minaccia che i Turchi costituivano contro il mondo cristiano, il santo papa s’impegnò tenacemente per organizzare un lega di principi, in particolare dopo la presa di Famagosta eroicamente difesa dal veneziano Marcantonio Bragadin nel 1571 che, dopo la resa, fu scuoiato vivo. Alle flotte pontificie si unirono quelle spagnole e veneziane, sotto il supremo comando di Don Giovanni d’Austria, figlio naturale dell’imperatore Carlo V. Il fatale scontro con i Turchi, allora all’apogeo della loro potenza, avvenne il 7 ottobre 1571 nel golfo di Lepanto, durò da mezzodì sino alle cinque pomeridiane e terminò con la vittoria dei cristiani. Alla stessa ora Pio V, preso da altri impegni, improvvisamente si affacciò alla finestra, rimase alcuni istanti in estasi con lo sguardo rivolto ad oriente, ed infine esclamò: “Non occupiamoci più di affari. Andiamo a ringraziare Dio perché la flotta veneziana ha riportato vittoria”. A ricordo del felice avvenimento che cambiò il corso della storia, fu introdotta la festa liturgica del Santo Rosario, al 7 ottobre, preghiera alla quale sarebbe stata attribuita dal papa la vittoria. Il senato veneto infatti fece dipingere la scena della battaglia nella sala delle adunanze con la scritta: “Non la forza, non le armi, non i comandanti, ma il Rosario di Maria ci ha resi vittoriosi!”. Pio V era però ormai spossato da una malattia, l’ipertrofia prostatica, di cui per pudicizia preferì non essere operato. Radunati i cardinali attorno al suo letto di morte, rivolse loro alcune raccomandazioni: “Vi raccomando la santa Chiesa che ho tanto amato! Cercate di eleggermi un successore zelante, che cerchi soltanto la gloria del Signore, che non abbia altri interessi quaggiù che l’onore della Sede Apostolica e il bene della cristianità”. Spirò così il 1° maggio 1572. La sua salma riposa ancora oggi nella patriarcale basilica di Santa Maria Maggiore in Roma. Papa Clemente X beatificò il suo predecessore cent’anni dopo, il 27 aprile 1672, e solo Clemente XI lo canonizzò poi il 22 maggio 1712. La Chiesa ne fa memoria il 30 aprile. (Autore: Fabio Arduino, da Internet, santi e beati)
Alla morte di Pio V il 14 maggio 1572, il Sacro Collegio, dopo un brevissimo conclave, durato meno di ventiquattr'ore, elegge Papa Gregorio XIII, nato Ugo Buoncompagni. Il nuovo papa, malgrado i suoi settanta anni compiuti, dimostra subito eccezionale energia e volontà inflessibile di continuare l'opera di radicale rigenerazione della chiesa iniziata da Pio V. Sotto l'influenza del cardinale Carlo Borromeo, e seguendo fedelmente le orme del suo predecessore, Gregorio XIII si mostra in tutto il suo pontificato impegnato nel rinnovare il mondo cattolico con la totale e precisa attuazione dei canoni del concilio di Trento. Se infatti prima di lui la Riforma cattolica fu condotta sostanzialmente solo in Italia e Spagna, grazie al suo pontificato si sviluppa con rapidità e organicità in tutta la cristianità. Egli vuole la creazione di seminari per la formazione dei futuri preti, colti e moralmente ineccepibili, capaci di assumersi compiti di rinnovamento religioso, suggeriti dal Concilio. Sorgono così numerosi collegi di questo tipo, a Roma e dovunque nei paesi cattolici, la cui gestione viene affidata all’ordine religioso più competente: la Compagnia di Gesù. In realtà i Gesuiti si rivelano degli ottimi collaboratori di papa Gregorio, il quale al loro Collegio Romano, fondato da Ignazio di Loyola, concede importanti sovvenzioni e aggiunge nuovi e spaziosi edifici. Quando la Pontificia Università Gregoriana accoglie l’eredità del Collegio Romano, viene chiamata così proprio in onore di Gregorio XIII. Nel 1576 richiama a Roma il gesuita Roberto Bellarmino professore a Lovanio e gli conferisce la cattedra di Apologetica presso il Collegio Romano. Sempre avvalendosi dell’aiuto dei Gesuiti, papa Gregorio nel 1579 crea a Roma un Collegio Inglese e nel 1587 rafforza con ricche donazioni il Collegio Germanico che unito a quello Ungarico dà vita al Collegio Germanico Ungarico. Inoltre il papa dimostra il proprio interesse per il consolidamento dell’unione con le chiese d’Oriente creando ancora nella capitale i Collegi Greco, Armeno e Maronita. Gregorio XIII si occupa, inoltre, della riforma delle Carmelitane di Spagna con l'aiuto di Teresa d'Avila, e dell'istituzione della Congregazione dell'Oratorio ad opera di Filippo Neri. L’opera missionaria, seppur già messa largamente in atto da Pio V, trova in papa Gregorio un rinnovato impulso tanto da estendersi nelle terre sia dell’America come del lontano Oriente. Per quanto riguarda l’impegno per ricondurre all’unità religiosa i popoli cristiani d’Europa, Gregorio XIII e i suoi collaboratori riescono a mantenere alta la causa cattolica nei Paesi Bassi, la Polonia torna ad essere completamente cattolica e in Germania, per l’intervento anche dei duchi di Baviera e di insigni principi ecclesiastici tedeschi, il protestantesimo viene arrestato nel suo espandersi. Bisogna riconoscere anche qualche imprudenza commessa come quando fa celebrare le messe di ringraziamento ed altre manifestazioni di gaudio quando a Roma giunge la notizia del Massacro del giorno di San Bartolomeo del 1572. In questa circostanza, il papa dimostra con questo suo comportamento, di quanto sia prigioniero della mentalità collettiva del suo tempo, secondo la quale ci si può permettere tutto nei confronti dei nemici della propria religione. Oppure quando sostenne moralmente delle cospirazioni per detronizzare Elisabetta I d'Inghilterra. Così facendo, diviene causa indiretta dell’odio dei protestanti nei confronti dei cattolici residenti nel nord Europa. E’ merito suo la protezione per molti dotti del suo tempo e la stesura del Martyrologium romanum. Riconosce la scoperta e l'importanza delle catacombe romane. Tra i meriti scientifici durevoli di questo papa, c'è la riforma del calendario che porta il suo nome, quel calendario gregoriano, ancora oggi universalmente in uso. Col passare dei secoli il calendario giuliano aveva creato una discrepanza tra il calendario civile e quello astronomico. Tutto questo aveva portato ad una serie di lamentele ed era stato discusso anche dai padri conciliari a Trento. Gregorio XIII istituisce una commissione sotto la guida del Cardinale Sirleto alla quale contribuiscono anche il matematico tedesco e il gesuita Cristoforo Clavio, professore presso il Collegio Romano. Dopo un accurato studio il papa, con la bolla Inter gravissimas del 24 febbraio 1582, in accordo con la maggioranza dei principi cattolici e delle università, stabilisce che al 4 ottobre 1582 debba fare seguito il 15 ottobre 1582 e che in futuro dovessero essere soppressi tre giorni intercalari in quattrocento anni. Monumenti insigni sorgono a Roma per suo volere, come ad esempio, nel 1580 il palazzo del Quirinale, nel 1583 la Cappella Gregoriana nella Basilica di San Pietro e nel 1584, con il suo appoggio, viene portata a termine la chiesa del Gesù, chiesa madre dei Gesuiti. La solenne accoglienza dei primi cristiani giapponesi svoltasi il 23 marzo 1585 é una delle ultime uscite pubbliche di papa Gregorio XIII, che dopo una breve malattia muore il 10 aprile 1585, nel pieno delle sue attività portate avanti fino alla fine con energia, malgrado i suoi ottantaquattro anni. Quattro giorni dopo viene sepolto nella basilica di San Pietro.
Gli succede Papa Sisto V, al secolo Felice Peretti (aprile 1585 – agosto 1590). E’ entrato nella memoria come un papa severo e autoritario; appena eletto, cerca subito di eliminare il malcostume, la corruzione e il brigantaggio che avevano raggiunto limiti non più tollerabili nella Roma di fine cinquecento, anche per non favorire le critiche della riforma protestante che vedeva in una chiesa eccessivamente tollerante dei vizi e del malcostume un ulteriore motivo di vantarsi della riforma appena intrapresa. Il suo pontificato segna una scossa brutale per il lassismo morale e il malcostume che sta ampiamente diffondendosi in tutti gli strati sociali e che gli porta però l'ostilità di molti cittadini. Il passo successivo di Sisto é quello di aggiustare le finanze, tirandosi addosso nuove ostilità. Con la vendita di uffici, la fondazione di nuovi "Monti", e l'imposizione di nuove tasse, egli accumula un ampio avanzo di finanze della Chiesa. Nel 1589 inizia una revisione della Vulgata, la cosiddetta Editio Sixtina. Somme immense vengono utilizzate in opere pubbliche con il supporto tecnico del suo architetto Domenico Fontana e facendo saccheggiare a man salva, alla ricerca di marmi preziosi e lavorati, i monumenti antichi: si ha così il completamento della cupola di San Pietro; la loggia di Sisto o delle benedizioni a San Giovanni in Laterano; la cappella del SS. Sacramento (anche detta Cappella Sistina o del Presepe) a Santa Maria Maggiore; le aggiunte e le riparazioni al Palazzo del Quirinale, al Laterano e al Vaticano; l'erezione di quattro obelischi, compreso quello in Piazza San Pietro; l'apertura di sei strade; il restauro dell'acquedotto di Settimio Severo ("Acqua Felice") con la mostra finale della fontana del Mosè; oltre a numerose vie e ponti, un tentativo di prosciugare le paludi pontine, e l'incentivazione dell'agricoltura e della manifattura. Inoltre integra Borgo (sino a quel tempo autonomo) come quattordicesimo rione nella città di Roma. Nello stesso tempo decide di modernizzare Roma e intraprende grandi lavori urbanistici. Egli non ha particolare devozione per le opere dell'antichità classica: le colonne di Traiano e Marco Aurelio vengono usate come piedistalli per le statue di San Pietro e San Paolo; la Minerva del Campidoglio venne convertita in S. Maria sopra Minerva. Si deve a Sisto V il primo progetto di sistemazione urbanistica della città di Roma moderna: il Papa fa tracciare la nuova via che, attraversando le tre colline del Rione Monti, collega Trinità dei Monti con San Giovanni in Laterano e Santa Croce in Gerusalemme: la via Sistina il cui percorso , Quattro Fontane al Quirinale, il Viminale, S. Maria Maggiore all'Esquilino, fino al palazzo del Laterano, è contrassegnato da grandi obelischi egizi. Papa Sisto morì tra le esecrazioni dei suoi sudditi; il Belli gli ha riservato dei feroci sonetti, ma i posteri lo riconoscono come uno dei più grandi Papi. Era impulsivo, ostinato, severo e autoritario, ma la sua mente era aperta e di larghe vedute. Si dedicò alle sue imprese con una energia ed una determinazione che lo portarono spesso al successo. Poche persone possono vantare imprese più grandi.
Gli succede Papa Urbano VIII. Eletto il 15 settembre 1590, muore di malaria il 27 settembre, prima di essere consacrato. È sepolto a Santa Maria sopra Minerva.
Suo successore è Papa Gregorio XIV. ( dicembre 1590 – ottobre 1591). Al secolo Niccolò Sfondrati di Gallarate. Uomo di grande spiritualità, la sua elezione viene letta come di passaggio. Nel compito di direzione della curia, nomina cardinale e Segretario di Stato suo nipote Paolo Emilio Sfondrati affinché possa trovare valido supporto nelle difficili scelte. Il suo breve pontificato non é segnato da eventi clamorosi, ad eccezione del fatto che, consigliato dal Re di Spagna scomunica Enrico IV di Francia, dichiarandolo un eretico e un persecutore della Chiesa, e quindi tale da essere privato dei propri dominii; fece quindi radunare un esercito mercenario per attaccare la Francia. E’ un intervento che in seguito porterà delle prove dolorose per la Chiesa. Nutre grande ammirazione per San Camillo de Lellis che con i suoi seguaci, si prodiga senza riserve durante la tremenda carestia del 1590, divenendone personale protettore, ed elevando la congregazione ad Ordine dei ministri degli infermi. Chiede spesso consigli a San Filippo Neri. E’ amico di San Luigi Gonzaga. Ostacola la castrazione che viene praticata per ottenere voci bianche; e cerca di lottare contro il banditismo che imperversa intorno a Roma. Il futuro cardinale Bellarmino rientrato in Roma dopo la morte di Sisto V, che lo aveva allontanato, consiglia a Gregorio XIV di non proibire la Bibbia in volgare, ma di farla correggere; si forma così un gruppo di studiosi che si mettono all'opera per eliminare i numerosi errori della traduzione biblica precedente. Si spegne il 16 ottobre 1591 e viene sepolto in San Pietro.
Gli succede Papa Innocenzo IX, che rimane più a letto che sul trono tanto che malignamente viene definito "pontifex clinicus". Eletto nell’ottobre del 1591, muore il 30 dicembre 1591, dopo solo due mesi di pontificato. E’ sepolto nelle Grotte vaticane.
Viene eletto Papa Clemente VIII, nato Ippolito Aldobrandini (febbraio 1592 – marzo 1605). Nel tentativo di attuare una riforma del cattolicesimo in tutti i paesi e di difendere il mistero dell’Eucaristia che la riforma protestante aveva svuotato del suo mistero fa introdurre in tutte le diocesi la pratica delle Quarantore, istituita a Milano nel 1527. Nel 1594 avocò a se la diatriba sorta tra Gesuiti e Domenicani, sul problema del rapporto tra grazia e libero arbitrio. Durante il suo pontificato, Clemente ordina anche la pubblicazione di una nuova edizione della Vulgata, che sarà poi chiamata 'Clementina', fa pubblicare la revisione del Breviario romano, del Messale romano ed una nuova edizione dell'Index Librorum prohibitorum. Il 19 maggio 1599, con la bolla "Annus Domini placabilis", Clemente VIII annuncia il XII Giubileo. La Porta Santa viene aperta il 31 dicembre, in contemporanea nelle quattro basiliche patriarcali. Tutte le campane di Roma suonano a festa accompagnate dal rombo dei cannoni di Castel Sant'Angelo.
Osti, albergatori, bottegai e negozianti vengono diffidati dal rincarare i prezzi. Vengono presi severi provvedimenti per la repressione del brigantaggio e del malcostume, sono vietati i festeggiamenti carnevaleschi e viene costruita una casa per ospitare vescovi e sacerdoti poveri d'oltralpe. Per quest'ultima opera la comunità ebraica di Roma offre 500 pagliericci e coperte. Giungono a Roma, che conta circa 100.000 abitanti, tre milioni di pellegrini. Nel solo giorno di Pasqua ne arrivano 200.000. Ogni pellegrino può lucrare l'indulgenza plenaria a patto di visitare 15 volte, se straniero, o 30 volte, se romano, le basiliche. Lo stesso Clemente VIII dà buon esempio servendo personalmente a tavola i pellegrini, ascoltandone le confessioni, salendo in ginocchio la Scala Santa, mangiando ogni giorno con dodici poveri, visitando per 60 volte le Basiliche e recandosi di persona nei luoghi di penitenza per verificarne le condizioni e il funzionamento. Anche i cardinali, in segno di penitenza, rinunciano ad indossare la porpora. A causa di un attacco di gotta, che ne aveva anche ritardato l'apertura, Clemente VIII chiuse la Porta Santa il 13 gennaio 1601, anziché il 31 dicembre 1600. Lo scopo generale delle sue politiche é quello di liberare il Papato dalla sua dipendenza dalla Spagna. L'evento più importante del suo regno é comunque, la riconciliazione con la Francia, resa possibile dal cambio di rotta politica rispetto ai suoi predecessori. Il 25 luglio 1595 riconosce come legittimo il re di Francia Enrico IV, che nel 1593 si era convertito al cattolicesimo, ed annulla la bolla con la quale Sisto V lo aveva dichiarato eretico recidivo. In quegli anni Clemente VIII iniziò a mediare la disputa tra Enrico IV di Francia e il duca Carlo Emanuele I di Savoia. Questa fu una impresa più ardua perché nessuno dei due contendenti voleva cedere: il re di Francia voleva a tutti i costi il marchesato di Saluzzo, mentre il duca non aveva alcuna intenzione di cederlo. Approfittando delle nozze di Enrico IV con Maria de' Medici, il Papa invia in Francia, il nipote, cardinale Pietro Aldobrandini, per benedire gli sposi ed iniziare i negoziati di pace. Il 17 gennaio 1601, con la firma del trattato di Lione, la disputa viene ricomposta. Come tanti suoi predecessori, anche Clemente VIII si circonda di personaggi illustri. Fu grande amico di San Filippo Neri, dei cardinali Roberto Bellarmino e Cesare Baronio, Torquato Tasso, poeta della corte papale e per il quale il pontefice ha preparato l'incoronazione in Campidoglio, non avvenuta per la morte stessa del poeta. Grazie a lui vengono costruite, in Vaticano, la Sala del Concistoro e la Sala Clementina, e a Frascati la Villa Aldobrandini, residenza estiva del pontefice progettata da Giacomo della Porta e completata da Carlo Maderno con i giochi d'acqua ideati da Giovanni Fontana. Come il Sangallo era stato l'architetto di Paolo III, il Maderno é l'artefice delle opere di Clemente VIII. Furono costruite la Manica Lunga, alloggio delle Guardie Svizzere, la Cappella Paolina, l'Appartamento dei Principi, la Sala Regia, il Salone degli Svizzeri e la Cappella dell'Annunciazione, affrescata da Guido Reni. Sotto il suo pontificato, inoltre, viene finalmente completata la cupola della basilica di San Pietro. Il caso Bruno fa parte della lotta papale alle eresie. I problemi del frate domenicano, iniziano nel marzo del 1592 quando, ospite in casa Mocenigo a Venezia, viene denunciato all'Inquisizione locale con l'accusa di averlo sentito pronunciare bestemmie e frasi eretiche. Giordano si difende dicendo di aver formulato solo ipotesi filosofiche e non teologiche, per le quali si rimette in tutto e per tutto alla dottrina della Chiesa. Quando tutto fa pensare in una prossima assoluzione, anche in virtù di molte testimonianze favorevoli, arriva la richiesta del trasferimento del processo al Tribunale centrale del Sant'Uffizio. Il 19 dicembre 1593, il frate giunge a Roma.Subisce diversi processi con esiti alterni quando, rifiutando l'abiura il 21 dicembre 1599, firma la sua condanna a morte. Il 17 febbraio Giordano Bruno viene condotto al rogo a Campo de' Fiori con la bocca in giova (imbavagliato) e viene arso vivo. E così è ancora oggi il simbolo del martire della prepotenza cattolica. Clemente VIII si spense il 3 marzo 1605 alle 5 del mattino. Fu seppellito nella Cappella Paolina della basilica patriarcale di Santa Maria Maggiore a Roma. Lasciò un buon ricordo per la sua prudenza, munificenza e capacità negli affari. Il suo pontificato fu caratterizzato inoltre dal numero e dalla bellezza delle medaglie che furono coniate. Tuttavia le ombre sul suo pontificato, fecero sì che alla sua morte alcuni suoi oppositori tirassero un sospiro di sollievo. Più tardi Ludovico Antonio Muratori scrisse di lui: "Morì Papa Clemente, sono morti i cinque nipoti che avevano altri due cardinali fra loro; mancarono tutti i maschi di quella casa e mancò finalmente con essi ogni successione ed insieme ogni grandezza del sangue lor proprio."
Se voglio ora riassumere gli aspetti positivi di questo secolo che certamente ha segnato in modo del tutto eccezionale la storia della Chiesa, mi pare di richiamarli così: · c’è stato un crescente sviluppo delle associazioni laiche tra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento, con l'intento di svolgere azioni di carità verso i poveri e gli ammalati, soprattutto con la fondazione o il restauro di ospedali per malati cronici o incurabili · i vecchi ordini religiosi tendono a riformarsi al loro interno, così che, accanto a monasteri con la vecchia regola, troviamo monasteri che adottano una regola riformata; un classico esempio è la riforma del Carmelo ad opera di Santa Teresa d'Avila e San Giovanni della Croce; assistiamo pure alla nascita di nuovi ordini da altri di vecchia data: è l'esempio dei francescani Cappuccini, fondati da Matteo da Bascio ed approvati nel 1528 · soprattutto tra la fine del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento, vediamo la nascita di nuovi ordini religiosi, tra cui i Gesuiti, i Camilliani, i Teatini, nonché di ordini femminili dediti alla vita attiva, come le Orsoline di Sant'Angela Merici · né bisogna dimenticare che, nel malcostume comune, alcuni vescovi si distinguono per le loro capacità e per il loro zelo pastorale, arrivando a convocare sinodi, a promuovere la predicazione, a preoccuparsi della formazione del clero, a visitare regolarmente le loro diocesi · certamente la grande azione della Chiesa cattolica per contrastare il luteranesimo da un lato, e per riformarsi al suo interno dall'altro, fu il Concilio di Trento (1545-1563) · fin dall'inizio delle nuove scoperte la Chiesa non fu però disposta a scaricare completamente su altri la responsabilità dell'evangelizzazione dei popoli. Già Pio V aveva istituito nel 1568 una Congregazione cardinalizia per le missioni. Clemente VIII eresse una Congregazione de Propaganda Fide, che non sopravvisse alle resistenze dei patronati · è forse questo il secolo che ha segnato fortemente la storia dell’arte. Nel 1505 incominciò il monumento sepolcrale, rimasto poi incompleto, del papa Giulio II con la creazione sovrumana del Mosè, e nel 1521-34 creò le grandiose tombe medicee a Firenze. E’ il secolo che ci ricorda l’opera di Filippino Lippi, figlio di Filippo (m. 1504), Sandro Botticelli (m. 1510), Lorenzo di Credi (m. 1537), Luca Signorelli (m. 1523), Pietro Perugino (m. 1524) e Bernardino Pinturicchio (m. 1513), una scuola padovana con Andrea Mantegna (m. 1506), una scuola bolognese con Francesco Francia (m. 1517), una scuola veneziana con Antonello da Messina (m. 1493) e i fratelli Gentile (m. 1507) e Giovanni Bellini (m. 1516). · Il primo dei grandi pittori del Cinquecento, Leonardo da Vinci (1452-1519) si distingue per una genialità poliedrica. Il suo dipinto religioso più celebre é la Cena nel refettorio del convento di S. Maria delle Grazie a Milano (1495-97). · Michelangelo, artista di una fecondità creativa titanica, ma anche di religiosità profonda, sotto il pontificato di Giulio II negli anni 1508-1512 crea il grandioso affresco della volta della Cappella Sistina in Vaticano (storie della creazione, del peccato originale, contornate da sibille, profeti ecc.) e più tardi negli anni .1533-44 sotto il pontificato di Paolo III, il Giudizio Universale sulla parete anteriore della medesima cappella. · Raffaello Sanzio di Urbino (1483-1520), discepolo del Perugino. I cui capolavori principali, che egli conduce a termine nella Roma di Giulio Il e di Leone X, sono gli affreschi delle Stanze in Vaticano (Disputa, Scuola di Atene, Cacciata di Eliodoro, Messa di Bolsena ecc.), i cartoni per gli arazzi destinati alla Cappella Sistina raffiguranti scene della vita dei Principi degli Apostoli, e una serie di quadri su tela (Madonne, ritratti di papi, s. Famiglia, Trasfigurazione, ecc.). Due fiorentini si accostano in certo modo a lui per talento e produzione: il domenicano Fra Bartolomeo (m. 1517), un devoto di Savonarola, e Andrea del Sarto (m. 1531). A Siena fioriscono in quegli anni il Sodoma (m. 1549), nella scuola veneziana Il Giorgione (m. 1511), Palma il Vecchio (m. 1528) e il giovane Tiziano (1477-1576), discepolo del Bellini, pittore celebratissimo. Una posizione particolare spetta ad Antonio Allegri, detto il Correggio (14941534). Più di così cosa poteva offrire questo secolo che aveva visto la travagliata spaccatura dell’Europa?
Passiamo ora in rassegna l’abbondante schiera dei santi di questo secolo, portando in cuore, non solo l’ammirazione per il loro numero considerevole, ma soprattutto perché vogliamo capire come, nonostante l’innegabile decadenza della Chiesa ufficiale, siano sorte delle personalità straordinarie capaci di medicare le ferite e rimediare agli errori in essa presenti.
San Giovanni Fisher, vescovo, e Tommaso More, martiri, che, essendosi opposti al re Enrico VIII nella controversia sul suo divorzio e sul primato del Romano Pontefice, furono rinchiusi nella Torre di Londra in Inghilterra. Giovanni Fisher, vescovo di Rochester, uomo insigne per cultura e dignità di vita viene decapitato il 22 giugno 1535 per ordine del re stesso davanti al carcere. Lo svegliano in cella: "Sono le 5. Alle 10 sarai decapitato". Risponde: "Bene, posso dormire ancora un paio d’ore". Questo è Giovanni Fisher, vescovo di Rochester, nella Torre di Londra, estate del 1535. Un maestro di coraggio elegante. Figlio di un orefice, Giovanni è stato a Cambridge come studente e poi come promotore del suo sviluppo, aiutato da Margherita di Beaufort, nonna di Enrico VIII. Sacerdote nel 1491, nel 1514 lascia Cambridge perché nominato vescovo di Rochester, e si dedica solo alla diocesi. Ma la rivoluzione luterana, con i suoi riflessi inglesi, lo porta in prima fila tra i difensori della Chiesa di Roma, con i sermoni dottrinali e con i libri, tra cui il De veritate corporis et sanguinis Christi in Eucharistia, del 1522, ammirato in tutta Europa per la splendida forma latina. E fin qui egli si trova accanto a re Enrico, amante della cultura e “difensore della fede”. Il conflitto scoppia con il divorzio del re da Caterina d’Aragona per sposare Anna Bolena. E si fa irreparabile con l’Atto di Supremazia del 1534, che impone sottomissione completa del clero alla corona. Giovanni Fisher dice no al divorzio e no alla sottomissione, dopo aver visto fallire una sua proposta conciliante: giurare fedeltà al re "fin dove lo consenta la legge di Cristo". Poi un’altra legge, l’Atto dei Tradimenti, viene approvata da un Parlamento intimidito, che ha tentato invano di attenuarla: così, chi rifiuta i riconoscimenti e le sottomissioni, è traditore del re, e va messo a morte. Nella primavera 1534 viene rinchiuso nella Torre di Londra Tommaso Moro, e poco dopo lo segue Giovanni Fisher. Sanno che cosa li aspetta. E il papa Paolo III immediatamente no mina Fisher cardinale, sperando così di salvarlo: e invece peggiora tutto. Re Enrico infatti dice: "Io farò in modo che non abbia più la testa per metterci sopra quel cappello". Come previsto, i processi per entrambi, distinti, finiscono con la condanna a morte. Ma loro due, da cella a cella e senza potersi vedere, vivono sereni l’antica amicizia e si scambiano lettere e doni: un mezzo dolce, dell’insalata verde, del vino francese, un piatto di gelatina... Sono regali di un loro amico italiano, Antonio Bonvini, commerciante in Londra e umanista. Alle 10 del 22 giugno 1535, Giovanni Fisher va al patibolo. Per tre volte gli promettono la salvezza se accetta l’Atto di Supremazia. Lui risponde con tre affabili no, e muore sotto la scure. La sua testa viene esposta in pubblico all’ingresso del Ponte sul Tamigi. Quindici giorni dopo uno dei carnefici la butterà nel fiume, per fare posto alla testa di Tommaso Moro. Nel 1935, in Roma, papa Pio XI li proclamerà santi insieme. E sempre insieme li ricorda la Chiesa. La Chiesa ne fa memoria il 22 giugno. (Autore: Domenico Agasso, da Internet, santi e beati)
Tommaso More, Londra, (1478 - 6 luglio 1535) Dicono che tutti gli uccelli di Chelsea (all’epoca sobborgo rurale di Londra) scendano a sfamarsi nel suo tranquillo giardino. Un indice della sua fama di uomo sereno e accogliente. Thomas More (questo il nome inglese), figlio di magistrato, è via via avvocato famoso, amministratore di giustizia nella City, membro del Parlamento. Dalla moglie Jane Colt ha avuto tre figlie e un figlio; alla sua morte, si risposa con Alice Middleton. Ha imparato a Oxford l’amore per i classici antichi e lo condivide con Erasmo da Rotterdam, spesso ospite in casa sua. Scrive la vita dell’umanista italiano Giovanni Pico della Mirandola; ma sarà più famoso il suo dialogo Utopia, col disegno di una società ideale, governata dalla giustizia e dalla libertà. E’ un umanista che porta il cilicio, che studia i Padri della Chiesa e vive la fede con fermezza e gioia. Quando Lutero inizia la sua lotta contro Roma, il re Enrico VIII d’Inghilterra scrive un trattato in difesa della dottrina cattolica sui sacramenti, ricevendo lodi da papa Leone X e accuse da Lutero. A queste risponde Tommaso Moro, che Enrico stima per la cultura e l’integrità. Spesso lo consulta, gli affida missioni importanti all’estero. E nel 1529 lo nomina Lord Cancelliere, al vertice dell’ordinamento giudiziario. Un posto altissimo, ma pericoloso. Siamo infatti alla famosa crisi: Enrico ripudia Caterina d’Aragona (moglie e poi vedova di suo fratello Arturo), sposa Anna Bolena, e giunge poi a staccare da Roma la Chiesa inglese, di cui si proclama unico capo. Per Tommaso Moro, la fedeltà esige la sincerità assoluta col re: anche a costo di irritarlo, pur di non mentirgli. E così si comporta. La fede gli vieta di accettare quel divorzio e la supremazia del re nelle cose di fede. Lo pensa, lo dice, perde il posto e si lascia condannare a morte senza piegarsi. Incoraggia i familiari che lo visitano nella prigione della Torre di Londra e scrive cose bellissime in latino a un amico italiano che vive a Londra, il mercante lucchese Antonio Bonvisi: "Amico mio, più di ogni altro fedelissimo e dilettissimo... Cristo conservi sana la tua famiglia". Bonvisi gli manda in prigione cibi, vini e un abito nuovo per il giorno dell’esecuzione, ma non glielo lasceranno indossare. Davanti al patibolo, è cordiale anche col boia che dovrà decapitarlo: "Su, amico, fatti animo; ma guarda che ho il collo piuttosto corto", e gli regala una moneta d’oro. Poi, venuto il momento, dice alcune parole. "Poche", gli hanno raccomandato: e poche sono. Tommaso Moro invita a pregare per Enrico VIII, " dichiaro che muoio da suddito fedele al re, ma innanzitutto a Dio". Quindici giorni prima, per le stesse ragioni, è stato decapitato il suo amico John Fisher, vescovo di Rochester, che sarà canonizzato insieme a lui da Pio XI nel 1931. Ora la Chiesa li ricorda entrambi nello stesso giorno. La Chiesa ne fa memoria il 22 giugno. (Autore: Domenico Agasso, da Internet, santi e beati)
In un'epoca in cui la cultura contava moltissimo e tuttavia la scuola era privilegio di pochi, si ebbe nella Chiesa una fioritura di santi che si dedicarono per missione alla istruzione della gioventù. L'epoca è il Cinquecento, e i santi che ebbero il merito di avvertire l'importanza dell'insegnamento scolastico per l'emancipazione sociale delle classi povere costituiscono un lungo elenco: Gaetano da Thiene, Antonio Maria Zaccaria, Angela Merici, Girolamo Emiliani, Filippo Neri, Giuseppe Calasanzio. San Girolamo Miani (1486 – 1537) Dei primi anni di vita di S. Girolamo Emiliani (o Miano o Miani) sappiamo poco. Nacque a Venezia nel 1486 e come tutti i patrizi della Serenissima venne avviato alla carriera militare. Fatto prigioniero nel 1511 a Castelnuovo mentre combatteva contro la Lega di Cambrai, rinchiuso in una segreta del castello ebbe modo di meditare sulla vulnerabilità della potenza mondana, una riflessione analoga a quella che avrebbe fatto dieci anni più tardi anche S. Ignazio di Loyola. Liberato in maniera insperata dopo un mese, sentì viva la vocazione all'impegno missionario a servizio dei poveri, degli infermi, dei giovani abbandonati e delle donne "pentite". Un campo assai vasto d'impegno. Dopo un breve "noviziato" come penitente con Giampietro Carafa, il futuro Paolo IV, Girolamo si consacrò a Dio e al bene nel 1518. Dieci anni più tardi, poiché una terribile carestia travagliava l'intera penisola, subito seguita dalla peste, vendette tutto ciò che possedeva, compresi i mobili di casa, e si dedicò all'assistenza agli appestati. Bisognava dare sepoltura ai morti, e lo fece ogni notte. Ma bisognava pensare anche ai sopravvissuti, soprattutto ai bambini che avevano perso i genitori e alle donne che la miseria aveva spinto alla prostituzione. Le città più importanti della Serenissima come Verona, Brescia, Como e Bergamo furono il campo della sua intensa azione benefica. Fu allora che in un paesino del bergamasco, a Somasca, ebbe inizio la Società dei Chierici Regolari, che avrebbero preso il nome di Padri Somaschi. Furono loro ad attuare un grande progetto del fondatore: l'istituzione di scuole gratuite aperte a tutti e in cui veniva adottato il rivoluzionario "metodo dialogato". S. Girolamo Emiliani morì sulla breccia: mentre assisteva i malati di peste a Somasca, colpito dallo stesso terribile morbo, si congedò definitivamente su questa terra dai suoi figli prediletti: i poveri e gli ammalati, a cui aveva dedicato tutte le sue laboriose giornate per pochi ma intensi anni. Era l'8 febbraio 1537. Canonizzato nel 1767, Pio XI nel 1928 lo nominò patrono degli orfani e della gioventù abbandonata. La Chiesa ne fa memoria l’8 febbraio. (Autore: Piero Bargellini, da Internet, santi e beati)
S. Antonio M. Zaccaria, Dovete correre come pazzi!. Parla così un prete ad altri preti. E quelli davvero corrono, all’epoca sua e dopo: anche nel terzo millennio. "Correre verso Dio e verso gli altri", precisa: questo chiedono i tempi. Lutero mette interi popoli contro la Chiesa: cosa gravissima. Ma sono un disastro anche molti cattolici in terre cattoliche: pastori miopi, ignoranza religiosa, fede di superficie... Vivaci gruppi cristiani già lottano per riformare la Chiesa “dal di dentro”. Ed eccone uno qui, che spinge a “correre”. E’ Antonio Maria Zaccaria. Nasce a Cremona nel 1502. Perde il padre a pochi mesi dalla nascita. Sua madre ha 18 anni! E lo educa lei, tenera e coraggiosa, tra le guerre e il declinare delle fortune familiari. Antonio nel 1524 si laurea in medicina a Padova. Ma poi, tornato a Cremona, eccolo occupato a spiegare Vangelo e dottrina a grandi e piccoli. Deve farsi in quattro, perché i tempi sono tristi e i buoni preti sono pochi. Allora si fa prete lui, consacrato nel 1528. Sta già correndo. Cappellano della contessa Ludovica Torelli, la segue a Milano nel 1530. E qui accelera, trovando sostegno nello spirito d’iniziativa di questa signora e in due amici milanesi sui trent’anni come lui: Giacomo Morigia e Bartolomeo Ferrari. Rapidamente nascono a Milano tre novità, tutte intitolate a san Paolo, il “suo” apostolo, che deve avergli dato l’idea della vita come corsa. Già nel 1530 egli fonda una comunità di preti soggetti a una regola comune, i Chierici regolari di San Paolo: uomini della riconquista attraverso il sapere, attraverso la Parola di Dio riportata a tutti nei luoghi più diversi, alla gente più diversa. Milano li chiamerà Barnabiti, dalla chiesa di San Barnaba, loro prima sede. Poi vengono le Angeliche di San Paolo, primo esempio di suore fuori clausura, apostole a 360 gradi come i Barnabiti, a contatto col popolo. San Carlo Borromeo ne sarà entusiasta, ma il Concilio di Trento prescriverà loro il monastero. S’interrompe una grande esperienza, seme di future realtà. Terza fondazione: i Maritati di San Paolo, con l’impegno apostolico costante dei laici sposati. La predicazione vivacissima scuote, sorprende, ravviva la fede in molti; e provoca due denunce contro il fondatore: come eretico e come ribelle. Lui ora corre a Roma. Per due processi, con due trionfali assoluzioni. Ora lo chiamano anche a pacificare le città: e durante una di queste missioni, a Guastalla, il suo fisico cede. Lo portano a Cremona, dove muore a poco più di 36 anni. Nel 1891 il corpo sarà traslato a Milano in San Barnaba, e nel 1897 la Chiesa lo proclamerà santo. A lui si devono anche le Quarantore pubbliche, con esposizione del Santissimo Sacramento, e i tocchi di campana ogni venerdì alle 15, che ricordano l’ora della morte di Cristo. La Chiesa ne celebra la memoria il 5 luglio. (Autore: Domenico Agasso, da Internet, santi e beati) S. Angela Merici (1470 – 1540) Angela Merici nacque il 21 marzo 1474 a Desenzano sul Garda (Brescia), allora territorio della Repubblica di Venezia; suo padre Giovanni Merici e la madre, appartenente alla distinta famiglia dei Biancosi di Salò, ricavavano il necessario per il sostentamento della famiglia, che comprendeva oltre Angela, una sorella più grande e sembra uno o più fratelli, dall’allevamento del bestiame e dalla coltivazione di qualche terreno. Il padre Giovanni, “cittadino bresciano”, alquanto istruito, amava leggere alla moglie ed ai figli i primi libri di devozione stampati a Venezia; probabilmente la “Legenda aurea”, celebre raccolta di vite di santi e martiri, scritta dal domenicano Jacopo da Varazze (1220-1298). E fu in quelle serate, trascorse ad ascoltare la detta lettura, che Angela conobbe e cominciò ad amare due sante martiri, che divennero i suoi punti di riferimento, santa Caterina d’Alessandria e sant’Orsola con le compagne. Verso i 15 anni, dopo aver perso la sorella, le morirono entrambi i genitori, pertanto Angela si trasferì nella vicina Salò, accolta nella casa di uno zio materno, uomo di un certo prestigio. Gli anni trascorsi a Salò furono preziosi per Angela, perse quell’aria di contadinella ritrosa incantata dalla visione del lago di Garda, ma frequentando le giovani della città, acquistò la naturalezza nell’agire, che le consentirà in futuro di stare alla pari con le dame della borghesia e della nobiltà. Disapprovava la rilassatezza dei costumi esistente anche a Salò e fu forse in questo periodo che divenne Terziaria Francescana, per avere una vita più austera e penitenziale. A 20 anni, dopo una permanenza di circa cinque anni a Salò, le morì lo zio e quindi ritornò a Desenzano sul Garda, alla cascina delle “Grezze”, impegnata nelle faccende domestiche, dedicandosi alle opere di misericordia spirituali e corporali secondo le necessità e circostanze e vivendo la sua spiritualità evangelica. La giovinezza – Le visioni della “scala celeste” Nella cascina partecipò anche ai lavori dei campi, e fu in questa occupazione solitaria, che Angela ebbe la consolazione di una visione celestiale. Il primo a raccontarla, fu padre Francesco Landini in una sua lettera del 1566; era il primo pomeriggio di un caldo giorno d’estate, ed Angela, che come al solito durante l’intervallo che si faceva in attesa di una calura più sopportabile, si ritirava in disparte a pregare; si sentì improvvisamente rapita in Dio e vide il cielo aprirsi con una processione di angeli e vergini a coppie alternate, gli angeli suonavano, le vergini cantavano; nella sfilata vide la sorella defunta, che le preannunciava che sarebbe stata la fondatrice di una Compagnia di vergini. L’iconografia della santa, ha rappresentato la visione come una scala fra terra e cielo, simile a quella di Giacobbe, con la processione delle vergini e degli angeli che la percorreva. Nel 1516 i superiori francescani da cui Angela dipendeva come Terziaria, le proposero di trasferirsi a Brescia, per assistere la vedova Caterina Patendola, rimasta anche senza figli. Angela Merici obbedì docilmente, certa che il Signore le avrebbe indicato la strada. Intanto la tradizione popolare indica, che una seconda visione avvenne in località Brudazzo, sulle colline fra Desenzano e Padenghe, e anche qui vi fu una lunga teoria di angeli e vergini, fra le quali Angela riconobbe una sua amica da poco morta in giovane età. La voce misteriosa questa volta precisava che la Compagnia sarebbe dovuta sorgere a Brescia, ordinandole di farlo “prima di morire”; infatti Angela Merici indugerà fino ai sessant’anni prima di fondare la Compagnia, impresa di cui avvertiva tutte le difficoltà. Nella casa ospitale di Caterina Patendola, in cui portò la sua parola calda, vibrante, confortevole, riuscì a placare l’immenso dolore della vedova che aveva perso anche i due figli; qui conobbe anche Girolamo, nipote dei Patendola, che sarà il futuro fondatore dell’Ospedale degli Incurabili di Brescia, inoltre Giacomo Chizzola e Agostino Gallo, anch’essi impegnati nell’organizzazione dello stesso ospedale. Angela instaurò con loro un’amicizia che durerà tutta la vita; diventando l’animatrice spirituale di un laicato impegnato in opere e iniziative di carità, a cui lei apporterà il contributo della sensibilità femminile.
I primi gruppi femminili - I suoi viaggi e pellegrinaggi Suor Angela, come si faceva chiamare indossando l’abito del Terz’Ordine francescano, dopo qualche mese lasciò la casa dei Patendola e man mano fu ospitata in altre case private di Brescia, fra cui quella di Antonio Romano in via S. Agata. Si guadagnava da vivere con il proprio lavoro di cucito e di filatura e con i servizi domestici; lavori umili tali da non essere stati annotati da testimoni diretti, perché usuali per le donne di modesta condizione del tempo. A Brescia poteva frequentare più assiduamente le chiese, accostarsi di più ai Sacramenti, coltivare il numero sempre crescente di amicizie femminili; intorno a lei ormai si radunavano gentildonne e popolane, attratte dalla sua saggezza e disposte a collaborare alle opere di bene, specie a favore della gioventù femminile. È di questo periodo, la parentesi dei suoi viaggi e dei pellegrinaggi fatti a piedi o con i mezzi precari del tempo, l’iconografia più diffusa la ritrae infatti con l’abito e il bastone da pellegrina. Il primo fu quello compiuto a Mantova nel 1522, per venerare la tomba della beata Osanna Andreasi da lei molto ammirata; poi salì una prima volta al Sacro Monte di Varallo; nel 1524 in compagnia del signor Romano che l’ospitava e di un cugino, raggiunse Venezia e qui s’imbarcò per la Terra Santa, meta indispensabile per quanti, desiderosi d’intraprendere una strada di perfezione e carità, volevano attingere forza ed emozioni, alle sorgenti del Cristianesimo. Ma in quell’occasione si verificò un fatto straordinario, Angela Merici mentre la nave si approssimava alla meta, fu colpita da una malattia agli occhi che le fece perdere improvvisamente la vista. Poté vedere il Paese di Gesù solo con gli occhi dell’anima, infatti riacquisterà la vista soltanto nel viaggio di ritorno, davanti ad un crocifisso a Creta; Angela prese questa malattia che l’aveva impedita di vedere i Luoghi Santi, per i quali aveva intrapreso il lungo e disagevole viaggio, come un segno della Provvidenza che conduce le anime per vie imperscrutabili. Sbarcata a Venezia preceduta dalla sua fama, si voleva trattenerla per il bene degli ospedali e orfanotrofi della Serenissima, ma lei intenzionata più che mai a realizzare a Brescia il comando celeste ricevuto nelle visioni, quasi se ne scappò per ritornare nella città d’origine. Anche nel 1525, quando si recò a Roma per il Giubileo e fu ricevuta da papa Clemente VII che voleva trattenerla a Roma, suor Angela dovette ritornarsene in tutta fretta per evitare l’ordine del pontefice. Nel 1529 si trasferì momentaneamente a Cremona, ospite della famiglia Gallo, che l’aveva invitata per sfuggire all’eventuale assedio delle truppe di Carlo V, che due anni prima avevano devastato Roma; nel 1533, ritornata a Brescia, trovò ospitalità in una casetta di proprietà dei Canonici Lateranensi, presso la Chiesa di Sant’Afra; nello stesso 1533 compì un secondo pellegrinaggio al Sacro Monte di Varallo, concludendo la serie dei suoi viaggi. La fondazione della ‘Compagnia’ Dopo tante riflessioni, ormai era giunto per lei il tempo di operare, già nel 1532 Angela di Salò, come si firmava, chiedeva alla Santa Sede di essere esonerata dalla sepoltura in una chiesa francescana come tutte le Terziarie, optando per quella di Sant’Afra martire. Non era un rinnegare l’appartenenza al Terz’Ordine francescano, tanto che ne porterà l’abito fino alla morte e con esso verrà sepolta, ma volle prendere per sé e soprattutto per le sue figlie spirituali che l’affiancavano, una certa distanza, in prospettiva di una futura vita consacrata organizzata autonomamente, che sentiva ormai di costituire per il gruppo. Angela aveva colto nei suoi tanti incontri, un’esigenza particolare delle giovani, che aspiravano ad una totale consacrazione, ma fuori dello schema del tradizionale chiostro, e il Terz’Ordine Francescano, non contemplava l’impegno della verginità a vita, né poteva tutelarle dalle pressioni dei parenti che volevano maritarle, né dei padroni presso i quali molte di loro lavoravano. Occorreva allora una “Compagnia”, nome in uso a quel tempo, indicante qualsiasi associazione religiosa di laici o laiche e anche di sacerdoti, che senza entrare in un Ordine religioso, si univano tra loro, impegnandosi a vivere integralmente il Vangelo e a servire il prossimo in particolari opere di carità. Così nello stesso anno 1533, Angela Merici a quasi 60 anni, costituì la “Compagnia delle dimesse di Sant’Orsola”; si dicevano “dimesse” perché non vestivano l’antico e nobile abito delle monache; e “di Sant’Orsola”, perché, non avendo esse la protezione delle mura di un convento, dovevano vivere nel mondo e restare fedeli a Cristo, proprio come la giovane principessa della Britannia, uccisa dai pagani insieme alle numerose compagne e il cui culto era molto vivo anche a Brescia. Così Angela e le prime dodici collaboratrici, Simona, Laura, Peregrina, Barbara, Chiara, ecc. presero a riunirsi nell’oratorio fatto restaurare e messo a disposizione da Elisabetta Prato, nella sua casa vicino al Duomo di Brescia. Angela dal canto suo continuò a condurre una vita di penitenza, dormiva per terra su una stuoia, che di giorno conservava arrotolata in un angolo, usando un pezzo di legno per guanciale; si nutriva di legumi e frutta, mangiava il pane due volte la settimana, mai la carne, beveva un po’ di vino solo a Natale e Pasqua. La sua fama di santità cresceva enormemente e a lei per consigli e spiegazioni sul Vecchio e Nuovo Testamento, si rivolgevano sacerdoti, religiosi, predicatori e teologi. Il 25 novembre 1535, festa di un’altra santa da lei amata fin dall’infanzia, s. Caterina d’Alessandria, le prime 28 giovani, furono ammesse nella “Compagnia delle dimesse di Sant’Orsola”, la cui Regola scritta da Angela Merici, fu approvata dal vicario generale del vescovo di Verona l’8 agosto 1536. Successivamente nel 1544 papa Paolo III ne approvava la Regola, elevando la Compagnia a Istituto di diritto pontificio, permettendola così di uscire dai confini diocesani. Nel 1537, la Compagnia aveva eletto, prima superiora a vita, maestra e tesoriera, la fondatrice Angela Merici, la quale oltre la Regola, aveva dettato al fedele Gabriele Cozzano, cancelliere della Compagnia, altre due brevi opere, i “Ricordi” per le ‘colonnelle’ cioè per le superiore di quartiere e il “Testamento” per le nobili matrone, dette anche ‘governatrici’, che avevano la funzione di amministrare e proteggere l’Istituto. La sua morte – L’eredità spirituale Nel 1539 Angela fu colpita da una malattia, che fra alti e bassi la condusse alla morte il 27 gennaio 1540; per trenta giorni, i canonici di Sant’Afra e quelli del Duomo, si contesero l’onore di seppellire nella propria chiesa, l’ex contadinella di Desenzano; la spuntarono quelli di sant’Afra e oggi la chiesa, dove riposano le sue spoglie, si chiama Santuario di Sant’Angela, meta di continui pellegrinaggi; la chiesa, distrutta in gran parte dai bombardamenti del 1945, è stata ricostruita nel 1953. Nel testamento spirituale, Angela tratteggiò le linee essenziali del suo metodo educativo, basato tutto nel rapporto di sincero amore tra educatore ed educando e sul pieno rispetto delle libertà altrui. Così lasciò scritto alle sue Orsoline: “Vi supplico di voler ricordare e tenere scolpite nella mente e nel cuore, tutte le vostre figliole ad una ad una; e non solo i loro nomi, ma ancora la condizione e indole e stato e ogni cosa loro. Il che non vi sarà difficile, se le abbracciate con viva carità… Impegnatevi a tirarle su con amore e con mano soave e dolce, e non imperiosamente e con asprezza, ma in tutto vogliate essere piacevoli. Soprattutto guardatevi dal voler ottenere alcuna cosa per forza; perché Dio ha dato a ognuno il libero arbitrio e non vuole costringere nessuno, ma solamente propone, invita e consiglia…”. Il 24 maggio 1807, Angela Merici fu proclamata Santa da papa Pio VII e papa Pio IX nel 1861, ne estese il culto a tutta la Chiesa universale. Una statua scolpita nel 1866 dallo scultore Pietro Galli, la ricorda nella Basilica di S. Pietro in Vaticano. La Chiesa ne celebra la memoria il 27 gennaio La Congregazione delle Orsoline La “Compagnia delle dimesse di sant’Orsola”, prima congregazione secolare femminile sorta nella Chiesa, con la sua Regola fu l’origine di varie congregazioni religiose. Già in vita, Angela vedendo aumentare attorno a sé una famiglia così numerosa e avendo un desiderio grande di servire Cristo in ogni bisognoso, fondò ben 24 rami di Orsoline, dette poi anche ‘Angeline’, che dopo la sua morte furono raggruppate in tre soli settori: le “Orsoline secolari” che vivono nelle famiglie proprie e si dedicano ad ogni opera di misericordia nelle parrocchie in cui vivono; le “Orsoline collegiali” che conducono vita comune e si dedicano all’istruzione della gioventù, gestendo appunto dei collegi; le “Orsoline claustrali” che sono di vita contemplativa. Tra le Congregazioni sorte sull’esempio della Compagnia di Sant’Orsola, ma con abiti e costumi diversi, ne ricordiamo alcune: Orsoline di San Carlo, sorte a Milano nel 1566; Orsoline di Sant’Orsola, più rami fondati in Francia tra il 1612 e 1632; Orsoline di Maria Immacolata, fondate a Piacenza nel 1649; Orsoline di Gesù o Figlie dell’Incarnazione, fondate in Vandea nel 1802; Orsoline Gerosolimitane di Maria Immacolata, sorte a Bergamo nel 1818; Orsoline Figlie di Maria Immacolata, sorte presso Acqui nel 1854; Orsoline del Sacro Cuore di Gesù Agonizzante fondate nel 1920; Orsoline del Sacro Cuore fondate a Parma nel 1575; Orsoline dell’Unione Romana sorte nel 1878; e tante altre anche di più recente fondazione. (Autore: Antonio Borrelli, da Internet, santi e beati).
San Gaetano da Thiene (1480 – 1547) Nacque a Vicenza dalla nobile famiglia dei Thiene nel 1480, e fu battezzato con il nome di Gaetano, in ricordo di un suo celebre zio, il quale si chiamava così perché era nato a Gaeta. Laureatosi a Padova in materie giuridiche a soli 24 anni, si dedicò allo stato ecclesiastico, senza però farsi ordinare sacerdote, perché non si sentiva degno; fondando nel contempo nella tenuta di famiglia a Rampazzo, una chiesa dedicata a S. Maria Maddalena, che è ancora oggi la parrocchia del luogo. Trasferitosi a Roma nel 1506, divenne subito segretario particolare di papa Giulio II, ed ebbe l’incarico di scrittore delle lettere pontificie, ufficio questo che gli diede l’opportunità di conoscere e collaborare con tante persone importanti. Siamo nel periodo dello splendore rinascimentale, che vede concentrati a Roma grandi artisti, intenti a realizzare quanto di più bello l’arte era in grado di offrire, e che ancora oggi il Vaticano e Roma offrono all’ammirazione del mondo; nel contempo però la vita morale della curia papale, del popolo e del clero non brillava certo per santità di costumi. Gaetano non si lasciò abbagliare dallo splendore della corte pontificia, né si scoraggiò per la miseria morale che vedeva; egli ripeteva: “Roma un tempo santa, ora è una Babilonia”; invece di fuggire e ritirarsi in un eremo, da uomo intelligente e concreto, passò all’azione riformatrice, cominciando da sé stesso; incoraggiato da una suora agostiniana bresciana Laura Mignani, che godeva di fama di santità. Prese ad assistere gli ammalati dell’ospedale di San Giacomo, si iscrisse all’Oratorio del Divino Amore, associazione che si riprometteva di riformare la Chiesa partendo dalla base, il tutto alternandolo con il lavoro in Curia; anche in queste attività conobbe altre personalità, che avevano lo stesso ideale riformista. Nel settembre 1516 a 36 anni, accettò di essere ordinato sacerdote, ma solo a Natale di quell’anno, volle celebrare la prima Messa nella Basilica di S. Maria Maggiore. In una lettera scritta a suor Laura Mignani a cui era legato da filiale devozione, Gaetano confidò che durante la celebrazione della Messa, gli apparve la Madonna che gli depose tra le braccia il Bambino Gesù; per questo egli è raffigurato nell’arte e nelle immagini devozionali con Gesù Bambino tra le braccia. Ritornato nel Veneto, nel 1520 fondò alla Giudecca in Venezia l’Ospedale degli Incurabili. Instancabile nel suo ardore di apostolato e di aiuto verso gli altri, ritornò a Roma e nel 1523 insieme ad altri tre compagni: Bonifacio Colli, Paolo Consiglieri, Giampiero Carafa (vescovo di Chieti, diventerà poi papa con il nome di Paolo IV), chiese ed ottenne dal papa Clemente VII, l’autorizzazione a fondare la “Congregazione dei Chierici Regolari” detti poi Teatini, con il compito specifico della vita in comune e al servizio di Dio verso gli altri fratelli. Il nome Teatini deriva dall’antico nome di Chieti (Teate), di cui uno dei fondatori il Carafa, ne era vescovo. L’ispirazione che egli sentiva impellente, era di formare e donare alla Chiesa sacerdoti che vivessero la primitiva norma della vita apostolica, perciò non ebbe fretta a stendere una Regola, perché questa doveva essere il santo Vangelo. Le costituzioni dell’Ordine furono infatti emanate solo nel 1604. I suoi chierici non devono possedere niente e non possono neanche chiedere l’elemosina, devono accontentarsi di ciò che i fedeli spontaneamente offrono e di quanto la Provvidenza manda ai suoi figli; con le parole di Gesù sempre presenti: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”. Nel 1527 avvenne il feroce ‘Sacco di Roma’ da parte dei mercenari Lanzichenecchi, il papa Clemente VII della famiglia fiorentina de’ Medici, fu costretto a rifugiarsi in Castel S. Angelo difeso dal Corpo delle Guardie Svizzere, che subì pesanti perdite negli scontri. Anche s. Gaetano da Thiene, come tanti altri religiosi, fu seviziato dai Lanzichenecchi e imprigionato nella Torre dell’Orologio in Vaticano; riuscito a liberarsi si rifugiò a Venezia con i compagni dell’Istituzione. Rimase nel Veneto fino al 1531, fondando, assistendo e consolidando tutte le Case del nuovo Ordine con le annesse opere assistenziali; accolse l’invito del celebre tipografo veneziano Paganino Paganini, affinché i Padri Teatini si istruissero nella nuova e rivoluzionaria arte della stampa tipografica, inventata nel 1438 dal tedesco Giovanni Gutenberg. Nel 1533 per volere del papa Clemente VII, si trasferì insieme al suo collaboratore il beato Giovanni Marinoni, nel Vicereame di Napoli, stabilendosi prima all’Ospedale degli Incurabili, fondato in quel tempo dalla nobile spagnola Maria Lorenza Longo, insieme ad un convento di suore di clausura, dette ‘le Trentatrè’, istituzioni ancora oggi felicemente funzionanti; e poi nella Basilica di S. Paolo Maggiore posta nel cuore del centro storico di Napoli, nella città greco-romana. La sua attività multiforme si esplicherà a Napoli fino alla morte; fondò ospizi per anziani, potenziò l’Ospedale degli Incurabili, fondò i Monti di Pietà, da cui nel 1539 sorse il Banco di Napoli, il più grande Istituto bancario del Mezzogiorno; suscitò nel popolo la frequenza assidua dei sacramenti, stette loro vicino durante le carestie e le ricorrenti epidemie come il colera, che flagellarono la città in quel periodo, peraltro agitata da sanguinosi tumulti. Per ironia della sorte, fu proprio il teatino cofondatore Giampiero Carafa, divenuto papa Paolo IV a permettere che nell’Inquisizione, imperante in quei tempi, si usassero metodi diametralmente opposti allo spirito della Congregazione teatina, essenzialmente mite, permissiva, rispettosa delle idee altrui. E quando le autorità civili vollero instaurare nel Viceregno di Napoli, il tribunale dell’Inquisizione, il popolo napoletano (unico a farlo nella storia triste dell’Inquisizione in Europa) si ribellò; la repressione spagnola fu violenta e ben 250 napoletani vennero uccisi, per difendere un principio di libertà. Gaetano in quel triste momento, fece di tutto per evitare il massacro e quando si accorse che la sua voce non era ascoltata, offrì a Dio la sua vita in cambio della pace; morì a Napoli il 7 agosto 1547 a 66 anni, consumato dagli stenti e preoccupazioni e due mesi dopo la pace ritornò nella città partenopea. L’opera che più l’aveva assillato nella sua vita, era senza dubbio la riforma della Chiesa, al contrario del contemporaneo Martin Lutero, operò la sua riforma dal basso verso l’alto, formando il clero e dedicandosi all’apostolato fra i poveri e gli ammalati, specie se abbandonati. A quanti gli facevano notare che i napoletani non potevano essere così generosi negli aiuti, come i ricchi veneziani, rispondeva: “E sia, ma il Dio di Venezia è anche il Dio di Napoli”. Il popolo napoletano non ha mai dimenticato questo vicentino di Thiene, venuto a donarsi a loro fino a morirne per la stanchezza e gli strapazzi, in un’assistenza senza risparmio e continua. La piazza antistante la Basilica di S. Paolo Maggiore è a lui intitolata, ma la stessa basilica, per secoli sede dell’Ordine, è ormai da tutti chiamata di S. Gaetano; il suo corpo insieme a quello del beato Marinoni, del beato Paolo Burali e altri venerabili teatini è deposto nella cripta monumentale, che ha un accesso diretto sulla piazza, ed è meta di continua devozione del popolo dello storico e popoloso rione. Nella piazza, come in altre zone di Napoli, vi è una grande statua che lo raffigura; da secoli è stato nominato compatrono di Napoli. Il suo è uno dei nomi più usati da imporre ai figli dei napoletani e di tutta la provincia. Egli venne beatificato il 23 novembre 1624 da papa Urbano VIII e canonizzato il 12 aprile 1671 da papa Clemente X. San Gaetano da Thiene è la testimonianza di quanto la Chiesa nei secoli, attraverso i suoi figli, sia stata sempre all’avanguardia e con molto anticipo sul potere laico, nel realizzare, inventare e gestire opere di assistenza in tutte le sue forme per il popolo, specie dove c’è sofferenza. Ecco così i Monti di Pietà per giusti prestiti ed elargizioni, l’istituzione degli ospedali, orfanotrofi, ospizi, lebbrosari, a cui, ieri come oggi, i governanti più avveduti e non ostili, hanno dato il loro consenso o il prosieguo, anche se a distanza a volte di molto tempo. La Chiesa ne fa memoria il 7 agosto. (Autore: Antonio Borrelli , da Internet, santi e beati)
San Giovanni di Dio, religioso (1495 - 08.03.1550) Le vie della santità sono infinite e lo dimostra la vicenda terrena di questo straordinario santo. Juan Ciudad, nato a Montemor-o-novo, presso Evora (Portogallo) l'8 marzo 1495; all'età di otto anni scappò di casa. A Oropesa nella Nuova Castiglia, dove sostò per la prima tappa, la gente, non sapendo nulla di lui, neppure il cognome, cominciò a chiamarlo Giovanni di Dio e tale rimase il suo nome. Fino a 27 anni fece il pastore e il contadino, poi si arruolò tra i soldati di ventura. Nella celebre battaglia di Pavia tra Carlo V e Francesco I, Giovanni di Dio si trovò nello schieramento vincitore, cioè dalla parte di Carlo V. Più tardi partecipò alla difesa di Vienna stretta d'assedio dall'ottomano Solimano II. Chiusa la parentesi militare, finché ebbe soldi nel borsello vagò per mezza Europa e finì in Africa a fare il bracciante; per qualche tempo fece pure il venditore ambulante a Gibilterra, commerciando paccottiglia; stabilitosi infine a Granata vi aprì una piccola libreria. Fu allora che Giovanni di Dio mutò radicalmente indirizzo alla propria vita, in seguito a una predica del B. Giovanni d'Avila. Giovanni abbandonò tutto, vendette libri e negozio, si privò anche delle scarpe e del vestito, e andò a mendicare per le vie di Granata, rivolgendo ai passanti la frase che sarebbe divenuta l'emblema di una nuova benemerita istituzione: "Fate (del) bene, fratelli, a voi stessi". La carità che la gente gli faceva veniva spartita infatti tra i più bisognosi. Ma gli abitanti di Granata credettero di fare del bene a lui rinchiudendolo in manicomio. Malinteso provvidenziale. In manicomio Giovanni si rese conto della colpevole ignoranza di quanti pretendevano curare le malattie mentali con metodi degni di un torturatore. Così, appena potè liberarsi da quell'inferno, fondò, con l'aiuto di benefattori, un suo ospedale. Pur completamente sprovvisto di studi di medicina, Giovanni si mostrò più bravo degli stessi medici, in particolar modo nel curare le malattie mentali, inaugurando, con grande anticipo nel tempo, quel metodo psicoanalitico o psicosomatico che sarà il vanto,quattro secoli dopo di Freud e discepoli. La cura dello spirito era la premessa per una proficua cura del corpo. Giovanni di Dio raccolse i suoi collaboratori in una grande famiglia religiosa, l'ordine dei Fratelli Ospedalieri, meglio conosciuti col nome di Fatebenefratelli. Giovanni morì a soli cinquantacinque anni, il giorno del suo compleanno, l'8 marzo 1550. Fu canonizzato nel 1690. Leone XIII lo dichiarò patrono degli ospedali e di quanti operano per restituire la salute agli infermi. La liturgia romana ne celebra la memoria l’8 marzo e quella ambrosiana il 28 novembre (Autore: Piero Bargellini, da Internet, santi e beati)
S. Ignazio di Loyola (1491 – 1556 Il primo scritto che racconta la vita, la vocazione e la missione di s. Ignazio, è stato redatto proprio da lui, in Italia è conosciuto come “Autobiografia”, ed egli racconta la sua chiamata e la sua missione, presentandosi in terza persona, per lo più designato con il nome di “pellegrino”; apparentemente è la descrizione di lunghi viaggi o di esperienze curiose e aneddotiche, ma in realtà è la descrizione di un pellegrinaggio spirituale ed interiore. Il grande protagonista della Riforma cattolica nel XVI secolo, nacque ad Azpeitia un paese basco, nell’estate del 1491, il suo nome era Iñigo Lopez de Loyola, settimo ed ultimo figlio maschio di Beltran Ibañez de Oñaz e di Marina Sanchez de Licona, genitori appartenenti al casato dei Loyola, uno dei più potenti della provincia di Guipúzcoa, che possedevano una fortezza padronale con vasti campi, prati e ferriere. Iñigo perse la madre subito dopo la nascita, ed era destinato alla carriera sacerdotale secondo il modo di pensare dell’epoca; nell’infanzia ricevé per questo anche la tonsura. Ma egli ben presto dimostrò di preferire la vita del cavaliere come già per due suoi fratelli; il padre prima di morire, nel 1506 lo mandò ad Arévalo in Castiglia, da don Juan Velázquez de Cuellar, ministro dei Beni del re Ferdinando il Cattolico, affinché ricevesse un’educazione adeguata; accompagnò don Juan come paggio, nelle cittadine dove si trasferiva la corte allora itinerante, acquisendo buone maniere che tanto influiranno sulla sua futura opera. Nel 1515 Iñigo venne accusato di eccessi d’esuberanza e di misfatti accaduti durante il carnevale ad Azpeitia e insieme al fratello don Piero, subì un processo che non sfociò in sentenza, forse per l’intervento di alti personaggi; questo per comprendere che era di temperamento focoso, corteggiava le dame, si divertiva come i cavalieri dell’epoca. Morto nel 1517 don Velázquez, il giovane Iñigo si trasferì presso don Antonio Manrique, duca di Najera e viceré di Navarra, al cui servizio si trovò a combattere varie volte, fra cui nell’assedio del castello di Pamplona ad opera dei francesi; era il 20 maggio 1521, quando una palla di cannone degli assedianti lo ferì ad una gamba. Trasportato nella sua casa di Loyola, subì due dolorose operazioni alla gamba, che comunque rimase più corta dell’altra, costringendolo a zoppicare per tutta la vita. Ma il Signore stava operando nel plasmare l’anima di quell’irrequieto giovane; durante la lunga convalescenza, non trovando in casa libri cavallereschi e poemi a lui graditi, prese a leggere, prima svogliatamente e poi con attenzione, due libri ingialliti fornitagli dalla cognata. Si trattava della “Vita di Cristo” di Lodolfo Cartusiano e la “Legenda Aurea” (vita di santi) di Jacopo da Varagine (1230-1298), dalla meditazione di queste letture, si convinse che l’unico vero Signore al quale si poteva dedicare la fedeltà di cavaliere era Gesù stesso. Per iniziare questa sua conversione di vita, decise appena ristabilito, di andare pellegrino a Gerusalemme dove era certo, sarebbe stato illuminato sul suo futuro; partì nel febbraio 1522 da Loyola diretto a Barcellona, fermandosi all’abbazia benedettina di Monserrat dove fece una confessione generale, si spogliò degli abiti cavallereschi vestendo quelli di un povero e fece il primo passo verso una vita religiosa con il voto di castità perpetua. Un’epidemia di peste, cosa ricorrente in quei tempi, gl’impedì di raggiungere Barcellona che ne era colpita, per cui si fermò nella cittadina di Manresa e per più di un anno condusse vita di preghiera e di penitenza; fu qui che vivendo poveramente presso il fiume Cardoner “ricevé una grande illuminazione”, sulla possibilità di fondare una Compagnia di consacrati e che lo trasformò completamente. In una grotta dei dintorni, in piena solitudine prese a scrivere una serie di meditazioni e di norme, che successivamente rielaborate formarono i celebri “Esercizi Spirituali”, i quali costituiscono ancora oggi, la vera fonte di energia dei Gesuiti e dei loro allievi. Arrivato nel 1523 a Barcellona, Iñigo di Loyola, invece di imbarcarsi per Gerusalemme s’imbarcò per Gaeta e da qui arrivò a Roma la Domenica delle Palme, fu ricevuto e benedetto dall’olandese Adriano VI, ultimo papa non italiano fino a Giovanni Paolo II. Imbarcatosi a Venezia arrivò in Terrasanta visitando tutti i luoghi santificati dalla presenza di Gesù; avrebbe voluto rimanere lì ma il Superiore dei Francescani, responsabile apostolico dei Luoghi Santi, glielo proibì e quindi ritornò nel 1524 in Spagna. Intuì che per svolgere adeguatamente l’apostolato, occorreva approfondire le sue scarse conoscenze teologiche, cominciando dalla base e a 33 anni prese a studiare grammatica latina a Barcellona e poi gli studi universitari ad Alcalà e a Salamanca. Per delle incomprensioni ed equivoci, non poté completare gli studi in Spagna, per cui nel 1528 si trasferì a Parigi rimanendovi fino al 1535, ottenendo il dottorato in filosofia. Ma già nel 1534 con i primi compagni, i giovani maestri Pietro Favre, Francesco Xavier, Lainez, Salmerón, Rodrigues, Bobadilla, fecero voto nella Cappella di Montmartre di vivere in povertà e castità, era il 15 agosto, inoltre promisero di recarsi a Gerusalemme e se ciò non fosse stato possibile, si sarebbero messi a disposizione del papa, che avrebbe deciso il loro genere di vita apostolica e il luogo dove esercitarla; nel contempo Iñigo latinizzò il suo nome in Ignazio, ricordando il santo vescovo martire s. Ignazio d’Antiochia. A causa della guerra fra Venezia e i Turchi, il viaggio in Terrasanta sfumò, per cui si presentarono dal papa Paolo III (1534-1549), il quale disse: “Perché desiderate tanto andare a Gerusalemme? Per portare frutto nella Chiesa di Dio l’Italia è una buona Gerusalemme”; e tre anni dopo si cominciò ad inviare in tutta Europa e poi in Asia e altri Continenti, quelli che inizialmente furono chiamati “Preti Pellegrini” o “Preti Riformati” in seguito chiamati Gesuiti. Ignazio di Loyola nel 1537 si trasferì in Italia prima a Bologna e poi a Venezia, dove fu ordinato sacerdote; insieme a due compagni si avvicinò a Roma e a 14 km a nord della città, in località ‘La Storta’ ebbe una visione che lo confermò nell’idea di fondare una “Compagnia” che portasse il nome di Gesù. Il 27 settembre 1540 papa Polo III approvò la Compagnia di Gesù con la bolla “Regimini militantis Ecclesiae”. L’8 aprile 1541 Ignazio fu eletto all’unanimità Preposito Generale e il 22 aprile fece con i suoi sei compagni, la professione nella Basilica di S. Paolo; nel 1544 padre Ignazio, divenuto l’apostolo di Roma, prese a redigere le “Costituzioni” del suo Ordine, completate nel 1550, mentre i suoi figli si sparpagliavano per il mondo. Rimasto a Roma per volere del papa, coordinava l’attività dell’Ordine, nonostante soffrisse dolori lancinanti allo stomaco, dovuti ad una calcolosi biliare e a una cirrosi epatica mal curate, limitava a quattro ore il sonno per adempiere a tutti i suoi impegni e per dedicarsi alla preghiera e alla celebrazione della Messa. Il male fu progressivo limitandolo man mano nelle attività, finché il 31 luglio 1556, il soldato di Cristo, morì in una modestissima camera della Casa situata vicina alla Cappella di Santa Maria della Strada a Roma. Fu proclamato beato il 27 luglio 1609 da papa Paolo V e proclamato santo il 12 marzo 1622 da papa Gregorio XV. Si completa la scheda sul Santo Fondatore, colonna della Chiesa e iniziatore di quella riforma coronata dal Concilio di Trento, con una panoramica di notizie sul suo Ordine, la “Compagnia di Gesù”. Le “Costituzioni” redatte da s. Ignazio fissano lo spirito della Compagnia, essa è un Ordine di “chierici regolari” analogo a quelli sorti nello stesso periodo, ma accentuante anche nella denominazione scelta dal suo Fondatore, l’aspetto dell’azione militante al servizio della Chiesa. La Compagnia adattò lo spirito del monachesimo, al necessario dinamismo di un apostolato da svolgersi in un mondo in rapida trasformazione spirituale e sociale, com’era quello del XVI secolo; alla stabilità della vita monastica sostituì una grande mobilità dei suoi membri, legati però a particolari obblighi di obbedienza ai superiori e al papa; alle preghiere del coro sostituì l’orazione mentale. Considerò inoltre essenziale la preparazione e l’aggiornamento culturale dei suoi membri. È governata da un “Preposito generale”. I gradi della formazione dei sacerdoti gesuiti, comprendono due anni di noviziato, gli aspiranti sono detti ‘scolastici’, gli studi approfonditi sono inframezzati dall’ordinazione sacerdotale (solitamente dopo il terzo anno di filosofia), il giovane gesuita verso i 30 anni diventa professo ed emette i tre voti solenni di povertà, castità e obbedienza, più in quarto voto di obbedienza speciale al papa; accanto ai ‘professi’ vi sono i “coadiutori spirituali” che emettono soltanto i tre voti semplici. Non c’è un ramo femminile né un Terz’Ordine. La spiritualità della Compagnia si basa sugli ‘Esercizi Spirituali’ di s. Ignazio e si contraddistingue per l’abbandono alla volontà di Dio espresso nell’assoluta obbedienza ai superiori; in una profonda vita interiore alimentata da costanti pratiche spirituali, nella mortificazione dell’egoismo e dell’orgoglio; nello zelo apostolico; nella totale fedeltà alla Santa Sede. I Gesuiti non possono possedere personalmente rendite fisse, consentite solo ai Collegi e alle Case di formazione; i professi fanno anche il voto speciale di non aspirare a cariche e dignità ecclesiastiche. Come attività, in origine la Compagnia si presentava come un gruppo missionario a disposizione del pontefice e pronto a svolgere qualsiasi compito questi volesse affidargli per la “maggior gloria di Dio”. Quindi svolsero attività prevalentemente itinerante, facendo fronte alle più urgenti necessità di predicazione, di catechesi, di cura di anime, di missioni speciali, di riforma del clero, operante nella Controriforma e nell’evangelizzazione dei nuovi Paesi (Oriente, Africa, America). Nel 1547, s. Ignazio affidò alla sua Compagnia, un ministero inizialmente non previsto, quello dell’insegnamento, che diventò una delle attività principali dell’Ordine e uno dei principali strumenti della sua diffusione e della sua forza, lo testimoniano i prestigiosi Collegi sparsi per il mondo. Alla morte di s. Ignazio, avvenuta come già detto nel 1556, la Compagnia contava già mille membri e nel 1615, con la guida dei vari Generali succedutisi era a 13.000 membri, diffondendosi in tutta Europa, subendo anche i primi martiri (Campion, Ogilvie, in Inghilterra). Ma soprattutto ebbe un’attività missionaria di rilievo iniziata nel 1541 con s. Francesco Xavier, inviato in India e nel Giappone, dove i successivi gesuiti subirono come gli altri missionari, sanguinose persecuzioni. Più duratura fu la loro opera in Cina con padre Matteo Ricci (1552-1610) e in America Meridionale, specie in Brasile, con le famose ‘riduzioni’. Più sfortunata fu l’opera dei Gesuiti in America Settentrionale, in cui furono martiri i santi Giovanni de Brebeuf, Isacco Jogues, Carlo Garnier e altri cinque missionari. Col passare del tempo, nei secoli XVII e XVIII i Gesuiti con la loro accresciuta potenza furono al centro di dispute dottrinarie e di violenti conflitti politico-ecclesiatici, troppo lunghi e numerosi da descrivere in questa sede; che alimentarono l’odio di tanti movimenti antireligiosi e l’astio dei Domenicani, dei sovrani dell’epoca e dei parlamentari e governi di vari Stati. Si arrivò così allo scioglimento prima negli Stati di Portogallo, Spagna, Napoli, Parma e Piacenza e infine sotto la pressione dei sovrani europei, anche allo scioglimento totale della Compagnia di Gesù nel 1773, da parte di papa Clemente XIV. I Gesuiti però sopravvissero in Russia sotto la protezione dell’imperatrice Caterina II; nel 1814 papa Pio VII diede il via alla restaurazione della Compagnia. Da allora i suoi membri sono stati sempre presenti nelle dispute morali, dottrinarie, filosofiche, teologiche e ideologiche, che hanno interessato la vita morale e istituzionale della società non solo cattolica. Nel 1850 sorse la prestigiosa e diffusa rivista “La Civiltà Cattolica”, voce autorevole del pensiero della Compagnia; altre espulsioni si ebbero nel 1880 e 1901 interessanti molti Stati europei e sud americani. Nell’annuario del 1966 i Gesuiti erano 36.000, divisi in 79 province nel mondo e 77 territori di missione. In una statistica aggiornata al 2002, la Compagnia di Gesù annovera tra i suoi figli 49 Santi di cui 34 martiri e 147 Beati di cui 139 martiri; a loro si aggiungono centinaia di Servi di Dio e Venerabili, avviati sulla strada di un riconoscimento ufficiale della loro santità o del loro martirio. L’alto numero di martiri, testimonia la vocazione missionaria dei Gesuiti, votati all’affermazione della ‘maggior gloria di Dio’, nonostante i pericoli e le persecuzioni a cui sono andati incontro, sin dalla loro fondazione. La Chiesa ne fa memoria il 31 luglio. (Autore: Antonio Borrelli, da Internet, santi e beati)
San Francesco Saverio (1506 – 1552) Questo pioniere delle missioni dei tempi moderni, patrono dell'Oriente dal 1748, dell'Opera della Propagazione della Fede dal 1904, di tutte le missioni con S. Teresa di Gesù Bambino dal 1927, nacque da nobili genitori il 7-4-1506 nel castello di Xavier, nella Navarra (Spagna). Francesco non sarebbe diventato un giurista e un amministratore come suo padre, né un guerriero come i suoi fratelli maggiori, ma un ecclesiastico come un qualunque cadetto del tempo. Per questo nel 1525 si recò ad addottorarsi all'università di Parigi sognando pingui benefici nella diocesi di Pamplona. Il suo incontro con Ignazio di Loyola fu provvidenziale perché lo trasformò da campione di salto e di corsa in araldo del Vangelo, da professore di filosofia in Santo. Assegnato nel collegio di Santa Barbara alla medesima stanza del Saverio, il fondatore della Compagnia di Gesù aveva visto a fondo nell'anima di lui, gli si era affezionato e più volte gli aveva detto: "Che giova all'uomo guadagnare anche tutto il mondo, se poi perde l 'anima? (Mc. 8, 36). Più tardi Ignazio confiderà che Francesco fu "il più duro pezzo di pasta che avesse mai avuto da impastare" e il Saverio, nel fare quaranta giorni di ritiro sotto la direzione d'Ignazio prima d'iniziare lo studio della teologia, pregherà: "Ti ringrazio, o Signore, per la provvidenza di avermi dato un compagno come questo Ignazio, dapprima così poco simpatico". Il 15-8-1534 anche lui, insieme al Loyola, nella chiesetta di Santa Maria di Montmartre fece voto di castità e di povertà e di pellegrinare in Palestina o, in caso d'impossibilità, di andare a Roma per mettersi a disposizione del papa. Anche lui, all'inizio del 1537, si trovò con gli altri primi sei compagni all'appuntamento fissato a Venezia, ma la guerra scoppiata tra la Turchia e la Repubblica Veneta impedi loro di mandare ad effetto il voto fatto. Ignazio e i suoi discepoli si dedicarono allora all'assistenza dei malati nell'ospedale degl'Incurabili fondato da S. Gaetano da Thiene e, dopo essere stati ordinati sacerdoti, alla predicazione per le piazze in uno strano miscuglio di lingue neo-latine. A Bologna specialmente il Saverio si acquistò fama di predicatore e di consolatore dei malati e dei carcerati, ma in sei mesi si rovinò la salute dandosi ad austerissime penitenze. S. Ignazio lo chiamò a Roma come suo segretario. Nella primavera del 1539 egli prese parte alla fondazione della Compagnia di Gesù e, l'anno dopo, fu mandato al posto di Nicolò Bobadilla, colpito da sciatica, alle Indie Orientali in qualità di legato papale per tutte le terre situate ad oriente del capo di Buona Speranza, in seguito alle insistenti preghiere rivolte da Giovanni III, re del Portogallo, a Ignazio per avere sei missionari. Durante il penoso viaggio a vela, protrattosi per tredici mesi, il Saverio si sovraspese per l'assistenza spirituale ai 300 passeggeri facenti parte non certo della "buona società", nonostante che per due mesi avesse sofferto il mal di mare. Una notte, all'ospedale di Mozambico, avendolo il medico trovato tremante di febbre, gli ordinò di andare a letto. Poiché un marinaio stava morendo impenitente, gli rispose: "Non posso andarci. Un fratello ha tanto bisogno di me". Stabilitosi nel collegio di San Paolo a Goa, cominciò il suo apostolato (1542) tra la colonia portoghese che con la sua vita immorale scandalizzava persino i,pagani. Poi estese il suo ministero ai malati, ai prigionieri e agli schiavi con tanta premura da meritare il titolo di "Santo Padre" e "Grande Padre". Con un campanello raccoglieva per le strade i fanciulli e ad essi insegnava il catechismo e cantici spirituali. Dopo cinque mesi il governatore delle Indie lo mandò al sud del paese dove i portoghesi avevano costruito le loro fortezze, avviato i loro commerci e battezzato gl'indigeni e i prigionieri di guerra senza sufficiente preparazione. Molti di essi erano ricaduti nell'idolatria, come i pescatori di perle della costa del Paravi i quali, otto anni prima, avevano chiesto il battesimo per essere difesi dai maomettani. Francesco, che non possedeva il dono delle lingue, con l'aiuto d'interpreti tradusse subito nei loro idiomi le principali preghiere e verità della fede. Poi, per due anni, passò di villaggio in villaggio, a piedi o su disagevoli imbarcazioni di cabotaggio, esposto a mille pericoli, fondando chiese e scuole, facendosi a tutti maestro, medico, giudice nelle liti, difensore contro le esazioni dei portoghesi, salutato ovunque quale Santo e taumaturgo. "Talmente grande è la moltitudine dei convertiti - scriveva egli - che sovente le braccia mi dolgono tanto hanno battezzato e non ho più voce e forza di ripetere il Credo e i comandamenti nella loro lingua". In un mese arrivò a battezzare 10.000 pescatori della casta dei Macua, nel Travancore. Mentre era intento ad amministrare il sacramento, ricevette la triste notizia che 600 cristiani di Manaar avevano preferito lasciarsi uccidere anziché tornare al paganesimo. Ne provò un momento di sconforto: "Sono così stanco di vivere - scrisse - che la migliore cosa per me sarebbe morire per la nostra Santa fede". Lo rattristava il vedere commettere tanti peccati e non poterci fare nulla. Benché continuamente a disposizione del prossimo, il Santo fu sempre trattato male da ufficiali e mercanti portoghesi, decisi a non permettere che la sua caccia alle anime intralciasse loro la ricerca di piaceri e di ricchezze. Noncurante degli uomini, negli anni successivi (1545-1547) egli aprì nuovi campi all'apostolato. Predicò per quattro mesi nell'importante centro commerciale di Malacca; visitò l'arcipelago delle Molucche; nell'isola di Amboina, presso la Nuova Guinea, riuscì ad avvicinare la popolazione impaurita di un villaggio stando seduto e cantando tutti gl'inni che sapeva; si spinse fino all'isola di Ternate, estrema fortezza dei portoghesi, e più oltre ancora, fino alle isole del Moro, al nord delle Molucche, abitate da cacciatori di teste. Colà agli ospiti indesiderati si servivano pietanze avvelenate. Quando il Saverio decise di visitarle, gli suggerirono di portare con sé degli antidoti, ma egli preferì riporre in Dio tutta la sua fiducia. "Queste isole - scriverà il 20-1-1548 - sono fatte e disposte a meraviglia perché vi ci si perda la vista in pochi anni per l'abbondanza delle lacrime di consolazione... Io circolavo abitualmente nelle isole circondate da nemici e popolate da amici poco sicuri, attraverso terre sprovviste di qualsiasi rimedio per le malattie e prive di qualsiasi soccorso per conservare la vita". Ciononostante egli pregava: "Non allontanarmi, o Signore, da queste tribolazioni se non hai da mandarmi dove io possa soffrire ancora di più per amore tuo". Dopo tre mesi di fatiche, tornò a Ternate. Il sultano regnante fece buona accoglienza al missionario, ma alla fede cristiana preferì le sue cento mogli e le numerose concubine. Raggiunta Malacca nel dicembre 1547, la Provvidenza fece incontrare al Saverio un fuggiasco giapponese, Anjiro, desideroso di farsi cristiano per liberarsi dal rimorso cagionatogli da un delitto commesso in patria. Il Santo rimase talmente sedotto dalle notizie da lui avute sul Giappone e i suoi abitanti che concepì un estremo desiderio di andarli ad evangelizzare. Dopo aver provveduto per il governo del Collegio di San Paolo a Goa e l'invio di missionari nelle località visitate, parti per il Giappone in compagnia di Anjiro, suo collaboratore. Sbarcò a Kagoshima, nell'isola di Kiu-Sciu, il 15-8-1548. Il principe Shimazu Takahisa lo accolse gentilmente, e mentre egli studiava la lingua del paese, Anjíro convertiva al cattolicesimo oltre un centinaio di parenti e amici. "I Giapponesi - scrisse il Saverio in Europa - sono il migliore dei popoli". Quando il principe, sobillato dai bonzi, vietò ogni ulteriore battesimo, il coraggioso missionario decise di presentarsi addirittura all'imperatore e alle università della capitale, Miyako (Kyoto), ma a causa della guerra civile endemica le università non vollero aprirgli le porte e l'imperatore in fuga non volle riceverlo (1551), perché sprovvisto di doni e poveramente vestito. Si presentò allora in splendidi abiti e con preziosi doni al principe di Yamaguchí che gli concesse piena libertà di predicazione. In breve tempo egli riuscì a creare una fiorente cristianità che formò 1e delizie della sua anima" e ad estenderla nel vicino regno di Bungo. Quando nell'inverno del 1551, richiamato da urgenti affari, il Saverio ritornò in India, in Giappone c'erano oltre 1.000 cristiani. Le fatiche avevano imbiancato i suoi capelli. Quante volte, sempre immerso nella preghiera, aveva dovuto camminare a piedi nudi e sanguinanti o passare a guado fiumi gelati! Quante volte, affamato e intirizzito, era stato cacciato dalle locande a sassate! Sovente cadde esausto sul ciglio delle strade. Per poter proseguire il suo viaggio talora dovette occuparsi come stalliere presso viaggiatori più fortunati. Per i Giapponesi, i Cinesi erano i maestri indiscussi di ogni scibile. Essendosi sempre sentito opporre dai bonzi che se la religione cristiana fosse stata vera, i cinesi l'avrebbero già conosciuta, decise di andarli a convertire. Poiché la prigione o la morte erano la sorte che toccava a tutti gli stranieri che cercavano di entrare in quel paese, il Saverio organizzò un'ambasciata alla corte dell'imperatore della Cina, di cui egli avrebbe fatto parte. A Malacca però l'ammiraglio portoghese in carica, irritato perché non era stato scelto lui come ambasciatore, mandò a monte il progettato viaggio denunciando pubblicamente il Santo come falsificatore di bolle papali e imperiali. Senza lasciarsi abbattere dal grave colpo, l'illuminato apostolo il 17-4-1552 approdò all'isola di Sanciano con un servo cinese convertito, Antonio di Santa Fe. Colà trovò antichi amici che gli offersero ospitalità e un contrabbandiere che per 200 ducati si dichiarò disposto a sbarcarli segretamente alle porte di Canton. Ad un amico il Santo scrisse: "Pregate molto per noi, perché corriamo grande pericolo di essere imprigionati. Tuttavia, già ci consoliamo anticipatamente al pensiero che è meglio essere prigionieri per puro amor di Dio, che essere liberi per avere voluto fuggire il tormento e la pena della croce". Il giorno stabilito il contrabbandiere mancò alla parola data. Nel rigido inverno, il Saverio si ammalò di polmonite, e privo com'era di ogni cura morì in una capanna il 3-12-1552 dopo avere più volte ripetuto: "Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me! 0 Vergine, Madre di Dio, ricordati di me!". Il suo corpo fu seppellito dal servo nella parte settentrionale dell'isola, in una cassa ripiena di calce. Due anni dopo fu trasportato, integro e intatto, prima a Malacca e poi a Goa, dove si venera nella chiesa del Buon Gesù. Paolo V beatificò il Saverio il 21-10-1619 e Gregorio XV lo canonizzò il 12-3-1622. Si calcola che il Santo missionario abbia conferito il battesimo a circa 30.000 pagani. Il suo continuo peregrinare per lontanissime regioni diede ad alcuni l'impressione che fosse di temperamento volubile. Come legato del papa, pioniere, superiore e provinciale dei Gesuiti, era spiegabile che egli, ardentissimo della gloria di Dio e della salvezza delle anime, sospirasse di prendere visione del suo sterminato territorio per inviarvi gli operai occorrenti. S. Ignazio avrebbe preferito che, invece di pagare di persona, fosse rimasto ad amministrare le missioni dell'India, e avesse inviato a dissodare il terreno altri confratelli. La lettera che gli scrisse per richiamarlo, almeno provvisoriamente, in Europa, giunse quando egli era già morto. La Chiesa ne fa memoria il 3 dicembre. (da Internet, santi e beati)
Paolo Miki e compagni (1564 – 1596) E' il primo giapponese accolto in un Ordine religioso cattolico: il primo gesuita. Nato in una famiglia benestante e battezzato a cinque anni, Paolo Miki entra poi in un collegio della Compagnia di Gesù, e a 22 anni è novizio. Riesce bene in tutto: solo lo studio del latino lo fa penare; troppo lontano dal suo modo nativo di parlare e di pensare. Diventa invece un esperto della religiosità orientale, cosicché viene destinato alla predicazione, che comporta il dialogo con dotti buddhisti. Riesce bene, ottiene conversioni; però, dice un francescano spagnolo, più efficaci della parola sono i suoi sentimenti affettuosi. Il cristianesimo è penetrato in Giappone nel 1549 con Francesco Saverio, che vi è rimasto due anni, aprendo poi la via ad altri missionari, bene accolti dalla gente. Li lascia in pace anche lo Stato, in cui gli imperatori sopravvivono come simboli, mentre chi comanda è sempre lo Shogun, capo militare e politico. Paolo Miki vive anni attivi e fecondi, percorrendo continuamente il Paese. I cristiani diventano decine di migliaia. Nel 1582-84 c’è la prima visita a Roma di una delegazione giapponese, autorizzata dallo Shogun Hideyoshi, e lietamente accolta da papa Gregorio XIII. Ma proprio Hideyoshi capovolge poi la politica verso i cristiani, facendosi persecutore per un complesso di motivi: il timore che il cristianesimo minacci l’unità nazionale, già indebolita dai feudatari; il comportamento offensivo e minaccioso di marinai cristiani (spagnoli) arrivati in Giappone; e anche i gravi dissidi tra gli stessi missionari dei vari Ordini in terra giapponese, tristi fattori di diffidenza. Un insieme di fatti e di sospetti che porterà a spietati eccidi di cristiani nel secolo successivo. Ma già al tempo di Hideyoshi, ecco una prima persecuzione locale, che coinvolge Paolo Miki. Arrestato nel dicembre 1596 a Osaka, trova in carcere tre gesuiti e sei francescani missionari, con 17 giapponesi terziari di San Francesco. E insieme a tutti loro egli viene crocifisso su un’altura presso Nagasaki. Prima di morire, tiene l’ultima predica, invitando tutti a seguire la fede in Cristo; e dà il suo perdono ai carnefici. Andando al supplizio, ripete le parole di Gesù in croce: "In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum". Proprio così le dice: in quel latino che da giovane studiava con tanta fatica. Nel 1862, papa Pio IX lo proclamerà santo. Nell’anno 1846, a Verona, un seminarista quindicenne legge il racconto di questo supplizio e ne riceve la prima forte spinta alla vita missionaria: è Daniele Comboni, futuro apostolo della “Nigrizia”, alla quale dedicherà vita e morte, tre secoli dopo san Paolo Miki. La Chiesa ne fa memoria il 5 febbraio. (Autore: Domenico Agasso, da Internet, santi e beati).
San Filippo Neri (1515 – 1595) 26 maggio Filippo Neri nasce a Firenze il 21 luglio 1515, e riceve il battesimo nel "bel san Giovanni" dei Fiorentini il giorno seguente, festa di S. Maria Maddalena. La famiglia dei Neri, che aveva conosciuto in passato una certa importanza, risentiva allora delle mutate condizioni politiche e viveva in modesto stato economico. Il padre, ser Francesco, era notaio, ma l'esercizio della sua professione era ristretto ad una piccola cerchia di clienti; la madre, Lucrezia da Mosciano, proveniva da una modesta famiglia del contado, e moriva poco dopo aver dato alla luce il quarto figlio. La famiglia si trovò affidata alle cure della nuova sposa di ser Francesco, Alessandra di Michele Lenzi, che instaurò con tutti un affettuoso rapporto, soprattutto con Filippo, il secondogenito, dotato di un bellissimo carattere, pio e gentile, vivace e lieto, il "Pippo buono" che suscitava affetto ed ammirazione tra tutti i conoscenti. Dal padre, probabilmente, Filippo ricevette la prima istruzione, che lasciò in lui soprattutto il gusto dei libri e della lettura, una passione che lo accompagnò per tutta la vita, testimoniata dall'inventario della sua biblioteca privata, lasciata in morte alla Congregazione romana, e costituita di un notevole numero di volumi. La formazione religiosa del ragazzo ebbe nel convento dei Domenicani di San Marco un centro forte e fecondo. Si respirava, in quell'ambiente, il clima spirituale del movimento savonaroliano, e per fra Girolamo Savonarola Filippo nutrì devozione lungo tutto l'arco della vita, pur nella evidente distanza dai metodi e dalle scelte del focoso predicatore apocalittico. Intorno ai diciotto anni, su consiglio del padre, desideroso di offrire a quel figlio delle possibilità che egli non poteva garantire, Filippo si recò da un parente, avviato commerciante e senza prole, a San Germano, l'attuale Cassino. Ma l'esperienza della mercatura durò pochissimo tempo: erano altre le aspirazioni del cuore, e non riuscirono a trattenerlo l'affetto della nuova famiglia e le prospettive di un'agiata situazione economica. Lo troviamo infatti a Roma, a partire dal 1534. Vi si recò, probabilmente, senza un progetto preciso. Roma, la città santa delle memorie cristiane, la terra benedetta dal sangue dei martiri, ma anche allettatrice di tanti uomini desiderio di carriera e di successo, attrasse il suo desiderio di intensa vita spirituale: Filippo vi giunse come pellegrino, e con l'animo del pellegrino penitente, del "monaco della città" per usare un'espressione oggi di moda, visse gli anni della sua giovinezza, austero e lieto al tempo stesso, tutto dedito a coltivare lo spirito. La casa del fiorentino Galeotto Caccia, capo della Dogana, gli offrì una modesta ospitalità - una piccola camera ed un ridottissimo vitto - ricambiata da Filippo con l'incarico di precettore dei figli del Caccia. Lo studio lo attira - frequenta le lezioni di filosofia e di teologia dagli Agostiniani ed alla Sapienza - ma ben maggiore è l'attrazione della vita contemplativa che impedisce talora a Filippo persino di concentrarsi sugli argomenti delle lezioni. La vita contemplativa che egli attua è vissuta nella libertà del laico che poteva scegliere, fuori dai recinti di un chiostro, i modi ed i luoghi della sua preghiera: Filippo predilesse le chiese solitarie, i luoghi sacri delle catacombe, memoria dei primi tempi della Chiesa apostolica, il sagrato delle chiese durante le notti silenziose. Coltivò per tutta la vita questo spirito di contemplazione, alimentato anche da fenomeni straordinari, come quello della Pentecoste del 1544, quando Filippo, nelle catacombe si san Sebastiano, durante una notte di intensa preghiera, ricevette in forma sensibile il dono dello Spirito Santo che gli dilatò il cuore infiammandolo di un fuoco che arderà nel petto del santo fino al termine dei suoi giorni. Questa intensissima vita contemplativa si sposava nel giovane Filippo ad un altrettanto intensa, quanto discreta nelle forme e libera nei metodi, attività di apostolato nei confronti di coloro che egli incontrava nelle piazze e per le vie di Roma, nel servizio della carità presso gli Ospedali degli incurabili, nella partecipazione alla vita di alcune confraternite, tra le quali, in modo speciale, quella della Trinità dei Pellegrini, di cui Filippo, se non il fondatore, fu sicuramente il principale artefice insieme al suo confessore P. Persiano Rosa. A questo degnissimo sacerdote, che viveva a san Girolamo della Carità, e con il quale Filippo aveva profonde sintonie di temperamento lieto e di impostazione spirituale, il giovane, che ormai si avviava all'età adulta, aveva affidato la cura della sua anima. Ed è sotto la direzione spirituale di P. Persiano che maturò lentamente la chiamata alla vita sacerdotale. Filippo se ne sentiva indegno, ma sapeva il valore dell'obbedienza fiduciosa ad un padre spirituale che gli dava tanti esempi di santità. A trentasei anni, il 23 maggio del 1551, dopo aver ricevuto gli ordini minori, il suddiaconato ed il diaconato, nella chiesa parrocchiale di S. Tommaso in Parione, il vicegerente di Roma, Mons. Sebastiano Lunel, lo ordinava sacerdote. Messer Filippo Neri continuò da sacerdote l'intensa vita apostolica che già lo aveva caratterizzato da laico. Andò ad abitare nella Casa di san Girolamo, sede della Confraternita della Carità, che ospitava a pigione un certo numero di sacerdoti secolari, dotati di ottimo spirito evangelico, i quali attendevano alla annessa chiesa. Qui il suo principale ministero divenne l'esercizio del confessionale, ed è proprio con i suoi penitenti che Filippo iniziò, nella semplicità della sua piccola camera, quegli incontri di meditazione, di dialogo spirituale, di preghiera, che costituiscono l'anima ed il metodo dell'Oratorio. Ben presto quella cameretta non bastò al numero crescente di amici spirituali, e Filippo ottenne da "quelli della Carità" di poterli radunare in un locale, situato sopra una nave della chiesa, prima destinato a conservare il grano che i confratelli distribuivano ai poveri. Tra i discepoli del santo, alcuni - ricordiamo tra tutti Cesare Baronio e Francesco Maria Tarugi, i futuri cardinali - maturarono la vocazione sacerdotale, innamorati del metodo e dell'azione pastorale di P. Filippo. Nacque così, senza un progetto preordinato, la "Congregazione dell'Oratorio": la comunità dei preti che nell'Oratorio avevano non solo il centro della loro vita spirituale, ma anche il più fecondo campo di apostolato. Insieme ad altri discepoli di Filippo, nel frattempo divenuti sacerdoti, questi andarono ad abitare a San Giovanni dei Fiorentini, di cui P. Filippo aveva dovuto accettare la Rettoria per le pressioni dei suoi connazionali sostenuti dal Papa. E qui iniziò tra i discepoli di Filippo quella semplice vita famigliare, retta da poche regole essenziali, che fu la culla della futura Congregazione. Nel 1575 Papa Gregorio XIII affidò a Filippo ed ai suoi preti la piccola e fatiscente chiesa di S. Maria in Vallicella, a due passi da S. Girolamo e da S. Giovanni dei Fiorentini, erigendo al tempo stesso con la Bolla "Copiosus in misericordia Deus" la "Congregatio presbyterorm saecularium de Oratorio nuncupanda". Filippo, che continuò a vivere nell'amata cameretta di San Girolamo fino al 1583, e che si trasferì, solo per obbedienza al Papa, nella nuova residenza dei suoi preti, si diede con tutto l'impegno a ricostruire in dimensioni grandiose ed in bellezza la piccola chiesa della Vallicella. Qui trascorse gli ultimi dodici anni della sua vita, nell'esercizio del suo prediletto apostolato di sempre: l'incontro paterno e dolcissimo, ma al tempo stesso forte ed impegnativo, con ogni categoria di persone, nell'intento di condurre a Dio ogni anima non attraverso difficili sentieri, ma nella semplicità evangelica, nella fiduciosa certezza dell'infallibile amore divino, nella letizia dello spirito che sgorga dall'unione con Dio. Si spense nelle prime ore del 26 maggio 1595, all'età di ottant'anni, amato dai suoi e da tutta Roma di un amore carico di stima e di affezione. La sua vita è chiaramente suddivisa in due periodi di pressoché identica durata: trentasei anni di vita laicale, quarantaquattro di vita sacerdotale. Ma Filippo Neri, fiorentino di nascita - e quanto amava ricordarlo! - e romano di adozione - tanto egli aveva adottato Roma, quanto Roma aveva adottato lui! - fu sempre quel prodigio di carità apostolica vissuta in una mirabile unione con Dio, che la Grazia divina operò in un uomo originalissimo ed affascinante. "Apostolo di Roma" lo definirono immediatamente i Pontefici ed il popolo Romano, attribuendogli il titolo riservato a Pietro e Paolo, titolo che Roma non diede a nessun altro dei pur grandissimi santi che, contemporaneamente a Filippo, aveva vissuto ed operato tra le mura della Città Eterna. Il cuore di Padre Filippo, ardente del fuoco dello Spirito, cessava di battere in terra in quella bella notte estiva, ma lasciava in eredità alla sua Congregazione ed alla Chiesa intera il dono di una vita a cui la Chiesa non cessa di guardare con gioioso stupore. Ne è forte testimonianza anche il Magistero del Santo Padre Giovanni Paolo II che in varie occasioni ha lumeggiato la figura di san Filippo Neri e lo ha citato, unico dei santi che compaiano esplicitamente con il loro nome, nella Bolla di indizione del Grande Giubileo del 2000. La Chiesa ne celebra la memoria il 26 maggio. (Fonte: www.oratoriosanfilippo.org , da Internet, santi e beati)
Santa Teresa d’Avila (1515 – 1582) Santa Teresa era al Carmelo di Toledo quando il re del Portogallo, Don Sebastiano (1554-1578), fu ucciso e il suo esercito sconfitto alla grande battaglia contro i Mori ad Alcacer-Quibir, in Marocco, nel 1578. La santa ebbe una rivelazione relativa a questa disfatta. Ne fu grandemente rattristata e pianse, perché si augurava con tutte le sue forze la vittoria della Cristianità e la sconfitta dei suoi nemici. Protestò con il Signore: “Mio Dio,come puoi permettere la disfatta del tuo popolo e la vittoria dei tuoi nemici?”. Il Signore le rispose: “Se li ho trovati pronti a comparire alla mia presenza, perché sei triste?”. Il suo sentimento di tristezza svanì quando considerò la gloria di cui i soldati uccisi in battaglia stavano già godendo in Cielo. Ammirava questi guerrieri che Dio aveva trovato pronti per la felicità eterna, specialmente se considerava i costumi normalmente rilassati dei soldati. Immediatamente le venne il desiderio di estendere la sua riforma carmelitana al Portogallo. Pregò ardentemente per conoscere la volontà di Dio, e nel giorno della festa dell’Assunzione la risposta venne. Il Signore le disse: “Figlia mia, non andrai in Portogallo per fondare case della tua riforma. Le tue figlie e figli lo faranno in futuro, quando porrò termine al castigo inflitto al Portogallo e mostrerò la mia misericordia a questo Paese. L’aumento del numero di buoni religiosi mi permetterà di sollevare il Portogallo dalla miseria in cui sarà caduto, di restaurarlo nella felicità di cui aveva goduto in passato, e di promettergli future glorie”. Vediamo qui collegarsi due temi: la sconfitta di Alcacer-Quibir nel 1578 e la fondazione di conventi carmelitani in Portogallo. In primo luogo Santa Teresa stava pregando quando Dio le rivelò che il re Don Sebastiano del Portogallo, che regnò dal 1557 al 1578, aveva patito la grande sconfitta di Alcacer-Quibir. La battaglia si rivelò decisiva da diversi punti di vista. Se il re Don Sebastiano – un re molto pio e vergine, l’ultimo fiore del vecchio Portogallo – fosse stato vittorioso, avrebbe spezzato il potere dei musulmani. Il Portogallo avrebbe potuto fondare una prospera colonia nell’Africa del Nord, un ponte verso un’Africa interamente cattolica. Questo avrebbe portato un fiero colpo al potere dei musulmani nel mondo intero. Gli islamici occupavano allora la penisola balcanica, la Turchia, tutta l’Asia Minore, il Nord Africa e parti dell’Africa sub-sahariana. Pertanto, se l’esercito portoghese avesse conquistato una parte del Nord Africa, altri regni come la Spagna e la Francia avrebbero profittato di questa vittoria. Il Portogallo aveva già la sua testa di ponte a Fez. Ad Alcacer-Quibir tentava di ampliare la sua posizione militare. Per queste ragioni Alcacer-Quibir fu una battaglia decisiva. Per questa battaglia d’oltremare il re Don Sebastiano aveva allestito una grande flotta a Lagos con un ampio esercito di nobili e soldati portoghesi. Gli storici dicono che la sua tattica contro i musulmani fu imprudente. Morì in battaglia e il potere portoghese patì un duro colpo. Al contrario, il potere islamico si consolidò e prese forza. Questo non fu solo un fatto negativo per la lotta contro l’islam, ma favorì anche i protestanti. In effetti, liberi dalla pressione cattolica in Africa, i musulmani si concentrarono sui Balcani e sull’attacco contro l’Austria-Ungheria. Per questo scopo favorirono gli Stati protestanti che erano anch’essi nemici dell’Impero Austro-Ungarico. La catastrofe fu pure disastrosa per l’indipendenza del Portogallo. Don Sebastiano lasciò un solo erede, il cardinale Don Enrico (1512-1580) suo zio, che divenne re del Portogallo. La Santa Sede lo dispensò dal celibato ecclesiastico perché potesse continuare la dinastia degli Avis. Ma regnò solo due anni, dal 1578 al 1580, e non ebbe figli. La corona portoghese passò per diritto di successione al re Filippo II di Spagna (1527-1591). La dinastia degli Avis sparì. Così, la morte del re Don Sebastiano ad Alcacer-Quibir rappresentò un danno gravissimo per il Portogallo. Comprendendo tutto questo, Santa Teresa divenne triste e pianse. Chiese al Signore come aveva potuto permettere la disfatta. La risposta fu che quell’esercitò era così ben preparato spiritualmente che Egli portò molti dei soldati in Cielo. Con tutto il rispetto, questa prima parte della risposta del Signore ci sembra un po’ evasiva. Ma la risposta completa viene quando il Signore spiega che la disfatta è stata una punizione e che i buoni religiosi che verranno saranno uno dei modi di sfuggire al castigo. Potete vedere come il centro del dialogo fra Santa Teresa e il Signore è essenzialmente una preoccupazione politica e militare che riguarda il Portogallo. Questo si oppone a una certa mentalità sentimentale e dolciastra sulle vite dei santi, che non vorrebbe mai considerare questi aspetti. Tutto dev’essere spirituale nel senso più ristretto del termine. Questa falsa pietà aborre ogni riferimento agl’interessi politici e militari cattolici. Ritiene falsamente che la spiritualità sia una cosa così elevata da escludere questi aspetti. Insinua che il vero santo non si occupa di affari politici e militari. Ma questo episodio che coinvolge Santa Teresa e il Signore testimonia precisamente il contrario. Il Signore mostra la sconfitta militare del re Sebastiano in una rivelazione mistica alla grande Santa Teresa perché è questo il tema di cui vuole intrattenersi con lei. Evidentemente Dio aveva un grande interesse per quella battaglia. Quando la causa cattolica è sconfitta in armi, le persone sante dovrebbero essere tristi. E Santa Teresa lo era. Ne segue un dialogo, dove Dio rivela il senso profondo della storia e le ragioni soprannaturali della sconfitta. Consideriamo quanto meravigliosi sono i disegni di Dio. La sua Divina Sapienza ha un’infinità di sfaccettature, che l’intelligenza umana non potrà mai riuscire ad abbracciare. Risponde alla domanda di Santa Teresa affermando che molti soldati portoghesi erano ben preparati alla morte e così li ha portati in Cielo. Vedete come anche nel momento in cui Dio sta castigando una nazione, la sua misericordia tiene conto della situazione spirituale dei combattenti. Forse avrebbe rimandato il momento del castigo se quei soldati non fossero stati pronti a una buona morte. Vedete la sua delicatezza, la sua bontà, la sua misericordia. In secondo luogo, lasciatemi dire una parola sull’Ordine Carmelitano. Santa Teresa aveva la speciale missione di diffondere la riforma del Carmelo. La missione dei Carmelitani era quelle di attirare tramite la preghiera e la penitenza le grazie di Dio nei Paesi dove fondavano i loro conventi. Una seconda dimensione della loro missione era di guadagnare queste grazie per tutta la Cristianità e – terza dimensione – per il mondo intero, perché tutti potessero convertirsi alla religione cattolica. Quando Santa Teresa vide che la nazione portoghese era per molti aspetti fervente, concepì il desiderio di fondarvi un convento. Era un progetto eccellente e gradito a Dio, Ma Dio stesso chiese di rimandarne l’esecuzione. Perché? Solo la Divina Sapienza lo sa. Ma una considerazione è che il popolo portoghese aveva bisogno di tempo per accettare la supremazia spagnola dopo che la corona del Portogallo era stata incorporate alla Spagna del re Filippo II, che l’aveva ricevuta in legittima successione dopo la morte del cardinal Don Enrico. Se le carmelitane spagnole fossero andate subito in Portogallo secondo il desiderio di Santa Teresa avrebbero potuto trovarvi una cattiva accoglienza. Un periodo di adattamento sembrava necessario. Forse fu questa una delle ragioni per cui il Signore rimandò l’arrivo delle carmelitane spagnole in Portogallo. Dopo che l’unione dei due regni fu accettata la presenza di carmelitane spagnole in Portogallo seguì naturalmente e produsse immensi frutti spirituali. Come conclusione, possiamo vedere quanto è importante seguire gli eventi del nostro tempo nella misura in cui hanno a che fare con la salvezza delle anime, la causa cattolica, la sconfitta della Rivoluzione, la gloria e l’esaltazione della Sante Chiesa. Questo per noi è un atto di amore a Dio caratteristico della nostra vocazione contro-rivoluzionaria, che è attenta ai problemi dell’ora presente. La Chiesa ne fa memoria il 15 ottobre. (Autore: Plinio Correa de Oliveira , da Internet, santi e beati)
San Carlo Borromeo (1538 – 1584) - 04 novembre Carlo Borromeo nacque ad Arona il 2 ottobre 1538 da Giberto e Margherita Medici. Già a vent'anni ebbe modo di far vedere la sua energia e il suo senso pratico. Nel luglio del 1558, alla morte del conte Giberto, padre di Carlo, il governo spagnolo, sempre in guerra con i francesi, mandò una compagnia di soldati a occupare la Rocca di Arona. Mentre Federico, il figlio maggiore di Giberto, si disinteressa di quel sopruso, Carlo invece fa intervenire amici vicini e lontani, fa scrivere al re Filippo II, dà indicazioni precise al fratello maggiore, gli procura dei soldi. Proprio in questo tempo, cioè nel dicembre 1559, Carlo termina i suoi studi all'università di Pavia con la laurea in diritto civile e canonico. La Rocca di Arona, restituita ai Borromei nel gennaio 1560, venne demolita nel 1800 per ordine di Napoleone. La camera, in cui era nato il santo, il cardinale Federico nel 1624 l'aveva trasferita dalla Rocca alla chiesa del Sacro Monte. Il fratello della madre di Carlo, il milanese cardinale Giovan Angelo Medici, il 25 dicembre 1559 divenne papa. Appena eletto Pio IV invita a Roma i figli della sorella. Assai curiosa è la lettera in cui Carlo descrive il viaggio da Milano a Roma nel gennaio del 1560. Il giovane scherza su l'affollarsi delle onorevolissime dame alle finestre di Bologna per ammirare il nipote del papa, che sta andando verso onori e ricchezze insperate. A Roma i due fratelli, Federico e Carlo, vivono con uno sfarzo regale.
A fine gennaio Carlo è creato cardinale; in maggio è concluso il contratto di matrimonio di Federico con Virginia della Rovere, figlia del duca d'Urbino. Entrambi ricevono altissime cariche, con prebende numerose e ricchissime. Gerolamo Soranzo, ambasciatore della repubblica di Venezia a Roma, calcolava nel 1563 a circa cinquantamila scudi il reddito annuo del cardinale Borromeo. D'improvviso la sera del 19 novembre 1562, dopo pochissimi giorni di febbre, il ventisettenne conte Federico muore lasciando senza figli la moglie diciottenne. Per Carlo fu una cosa atroce, uno schianto: tanto sfarzo principesco, tanta felicità coniugale, tante speranze per le grandezze della famiglia, tutto in un momento crollava. Più volte negli anni seguenti il santo arcivescovo ebbe a confidare al suo procuratore Speciano che la morte improvvisa del fratello fu il mezzo di cui si servì il Signore per incitarlo a un radicale cambiamento di vita. Fu una scelta tremenda, ma ben meditata. Era ricchissimo, unico maschio della famiglia, unico erede dei beni paterni; non era ancora prete; la diciottenne vedova di suo fratello non aveva figli. A Roma e altrove molti pensavano e dicevano che quella vedova l'avrebbe sposata lui. Insistenze a tale scopo gli venivano da parte di parenti e amici, e anche da parte di chi aveva la più grande autorità su di lui, cioè da parte di suo zio papa Pio IV, per il quale egli lavorava come il segretario di fiducia. Avevano visto tutti di quale rigore era capace Pio IV: nel marzo del 1561 aveva fatto giustiziare il cardinale Carlo Carafa, un fratello di lui e due complici. Pure il giovane nipote riuscì a persuadere lo zio.
Nel concistoro del 4 giugno 1563 papa Pio IV dichiarò: essendo morto il conte Federico, nel quale egli aveva riposto tutte le speranze per la continuazione della sua casa, e rimasto solo il cardinale fratello di lui, molti altri pontefici forse avrebbero invitato, non senza fondati motivi, il cardinale nipote a sposarsi; ma egli, il papa, aveva deciso che il nipote perseverasse in quella vocazione, nella quale egli aveva scelto di rimanere; e perciò lo eleggeva Cardinale Prete. Quindici giorni dopo, il 17 giugno, Carlo ricevette l'ordinazione sacerdotale; quindi il 7 dicembre venne consacrato vescovo. Per potere, almeno in parte, comprendere le vicende successive della vita di san Carlo, la sua severità con se stesso e con gli altri, le sue insonni fatiche, ci si deve sempre rifare alla crisi religiosa degli anni 1562-63. Volle dunque il giovane cardinale avviarsi con implacabile rigore alla conquista della perfezione e della santità. Cominciò a digiunare a pane ed acqua un giorno la settimana, a dedicare lunghe ore alla preghiera. Ridusse drasticamente le spese della sua casa: licenziò in una sola volt a ottanta dei suoi familiari (erano prima 150).
Nella biografia pubblicata dal Bascapè a Ingolstadt nel 1592 si legge: "Ricevuti gli ordini sacri il card. Borromeo personam ex eo tempore visus est longe dirersam induere", cioè a chi lo conosceva sembrò fosse divenuto un altro. In una relazione mandata a Venezia nel marzo del 1565 l'ambasciatore Giacomo Soranzo scrive di cose viste con i suoi occhi: "Il card. Borromeo di 27 anni è di non molto buona complessione, essendosi macerato per gli studi, i digiuni, le vigilie e altre astinenze... La vita sua è innocentissima e castissima. Dice messa ogni festa, digiuna spessissimo, e in tutte le cose vive con tanta religione... che si può con ragione dire, ch'egli solo faccia più profitto nella Corte di Roma, che tutti i decreti del Concilio insieme; essendo cosa molto rare volte veduta, che un nipote di Papa e a lui carissimo, in una età tanto giovane, in una Corte piena di tante comodità, abbia superato se stesso, la carne e il mondo". Le economie e le austerità gli davano i mezzi per aiutare gli ospedali e altre opere in favore di sprovveduti e di traviate.
Sembra che per qualche tempo il giovane cardinale abbia pensato di liberarsi dai troppi negozi che lo legavano presso il papa, in quella corte romana che non lo amava, e di ritirarsi a vita contemplativa magari nell'ordine dei Camaldolesi. Lo dissuase il vescovo di Braga, Bartolomeo de Martyribus, venuto a Roma da Trento nel settembre 1563. Questo sant'uomo aveva sostenuto nel concilio che i ve scovi hanno il grave dovere di governare personalmente le loro diocesi e di farvi stabile residenza. Al giovane Borromeo egli fece capire che la funzione pastorale non è che un continuo esercizio delle virtù più alte. Fu il de Martyribus a indurre il Borromeo a non rinunciare all'arcivescovato di Milano, che il papa gli aveva affidato "in commenda", e di cui Carlo aveva preso possesso tramite un procuratore fin dal febbraio del 1560.
Concluso il concilio di Trento nel dicembre 1563, il Borromeo si persuase che il compito più urgente e del Vaticano e anche suo personale era l'attuazione dei decreti tridentini. Scrive il Giussano nella biografia pubblicata a Roma nel 1610 che il cardinale Borromeo "intendeva molto bene che niun rimedio più potente si ritroua per persuadere vna cosa efficacemente, quanto che il vederla con gl'occhi proprij operare dalle persone istesse che la commandano". Suo stretto dovere era quindi trasferirsi da Roma alla sua sede di Milano. L'ostacolo maggiore alla partenza era il vecchio papa, che voleva tenersi vicino il giovane e fidato cardinale nipote. Provvedeva a Milano il Borromeo mandando vicari e vescovi e persone di fiducia. Nel 1564 riuscì ad avere da padre Laynez trenta gesuiti e a mandarli a Milano. Finalmente il 15 agosto 1565 il Borromeo, "con quella maggiore instanza che ha potuto, ha chiesto licenza a Nostro Signore (cioè al papa) di andare alla sua residenza a Milano, e l'ha, se ben con difficoltà, ottenuta per due mesi": così scrive l'Avvisatore. Partì da Roma la mattina presto del 1. settembre: sembra che avesse al suo seguito 150 persone, con settanta carriaggi. Grandi accoglienze per tutte le tappe del viaggio. A Viterbo, a Bolsena, a Siena, a Firenze dove viene alloggiato a Palazzo Vecchio. Si interessa delle necessità spirituali dei vari luoghi. In una lettera di questi giorni informa Pio IV della necessità di provvedere a far risiedere a Firenze un vescovo: che vi manca da quarant'anni.
Fastoso il suo ingresso a Bologna, come legato pontificio, vestito della cappa magna rossa: vi si ferma tre giorni. Altra tappa all'abbazia di Nonantola, della quale egli è commendatario. A Modena visita il card. Morone, convalescente. Poi Correggio, e Parma, e il 20 settembre è a Piacenza. Infine l'ultima tappa lo porta all'abbazia di Chiaravalle, dove si ferma in raccoglimento e preghiera. Il solenne ingresso in Milano ha luogo il pomeriggio di domenica 23 settembre. La diocesi di Milano allora si estendeva anche al di là dei confini attuali, nelle pievi delle valli di Blenio, di Leventina, della Riviera e della Capriasca, e di vari luoghi della sponda occidentale del Verbano. Un complesso di oltre 750 parrocchie, un grande numero di conventi, circa 5000 sacerdoti e religiosi, e 3400 religiose. In genere al clero fin troppo numeroso mancava una adeguata preparazione, e d'altra parte i preti non erano incoraggiati all'impegno della loro missione dai troppi cattivi esempi della vita mondana dei prelati. In tanto deserto non mancavano alcune isole di fervore, specialmente attorno alle nuove congregazioni religiose. A Milano erano circa ottant'anni che gli arcivescovi non facevano residenza: quindi parroci ignoranti e non pochi anche scostumati; balli anche nelle chiese; frequenti pubblici adulteri; monasteri aperti troppo e a troppi. Si legge che per ripulire e rendere abitabile la casa dell'arcivescovo si dovettero portar via "cento carri di letame e rottami e ferrazze". Carlo Borromeo volle iniziare la residenza nella sua diocesi con un esempio concreto di disinteresse. Francesco Cusani, uno storico laico, sobrio e preciso, nel primo volume della sua Storia di Milano, stampato nel 1861, scrive: "Carlo cominciò con un luminoso esempio di disinteresse, rinunciando a un annuo reddito di un milione e trecento cinquanta mila lire, proveniente da feudi, benefici e pensioni a lui concedute dal papa. Ne convertì una parte a benefizio del pubblico, impiegandola in erigere utili e grandiosi edifici". Il Cusani attinge a due testimoni oculari, cioè al Bascapè e al Giussano. Il Giussano dice: "Possedendo dodici abbazie e molte pensioni, (s. Carlo) tutte le rinuntiò, alcune in libera mano del Sommo Pontefice, altre le applicò a collegi e altri luoghi pii... si sgravò del principato d'Oria che gli fruttava diecimila ducati all'anno... mise in vendita le tre galere ereditate dal fratello e convertì il prezzo in uso pio...". Vendette pure i preziosi servizi da tavola portati da Roma: la vendita in parte si dovette fare a Venezia, perché a Milano non vi furono abbastanza compratori. A conclusione di tali rinunce il nuovo arcivescovo, dice il Giussano, "di scudi ottanta mila d'entrata, c'haveva ogni anno, si ridusse a venti mila". In due diversi luoghi della biografia il Bascapè parla di queste "immense ricchezze donate da Carlo per motivo di perfezione", della rinuncia a rendite abbondanti, dello spogliamento del palazzo e della splendida suppellettile, dell'abbandono delle cariche e delle copiose entrate che gliene venivano, dello "stupor grande" che provocò il ventisettenne arcivescovo con quel suo gesto.
La domenica successiva a quella del suo ingresso, cioè il 30 settembre 1565 il Borromeo fece il suo primo discorso ai milanesi in Duomo e manifestò loro, come riferisce il Giussano, "il desiderio ardente, che sempre hebbe d'assistere alla cura loro, anteponendo la residenza della sua Chiesa a tutte le grandezze di Roma". Difatti nei diciannove anni del suo episcopato, dal 1565 al 1584, egli dedicò alla sua gente tutto il suo tempo, tutte le sue energie fino a consumarsi la vita. In questo breve riassunto non si può che accennare alle diverse forme della sua prodigiosa attività, alle numerose costruzioni di chiese e collegi e scuole, alle visite pastorali in tutti i paesi e villaggi della diocesi, alla imponente legislazione definita nei sei concili provinciali e negli undici sinodi diocesani. Tutte queste leggi vennero stampate a Milano nel 1582 nell'opera Acta Ecelesiae Mediolanensis: da Lione ne vennero ordinate cento copie; e l'arcivescovo di Toledo se ne fece mandare dieci copie. Il santo vescovo di Ginevra, Francesco di Sales, affermava che lo studio di quelle pagine era indispensabile per ogni vescovo. Possiamo almeno fermarci su due momenti salienti dell'attività dell'arcivescovo: l'anno della carestia e l'anno della peste.
Lo scarsissimo raccolto del 1569 causò estrema penuria di pane e di viveri. L'anno seguente un grande numero di indigenti si riversò dalla campagna in città. San Carlo impose al suo elemosiniere di allargare la mano, oltre le elargizioni ordinarie, per poter soccorrere la povera gente che soffriva la fame. A sue spese procurò ingenti acquisti di farina e di riso e di legumi. Ordinò che si tenessero caldaie piene di cibi cotti sotto i portici del palazzo arcivescovile, al quale non era impedito a nessuno l'ingresso. Più di tremila persone al giorno vennero nutrite dall'arcivescovo per tutto il tempo della carestia, che durò parecchi mesi. "Onde gli convenne - conclude il Giussano - fare molti debiti e anche ricercare egli stesso limosine da i ricchi e dalla nobiltà".
Momento alto nella vita del Borromeo furono gli anni 1576-77, gli anni di quella peste, che desolò, come scrive il Manzoni nel capitolo XXXI de I Promessi Sposi, "buona parte d'Italia, e in ispecie il milanese, dove fu chiamata, ed è tuttora, la peste di san Carlo. Tanto è forte la carità! Tra le memorie così varie e così solenni d'un infortunio generale, può essa far primeggiare quella d'un uomo; perché a quest'uomo ha ispirato sentimenti e azioni più memorabili ancora de' mali; stamparlo nelle menti, come un sunto di tutti que' guai, perché in tutti l'ha spinto e intromesso, guida, soccorso, esempio, vittima volontaria; d'una calamità per tutti, far per quest'uomo come un'impresa; nominarla da lui, come una conquista, o una scoperta". Cominciò a manifestarsi il contagio in Milano nell'agosto del 1576. Vivaci impressioni, se pur frammentarie, delle vicende di quei mesi, si possono leggere nelle lettere di un nobile genovese, Papirio Picedi, che viveva in quel tempo a Milano. A fine settembre si erano già contati in città seimila morti di peste. Personalità autorevoli si erano rifugiate in località lontane e sicure, tra esse il governatore spagnolo, con l'idea, s'intende, di poter meglio procurare possibili soccorsi. L'arcivescovo invece decise di rimanere. Sapeva bene il rischio e quindi nel settembre del 1576 con tutte le forme legali fece il testamento, nominando erede universale dei suoi beni personali l'Ospedale Maggiore di Milano. Il lazzaretto, per quanto grande, risultò presto insufficiente ad ospitare gli appestati, e allora si decise di costruire duecento capanne al di fuori di ciascuna porta della città. In ottobre venne ordinata una quarantena: case serrate, tutte le botteghe e gli opifici chiusi. Circa ottanta mila persone si trovarono così senza lavoro. Chiuse anche le chiese: l'arcivescovo fece fare altari all'aperto in varie piazze e crocicchi. Domandò e ottenne generosa collaborazione da schiere di uomini e di donne che si prestarono a visitare gli appestati e a soccorrerli. Nel processo informativo tenuto a Milano nel 1603 Ambros Fornerod (o Fornerio), un friburghese che fu più di vent'anni con san Carlo come suo domestico e anche interprete , dichiarò: "Mi smenticavo di dire che il Beato Carlo nel principio della peste vedendo che i poveri infetti pativano notabilmente et non erano serviti né anco da sacerdoti come bisognava mi mandò in Levantina, paese de Svizzeri, et condussi in qua 40 huomini, et circa 14 donne, et alcuni sacerdoti a spese sue proprie per servire alli detti infermi e purgar i panni per conservargli perché prima si abbracciavano".
Lui stesso l'arcivescovo usciva ogni giorno a visitare i malati e nelle capanne e nel lazzaretto per provvedere ai possibili aiuti. Riferisce il Bascapè che in quel continuo rischio di morte c'era pure chi rubava a man salva e chi si abbandonava a sfrenate lussurie. Per assicurare qualche ordine l'arcivescovo persuase le autorità civili ad affidare la direzione del lazzaretto ai frati cappuccini. Nei mesi dell'inverno 1576-77 fu necessario provvedere anche ai vestiti per migliaia di malati. Per fare vesti e mantelli san Carlo adoperò le tappezzerie di casa sua: distribuì 800 braccia di panno rosso e 600 braccia di panno paonazzo. A supplicare Iddio che facesse cessare il flagello fece fare anche non poche processioni. Per le quali certamente il contagio avrà avuto incremento, e il santo ebbe rimproveri da una gran quantità di storici d'allora e di poi. Nel settembre del 1577 la peste poteva dirsi finita in città, mentre lunghi strascichi si ebbero nel contado. Al curato di Luino mandò somme cospicue perché provvedesse a soccorrere gli appestati di Maccagno. Ancora nel 1580 san Carlo andò a visitare gli appestati di Brissago: il Possevino, che l'accompagnava in quel viaggio, nella breve biografia stampata a Roma nel 1591, scrive che l'arcivescovo entrò nelle case di ciascuno degli appestati "dando a ciascuno secondo il bisogno loro a chi dui, a chi tre, a chi più a chi meno scudi d'oro".
Passata la peste, Milano risorse in fretta con i suoi traffici. Già nel 1581, passando di qui, il signore di Montaigne scrive nel suo giornale: "Milano è la città più popolata d'Italia... le mancano i palazzi di Roma, Napoli, Genova, Firenze, ma di grandezza le vince tutte, e di calca di gente arriva a Venezia". Però i sopravissuti e della città e della campagna non dimenticarono l'altruismo eroico dell'arcivescovo in quei tragici anni della grande morìa. Per la sua azione religiosa l'arcivescovo aveva da affrontare l'ignoranza e il malcostume del clero, poi l'ingerenza soffocante delle autorità civili nelle cose di chiesa, infine l'eresia che minacciava dai paesi del nord.
La pace di Augusta del 1555 tra protestanti e cattolici aveva sanzionato il principio: cuius regio, eius et religio: la gente deve seguire la religione del suo principe. La libertà religiosa era riconosciuta soltanto ai principi, non ai cittadini. Nel secolo XVI base del diritto pubblico era considerato il diritto del capo dello Stato di poter imporre la propria religione ai suoi sudditi.
Mentre la gran parte della diocesi milanese dipendeva dal cattolico re di Spagna e quindi l'eresia non era di solito un problema, invece le pievi delle valli svizzere erano terra di confine a contatto con i protestanti delle varie denominazioni. C'era poi nelle autorità dei cantoni protestanti e anche dei cantoni cattolici la decisa volontà di continuare nella loro gelosa tradizione di autonomia, cioè di non permettere ingerenze di autorità ecclesiastiche anche negli affari riguardanti le chiese.
Per l'esperienza di parecchi anni nei più alti uffici della curia romana san Carlo conosceva bene i molti guasti provocati dai non pochi apostati italiani anche nelle valli alpine. Egli per esempio aveva partecipato alle segrete trattative tra i delegati romani e il vescovo Vergerio: a Milano tutti sapevano delle sue violente dissacrazioni nella chiesa di Casaccia sulle pendici del Maloja nel maggio del 1551. Le trattative le fece troncare papa Pio IV. Mentre a Zurigo e a Berna i sudditi dovevano per forza assumere la religione prescritta dal governo, nei Grigioni invece la decisione stava nelle mani delle singole comunità. E tutti vedevano quanto poco evangelici erano spesso i motivi che avevano causato la conversione "al vangelo" di parecchie comunità nelle valli in Grisonibus. Per tutte queste esperienze e ragioni il Borromeo, dopo aver visitato piu' volte le valli ticinesi e dopo la grande ricognizione del 1570 anche nella Svizzera interna, mando' a Roma una "informazione", chiedendo che la Santa Sede pensasse a stabilire una nunziatura nella Svizzera. Grandi lodi fa il Borromeo degli Svizzeri in questo scritto: "Il nucleo del popolo è buono e valente... sono probi nel commercio... si viaggia per strade senza pericolo di rapine... per quanto danaro si offra non si trova nessuno disposto a violare le feste e a portare il bagaglio a un viandante in tali giomi... sono talmente attaccati alla religione cattolica che volontieri comincerebbero una nuova guerra contro i cantoni protestanti per purgarli dall'eresia". Ha trovato uomini di provata capacità politica e militare, forniti di grandi ricchezze e di alto prestigio in patria e fuori che si dedicano agli interessi cattolici con impegno ammirevole e sacrificio personale, come ad esempio Ludovico Pfyffer di Lucerna, Melchior Lussy di Untenvalden, Hans Zumbrunnen di Altdorf, Walter Roll di Uri, e altri. Aveva constatato anche san Carlo quanto era vera l'affermazione del Lippomano, vescovo di Verona dal 1548 al 1558 e poi di Bergamo, che "l'heresia comincia dal paternostro et finisce nel archibuso". Difatti a Ginevra in soli quattro anni dal 1542 al 1546 erano state condannate a morte sessanta persone per divergenze ideologiche.
Negli anni di san Pio V (1566-1572), che sono pure anni di san Carlo, l'intolleranza e in campo protestante e in campo cattolico raggiunge vertici da crociata. Nei due campi non si cerca che la distruzione dell'altra parte. In Francia dopo le devastazioni degli ugonotti che a Montpellier uccidono 150 preti e in varie parti distruggono diecimila chiese, la vendetta dei cattolici esplode nell'agosto 1572 nella notte di san Bartolomeo, che vede uccisi 4000 ugonotti nella sola Parigi. In Inghilterra negli anni di Maria la Cattolica (1553-1558) ci furono 300 condanne a morte per causa di religione. Sempre per tale causa durante il regno di Elisabetta (1558-1603) vennero uccisi 124 preti e 61 laici cattolici. San Pietro Canisio predicando a Innsbruck nell'agosto 1571 sostiene la legittimità della pena di morte per quelli che vogliono abolire la Messa e disprezzano e rinnegano la Chiesa. Due mesi prima a Coira i settanta ministri del sinodo grigionese danno il loro voto alla tesi di Tomaso Egli, discepolo di Bullinger, che i "papisti" devono essere espulsi, che si devono estirpare, anche con la pena di morte se necessario.
é su questo tragico sfondo che si devono valutare le cinque visite di san Carlo nelle valli svizzere: nelle altre pievi le sue visite furono una o due al massimo. Si spiega anche il suo rigore nel pretendere l'attuazione dei decreti tridentini. Sulle speciali premure di san Carlo per gli Svizzeri si sofferma anche san Francesco di Sales in una lettera alla Chantal del 14 ottobre 1604: "Cet esprit si rigoureux, mangeant souvent avec les Suisses ses voisins, pour les gaigner à mieux faire, il ne faisoit nulle difficulté de faire des carroux ou brindes avec eux à chaque repas, outre ce qu'il avait beu pour sa soif. Voilà un trait de sainte liberté en l'homme le plus rigoureux de cet âge".
Per i chierici delle tre valli ticinesi il Borromeo istitu“ un seminario minore a Pollegio, mentre per la preparazione teologica fondò nel 1579 il Collegio Elvetico in Milano. Nella diocesi milanese il Borromeo trovava dovunque una montagna di abusi e di disordini. Cominciò a far ripristinare nei monasteri la clausura e le grate; volle che si finisse di far baldorie e traffici nelle chiese; ritenne suo obbligo richiamare preti e parroci all'osservanza del celibato. Ad evitare tresche almeno nelle chiese, san Carlo comandò di impiantare steccati fissi nelle navate per tener separate le donne dagli uomini. Egli poi riteneva come un presupposto di una efficiente attività pastorale l'esercizio illimitato della giurisdizione vescovile e sul clero e sui laici. Era persuaso di avere il diritto di far chiudere nelle sue prigioni non soltanto preti e suore, ma pure i laici condannati dai tribunali del vescovo. Proteste clamorose quindi da parte delle autorità civili. Celebre l'episodio del bargello nel 1567. Un tale maestro Benedetto denuncia all'arcivescovo che sua moglie se l'è presa con sè il signor Castiglione, e gli chiede che intervenga a punire il colpevole. Il bargello arcivescovile ordina quindi di arrestare il concubinario Castiglione. Si muove l'autorità civile, e il capitano di giustizia interviene a punire il bargello dell'arcivescovo. L'arcivescovo reagisce con scomuniche. Ricorsi a Roma da entrambe le parti, mentre la vicenda si trascina per mesi e mesi.
Naturalmente i severi provvedimenti del Borromeo sollevarono di continuo forti opposizioni. Citiamo qualche caso. L'arcivescovo pensava di avere diritto e dovere di visitare anche la chiesa di santa Maria della Scala, nonostante i privilegi reali. I canonici scalensi si opposero con violenza all'ingresso del cardinale il 30 agosto 1569. Quindi scomuniche reciproche e una lunga vertenza. Gli Umiliati con i loro opifici e commerci erano divenuti una potenza finanziaria: nella sola città di Milano possedevano una quindicina di case. I religiosi, assai pochi, avevano a disposizione rendite annuali per 50 mila scudi, cioè parecchi milioni di franchi; e i loro modi di vita non erano certamente conformi al voto di povertà. Incaricato da Roma di provvedere a una riforma dell'ordine degli Umiliati, san Carlo riunì i capi; propose e decretò nuovi regolamenti poichè non ubbidivano, destituì i dirigenti. Venne allora ordita una congiura. La sera del 26 ottobre 1569 nella cappella del palazzo arcivescovile, mentre l'arcivescovo era in preghiera, un tale gli sparò un'archibugiata. Il colpo, se pure a distanza ravvicinata, lasciò illeso il cardinale. Ma quell'archibugiata ammazzò l'ordine degli Umiliati. L'enorme impressione sollevata e a Madrid e a Roma da quell'attentato determinò papa Pio V alla decisione di sopprimere l'ordine, non soltanto di riformarlo. A Milano un rapido processo civile condannò i quattro maggiori responsabili e colpevoli della congiura: essi vennero giustiziati a Milano il 28 luglio 1570. La soppressione del ricchissimo ordine rendeva disponibili i suoi beni. Da parte di molti ci fu allora un vero assalto ai possedimenti degli Umiliati. San Carlo mandò lo Speciano a Roma a brigare perchè qualcosa finisse anche a bene della chiesa di Milano. Potè così l'arcivescovo dare Brera ai Gesuiti, e avere poi i mezzi per ricostruire il palazzo arcivescovile con nuove stalle e più ampie carceri; edificare il seminario di corso Venezia, il Collegio Elvetico, il collegio dei nobili, la chiesa di san Fedele, e ancora altre costruzioni. Il Borromeo, per la sua educazione legalistica aveva una concezione quasi medievale dei rapporti tra stato e chiesa. Ebbe quindi urti continui con i governatori spagnoli. Nel 1573 scomunicò il Requesens, che aveva pubblicamente trasgredito le disposizioni arcivescovili sui balli nei giorni festivi. La vertenza, finita a Roma, non venne risolta, anche perchè il Requesens ebbe un incarico più alto e si trasferì nei Paesi Bassi. Più clamoroso il conflitto con il governatore Ayamonte, il quale nel febbraio 1579 mandò armati in piazza a disturbare con tornei e squilli di tromba le celebrazioni dell'arcivescovo in Duomo. Venivano diffusi e appesi ai muri opuscoli e stampati con violente critiche all'arcivescovo: che era esagerato nelle sue pretese, che molti lo odiavano, che fomentava ribellioni e disordini. Anche negli ambienti romani divenivano sempre più forti le riserve per i suoi metodi. Il governatore Ayamonte sollecitava apertamente che il Borromeo venisse promosso, cioè allontanato da Milano. Voci diffuse insinuavano che anche le istanze supreme di Madrid suggerivano a Roma di provvedere in quel senso e che papa Gregorio XIII non era affatto convinto che il cardinale di Milano avesse del tutto ragione nelle sue esigenze. Anche il consiglio dei decurioni di Milano deliberò di mandare a Roma alcuni patrizi milanesi con credenziali per il papa e per alcuni cardinali, a chiedere che non si permettesse "che il popolo di Milano senza suo demerito sia trattato con leggi più aspre degli altri cristiani". La grave crisi della sua posizione era avvertita anche dall'arcivescovo, il quale nell'estate del 1579 decise di recarsi lui stesso a Roma a difendersi. Rimase a Roma più di quattro mesi, dall'agosto 1579 al gennaio 1580. Nel viaggio di andata si fermò quindici giorni nell'eremo di Camaldoli "in continui digiuni, orationi, e contemplationi, trattando con Dio la causa della Chiesa sua". Altre notti di preghiera passò alla Verna. Fece infine un pellegrinaggio alla santa casa di Loreto. Bastano questi particolari a testimoniare le lunghe riflessioni che dovette fare allora san Carlo sui metodi suoi e sulle ragioni dei suoi oppositori, e a Milano e a Roma.
Intanto la delegazione delle autorità milanesi esponeva in varie sedi romane le lamentele e invocava rimedi alle "perturbazioni" causate dai provvedimenti del santo arcivescovo. In queste requisitorie presentate in quell'occasione dai rappresentanti dei decurioni milanesi i rilievi sull'eccessivo rigore dei tribunali arcivescovili di Milano la dicono lunga: "Si procede con tormenti (cioè torture) exquisiti, dalli quali molti ne sono stati storpiati e talvolta ancora morti". Si capisce che, come il cardinale Morone nel Cinquecento, così anche oggi storici cattolici, come Hubert Jedin, non risparmiano a san Carlo l'accusa di eccessivo rigorismo. Nei quattro mesi della sua permanenza a Roma il Borromeo riuscì a cambiare la situazione in suo favore. Papa Gregorio XIII gli suggerì certamente temperamenti e concessioni. Nel novembre del 1583 san Carlo visitò la Valle Mesolcina. Lui stesso in una lettera del 9 dicembre 1583 (pubblicata nel 1962 da Rinaldo Boldini) riferì all'amico card. Paleotti i risultati della missione: trovò una situazione miserabile, sacerdoti senza disciplina... licentiosi a tutto... taluni forestieri e vagabondi... riuscì a far tornare ai loro conventi non pochi apostati... accenna alle provvidenze di persone e di scuole che è riuscito a introdurre. Infine scrive: "Si è atteso anche a purgare la Valle dalle streghe, la quale era quasi tutta infettata di questa peste con perditione di molte anime, tra le quali molte si sono ricevute misericordiosamente a penitenza colla abiurazione, alcune date alla corte secolare come impenitenti, con pubblica executione della Justitia".
Tra i non pochi casi di esecuzioni collettive di streghe (in Belgio, in Francia, 200 nel Vallese, ecc.) questa della Mesolcina è forse la meglio documentata. Occorre ricordare che tutta la letteratura e la scienza giuridica del Cinquecento presentava la stregoneria come una realtà. Gli statuti civili della Mesolcina e della Leventina, come le leggi degli altri paesi d'Europa, stabilivano il rogo per le streghe; così pure la Nemesis carolina, cioè il codice criminale promulgato da Carlo V nel 1532. Degno di nota il fatto che gli incaricati del Borromeo nel 1583 tra cento circa persone accusate di stregoneria finirono a condannarne soltanto dieci. A chi voglia farsi un giudizio sereno su questa triste tragedia si può consigliare di leggere e di rileggere le ultime sei pagine del capitolo XXXII de I Promessi Sposi. L'ultima fatica di san Carlo fu il viaggio ad Ascona il 30 ottobre 1584. Il giorno precedente era sceso dal sacro monte di Varallo. La sera stessa arrivato ad Arona si imbarcò. Arrivò a Cannobio all'alba di martedì 30 e si fermò a celebrare la Messa. Ripresa la navigazio ne giunse ad Ascona verso le nove. Nella chies a parrocchiale davanti alla popolazione e al consiglio comunale presiedette alla cerimonia dell'atto notarile di fondazione del collegio Papio. Durante la lettura gli viene un nuovo attacco di febbre. Nel pomeriggio risale su la barca. Si ferma a dormire a Cannobio nella casa degli Omacini che sta presso la riva del lago. La mattina del 31, mercoledì, riparte per Arona. Celebra l'ultima sua Messa la mattina del 1. novembre giovedì ad Arona. Ripresa la febbre, la mattina del 2 novembre, venerdì, viene portato sulla barca che lo conduce lungo il Ticino e il Naviglio a Milano, dove arriva a sera. Alle ore 21.40 del sabato 3 novembre muore. Aveva 46 anni e 21 giorni. La notte tra martedì e mercoledì i due cappuccini che l'assistevano nel confortarlo gli dissero anche che doveva attenuare le sue austerità. Rispose loro: "La candela per far luce deve consumarsi". Carlo Borromeo per la sua gente aveva consumata la vita. La Chiesa lo onora solennemente il 4 novembre. (da Internet, “Nonsolobiografie”)
San Luigi Gonzaga (1568 – 21 giugno 1591) Figlio del duca di Mantova, nasce il 19 marzo del 1568. Il matrimonio dei suoi genitori - il marchese Ferrante Gonzaga e Marta dei conti Tana di Chieri (Torino) - si è celebrato nel palazzo reale di Madrid, perché Ferrante è al servizio di re Filippo II di Spagna. Luigi è poi nato nel castello di famiglia: è il primo di sette figli, erede del titolo e naturalmente con un futuro di soldato. Perciò il padre lo porta in mezzo alla truppa già da bambino. Poi cominciano per lui i soggiorni in varie corti e gli studi. Nel 1580, dodicenne, Luigi riceve la prima Comunione dalle mani di san Carlo Borromeo. Nel 1581 va a Madrid per due anni, come paggio di corte e studente. È di questa epoca un suo ritratto. Autore è il grande El Greco, che mostra il Luigi autentico, come pochi altri suoi ritratti, e ben diverso dal fragile piagnone raffigurato più tardi da tanta pittura per sentito dire, fuorviata dal fervore maldestro di oratori e biografi: purtroppo la sua austerità di vita (da lui contrapposta alla fiacchezza morale del gran mondo) sarà, per molto tempo, presentata come una sorta di avversione ossessiva nei confronti della donna. In Spagna, Luigi è brillante alunno di lettere, scienza e filosofia e tiene la tradizionale dissertazione universitaria; insieme, legge testi spirituali e relazioni missionarie, si concentra nella preghiera, decide di farsi gesuita e – malgrado la contrarietà del padre – a 17 anni entra nel noviziato della Compagnia di Gesù a Roma, dove studia teologia e filosofia. Nel 1589 (a 21 anni) lo mandano a Castiglione delle Stiviere per mettere pace tra suo fratello Rodolfo (al quale ha ceduto i propri diritti di primogenito) e il duca di Mantova. Obiettivo raggiunto: Luigi si muove bene anche in politica, anche se la sua salute è fragile e le severe penitenze certamente non lo aiutano. Nel ritorno a Roma, un misterioso segnale gli annuncia vicina la morte. È il momento di staccarsi da tante cose. Ma non dalla sofferenza degli altri; non dalla lotta per difenderli. Nel 1590/91 un insieme di mali infettivi semina morte in tutta Roma, stende in 15 mesi tre Papi uno dopo l’altro (Sisto V, Urbano VII, Gregorio XIV) e migliaia di persone. Contro la strage si batte Camillo de Lellis con alcuni confratelli, e così fa Luigi Gonzaga. Ma siccome è malato anche lui da tempo, gli si ordina di dedicarsi ai casi non contagiosi. Però lui, trovato in strada un appestato in abbandono, se lo carica in spalla, lo porta in ospedale, incaricandosi di curarlo. Poi torna a casa e pochi giorni dopo muore a 23 anni. "In una commovente lettera, il 10 giugno, egli prese commiato dalla madre".( L. Von Pastor) Nel 1726, papa Benedetto XIII lo proclama santo. Il suo corpo si trova nella chiesa di Sant’Ignazio in Roma, e il capo è custodito invece nella basilica a lui dedicata, in Castiglione delle Stiviere, suo paese natale. La Chiesa ne celebra la memoria il 21 giugno. (Autore: Domenico Agasso, da Internet, santi e beati).
San Camillo de Lellis (1550 – 1614) Sua madre, Camilla de Compellis, l’ha messo al mondo a quasi 60 anni, ed è morta quando lui era sui 14 anni. Il padre Giovanni, ufficiale al soldo della Spagna, visto che non studia, lo prende tra i suoi soldati: maneggio delle armi, gioco, risse per i soldi, Camillo non chiede di meglio. Ma nel 1570 il padre muore, e un’ulcera a un piede manda lui all’ospedale San Giacomo di Roma. Qui lo curano bene, lo assumono pure come inserviente, ma poi devono cacciarlo: non lavora, gioca, disturba... Torna soldato e combatte per Venezia, poi per la Spagna, si mangia ancora la paga alle carte e ai dadi, e finisce barbone in Puglia. Lo prendono poi come manovale i Cappuccini di Manfredonia, che lo aiutano anche a ritrovarsi, a capire, tanto che nel 1575 lui chiede di entrare nell’Ordine. Ma il piede malato lo riporta all’ospedale romano; il chiudersi e il riaprirsi della piaga scandiscono ormai i ritmi della sua vita. Stavolta rimane in ospedale per quattro anni, e si scopre capace di aiutare i malati, impara a curarli, dimentica il convento: la sua vita è lì per sempre, cercando "uomini da bene che si consacrassero con lui ai malati per solo amor di Dio". Ne ha con sé cinque nel 1582, quando passa all’ospedale di Santo Spirito. Riprende a studiare, è ordinato prete nel 1584, vede crescere intorno a sé i compagni, che nel 1586 vengono riconosciuti dalla Chiesa come religiosi della “Compagnia dei Ministri degli Infermi” (innalzata poi nel 1591 alla dignità di Ordine religioso). Portano sull’abito nero una ben visibile croce di panno rosso; il segno che d’ora in poi, nelle guerre e in ogni sventura, annuncia il soccorso e ravviva la speranza. E vengono chiamati “Camilliani” dal nome del fondatore, che estende la sua attività a tutta Italia. Lavoro negli ospedali, assistenza ai morenti anche nelle case, prendendo alla lettera la parola del fondatore: il malato e il povero sono “la persona del Signore”. Dunque gli uomini con la croce rossa sul petto rifiuteranno le cariche negli ospedali e si concentreranno sulle persone, come sacerdoti e come medici insieme, con la fede e con la scienza. Camillo anticipa gli sviluppi dell’assistenza ospedaliera. Dobbiamo essere “madri” dei malati, dice, più ancora che fratelli, e dare loro tutto il necessario, anche “con piacevolezza”: devono sorridere. Per mostrare come si fa, lascia anche la guida dell’Ordine e lavora in corsia. Alla sua morte i Camilliani sono 322; poi vengono altre vocazioni, ma trent’anni dopo ne troviamo solo 307, perché tanti sono stati falciati dalle epidemie al letto degli appestati, fedeli fino all'ultimo. La sua voce, però, ha continuato a chiamare, e gli “uomini da bene” a rispondere: oggi i Camilliani sono attivi in 27 Paesi dei 5 Continenti. I resti del fondatore (canonizzato nel 1746) sono venerati nel santuario del paese natale, Bucchianico, (Chieti). La Chiesa ne fa memoria il 14 luglio. (Autore: Domenico Agasso, da Internet, santi e beati)
Nato da antica famiglia genovese, nel 1534, si consacra giovanissimo alla Vergine. Ha davvero tutto: famiglia nobile genovese, che dà senatori e dogi alla Repubblica marinara; attitudine allo studio; alte relazioni che, adolescente, gli procurano la nomina a paggio di corte: quella di Carlo V, signore d’Europa e d’America, padrone del mondo. Partendo da lì, uno come lui può arrivare in fretta ai grandi posti. Ma Alessandro Sauli non parte. A 17 anni chiede di entrare fra i Chierici Regolari di San Paolo, detti Barnabiti, perché risiedono presso la chiesa milanese di San Barnaba. Sono preti legati da una regola di vita comune, da severi compiti di studio e d’insegnamento. Uomini di punta del rinnovamento religioso. "Domando di essere accolto", dice, "per abbandonarmi totalmente nelle mani dell’obbedienza". Nel segno dell’obbedienza si espone a una prova tra le più sgradevoli: compare nella piazza dei mercanti vestito da nobile, ma portando sulle spalle una pesante croce. Si umilia, insomma, a dar spettacolo, esponendosi allo scandalo e alla beffa. E dà inizio a una consuetudine: "Da allora, “portar la croce” fa parte delle nostre tradizioni familiari. E’ una delle più care e indimenticabili, perché ogni barnabita inizia il proprio anno di noviziato portando la croce dalla comunità alla chiesa" (P. Luis Origlia Roasio). Ordinato sacerdote, diviene maestro e formatore di barnabiti, chiamati a esser uomini della croce e del libro, della fede e della cultura strettamente unite, nel XVI secolo come nel XX. Alessandro Sauli, in quest’opera, è talmente uomo di punta che a soli 34 anni lo fanno già superiore generale. Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, lo vuole suo confessore: "Fatto diligente esame di coscienza di tutti i suoi peccati, li confessò ad Alessandro Sauli... Del suo consiglio pieno di dottrina si giovò moltissimo" (C. Bescapé). Pio V nel 1567 lo nomina vescovo di Aleria, in Corsica, dove c’è da fare tutto, compreso lo sfamare i fedeli, vittime di carestie e pirati; e proseguendo col formare preti culturalmente degni, infondendo in loro slancio per l’evangelizzazione. Per vent’anni la Corsica ha in lui un padre e maestro. E morirebbe lì, ma deve poi obbedire a un suo allievo diventato papa, Gregorio XIV, che lo trasferisce a Pavia. Obbedisce, anche se tanto lavoro l’ha già sfiancato. Eppure intraprende subito la visita pastorale: non smette di “portare la croce”, finché un minimo di forze lo sorreggono. Viene per lui l’ultimo giorno nel dolce scenario d’autunno del Piemonte meridionale: a Calosso d’Asti, dove accetta l’ospitalità del signore del luogo. Ma non nei saloni nobili: se ne sta al pianterreno con i lavoranti, vicino alla portineria. E qui, con le prime nebbie fra le colline, muore l’“Apostolo della Corsica”. Il corpo ritorna poi a Pavia, dove sarà inumato in cattedrale. Nel 1904, Pio X Sarto lo iscriverà fra i santi. La Chiesa ne fa memoria l’11 ottobre. (Autore: Domenico Agasso , da Internet, santi e beati)
San Giovanni della Croce (1540 – 1591) Quale anno di nascita più probabile viene indicato il 1540, a Fontiveros (Avila, Spagna). Rimase ben presto orfano di padre e dovette trasferirsi con la mamma da un luogo all'altro, mentre portava avanti come poteva i suoi studi e cercava di guadagnarsi la vita. A Medina, nel 1563, vestì l'abito dei Carmelitani e dopo l'anno di noviziato ottenne di poter vivere secondo la Regola senza le mitigazioni. Sacerdote nel 1567 dopo gli studi di filosofia e teologia fatti a Salamanca, lo stesso anno si incontrò con S. Teresa di Gesù, la quale da poco aveva ottenuto dal Priore Generale Rossi il permesso per la fondazione di due conventi di Carmelitani contemplativi (poi detti Scalzi), perchè fossero di aiuto alle monache da lei istituite. Dopo un altro anno - durante il quale si accordò con la Santa - il 28 novembre 1568 fece parte del primo nucleo di riformati a Duruelo, cambiando il nome di Giovanni di S. Mattia in quello di Giovanni della Croce. Vari furono gli incarichi entro la riforma. Dal 1572 al 1577 fu anche confessore-governatore del monastero dell'Incarnazione di Avila (non della riforma, ma vi era priora S.Teresa, all'inizio). Ed in tale qualità si trovò coinvolto in un increscioso incidente della vita interna del monastero, di cui fu ritenuto erroneamente responsabile: preso, rimase circa otto mesi nel carcere del convento di Toledo, da dove fuggì nell'agosto 1578; in carcere scrisse molte delle sue poesie, che più tardi commentò nelle sue celebri opere. Dopo la vicenda di Toledo, esercitò di nuovo vari incarichi di superiore, sino a che il Vicario Generale (nel frattempo la riforma aveva ottenuto una certa autonomia) Nicola Doria fece a meno di lui nel 1591. E non fu questa l'unica "prova" negli ultimi tempi della sua vita, per lui che aveva dato tutto alla riforma: sopportò come sanno fare i santi. Morì tra il 13 e il 14 dicembre 1591 a Ubeda: aveva 49 anni. Il suo magistero era fondamentalmente orale; se scrisse, fu perchè ripetutamente richiesto. Tema centrale del suo insegnamento che lo ha reso celebre fuori e dentro la chiesa cattolica è l'unione per grazia dell'uomo con Dio, per mezzo di Gesù Cristo: dal grado più umile al più sublime, in un itinerario che prevede la tappa della via purgativa, illuminativa e unitiva, altrimenti detta dei principianti, proficienti e perfetti. Per arrivare al tutto, che è Dio, occorre che l'uomo dia tutto di sé, non con spirito di schiavitù, bensì di amore. Celebri i suoi aforismi: "Nella sera della tua vita sarai esaminato sull'amore", e "dove non c'è amore, metti amore e ne ricaverai amore". Canonizzato da Benedetto XIII il 27 dicembre 1726, venne proclamato Dottore della Chiesa da Pio XI il 24 agosto 1926. La Chiesa ne fa memoria il 14 dicembre. (Autore: Anthony Cilia , da Internet, santi e beati)
San Pietro Canisio (1521 – 1597) - 15 dicembre San Pietro Canisio Sacerdote e dottore della Chiesa Pietro Kanijs (Canisius, nella forma latinizzata) nasce a Nimega, in Olanda, nel 1521. È friglio del borgomastro della città, ha perciò la possibilità di studiare diritto canonico a Lovanio e diritto civile a Colonia. In questa città amava trascorrere il tempo libero nel monastero dei certosini. Nessuno sospettava che il giovane avvocato, al quale il padre aveva assicurato un buon avvio nella professione, sotto le ricche vesti portasse il cilicio. La lettura del breve opuscolo degli Esercizi spirituali che S. Ignazio aveva scritto da poco determinò la svolta decisiva della sua vita: compiuta la pia pratica a Magonza sotto la direzione di padre Faber, entrò nella Compagnia di Gesù e fu l'ottavo gesuita ad emettere i voti solenni. Nel giovane Ordine ebbe modo di coltivare i suoi studi preferiti e il suo amore per l'erudizione; a lui si deve la pubblicazione delle opere di S. Cirillo di Alessandria, di S. Leone Magno, di S. Girolamo e di Osio di Cordova. Vissuto in pieno clima di riforma e controriforma, prese parte attiva al concilio di Trento, come teologo del cardinale Truchsess e consigliere del papa. Si distinse per la profondità della sua cultura teologica, per il suo zelo e l'operosità, ma anche per lo spirito irenico, conciliativo. S. Ignazio lo chiamò in Italia, mandandolo dapprima in Sicilia a fondarvi il primo dei rinomati collegi, poi a Bologna ad insegnare teologia, per rimandarlo quindi in Germania, dove per trent'anni, in qualità di superiore provinciale, trasfuse le sue migliori energie, in un'epoca tanto difficile per la scissione operata dalla riforma protestante. Ebbe l'appellativo, meritato, di secondo apostolo della Germania (il primo è S. Bonifacio). Come scrittore non badò soltanto alle opere di erudizione, ma anche e soprattutto a quelle catechetiche, adattando l'insegnamento alle capacità dei piccoli e dei grandi. S. Pio V gli offrì il cardinalato, ma Pietro Canisio pregò il papa di lasciarlo al suo umile servizio della comunità, impiegando il tempo nella preghiera e nella penitenza. Morì a Friburgo, in Svizzera, il 21 dicembre 1597. Ebbe gli onori degli altari e il titolo di dottore della Chiesa nel 1925. La liturgia romana ne fa memoria il 21 dicembre e quella ambrsiana il 15 dicembre. (Autore: Piero Bargellini, da Internet, santi e beati)
S. Maria Maddalena de’Pazzi (1566 – 1607) Una santa da capogiro. Parte della sua vita si svolge come fuori dal mondo, in lunghe e ripetute estasi, con momenti e atti quasi “intraducibili” oggi: come lo scambio del suo cuore con quello di Gesù, le stigmate invisibili, i colloqui con la Santissima Trinità... Scene vertiginose di familiarità divino-umana; dopo le quali, però, lei ritorna tranquilla e laboriosa monaca, riassorbita nella quotidianità delle incombenze. Appartiene alla casata de’ Pazzi, potenti (e violenti) per generazioni in Firenze, e ancora autorevoli alla sua epoca. Battezzata con il nome di Caterina, a 16 anni entra nel monastero carmelitano di Santa Maria degli Angeli in Firenze e come novizia prende il nome di Maria Maddalena. Nel maggio 1584 soffre di una misteriosa malattia che le impedisce di stare coricata. Al momento di pronunciare i voti, devono portarla davanti all’altare nel suo letto, dove "dì e notte sta sempre a sedere". Ed ecco poi quelle estasi, che si succederanno per molti anni. Le descrivono cinque volumi di manoscritti, opera di consorelle che registravano gesti e parole sue in quelle ore. (Parole sorprendenti: nelle estasi, lei usava un linguaggio colto, “specialistico”, di gran lunga superiore al livello della sua istruzione). Questi resoconti, che lei legge e corregge, e che acuti teologi perlustrano in punto di dottrina, contengono – espresso in mille modi e visioni e voci – l’invito appassionato a ricambiare l’amore di Cristo per l’uomo, testimoniato dalla Passione. Più tardi le voci dall’alto le chiedono di promuovere la “rinnovazione della Chiesa” (iniziata dal Concilio di Trento con i suoi decreti), esortando e ammonendo le sue gerarchie. Maria Maddalena esita, teme di ingannarsi. Preferirebbe offrire la vita per l’evangelizzazione, segue con gioia l’opera dei missionari in Giappone... Voci autorevoli la rassicurano, e allora lei scrive a papa Sisto V, ai cardinali della Curia; e tre lettere manda ad Alessandro de’ Medici, arcivescovo di Firenze, che poi incontra in monastero. "Questa figliola ha veramente parlato in persona dello Spirito Santo", dirà lui. Maria Maddalena gli annuncia pure che presto lo faranno Papa, ma che non durerà molto (e così gli ha predetto anche Filippo Neri). Infatti, Alessandro viene eletto il 10 maggio 1605 con il nome di Leone XI, e soltanto 26 giorni dopo è già morto. Per suor Maria Maddalena finisce il tempo delle estasi e incomincia quello delle malattie. Del “nudo soffrire”, come lei dice, che durerà fino alla sua morte, già accompagnata da voci di miracoli, che porteranno nel 1611 l’apertura del processo canonico per la sua beatificazione, a pochi anni dalla morte avvenuta nel 1607. Papa Clemente IX, il 22 aprile del 1669, la canonizzerà. Le spoglie di santa Maria Maddalena de’ Pazzi ora riposano nell’omonimo monastero, a Firenze. La Chiesa universale ne fa memoria il 25 maggio e quella ambrosiana al 23, per riservare quel giorno ad un suo santo vescovo Dionigi. (Autore: Domenico Agasso, da Internet, santi e beati)
San Giovanni Leonardi (1541 – 1609) Nato a Diecimo, nella lucchesia, nel 1541. A 26 anni è farmacista in Lucca, la prospera repubblica colpita poi da una grave crisi. Giovanni Leonardi soccorre i poveri lavorando con il sodalizio dei “Colombini”. L’esperienza lo porta a diventare prete nel 1572. Un prete targato Trento: cioè con la passione per l’insegnamento religioso, prescritto dal Concilio concluso nel 1563. Incomincia insegnando ai bambini, poi il vescovo gli affida la catechesi degli adulti. Redige un apprezzato catechismo. Fonda la “Compagnia della dottrina cristiana” per laici. Nel 1574 dà vita alla famiglia religiosa detta poi dei “Chierici Regolari della Madre di Dio”. Diventa un protagonista della riforma cattolica. Ma in Lucca ogni novità insospettisce. Non piace ad ambienti vicini alla riforma protestante. Ma disturba pure certo clero che non ama la riforma cattolica. Così, nel 1584 – durante un soggiorno a Roma – lui si trova bandito in perpetuo da Lucca. Chiede spiegazioni e gli rispondono che disturba l’ordine pubblico e manca di rispetto all’autorità costituita. C’è pure chi lo dice mandato dall’Inquisizione... Arrivano poi le inquietudini e le divisioni tra i suoi stessi religiosi. Ma nell’insieme la comunità resiste a questa prova, mentre a Roma cresce il prestigio del suo capo: Clemente VIII lo manda a riordinare congregazioni religiose, a riformare monasteri, a liquidare controversie. Con Giovanni Vivés, promuove nel 1603 quello che sarà poi il Collegio Urbano di Propaganda Fide: l’evangelizzatore di Lucca ha ormai per orizzonte il mondo. I suoi “Chierici” già nel 1601 hanno aperto una loro casa a Roma, dove li chiameranno “Leonardini”. Sempre a Roma conclude la sua esistenza Giovanni. Il corpo, sepolto dapprima a S. Maria di Portico, verrà poi trasferito a S. Maria in Campitelli. Qui c’è tuttora la casa generalizia dell’Ordine “leonardino”. Giovanni Leonardi sarà beatificato da Pio IX nel 1861 e proclamato santo da Pio XI nel 1938. La Chiesa ne fa memoria il 9 ottobre. (Autore: Domenico Agasso, da Internet, santi e beati).
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