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L'Ottocento Le note storiche che hanno segnato questo secolo sono fondamentali sia per capire l’orientamento della società civile europea che, con la Rivoluzione francese, ha dato inizio a nuove unità politiche in forma democratica, sia per ricordare come una certa emarginazione della Chiesa abbia però suscitato in seno ad essa dei grandi testimoni. É forse questo il secolo che deve iscrivere nel suo catalogo il maggior numero di santi.
Malgrado i tentativi operati dal Congresso di Vienna del 1814 di cancellare la rivoluzione francese e di ritornare all'ancien régime, come se niente fosse successo nel frattempo, la società e la politica europea oramai si incamminavano verso una piena e totale autonomia dalla religione, mettendo fine a quel sistema di rapporti tra società e religione che avevano caratterizzato i secoli precedenti. Questo fenomeno, che prende il nome di separatismo, è tipico della società occidentale, ossia di quei Paesi ove è predominante la religione cattolica e protestante, mentre nei Paesi dell'Europa orientale, dove domina la religione ortodossa, non assistiamo allo stesso fenomeno. Il principio base fondamentale è che l'ordine politico-civile-temporale e quello spirituale-religioso-soprannaturale sono non solo distinti, ma del tutto separati. Filosofi e giuristi danno origine ad una classe politica che giunge orgogliosamente a proclamare l’origine puramente umana della società e dell'autorità civile: viene cioè meno il principio, tanto caro alla Santa Sede nel corso dei secoli precedenti, dell'origine divina dell'autorità civile e della sua conseguente sottomissione all'autorità religiosa. Solo la comunità politica rappresenta per tutti la garanzia e lo strumento essenziale del bene comune, non più la Chiesa, com'era nei secoli precedenti; con ciò si afferma anche una uguale libertà e dignità di tutti i cittadini all'interno della medesima comunità politica (fine delle discriminazioni per motivi religiosi: così per i cattolici in Inghilterra, per i protestanti in Francia, per gli ebrei in tutti i Paesi occidentali); ha termine il concetto di « religione di Stato » e si afferma la piena libertà di coscienza: con ciò si abolisce lo Stato confessionale, in quanto l'autorità politica deve avere rispetto per tutti i cittadini, qualunque sia il culto che professano; nei paesi latini, dell'Europa e del Sudamerica, questo principio significò in molti casi un'aperta ostilità alla Chiesa cattolica; in Italia il principio della religione di Stato decade solo con il Concordato del 1983; le leggi civili non tengono più conto delle leggi ecclesiastiche: lo Stato, in sé sovrano, non riconosce più la validità delle leggi della Chiesa e addirittura può agire o seguire principi del tutto diversi e opposti; su questo punto, le applicazioni sono vastissime: basti pensare all'abolizione delle leggi che obbligavano i sudditi alla pratica religiosa, o all'introduzione del matrimonio civile e alla conseguente legge sul divorzio, o alle leggi sulla libertà di stampa e alla conseguente abolizione delle censure ecclesiastiche (questi furono i tre campi principali di scontro tra società liberale e chiesa cattolica). Varie attività, finora esercitate prevalentemente dalla Chiesa, vengono ora rivendicate dallo Stato. Ne facciamo alcuni esempi: la cura dei registri dello stato civile, l'amministrazione dei cimiteri, la direzione di innumerevoli opere di carità (orfanotrofi, ospedali), e soprattutto l'istruzione dei cittadini; fu proprio sul campo scolastico che la lotta fu aspra e dura: per es., in Francia lo Stato arrivò a negare e vietare alle Congregazioni religiose qualsiasi attività di insegnamento; fine delle immunità tipiche dell'ancien régime, di cui godeva la Chiesa, cioè di quelle esenzioni dal diritto comune, che riguardavano le cose, i luoghi, le persone; su questo campo la lotta tra Stato e Chiesa fu lunga e aspra, e molte spesso la Chiesa riusciva ad ottenere, tramite i Concordati, delle mitigazioni su questo punto (è il caso, per esempio, del Concordato con l'Austria del 1855, e del Concordato con la Spagna franchista del 1953); d'altro canto, e in molti casi, lo Stato rivendicava a sé la nomina dei Vescovi, negando così alla Chiesa quel diritto alla libertà che affermava risolutamente per sé. Questi aspetti, sinteticamente delineati, si affermarono in tutti i Paesi dell'Europa, ma in tempi ed in modi diversi. Di fronte all'affermazione del principio di separazione fra Chiesa e Stato, come reagì il mondo cattolico nel suo insieme? Vediamo affermarsi nell'Ottocento due correnti:
i cattolici intransigenti: di fronte alle libertà moderne, che trovano la loro ragione teorica nella rivoluzione francese, l'atteggiamento della maggior parte dei cattolici è quello di un netto rifiuto: la libertà è figlia del demonio perché apre la via a innumerevoli peccati; in sé il liberalismo è perverso, dunque le sue dottrine sono da rigettarsi in blocco; il movimento dei cattolici intransigenti è chiamato anche ultramontanismo; i cattolici liberali; i cattolici liberali, in opposizione agli intransigenti, cercavano di capire, chiarificare ed accettare i principii del 1789; l'incontro della fede tradizionale con il nuovo clima sorto con la rivoluzione francese spingeva un gruppo sempre più crescente di ambienti cattolici a guardare in modo nuovo i rapporti tra società civile e società religiosa. È in questo dibattito tra intransigenza e libertà, che il mondo cattolico dell'Ottocento si dibatté a lungo, fra aperture e chiusure, accettazioni e condanne. « Colpita nei suoi interessi materiali, nella libertà, e sovente nella vita dei propri preti, la Chiesa ha saputo trarre dalla persecuzione la sua purificazione; ha saputo dare dei nuovi martiri e, attraverso la loro testimonianza, acquistare nuova autorità e nuovo prestigio davanti alle coscienze » (Emanuele Artom, in Rassegna Storica Toscana, 4, 1958, p. 217) Questa osservazione di uno storico italiano, peraltro non cattolico, delinea in poche righe la vita e l'azione della Chiesa nel corso dell'Ottocento. Certamente le condizioni della Chiesa durante tutto il XIX secolo a prima vista non appaiono delle più felici: l'autorità della S. Sede nella politica internazionale è quasi del tutto scomparsa: i Legati pontifici, per esempio, sono esclusi dai grandi congressi e dalla conferenza di pace di Versailles nel 1919; il potere temporale cessa di esistere con l'annessione al Regno d'Italia; gli Stati oramai ignorano le decisioni ecclesiastiche, quando addirittura non le sconfessano apertamente; la società contemporanea esalta l'ideale della libertà; alla luce delle nuove scoperte scientifiche e storiche si formulano nuove ipotesi sull'origine dell'universo nettamente in contrasto con la dottrina della Chiesa la quale offre tutto il suo consenso a quelle figure laicali che, in aperto contrasto con il pensiero dominante, sanno sapientemente coniugare fede e ragione; la cultura moderna si impregna di idealismo e di positivismo; il socialismo offre al proletariato un appoggio per la sua redenzione sociale creando una notevole spaccatura tra chi ritiene di dare una interpretazione laica della politica e chi invece ritiene di dover attingere dal Vangelo i principi fondanti della convivenza civile. É proprio in questo contesto sociale in cui le tensioni emergono non senza produrre contrasti, che emerge la personalità di grandi pontefici, capaci di guidare il popolo dei credenti.
Cominciamo con la figura di Papa Pio VII, nato Barnaba Niccolò Maria Luigi (da religioso benedettino: Gregorio) Chiaramonti Al contrario dei suoi fratelli, non completa gli studi nel Collegio dei nobili di Ravenna ma, all'età di 14 anni, entra nel monastero benedettino di Santa Maria del Monte nella sua città natale, prendendo il nome di Gregorio. I suoi superiori, rendendosi conto delle capacità del giovane, lo mandano prima a Padova e successivamente a Roma al collegio di Sant'Anselmo, nell'abbazia di San Paolo fuori le mura, perché si perfezioni nello studio della teologia. Dopo essere stato insegnante di teologia in vari monasteri, é nominato priore dell’Abbazia benedettina di San Paolo a Roma. Il 16 dicembre 1782, Pio VI lo nomina vescovo di Tivoli. Il 14 febbraio 1785 riceve la porpora cardinalizia e l'episcopato di Imola. Da Vescovo e cardinale mostra le sue aperture alle idee moderne. Nel 1797 suscita scalpore una sua omelia, pronunciata nella cattedrale di Imola, in cui sostiene la conciliabilità del Vangelo con la democrazia: “Siate cristiani tutti d’un pezzo e sarete anche dei buoni democratici”. Alla morte di Pio VI, il Sacro Collegio si riunisce in conclave a Venezia, nell’isola di S. Giorgio, sotto ospitalità austriaca, poiché in quel periodo Roma é occupata dalle truppe francesi. Dopo tre mesi di inconcludenti trattative, finalmente Chiaramonti é eletto Papa il 14 marzo 1800, ma non viene incoronato nella basilica di San Marco, poiché la sua elezione non incontra il favore dell’Imperatore d’Austria, bensì in quella di San Giorgio Maggiore. Quindi lascia Venezia - dopo essersi trattenuto più mesi, malgrado la contrarietà dell'imperatore d'Austria, al quale si impone nel suo desiderio di indipendenza e di voler andare a Roma. Arrivato, trova una situazione finanziaria disastrosa: il poco che i francesi avevano lasciato é stato dilapidato dai napoletani. In agosto nomina Consalvi, cui in gran parte deve la tiara, Cardinale diacono e Segretario di stato, per poi iniziare ad occuparsi alacremente delle riforme amministrative, divenute ormai improrogabili. Nella scelta del nuovo segretario Pio VII non si fa influenzare dalle potenze straniere, specialmente dall'Impero austriaco, che vorrebbe fosse nominato un prelato di suo gradimento. La sua attenzione si concentra subito sullo stato di anarchia in cui versa la chiesa francese la quale, oltre ad essere travagliata dal vasto scisma causato dalla costituzione civile del clero, ha a tal punto trascurato la disciplina che gran parte delle chiese sono chiuse, alcune diocesi sono prive di vescovo, mentre altre ne hanno addirittura più di uno; il giansenismo e la pratica del matrimonio degli ecclesiastici si sta diffondendo, e fra i fedeli serpeggiano l'indifferenza se non, addirittura, l'ostilità. Incoraggiato dal desiderio di Napoleone di ristabilire il prestigio della Chiesa cattolica in Francia, Pio VII suggella il famoso Concordato ratificato il 14 agosto 1801. L'importanza dell’accordo viene tuttavia notevolmente stemperata dai cosiddetti articoli organici aggiunti dal governo francese l'8 aprile 1802. La Francia, comunque, ritrova quella libertà di culto che la rivoluzione aveva soppresso. Nel 1804 Napoleone inizia a trattare con il Papa la propria formale e diretta investitura come Imperatore. Dopo alcune esitazioni Pio VII si lascia convincere ad andare a Parigi per celebrare la cerimonia nella cattedrale di Notre Dame. Rientrato a Roma il 16 maggio 1805, offre al collegio cardinalizio, convocato allo scopo, una versione ottimistica della sua visita. A proposito di questo episodio, riferendosi alla morte in cattività di Pio VI, Pasquino commentò: “per mantener la fede un Pio perdé la Sede, per mantener la Sede un Pio perdé la fede”. Questo rapporto con Napoleone si incrina ben presto quando l’imperatore, d'autorità, dichiara nullo il matrimonio del fratello Girolamo con la moglie, un'americana di Baltimora. L'attrito fra la Francia ed il Vaticano monta così rapidamente che il 2 febbraio 1808 Roma é occupata dal generale Miollis e, un mese più tardi, le province di Ancona, Macerata, Pesaro e Urbino sono annesse al Regno d'Italia. Rotte le relazioni diplomatiche fra Napoleone e Roma, con un decreto emesso a Schönbrunn l'11 maggio 1809, l'imperatore dichiara propri tutti i territori dello Stato Pontificio. Per ritorsione, Pio VII, pur senza nominare l'imperatore, emette una bolla di scomunica contro gli invasori. Nella notte del 5 luglio il Palazzo del Quirinale é aperto con la forza e, in seguito all'ostinato rifiuto di annullare la bolla di scomunica e di rinunciare al potere temporale, il Pontefice é arrestato e tradotto prima a Grenoble ed in seguito a Savona. Qui egli si rifiuta con fermezza di convalidare l'investitura dei vescovi nominati da Napoleone e, quando i francesi scoprono che il Papa intrattiene segreti scambi epistolari, gli viene addirittura proibito di leggere e scrivere. Nel maggio 1812 Napoleone, con il pretesto che gli inglesi potrebbero liberare il Papa se questi rimanesse a Savona, obbliga il vecchio e infermo Pontefice a trasferirsi a Fontainebleau, vicino a Parigi; il viaggio lo prova a un punto tale che al passo del Moncenisio gli é impartita l'estrema unzione. Superato il pericolo e giunto in salvo a Fontainebleau, viene alloggiato con tutti i riguardi nel castello per aspettarvi il ritorno dell'imperatore da Mosca. Appena rientrato, Napoleone intavola immediatamente una serrata trattativa col Papa che, il 25 gennaio 1813, accetta un concordato a condizioni tanto umilianti che non riesce a dargli pace. Nel mese di maggio, infine, sfida apertamente il potere dell'imperatore dichiarando nulli tutti gli atti ufficiali compiuti dai vescovi francesi. Dopo la sconfitta di Lipsia (19 ottobre 1813), Napoleone ordina che il Papa sia ricondotto nella più sicura Savona, dove giunge il 16 febbraio. Il precipitare degli eventi e l'abdicazione del 17 marzo lo costringono, il giorno stesso, a liberarlo definitivamente ed a consentirgli di rientrare nello Stato Pontificio. Il 19 marzo Pio VII lascia Savona e il 24 maggio é accolto nella Città Eterna da una folla esultante. Il 7 agosto 1814, con la bolla Sollicitudo omnium Ecclesiarum, il Papa ricostituisce la Compagnia di Gesù, mentre il Segretario di Stato Consalvi, al Congresso di Vienna, ottiene la restituzione di quasi tutti i territori sottratti allo Stato della chiesa.. A Roma, gli ebrei, che erano stati liberati dai francesi, vengono di nuovo confinati entro il perimetro del Ghetto, e debbono restarvi fino al 1870. Al suo ritorno da Vienna, il Consalvi introduce un'amministrazione più snella ed altamente centralizzata. Nonostante ciò, le casse dello stato sono in condizioni disastrose, mentre il malcontento si aggrega principalmente intorno alla Società segreta, di ispirazione liberale, dei Carbonari, messa all'indice dal Papa nel 1821. Il capolavoro diplomatico del Consalvi consiste in tutta una serie di concordati stipulati a condizioni particolarmente vantaggiose con tutti gli Stati di religione cattolica, ad eccezione dell'Impero austriaco. Notevole é anche l'accoglienza che il Papa riserva ai maggiori artisti dell'epoca. Lo scultore protestante Thorvaldsen é colui che costruisce, in San Pietro in Vaticano, lo splendido mausoleo in cui sono deposte le spoglie dello stesso pontefice, che spirò il 20 agosto del 1823.
Papa Leone XII, nato Annibale Francesco Clemente Melchiorre Girolamo Nicola Sermattei della Genga. ( dal 1823 al 1829) Educato presso l'Accademia dei Nobili Ecclesiastici di Roma, é ordinato sacerdote nel 1783. Nel 1792 Pio VI lo nomina suo segretario particolare e successivamente, nel 1793, lo promuove arcivescovo titolare di Tiro, inviandolo a Lucerna in qualità di nunzio apostolico. Nei successivi 12 anni trascorsi in Germania é incaricato di svolgere delicate ed importanti missioni diplomatiche presso le corti di Dresda, Vienna, Monaco e Württemberg e presso Napoleone stesso. Per non essere arrivato in tempo, come legato, alla Conferenza di pace di Parigi del 1814, viene accusato dal Card. Consalvi di incompetenza, antipatia personale che dura fino a quando il Papa Pio VII lo nomina cardinale vicario. Nel conclave del 1823 l'appoggio dalla fazione degli zelanti gli consente di essere eletto nonostante la decisa opposizione della Francia (28 settembre). Pare che la sua elezione sia stata facilitata dal fatto che si pensava avesse ormai poco da vivere; tuttavia, nonostante l'età e le precarie condizioni di salute, il suo pontificato dura 6 anni. Secondo quanto riferisce l'ambasciatore austriaco Appony riguardo l'elezione di Leone XII: «lo spirito dominante era quello della passione, dell'odio, della vendetta... umiliare il cardinal Consalvi, distruggere la sua creazione, era diventato, per così dire, il prezzo del Papato». Leone XII provvede al licenziamento di Ercole Consalvi adottando in pieno una linea rigidamente reazionaria; affida la segreteria al Della Somaglia e annulla molte delle riforme legislative emanate da Pio VII. Leone é una persona fondamentalmente frugale, e questa sua indole produce benefici effetti nella sua amministrazione, che riesce a fare economie nella gestione della giustizia, a ridurre le imposte, ed anche a trovare le risorse per l'esecuzione di alcuni importanti lavori pubblici. É lui che, per primo, ordina che tutti i parroci debbano percepire la stessa congrua. L'avvenimento più conosciuto e arduo del suo pontificato é il grande Giubileo del 1825. Il Giubileo consegue un notevole successo e registra un’imprevista partecipazione. Leone XII si distingue per la durezza con cui affronta la società segreta della Carboneria. Durante il giubileo del 1825 vengono ghigliottinati pubblicamente, in piazza del Popolo a Roma, i due carbonari Angelo Targhini e Leonida Montanari, che stanno diffondendo l'ideale dell'unità d'Italia. Il cardinale legato Agostino Rivarola, investito di poteri straordinari, é mandato a Ravenna per reprimere i carbonari; ne cattura 508, di cui sette vengono condannati a morte, 54 condannati ai lavori forzati e 59 gettati in carcere. Le scelte di allora giustificano certe scelte politiche anticlericali della Romagna dei giorni nostri. Proibisce le società bibliche, di stampo protestante e finanziate spesso dalla massoneria; fortemente influenzato dai gesuiti, riorganizza tutto il sistema scolastico degli Stati pontifici. Riordina le Università del suo Stato suddividendole in due classi: alla prima assegna quelle di Roma e Bologna, con trentotto cattedre; alla seconda quelle di Ferrara, Perugia, Camerino, Macerata e Fermo, con diciassette cattedre. Istituisce, nello stesso tempo, la Congregazione degli Studi, allo scopo di controllare l'opera delle Università stesse. Fa rivedere anche l'indice dei cosiddetti libri proibiti, e tra questi fa togliere alcune opere di Galilei. Il Papa attende al rinnovamento morale di Roma con durezza draconiana. Il cardinale vicario ha l'incarico di punire con la prigione quanti non adempiono il precetto pasquale. È proibito il valzer, considerato una "danza oscena". Il 31 marzo 1824 emana un provvedimento contro gli spacci di vino al minuto, facendo istituire sulle porte delle osterie i famosi cancelletti: una misura disastrosa e profondamente impopolare che porta a un devastante aumento dell'ubriachezza pubblica. Ne parla in un sonetto anche il poeta romanesco Giuseppe Gioacchino Belli, che per decenza pubblichiamo solo in parte, intitolato "Li cancelletti": Ma cchi ddiavolo, …!, l’ha ttentato sto pontescife nostro bbenedetto d’annàcce a sseguestrà ccor cancelletto quella grazzia-de-ddio che Iddio scià ddato!
La sera, armanco, doppo avé ssudato, s’entrava in zanta pace in d’un buscetto a bbeve co l’amichi quer goccetto, e arifiatà lo stommico assetato.
Ne pô ppenzà de ppiú sto Santopadre, pôzzi avé bbene li mortacci sui e…?
Cqui nun ze fa ppe mmormorà, ffratello, perché sse sa cch’er padronaccio è llui: ma ccaso lui crepassi, addio cancello. Alla sua morte, sulla statua di Pasquino comparve lo scritto: : "Qui della Genga giace, per sua e nostra pace". Le severe misure restrittive nei confronti della comunità ebraica causano l'emigrazione di molti ebrei. Liberati dalla rivoluzione, gli ebrei diventano uno dei bersagli preferiti della restaurazione di Leone XII. Sono costretti a tornare nei ghetti, che a tal fine sono ampliati e provvisti di mura e porte che possono essere sbarrate. Viene loro proibito di possedere beni immobili. A trecento ebrei di Roma é imposto di frequentare speciali sermoni cristiani ogni settimana ed é loro vietato di mandarvi al loro posto dei cristiani. Sono proibite le transazioni finanziarie tra ebrei e cristiani. Il conseguente esodo di ebrei influenti dagli Stati pontifici peggiora i già cronici problemi economici del Papa. (Come è vero che studiando la storia si capiscono certe reazioni anticlericali di oggi! N.d.r.) Vari autori attribuiscono a Leone XII il divieto di vaccinazione contro il vaiolo: «Chiunque procede alla vaccinazione cessa di essere figlio di Dio: il vaiolo è un castigo voluto da Dio, la vaccinazione è una sfida contro il Cielo. » É una notizia dubbia, perché storicamente si trova solo in una lettera inviata dall'ambasciatore austriaco dell'epoca ai suoi superiori. Papa Leone si limita a togliere l'obbligatorietà della vaccinazione (invisa a larghi strati della popolazione per la sua supposta pericolosità, sebbene fosse stata resa obbligatoria nello Stato Pontificio pochi anni prima dal conte Monaldo Leopardi, gonfaloniere e padre di Giacomo Leopardi) pur mantenendone il carattere gratuito: « Rimane obbligo a Medici e Chirurgi condotti di eseguirla gratuitamente a quanti vogliano prevalersene, essendo questa la cura ed il preservativo di una malattia alla quale, come a tutte le altre, essi hanno l'obbligo di riparare. » È importante notare che "l'antivaiolosa" all'epoca non era obbligatoria in molti stati europei, compreso “l'illuminato" Regno di Sardegna (poi Regno d'Italia), in cui divenne obbligatoria solo nel 1859. Pare che Leone XII abbia ricevuto durante tutta la sua vita il sacramento dell'estrema unzione ben diciassette volte; una di queste capitò dopo gli strapazzi dell'incoronazione e siccome guarì dopo che l'avevano già dato per spacciato la vigilia di Natale, si gridò al miracolo. Leone, di carattere forte e determinato, continua a lavorare fino all'ultimo, nonostante la malferma salute. Muore a Roma il 10 febbraio 1829 ed é sepolto nella Basilica di S. Pietro.
Papa Pio VIII, nato Francesco Saverio Castiglioni (dal 1829 – al 1830) Da vescovo, a causa del suo rifiuto di prestare il giuramento di fedeltà a Napoleone, re d'Italia, é condotto prigioniero in Francia, ma nel 1816, dopo la caduta di Napoleone, la sua risolutezza é ricompensata con la nomina a cardinale di Santa Maria in Transpontina. In questo stesso anno é trasferito dalla sede di Montalto a quella di Cesena. Nel 1821 è trasferito, da cardinale, ad una sede più prestigiosa come quella di Frascati e Gran Penitenziere della Basilica di S. Pietro; in seguito, diventa prefetto della Congregazione dell'Indice. Nel conclave che segue alla morte di Papa Leone XII, Castiglioni, appoggiato dalla Francia, é eletto Papa il 31 marzo 1829. Nel corso del suo pontificato si preoccupa di abolire il nepotismo, abbandonando anche la pratica dello spionaggio attuata dai predecessori, ed emana un'enciclica di condanna delle Società bibliche protestanti e delle associazioni segrete. Papa Castiglioni formato alla scuola del cardinal segretario di stato Ercole Consalvi, di idee relativamente aperte e liberali, si batte per promuovere la libertà di culto dei cattolici in Inghilterra, riconosce, dopo la rivoluzione del 1830, il nuovo re di Francia Luigi Filippo e dimostra moderazione nell'affrontare il problema dei matrimoni misti in Germania. Debilitato dall'intenso lavoro e malato da tempo di gotta, muore il mattino del 1º dicembre 1830. É giusto rilevare che fin dalla sua elezione, Pio VIII ebbe salute cagionevole. Nonostante ciò, le circostanze della sua morte dettero adito alla supposizione che fosse stato vittima di un avvelenamento. Il principe Chigi, contemporaneo del Papa e dignitario accreditato presso la corte pontificia, annotò nel suo diario del giorno 2 dicembre 1830: « Nella sezione del cadavere del Pontefice che seguì ieri sera per quanto si dice, furono trovate le viscere sanissime e solo si è rinvenuta qualche debolezza nel polmone, altri dicono qualche sfiancamento nel cuore; resterebbe perciò a sapersi di qual male sia morto. » Queste parole sono polemicamente interpretate come indizio dell'esistenza di un complotto. É sepolto nella basilica vaticana.
Papa Gregorio XVI, nato Bartolomeo Alberto (monaco camaldolese con il nome di Mauro) Cappellari.( dal 1830 – al 1846) Monaco camaldolese, quando Pio VII é portato via da Roma nel 1809, Cappellari, da abate, si ritira a Murano, vicino a Venezia, e nel 1814, con alcuni membri del suo ordine, si sposta a Padova; ma poco dopo il ritorno del Papa é chiamato a Roma, dove riceve in successione le nomine a vicario generale dei Camaldolesi, consigliere dell'Inquisizione, prefetto della Propaganda, ed esaminatore dei Vescovi. Il 21 marzo 1825 é creato cardinale da Papa Leone XII, e, poco dopo, gli viene affidata l'importante missione di regolare un concordato riguardante gli interessi dei cattolici del Belgio e dei protestanti dei Paesi Bassi; egli lavora alacremente, e con successo, a tale missione. Il 2 febbraio 1831, dopo sessantaquattro giorni di conclave, inaspettatamente, é scelto come successore di Papa Pio VIII sul soglio pontificio. Le imbarazzanti condizioni finanziarie in cui Gregorio lascia gli Stati della Chiesa, mettono in discussione le sue spese sontuose in lavori architettonici e di ingegneria; anche perché pare che non abbiano recato un reale beneficio ai suoi sudditi. Gregorio XVI muore il primo giugno 1846.
Beato Papa Pio IX, nato Giovanni Maria Mastai Ferretti ( dal 1846 al 1878) Il suo pontificato, di 31 anni, 7 mesi e 23 giorni, rimane il più lungo della storia della Chiesa cattolica, dopo quello di san Pietro. …Nonostante il suo proposito di non volere cariche, viene comunque nominato dal Papa nel 1827, a soli 35 anni di età, arcivescovo di Spoleto. É consacrato il 25 maggio dal cardinal Castiglioni, futuro Papa Pio VIII, nella chiesa romana di San Pietro in Vincoli. Mostra rigore per la disciplina religiosa e molta carità per i poveri, arrivando ad impegnare i propri mobili per aiutare i più bisognosi. Durante l'insurrezione del 1831 di Spoleto convince i generali pontifici a non aprire il fuoco e ai rivoltosi concede, alla deposizione delle armi, soldi e passaporti. Tale atteggiamento di moderazione contribuisce, al momento della sua elezione a Papa, a far pensare ai patrioti italiani che sia uomo di idee liberali e aperto alla causa nazionale. In tale periodo salva la vita a Napoleone III che stava per essere fatto prigioniero dagli austriaci proprio a Spoleto. Il 13 gennaio 1832 la città di Spoleto subisce un grave terremoto. Essendo vescovo dirige subito gli aiuti, organizzando un piano specifico e andando di persona sui luoghi del disastro. Da allora si impegna per la ricostruzione nel più breve tempo possibile, prima del sopraggiungere dell'inverno, ottenendo fondi dal Papa Gregorio XVI. Nominato arcivescovo di Imola, è creato cardinale nel concistoro del 14 dicembre 1840. Il conclave del 1846, che segue alla morte di Papa Gregorio XVI, si svolge in un periodo molto turbolento per la storia della penisola italiana. Per questo motivo molti cardinali stranieri decidono di non partecipare al conclave. Soltanto 46 dei 62 cardinali sono presenti. I cardinali si separano subito nella fazione conservatrice, che preferisce il cardinale Luigi Lambruschini (segretario di Stato del precedente pontefice), e in quella progressista, che preferisce due candidati: il cardinale Tommaso Pasquale Gizzi e il cinquantaquattrenne cardinale Ferretti che viene eletto al soglio pontificio assumendo il nome di Pio IX: sceglie questo nome in onore di Papa Pio VII che aveva incoraggiato la sua vocazione al sacerdozio. In ogni caso il nuovo Papa é assai inesperto in questioni diplomatiche. La cronaca di quei giorni ci ricorda che l'Impero austriaco aveva mandato a Roma l'arcivescovo di Milano, il cardinal Gaisruck, per porre il veto all'elezione di Mastai-Ferretti. Ma Gaisruck arrivò troppo tardi: Ferretti era già stato acclamato Papa. Pio IX é incoronato il 21 giugno e sceglie subito il cardinal Gizzi come segretario di stato. L'Europa liberale applaude alla sua elezione. Nei successivi due anni del suo pontificato governa lo Stato Pontificio con una progressiva apertura alle richieste liberali della popolazione e concedendo la costituzione del 14 marzo 1848, lo "Statuto fondamentale per il governo temporale degli Stati della Chiesa", istituisce due Camere ed il Sacro Collegio dei Cardinali presieduto dal Papa. É l'epoca delle grandi riforme dello Stato Pontificio: la Consulta di Stato, il Ministero liberale, la libertà di stampa e la libertà agli Ebrei, la Guardia Civica, l'inizio delle ferrovie e la costituzione del Municipio di Roma. Promuove inoltre la costituzione di una Lega doganale tra gli Stati italiani preunitari, che rappresenta il più importante tentativo politico-diplomatico dell'epoca volto a realizzare l'unità d'Italia per vie federali. Nel 1847 ripristina la sede del Patriarca Latino a Gerusalemme, con giurisdizione sopra la diocesi unita di Palestina, Giordania e Cipro. Durante le Cinque giornate di Milano il Ministero Romano sull'esempio del Granduca di Toscana e del Re di Napoli, spedisce al fronte un corpo di soldati regolari comandati dal generale Giovanni Durando. Lo Stato Pontificio si trova di fatto impegnato in una guerra contro l'Austria per l'indipendenza italiana. Ma il 13 aprile 1848 una speciale commissione cardinalizia impone lo sganciamento del Papa dal movimento patriottico italiano. Pio IX mette in evidenza le motivazioni della posizione del Papa, che come capo della Chiesa universale ed allo stesso tempo capo di uno stato italiano, non può mettersi in guerra contro un legittimo regno. Le prime avvisaglie di un’insurrezione alle porte sono del 15 novembre 1848 quando é ucciso un ministro del governo, Pellegrino Rossi, e nove giorni dopo, il 24 novembre 1848, lo stesso Pio IX fugge da Roma nottetempo travestito da prete, rifugiandosi a Gaeta presso Ferdinando II, Re delle Due Sicilie. Durante la permanenza nel Regno delle Due Sicilie il Papa sperimenta per la prima volta un viaggio in treno sulla linea Napoli-Portici l'8 settembre 1849. La Repubblica Romana. Diretta dal triumvirato composto da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini, pur nella sua breve vita, riesce ad emanare la costituzione, la quale riserva comunque ampie guarentigie al Pontefice. Pio IX si appella alle potenze straniere affinché gli sia restituito il potere temporale e la Francia repubblicana del Bonaparte si affretta ad inviare un corpo di spedizione di 7000 soldati al comando del generale Oudinot. Il 30 aprile 1849 i francesi sono sconfitti da Garibaldi nella battaglia di Porta Cavalleggeri, ma grazie ai copiosi rinforzi che nel frattempo hanno ricevuto, i francesi, nonostante la resistenza che incontrano, riescono a far breccia nelle mura del Gianicolo e a conquistare Roma il 30 giugno 1849. Il Papa fa ritorno a Roma il 12 aprile 1850 ed abroga la Costituzione da lui concessa nel marzo di due anni prima. Il 12 settembre 1850 con un "motu-proprio" istituisce il Consiglio di Stato, una consulta per le finanze e decreta una nuova amnistia. Nel 1852 le autorità austriache, al fine di poter eseguire la condanna a morte, richiedono la sconsacrazione di don Enrico Tazzoli, già negata dal vescovo di Mantova. Sconfessando la decisione del proprio vescovo, Pio IX ordina la sconsacrazione del sacerdote, permettendo così l'impiccagione e suscitando il disprezzo dei patrioti italiani, tanto che Garibaldi cita il Papa definendolo "quel metro cubo di letame". L'8 dicembre 1854 proclama il dogma dell'Immacolata Concezione. Per quanto riguarda le opere pubbliche, il 9 dicembre 1854 consacra la Basilica di San Paolo fuori le mura, ricostruita dopo l'incendio del 15 luglio 1823 e il 3 aprile 1856 approva il piano delle ferrovie nello Stato Pontificio, la cui prima linea, la Roma-Frascati (20 km), viene aperta al pubblico il 14 luglio 1856, seguita dalla più importante Roma-Civitavecchia (80 km) che verrà aperta al pubblico il 16 aprile 1859. La campagna piemontese del 1860 e l'unità d'Italia Pio IX si trova a gestire il momento storico della nascita anche in Italia di un moderno stato nazionale unitario. Entro i confini dello Stato della Chiesa le prime città a manifestare l'insofferenza al dominio Papale sono quelle di confine. Bologna è la prima con l'annessione della città al Regno di Sardegna nel 1859. Sulla scia di Bologna insorge anche Perugia. Lo Stato della Chiesa reagisce in maniera dura, ordinando la repressione dei moti ed inviando duemila guardie svizzere comandate dal colonnello Schmidt. Il segretario di stato di Pio IX, il cardinale Antonelli, autorizza il saccheggio della città; le truppe svizzere, il 20 giugno 1859 entrano in città e fanno strage dei rivoltosi, senza risparmiare donne o bambini. L'evento passa alla storia come le "stragi di Perugia". I viaggiatori stranieri presenti in città, rapinati, provvedono ad avvertire del grave accaduto la stampa internazionale, avvalorando ancor più agli occhi dei cittadini europei e statunitensi la causa dell'unità italiana. Il 18 settembre 1860, in seguito alla battaglia di Castelfidardo, le truppe piemontesi sconfiggono gli Svizzeri conquistando le Marche e l'Umbria, che poi sanciscono la loro annessione al Regno d'Italia tramite un plebiscito. Il potere temporale dello Stato della Chiesa rimane ancorato all'ultimo baluardo di Roma, che non viene coinvolta nella campagna del 1860 di Vittorio Emanuele II.
L'8 dicembre 1864 Papa Pio IX pubblica l'enciclica Quanta cura e il Sillabo, una raccolta di ottanta proposizioni condannate dal Papa come «erronee». Il 2 maggio 1868 approva la Società della Gioventù Cattolica italiana, fondata da Mario Fani e Giovanni Acquaderni il 29 giugno 1867. L'11 aprile 1869 si celebra in tutto il mondo cattolico il suo giubileo sacerdotale e il 7 dicembre 1869 apre il Concilio Vaticano I. Mentre il potere temporale é in crisi Pio IX si preoccupa di rinvigorire il potere spirituale. Il Concilio Vaticano I porta alla formulazione del dogma dell'infallibilità del Pontefice, chiaramente espresso nella costituzione dogmatica Pastor Aeternus. Lo scontro con il neo costituito Regno d'Italia giunge all'apice quando nel 1870, alla caduta di Napoleone III, le truppe dei Savoia entrano in Roma attraverso la breccia di Porta Pia, ponendo fine alla sovranità temporale dei "papi re". Il re Vittorio Emanuele II, dopo la battaglia di Sedan che aveva segnato la sconfitta di Napoleone III invia il 7 settembre 1870 una lettera a tutte le potenze europee nella quale si espongono i motivi della futura presa di Roma, ribadendo però le garanzie e le tutele alla persona del Sommo Pontefice. Invia tra l'altro il conte Ponza di San Martino a Roma il 9 settembre, a sondare gli animi: prima parla con il cardinale Antonelli, Segretario di Stato e poi con Pio IX. Entrambi ribadiscono la posizione di non accettazione dell'inclusione dei territori della Santa Sede nel neonato Regno D'Italia. Pochi giorni dopo 50.000 uomini al comando di Raffaele Cadorna entrano nel Lazio ed il 20 settembre 1870 occupano la Città Eterna varcando le mura Aureliane nei pressi di Porta Pia. Papa Pio IX protesta poiché la Chiesa ritiene di non aver garantiti spazi necessari per esercitare il suo ministero in piena libertà. Vista l'inutilità di uno scontro armato ordina agli zuavi pontifici un'opposizione solo formale allo scopo di evitare spargimenti di sangue e di rendere comunque evidente la violenza subìta, con il proposito «di aprire trattative per la resa ai primi colpi di cannone». Alla fine della battaglia si contarono 49 caduti tra l'esercito sabaudo e 19 tra i pontifici. Il Papa lascia il Quirinale e si ritira in Vaticano rifiutando di riconoscere il nuovo Stato e dichiarandosi prigioniero politico. Questa situazione, indicata come Questione Romana, dura fino ai Patti Lateranensi del 1929. Pio IX, in data 10 settembre 1874, promulga il famoso “Non expedit” con il quale è sconsigliata la partecipazione di ecclesiastici e cattolici alla vita politica del neo stato italiano. Il 13 maggio 1871 é promulgata la Legge delle Guarentigie, con la quale lo Stato italiano stabilisce unilateralmente i diritti ed i doveri dell'autorità Papale. Il 21 agosto 1871 Pio IX scrive a re Vittorio Emanuele II esprimendo le ragioni per cui non può accettare la legge. Fino alla sua morte il Papa continuò a definirsi «prigioniero dello Stato italiano». Papa Pio IX muore a Roma il 7 febbraio 1878. É sepolto in Vaticano. Il 13 luglio 1881 la salma viene traslata nella basilica di San Lorenzo al Verano. Per evitare probabili manifestazioni degli anticlericali il trasporto é organizzato di notte, ma la notizia viene fatta trapelare negli ambienti opposti tanto che avviene un scontro tra i cattolici e gli anticlericali che vorrebbero gettare la salma nel Tevere. Il governo italiano é restio ad organizzare un servizio di sicurezza adeguato alla possibile consistenza degli scontri perché parrebbe rivelarsi come un omaggio ad una figura che ha ritardato l'Unità d'Italia. Comunque il corteo funebre viene completato, sino a San Lorenzo in una situazione di relativa tranquillità, lasciando il ricordo di parecchie bastonate da entrambe le parti e qualche sberleffo di troppo. Tra le conseguenze politiche, il prefetto di Roma viene rimosso dall'incarico, il governo Depretis deve rispondere a numerose interrogazioni parlamentari sulla vicenda ed il ministro degli esteri invia una lettera circolare alle monarchie europee per spiegare l'origine degli scontri. Pio IX, anche da Papa, amava definirsi un "parroco di campagna". La sua vita privata infatti si svolgeva come quella di un semplice sacerdote. Si alzava alle sei del mattino, per un'ora rimaneva nella sua camera in preghiera su un inginocchiatoio di fronte ad un crocifisso. Celebrava la Messa e poi assisteva ad un'altra di ringraziamento, durante la quale recitava le ore canoniche e le preghiere di pietà con un libretto appartenuto alla madre. Dopo le preghiere si dedicava alle udienze concesse sia agli uomini importanti sia ai semplici fedeli. Ogni giovedì riceveva, inoltre, petizioni da chiunque e ogni 14 del mese riceveva tutti in pubblica udienza. Alle due terminava le udienze e si recava a pranzo. Non voleva che si consumassero più di uno scudo romano al giorno per i suoi pasti e secondo un'abitudine imparata dalla madre si serviva di frutta sempre dopo gli altri. Dopo pranzo amava fare passeggiate o andare in carrozza per la città. Tornato in Quirinale scriveva e poi recitava il Vespro. Dopo la cena riceveva il suo confessore e si ritirava nella cappella privata a pregare dinanzi al tabernacolo. Ricordava spesso l'importanza di pregare Gesù Eucaristico, al quale si poteva confidare tutto. Un giudizio sul suo ministero. Svolse un ruolo fondamentale nella storia della Chiesa e della teologia: l'Immacolata Concezione ed il Concilio Vaticano I sono eventi di enorme portata per la storia della Chiesa. Pio IX aveva affrontato i drammatici problemi posti alla Chiesa dal liberalismo, dal socialismo, dalla fine del potere temporale dei papi in conseguenza dell'unificazione italiana. Il Sillabo segnò l'assoluta condanna dottrinale sia del liberalismo che del socialismo. Il Concilio Vaticano I aveva a sua volta affermato in termini inequivocabili la supremazia del Papato nei confronti dei vescovi e delle chiese nazionali. É stato proclamato beato nel 2000. La Chiesa ne fa memoria il sette febbraio.
Papa Leone XIII, nato Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci ( dal 1878 – al 1903) É ricordato nella Chiesa non solo per la “Rerum novarum”, ma anche per aver raggiunto il primato con 86 encicliche. Nel 1843 Gregorio XVI lo nomina vescovo titolare; la cerimonia si svolge in San Lorenzo in Panisperna; viene inviato come Nunzio in Belgio e per la lingua francese riserva una particolare predilezione tanto da rilasciare interviste perfino a Le Figarò. É Vescovo di Perugia dal 1846 al 1877, ossia per più di trent'anni, si dice perché fosse considerato un ribelle dal potente Cardinal Segretario di Stato Giacomo Antonelli. In questi anni, nonostante i difficili rapporti col nuovo stato italiano, realizza nel territorio diocesano oltre cinquanta chiese (dette chiese Leonine) ed altri edifici. É fatto cardinale nel concistoro del 19 dicembre 1853 e successivamente camerlengo del collegio cardinalizio, dopo la morte del cardinal segretario di Stato Antonelli. Il 20 febbraio 1878 é eletto Papa come successore di Papa Pio IX dopo un conclave di soli due giorni, il primo dopo la fine del potere temporale dei papi. L’incoronazione di Leone XIII avviene nella Cappella Sistina il 3 marzo 1878. Il pontificato di Leone XIII si inserisce in un'epoca di progressiva laicizzazione della società. Tale circostanza comporta una serie di tensioni fra il Vaticano e vari governi. Papa Leone XIII sa fare opera di mediazione tra le istanze legate alla modernità e la posizione intransigente presa dal suo predecessore Papa Pio IX. In Italia egli prosegue tuttavia la ferma opposizione al Regno d'Italia, mantenendo il Non expedit e impedendo dunque la partecipazione dei cattolici italiani alle elezioni e, in generale, alla vita politica dello Stato. Non così si comportò nei riguardi della Germania e della Francia suscitando parecchie reazioni dei conservatori. Nella sua enciclica Immortale Dei del 1885 affrontò il problema del ruolo dei cattolici negli stati moderni, negando il conflitto tra scienza e religione nell'Aeterni Patris del 1879. La sua enciclica Rerum Novarum, pubblicata nel 1891, è considerata il testo fondativo della moderna dottrina sociale cristiana. La Rerum Novarum affronta il problema dei diritti e dei doveri del capitale e del lavoro, cercando di mediare tra le posizioni di orientamento socialista e rivoluzionario e quelle proprie del liberismo economico di impronta capitalista, inaugurando una riflessione sui problemi del lavoro nel mondo moderno successivamente ripresa e approfondita nel 1931 dalla Quadragesimo Anno di Papa Pio XI, nella Mater et Magistra di Papa Giovanni XXIII del 1961 e più di recente (1991) dalla Centesimus Annus di Papa Giovanni Paolo II. É particolarmente attivo dal punto di vista dell'insegnamento, fondando istituti di filosofia ed università cattoliche in diverse città (Lovanio, Washington), ed apre agli studiosi parte degli archivi segreti del Vaticano. Il Pontefice anche a quasi 90 anni continua lo studio della lingua latina, nella quale è un pensatore profondo e poeta elegante, come dimostra il non comune pregio letterario delle sue encicliche. Il suo metodo di vita era molto semplice: dormiva pochissimo, parco di cibi ed amante delle passeggiate in giardino. Oltre alle passeggiate, nel mite autunno romano si diletta uccellando al rocolo fatto piantare appositamente nei giardini del Vaticano, ma, quando riesce a prendere gli uccelli che cadono nelle reti, li accarezza e quindi li rimette in libertà. Il suo regime nutritivo é modestissimo: qualche tazzina di brodo ristretto, molti tuorli d'uovo con un pò di marsala, un'ala di pollo al mattino, appena un mezzo petto alla sera. In tutto il giorno due dita di vino di Bordeaux, del più vecchio e del più generoso fornitogli dai conventi locali. É un dantista appassionato ed un lettore assiduo di giornali. La sua tarda età lo costringe a servirsi, nel passeggio, di un bastone, sul quale appoggia il corpo sul lato destro; ma quando scorge da lontano una persona estranea alla famiglia pontificia fa ogni sforzo per camminare senza l'aiuto del bastone, facendolo passare con disinvoltura da una mano all'altra. Ha una vista eccezionale, e né per leggere né per scrivere usa gli occhiali. Dopo una lunghissima agonia, Leone XIII muore il 20 luglio 1903 alle ore 16. La Domenica del Corriere del 26 luglio del 1903 scrive: « La storia ricorderà a lungo la lotta che il Pontefice sostenne con la morte, quantunque tutti prevedessero che in causa della tarda, eccezionale età egli non potesse giacere a lungo malato. Dal 5 luglio i fedeli s'attendevano ogni mattina l'annuncio del decesso. I romani accorrevano in piazza San Pietro per osservare la finestra della camera da letto e trarre oroscopi dalla durata del tempo che rimaneva aperta per il cambio d'aria, ma ognuno apprendeva tosto con lieto stupore che l'illustre infermo aveva ricevuto i suoi cardinali, s'era occupato delle faccende relative al governo della chiesa, era passato dal letto alla poltrona e persino aveva all'indomani dell'estrema unzione corretto le bozze della sua ultima poesia in latino. Con l'ostinazione dei fanciulli e dei vecchi vigorosi, Leone XIII si è spesso ribellato alle ingiunzioni dei suoi medici, a dir la verità senza immediato suo danno. » Il suo pontificato durò 25 anni, anche se, al momento della sua elezione, a molti appariva vecchio, stanco, malaticcio; gli tremava la mano per un salasso mal fatto. Il Papa si era confidato: «Dovrete far presto un nuovo conclave». Invece, si arrivò a dire che tra i suoi collaboratori circolasse una battuta: «Credevamo di eleggere un Santo Padre, abbiamo eletto un Padre Eterno». Leone XIII fu sepolto nella Basilica di San Giovanni in Laterano.
Diamo ora uno sguardo alle scelte più significative compiute dalla Chiesa nell’Ottocento. · La situazione del clero secolare nel corso dell'Ottocento è varia ed offre caratteristiche assai diverse in America e nel vecchio continente. Negli Stati Uniti i sacerdoti secolari sono di gran lunga inferiori rispetto ai bisogni di una popolazione in continuo aumento. Nel 1857, a Lovanio viene aperto un seminario per la preparazione di sacerdoti destinati all'America del Nord. Nel 1860, l'85% del clero é costituito da immigrati, di cui i vescovi fanno sempre più richiesta. In America Latina, il numero dei sacerdoti é più o meno sufficiente alle esigenze e ai bisogni pastorali, ma il loro livello morale non é all'altezza della situazione. In particolare é drammatica la situazione del clero in Brasile: nelle visite ad limina al Papa, i vescovi brasiliani si lamentano dello scarso numero di preti (1 ogni diecimila abitanti) e del diffuso concubinaggio sacerdotale. La situazione europea è totalmente diversa. Da un lato si assiste ad un calo sostanziale del numero di sacerdoti rispetto ai secoli precedenti per il venir meno della carriera ecclesiastica cui spesso i giovani di molte famiglie nobili o borghesi erano destinati, dall'altro la loro condizione e formazione è molto migliorata. · Aspetti contrastanti presentano anche gli Istituti Religiosi. La crisi è dovuta alla difficoltà a rinunciare agli antichi privilegi e alla libertà di cui i religiosi dei vecchi ordini avevano goduto a lungo nei secoli precedenti. Questo è evidente nella pratica del voto di povertà, nella insufficiente selezione e formazione dei candidati, nelle continue beghe dei religiosi tra loro e col clero secolare. La Santa Sede interviene in più occasioni, da un lato istituendo speciali Congregazioni vaticane per la riforma della vita religiosa; dall'altro con la pubblicazione di norme e direttive riformatrici, estese a tutti gli ordini, vecchi e nuovi. Se da un lato abbiamo una crisi che coinvolge soprattutto gli antichi ordini religiosi, dall'altro si assiste nel corso dell'Ottocento ad un fiorire prodigioso e vertiginoso di nuove Congregazioni religiose, e soprattutto di Congregazioni religiose femminili di vita attiva, ossia di Congregazioni dedite ad opere di apostolato fuori dal convento e dalla clausura. In Italia, nel corso del XIX secolo si assiste alla nascita di 23 nuove Congregazioni religiose maschili e di ben 183 nuovi istituti religiosi femminili: la maggior parte di queste nuove Congregazioni è dedita all'assistenza agli ammalati, all'educazione, alla scuola. · Nuove forme di apostolato dei laici Lo storico gesuita Giacomo Martina paragona « l'ingresso dei laici nella lotta per la difesa dei diritti della Chiesa all'irrompere della donna nella vita consacrata attiva, e costituisce uno dei tratti salienti della vita del popolo di Dio nell'età posteriore alla rivoluzione francese». L'iniziativa di un intervento diretto del laicato cattolico nella società contemporanea e nella vita politica e sociale all'inizio è mal visto dalla Santa Sede, e considerato come una ingerenza. Del resto, questo era il senso del “ Non Expedit”. In Germania, Francia e in Italia si sviluppa tutta una rete di associazioni con fini assistenziali, liturgici, culturali, sociali: nascono così le Conferenze di San Vincenzo, la Società per la Propagazione della fede, e poi per la diffusione della stampa cattolica, per il rinnovamento della musica sacra; si diffondono i Congressi Cattolici, l'Azione Cattolica. La novità più decisiva è la nascita di veri e propri partiti politici di ispirazione cattolica, che in modi e tempi diversi da Paese a Paese, ottengono voti e siedono in Parlamento. Tutti questi partiti politici, devono lottare da un lato contro l'integrismo, che voleva far assumere dalla gerarchia ecclesiastica la responsabilità di scelte politiche contingenti; e dall'altro contro l'aconfessionalismo assoluto, che rischiava di portare all'abbandono del fine per cui il partito era sorto. · L'azione missionaria Un altro punto di notevole interesse e di risveglio del mondo cattolico é l'azione missionaria, che dopo il declino del Settecento e il tracollo quasi completo con la rivoluzione francese, subisce un'impennata positiva; con il Chateaubriand e il suo Génie du christianisme viene esaltata l'opera civilizzatrice della Chiesa. Ma é ancora una volta dalla base che arriva un impulso decisivo all'azione missionaria. Ricordiamo la nascita dell'Opera della Propagazione della fede di Pauline Marie Jaricot nel 1822 e il fiorire di numerose Congregazione missionarie: le Missioni Estere di Parigi (MEP), il Pontificio Istituto delle Missioni Estere di Milano (PIME), l'Istituto per le missioni africane (Comboniani), i Saveriani di Parma, i Padri Bianchi del Card. Lavigerie, i Missionari di Scheut in Belgio, i Missionari di Mill Hill in Inghilterra, la Società del Verbo Divino in Olanda. A queste vanno aggiunte tutte le Congregazioni religiose sorte in questo periodo non necessariamente dedite alle missioni, ma che fanno di questo campo uno dei loro punti principali: tra queste ricordiamo soprattutto i Salesiani di Don Bosco. Gli sforzi missionari si dirigono soprattutto in Africa, e nell'Estremo Oriente, in particolare in Cina, Giappone, Indocina e Oceania. Non va comunque dimenticato che le missioni del XIX secolo risentono ancora, nella mentalità e nella prassi, delle caratteristiche tipiche dell'ancien régime: l'evangelizzazione è ancora legata all'appoggio dei governi europei e all'europeizzazione, è fondata su una teologia oramai superata, fonda la possibilità di salvezza nella sola appartenenza alla Chiesa visibile, misconosce in molti casi gli autentici valori delle religioni orientali. Inoltre, certi retaggi del passato sono ancora difficili da superare: è il caso della Chiesa del Brasile, dove, ancora a metà dell'Ottocento, vigeva la schiavitù a cui aderivano anche le istituzioni. · Il sistema caritativo-assistenziale Inizialmente, assistiamo alla nascita di diverse organizzazioni cattoliche assistenziali e caritative (per esempio le Conferenze di San Vincenzo de Paoli, fondate dall'Ozanam a Parigi nel 1833; la Società di San Francesco Saverio nata nel 1840; le Gesellenverein, associazioni di apprendisti, fondate in Germania dal sacerdote Adolf Kolping nel 1847; da non sottovalutare poi le azioni caritative del Cottolengo e di Don Bosco a Torino), che però erano ancora limitate da una mentalità paternalistica. Sul piano teorico, non mancano le prime denunzie della situazione della classe operaia ed in genere dei problemi legati alla questione sociale e i primi tentativi di soluzione. Ricordiamo solo alcuni esempi: nel corso del 1848, sulla rivista cattolica francese « Ere nouvelle », autori come Lacordaire, Maret, Ozanam tracciano un programma sociale che desta scandalo fra i benpensanti: parlano di legislazione a difesa dell'infanzia, della malattia, della vecchiaia; di associazionismo operaio; di comitati misti padroni-lavoratori per comporre le vertenze in ambito lavorativo; si riconosce un diritto al lavoro, che appare alla borghesia come una follia.
A pelle, come si suole dire, se vogliamo dare la palma d’oro della santità ai secoli più ricchi per fioritura di santità dovremmo certamente comprendere il quarto secolo, poi con un balzo fino al Cinquecento e da ultimo, ma non meno meritevoli dei primi, l’Ottocento ed il Novecento. Nei momenti più difficili della sua storia, lo Spirito Santo ha donato alla sua sposa, la Chiesa dei veri giganti della santità.
S. Andrea Dung e compagni martiri in Viet Nam negli anni dal 1830 al 1862 La storia del cattolicesimo in Vietnam, iniziò nel secolo XVI con padre Alessandro de Rhodes, missionario francese, considerato il primo apostolo di questa giovane Chiesa asiatica, allora divisa in tre distinte regioni: Tonchino, Annam e Cocincina. Ma dal 1645 quando padre de Rhodes fu espulso, ci fu tutto un sopravvenire di persecuzioni, alternate da periodi di pace, in cui i missionari di varie Congregazioni si stabilizzavano nelle regioni, rincuorando i fedeli e soprattutto istituendo le ‘Case di Dio’ per la formazione del clero locale e dei catechisti. Dal 1645 al 1886, si ebbero ben 53 editti contro i cristiani con la morte di circa 113.000 fedeli. Durante il regno di Minh-Manh (re dal 1821), la persecuzione divenne spietata, condannando a morte anche chi osava solo nascondere i cristiani; altro re particolarmente contrario fu Tuc-Dúc che regnò dal 1847 al 1883, il quale profondamente avverso alla politica coloniale francese, odiava tutto ciò che fosse europeo, non distinguendo la politica dalla religione; stabilì che chi collaborava alla cattura di un missionario riceveva 300 once d’argento, mentre il missionario, dopo avergli spaccato il cranio, doveva essere gettato nel fiume. I sacerdoti locali ed i catechisti stranieri venivano sgozzati, mentre ai catechisti locali veniva impressa sulla guancia la scritta “Ta dao” che significa “falsa religione”, additandoli così al pubblico disprezzo; i semplici fedeli cristiani potevano aver salva la vita se calpestavano la croce davanti al giudice. Inoltre davanti alla fermezza nella fede dei cristiani, ne ordinò la dispersione, separando i mariti dalle mogli ed i figli dai genitori, esiliandoli in regioni lontane in mezzo ai pagani, confiscando tutti i loro beni. Di questa miriade di martiri, eroi della fede, la Chiesa ne ha beatificati un certo numero negli anni: 1900 da Leone XIII, 1906 e 1909 da Pio X, 1951 da Pio XII; di questi 117 sono stati proclamati santi da Papa Giovanni Paolo II il 19 giugno 1988, così suddivisi: 8 vescovi, 50 sacerdoti, 59 laici; 96 sono vietnamiti, 11 spagnoli, 10 francesi; fra i laici vi sono 16 catechisti, una mamma, 4 medici, 6 militari, molti padri di famiglia. Il capolista dei 117 martiri è Andrea Dung-Lac prima catechista e poi sacerdote vietnamita. Nacque nel 1795 da genitori pagani ma così poveri che se ne disfecero volentieri vendendolo ad un catechista, visse alla missione di Vinh-Tri, dove fu battezzato, istruito e diventando anche catechista; continuò gli studi teologici e il 15 marzo 1823 fu consacrato sacerdote, nominato parroco in varie zone, alla fine fu arrestato più volte durante la persecuzione del re Minh-Manh, ogni volta fu riscattato presso i mandarini, dai cristiani locali, continuando, pericolosamente per lui, l’apostolato fra i fedeli e amministrando i sacramenti. Arrestato ancora una volta il 10 novembre 1839 dal sindaco di Ké-Song, fu rilasciato dietro il pagamento di 200 pezze d’argento raccolte fra i cristiani, ma mentre attraversava il fiume in barca per allontanarsi, ebbe delle difficoltà per cui fu aiutato a scendere a terra sull’altra sponda; chi l’aiutò era il segretario del prefetto che riconosciutolo esclamò: “Ho preso un maestro di religione!”. Condotto nella prigione di Hanoi il 16 novembre 1839, fu sottoposto a snervanti interrogatori e invitato più volte ad apostatare e calpestare la croce, ma essendo restato fermo nella sua fede venne condannato alla decapitazione, sentenza eseguita il 21 dicembre 1839. È stato posto come capolista nel calendario liturgico, sia per il culto che gode nel suo Paese, sia per l’esempio luminoso dato durante la sua vita. Gli altri 116 santi martiri nel Tonchino (Vietnam) hanno ognuno una storia edificante del loro martirio, compiutasi in luoghi e date diverse, ma accomunati nella gloria dei santi. La comune festa liturgica dei 117 martiri del Tonchino (Vietnam), fu fissata al 24 novembre, con memoria singola per alcuni di essi, specie per quelli appartenenti a Congregazioni Missionarie. (Autore: Antonio Borrelli, da Internet, santi e beati)
Sant’Agostino e martiri cinesi ( +27 gennaio 1815) Fin dalle più lontane origini del popolo cinese (circa verso la metà del III millennio avanti Cristo) il sentimento religioso verso l'Essere Supremo e la pietà filiale e devota verso gli antenati defunti sono le caratteristiche più spiccate della sua millenaria cultura. Questa nota di netta religiosità si ritrova, dove più e dove meno, nei cinesi di tutti i secoli, fino al nostro, quando sotto l'influsso dell'ateismo occidentale, alcuni intellettuali, specialmente quelli educati all'estero, hanno voluto sbarazzarsi, come alcuni dei loro maestri occidentali, di ogni idea religiosa. Nel secolo V il Vangelo venne annunziato in Cina e, all'inizio del VII, fu ivi eretta la prima chiesa. Durante la dinastia T'ang (618-907) la comunità dei cristiani fiorì per due secoli. Nel XIII secolo la comprensione del popolo cinese e delle sue culture che un missionario come Giovanni da Montecorvino seppe avere, fecero sì che potesse darsi avvio alla prima missione cattolica nel "Regno di mezzo" con sede vescovile a Beijin. Non stupisce che specialmente nell'epoca moderna (cioè dal XVI secolo, quando le comunicazioni fra oriente ed occidente incominciarono ad essere in certo modo più frequenti), ci sia stato da parte della Chiesa Cattolica l'anelito di portare a questo popolo la luce del Vangelo, affinché questa arricchisse ancora di più il tesoro di tradizioni culturali e religiose tanto ricche e profonde. A partire dunque dalle ultime decadi del sedicesimo secolo vari missionari cattolici furono inviati alla Cina: persone come Matteo Ricci ed altri erano stati scelti con grande accuratezza tenendo presenti, oltreché il loro spirito di fede e di amore, le loro capacità culturali e le loro qualifiche in vari campi della scienza, specialmente dell'astronomia e matematica. Fu infatti grazie a questi e all'apprezzamento che i missionari dimostrarono per il notevole spirito di ricerca presente presso gli studiosi cinesi, che poterono essere stabiliti rapporti di collaborazione scientifica molto proficui. Questi servirono a loro volta ad aprire molte porte, perfino quelle della corte imperiale, e con ciò ad intessere relazioni molto proficue con varie persone di grandi capacità.
La qualità della vita religiosa di questi missionari fu ciò che indusse non poche persone di alto livello a sentire il bisogno di conoscere meglio lo spirito evangelico che li animava e, quindi, di essere istruiti nei riguardi della religione cristiana: il che fu fatto in maniera confacente alle loro caratteristiche culturali e al modo di pensare. Alla fine del XVI secolo ed all'inizio del XVII, numerosi furono coloro che, una volta ottenuta la dovuta preparazione, chiesero il battesimo e divennero ferventi cristiani, sempre mantenendo con giusta fierezza la loro identità di cinesi e la loro cultura. Il cristianesimo fu visto in quel periodo come una realtà che non si opponeva ai più alti valori delle tradizioni del popolo cinese, né si sovrapponeva ad essi, ma li arricchiva di una nuova luce e dimensione. Grazie agli ottimi rapporti esistenti fra alcuni missionari e lo stesso imperatore K'ang Hsi; grazie ai loro servizi resi per ristabilire la pace tra lo "zar" della Russia e il "figlio del cielo", cioè l'imperatore, questi emanò nel 1692 il primo decreto di libertà religiosa in virtù del quale tutti i suoi sudditi potevano seguire la religione cristiana e tutti i missionari potevano predicarla nei suoi vasti domini. Di conseguenza l'azione missionaria e la diffusione del messaggio evangelico si svilupparono notevolmente e molti furono i cinesi che, attratti dalla luce di Cristo, domandarono di poter ricevere il battesimo. Purtroppo però la penosa questione dei "riti cinesi" irritò l'imperatore K'ang Hsi e preparò il terreno alla persecuzione (fortemente influenzata da quella del vicino Giappone) dove più dove meno, aperta o subdola, violenta o velata, che praticamente si estese con successive ondate dalla prima decade del secolo XVII a circa la metà del secolo XIX, uccidendo missionari e fedeli laici e distruggendo non poche chiese. Fu proprio il 15 gennaio 1648 che i Tartari Manciù, avendo invaso la regione del Fujian e dimostrandosi ostili alla religione cristiana, uccisero il Beato Francesco Fernández de Capillas, sacerdote dell'Ordine dei Frati Predicatori. Dopo averlo imprigionato e torturato, lo decapitarono mentre recitava con altri i misteri dolorosi del Rosario. Il Beato Francesco Fernández de Capillas è stato riconosciuto dalla Santa Sede come Protomartire della Cina. Verso la metà del secolo seguente, il XVIII, altri cinque missionari spagnoli, che avevano svolto la loro attività fra gli anni 1715-1747, vennero essi pure uccisi come conseguenza di una nuova ondata di persecuzione iniziata nel 1729 e con epigoni recrudescenti nel 1746. Era l'epoca degli imperatori Yung-Cheng e del figlio di lui K'ien-Lung. Beato Pietro Sans i Yordà, O.P, Vescovo, fu ucciso a Fuzou nel 1747. Beato Francesco Serrano, O.P., Sacerdote, Beato Gioacchino Royo, O.P., Sacerdote, Beato Giovanni Alcober, O.P., Sacerdote, Beato Francesco Díaz, O.P., Sacerdote, furono tutti e quattro uccisi il 28 ottobre 1748. Una nuova fase di regime persecutorio nei riguardi della religione cristiana venne poi a verificarsi nel secolo XIX. Mentre il cattolicesimo era stato autorizzato da alcuni Imperatori dei secoli precedenti, l'Imperatore Kia-Kin (1796-1821) pubblicò invece numerosi e severi decreti contro di esso. Il primo risale al 1805; due editti del 1811 erano diretti contro coloro fra i cinesi che studiavano per ricevere gli ordini sacri e contro i sacerdoti propagatori della religione cristiana. Un decreto del 1813 esonerava da ogni castigo gli apostati volontari, cioè i Cristiani che dichiaravano spontaneamente di abbandonare la fede cristiana, però colpiva tutti gli altri. In questo periodo subì il martirio il Beato Pietro Wu, laico catechista, cinese. Nato da famiglia pagana, ricevette il battesimo nel 1796 e passò il restante della sua vita annunziando la verità della religione cristiana. Tutti i tentativi per farlo apostatare furono vani. Emessa la sentenza di morte contro di lui, fu strangolato il 7 novembre 1814.
A questi fece seguito nella fedeltà a Cristo il Beato Giuseppe Zhang-Dapeng, laico catechista, commerciante, battezzato nel 1800 e divenuto poi l'anima della missione nella città di Kouy-Yang. Imprigionato, morì strangolato il 12 marzo 1815. In questo anno (1815) vennero emessi altri due Decreti con i quali si approvava la condotta del Vicerè del Sichuan che aveva fatto decapitare Mons. Dufresse, delle Missioni Estere di Parigi, e parecchi cristiani cinesi. Ne conseguì un inasprimento della persecuzione. Sono di quel periodo i seguenti martiri: Beato Giovanni Gabriele Taurin Dufresse, M.E.P., Vescovo, arrestato il 18 maggio 1815, condotto a Chengdu, condannato e giustiziato il 14 settembre 1815. Beato Agostino Zhao Rong, Sacerdote diocesano cinese che, essendo prima uno dei soldati che scortarono Mons. Dufresse da Chengdu a Beijin, era rimasto commosso dalla pazienza di questi ed aveva quindi chiesto di essere annoverato fra i neofiti: una volta battezzato, era stato mandato al Seminario e poi ordinato sacerdote. Arrestato, ebbe a soffrire crudelissimi supplizi e poi morì nel 1815. Beato Giovanni da Triora, O.F.M., Sacerdote, messo in prigione insieme ad altri nell'estate del 1815, fu poi condannato a morte e morì strangolato il 7 febbraio 1816. Beato Giuseppe Yuan, Sacerdote diocesano cinese, che, avendo ascoltato Mons. Dufresse parlare delle fede cristiana, era rimasto conquiso dalla bellezza di questa e quindi divenuto un esemplare neofita. Più tardi, ordinato sacerdote e, come tale, dedito alla evangelizzazione in vari distretti; venne arrestato nell'agosto 1816, condannato allo strangolamento e in tal modo ucciso il 24 giugno 1817. Beato Francesco Regis Clet della Congregazione della Missione, che dopo aver ottenuto il permesso di andare nelle missioni di Cina, si era imbarcato per l'Oriente nel 1791. Pervenutovi, trascorse per trent'anni una vita sacrificata di missionario: sostenuto da uno zelo indefesso, evangelizzò tre immense Province dell'Impero Cinese: il Jiangxi, l'Hubei e l'Hunan. Tradito da un cristiano, fu arrestato e gettato in prigione ove subì atroci supplizi. Con sentenza dell'Imperatore egli venne ucciso per strangolamento il 17 febbraio 1820. Beato Taddeo Liu, Sacerdote diocesano, cinese, che rifiutò di apostatare, dicendo che era sacerdote e voleva essere fedele alla religione che aveva predicato. Condannato a morte fu strangolato il 30 novembre 1823. Beato Pietro Liu, laico catechista, cinese, arrestato nel 1814 e condannato all'esilio in Tartaria, ove rimase per quasi venti anni. Ritornato in patria fu nuovamente arrestato e strangolato il 17 maggio 1834. Beato Gioacchino Ho, laico catechista, cinese, fu battezzato all'età di circa 20 anni. Nella grande persecuzione del 1814 era stato preso con molti altri fedeli e sottoposto a crudeli torture. Inviato in esilio in Tartaria, vi rimase poi quasi vent'anni; ritornato in patria fu arrestato nuovamente e si rifiutò di apostatare. In seguito a ciò, una volta confermata la sentenza di morte da parte dell'Imperatore, fu strangolato il 9 luglio 1839. Beato Augusto Chapdelaine, M.E.P., sacerdote della Diocesi di Coutances. Entrato nel Seminario delle Missioni Estere di Parigi, si imbarcò diretto alla Cina nel 1852; egli giunse nel Guangxi alla fine del 1854. Arrestato nel 1856, torturato, condannato a morire nella gabbia, spirò nel febbraio 1856. Beato Lorenzo Bai Xiaoman, laico, cinese, modesto operaio, che accompagnò il Beato Chapdelaine nell'asilo che era stato offerto al missionario e venne con lui arrestato e condotto al tribunale. Niente poté farlo apostatare. Fu decapitato il 25 febbraio 1856. Beata Agnese Cao-Guiying, vedova, era nata da antica famiglia cristiana; essendosi dedicata all'istruzione delle giovani ragazze recentemente convertite dal B. Chapdelaine, fu arrestata e condannata a morire nella gabbia, fu giustiziata il 1 marzo 1856. Il 28 gennaio 1858, per ordine del mandarino di MaoKou (nella provincia di Guizhou), furono uccisi tre catechisti, conosciuti come Martiri di MaoKou: Beato Girolamo Lu Tingmei, Beato Lorenzo Wang Bing, Beata Agata Lin Zao. Tutti e tre erano stati richiesti di rinunciare alla religione cristiana ed avendo essi dato risposta negativa furono condannati alla decapitazione. Il 29 luglio 1861 subirono contemporaneamente il martirio due seminaristi e due laici, dei quali uno era coltivatore e l'altra una vedova che prestava la sua opera come cuoca nel seminario. Essi sono noti come Martiri di Qingyanzhen (Guizhou): Beato Giuseppe Zhang Wenlan, seminarista, Beato Paolo Chen Changpin, seminarista, Beato Giovanni Battista Luo Tingying, laico, Beata Marta Wang-Luo Mande, laica. Nell'anno seguente, il 18 e 19 febbraio 1862, diedero la vita per Cristo altre 5 persone, conosciute come Martiri di Guizhou, e cioè: Beato Giovanni Pietro Néel, Sacerdote delle Missioni Estere di Parigi, Beato Martino Wu Xuesheng, laico catechista, Beato Giovanni Zhang Tianshen, laico catechista, Beato Giovanni Chen Xianheng, laico catechista, Beata Lucia Yi Zhenmei, laica catechista. Nel frattempo si erano verificati, nel campo della politica, alcuni episodi che ebbero notevoli ripercussioni sulla vita delle missioni cristiane. Nel 1842 la Francia si sostituì al Portogallo come potenza protettrice delle missioni e venne di conseguenza emanato un doppio decreto: l'uno del 1844 per cui era permesso ai Cinesi di seguire la religione cattolica e l'altro nel 1846 con il quale le antiche pene contro i cattolici venivano soppresse. La Chiesa poté da allora vivere all'aperto ed esercitare la sua azione missionaria, sviluppandola anche nell'ambito della educazione superiore, universitaria e della ricerca scientifica. Con il moltiplicarsi di vari Istituti culturali ad alto livello e grazie alla loro ben apprezzata attività, vennero gradualmente a stabilirsi dei legami sempre più profondi fra la Chiesa e la Cina con le sue ricche tradizioni culturali. Questa collaborazione con le autorità cinesi favorì in modo crescente il mutuo apprezzamento e la condivisione di quei veri valori che devono reggere ogni società civile. Trascorse così un secolo di espansione delle missioni cristiane, fatta eccezione per il periodo in cui si abbatté su di esse la sciagura della insurrezione dell'"Associazione della giustizia e dell'armonia" (comunemente nota come dei 'Boxers') che si verificò all'inizio del secolo XX e causò lo spargimento di sangue di molti cristiani. È noto che in questa rivolta confluirono tutte le società segrete e l'odio accumulato e represso contro gli stranieri degli ultimi decenni del secolo XIX a causa delle vicissitudini politiche e sociali seguite alla "guerra dell'oppio" e all'imposizione dei cosiddetti "Trattati disuguali" da parte delle Potenze Occidentali. Ben diverso però fu il movente della persecuzione dei Missionari anche se erano di nazionalità europea. Il loro eccidio fu determinato da una causa puramente religiosa: furono uccisi per lo stesso motivo col quale lo furono i fedeli cinesi che si erano fatti cristiani. Documenti storici ineccepibili mettono in evidenza l'odio anticristiano dal quale furono spinti i 'Boxers' a trucidare i Missionari e i fedeli locali che avevano aderito alla loro dottrina. Nei loro riguardi fu emesso un editto il 1 luglio 1900, in cui si diceva, in sostanza, che ormai il tempo delle buone relazioni con i Missionari europei e i loro cristiani era passato: che i primi dovevano essere subito rimpatriati e i fedeli costretti all'apostasia, pena la morte. In conseguenza a ciò si verificò il martirio di alcuni missionari e di molti cinesi che si raggrupparono nei gruppi seguenti: a) Martiri dello Shanxi, uccisi il 9 luglio 1900, e sono cinque Frati Minori Francescani: b) Martiri dell'Hunan Meridionale, uccisi il 7 luglio 1900, e sono tre Frati Minori Francescani c) Ai martiri francescani del Primo Ordine si aggiungono sette Francescane Missionarie di Maria, delle quali 3 francesi, 2 italiane,1 belga e 1 olandese: d) Dei martiri cinesi della famiglia francescana fanno pure parte 11 Francescani secolari, tutti cinesi. Ad essi si aggiungono alcuni fedeli laici cinesi. Quando la rivolta dei 'Boxers', iniziata nello Shandong, diffusasi poi nello Shanxi e nell'Hunan, raggiunse anche lo Tcheli Orientale Meridionale, allora Vicariato Apostolico di Xianxian, affidato ai Gesuiti, i cristiani uccisi si contarono a migliaia. Fra questi si trovarono 4 missionari gesuiti francesi e ben 52 laici cristiani cinesi, uomini, donne e bambini, il più anziano dei quali aveva l'età di 79 anni, mentre i due più giovani soltanto 9 anni. Tutti subirono il martirio nel mese di luglio 1900. Il fatto che questo considerevole numero di fedeli laici cinesi abbia offerto la vita a Cristo unitamente ai missionari che avevano loro annunciato il Vangelo e si erano prodigati per loro mette in evidenza la profondità dei legami che la fede in Cristo stabilisce, riunendo in una sola famiglia persone di razze e culture diverse, strettamente solidali fra loro non già per motivi politici, ma in virtù di una religione che predica l'amore, la fratellanza, la pace e la giustizia. Oltre a tutti quelli uccisi dai 'Boxers' finora menzionati deve ancora essere ricordato il Beato Alberico Crescitelli, sacerdote del Pontificio Istituto delle Missioni Estere di Milano, il quale svolse il suo ministero nello Shanxi Meridionale e fu martirizzato il 21 luglio 1900. La Chiesa ne fa memoria il 9 luglio. (Fonte: Santa Sede, da Internet, santi e beati)
Santa Giovanna Antida Thouret (1765 – 1826) Nacque presso Besançon in Francia il 27 novembre del 1765. Di povera famiglia era dedita alla vita faticosa dei campi. La piccola Giovanna, debole e tutt’altro che bella, sembrava destinata a una breve vita piena di sofferenze. Era di animo delicatissimo, di singolare gentilezza, sempre improntata a una dolce melanconia. A 16 anni rimase orfana della mamma, e fu tanto il suo dolore che sembrava doverla seguire nella tomba. Ma la sua tenera devozione alla Madonna la consolò e salvò. La fanciullezza e la giovinezza di Giovanna furono impiegate assiduamente nelle cure domestiche e nei lavori di campagna. Dopo la morte della mamma ne aveva prese le veci. Nonostante la sua giovane età e la debolezza di salute ogni forza le veniva dalla preghiera e dai Sacramenti. Sentendosi chiamata allo stato religioso, dopo ripetute preghiere e lacrime per vincere l’opposizione del padre, che tanto l’amava, potè entrare nel convento delle Figlie della Carità (Vincenzine) in Parigi. Aveva 22 anni. In breve si ammalò, e temendo di essere rimandata a casa, pregò tanto la Madonna che ottenne sicura guarigione. Fatta novizia non cessarono per lei le lusinghe di persone del mondo per ritrarla dalla via intrapresa, ma Giovanna resistette. Allo scoppio della rivoluzione francese, la povera suora, a 28 anni, si trovò ricacciata nel mondo e lontana dalla casa paterna. Si pose in cammino e dopo lungo viaggio giunse presso i parenti dove sfidando i pericoli della rivoluzione si diede alla cura di ragazzine e di infermi. Seguì l’abate Receveur a Friburgo e poi in Germania, ma dopo pochi mesi ritornava in Svizzera in abito di povera donna. Nel 1797 si portò a Besançon dove aprì una scuola per le giovani, senza mai lasciare la cura degli infermi. Ma i rivoluzionari che l’avevano minacciata la morte, la relegarono per un anno presso una povera donna. Nel 1799 rientrò in Besançon, aprì un’altra scuola con farmacia, e formò il primo nucleo delle suore della Carità. Ben presto le compagne e discepole di Giovanna Antida aumentarono e la nuova congregazione si estese in Francia, Svizzera, Savoia e a Napoli. Ma una dolorosa prova venne ad amareggiare la fondatrice. Le comunità di Besançon e limitrofe non volendo accettare la disposizione pontificia che stabiliva ogni comunità sotto la giurisdizione del vescovo del proprio territorio, rifiutarono di accogliere la loro Madre e Fondatrice recatasi là per pacificarle. Ella si trattenne per due anni a Parigi poi ritornò, ma di nuovo fu rigettata. Addolorata solo per l’ostinata opposizione al decreto del Santo Padre, si ritirò umilmente in disparte lasciando che in tutto si compisse la volontà di Dio. A Napoli passò l’ultima parte della sua vita esplicando una grande attività a incremento della sua congregazione. Il 24 agosto 1826 spirava col sorriso sulle labbra, benedicendo le figlie che la circondavano. Fu canonizzata da Pio XI nel 1934. La Chiesa ne fa memoria il 24 agosto. (Autore: Antonio Galuzzi, da Internet, santi e beati)
Santi Andrea Kim e compagni martiri di Corea tra il 1839 ed il 1867 La Chiesa coreana ha la caratteristica forse unica, di essere stata fondata e sostenuta da laici; infatti agli inizi del 1600 la fede cristiana comparve in Corea tramite le delegazioni che ogni anno visitavano Pechino in Cina, per uno scambio culturale con questa Nazione, molto stimata in tutto l’Estremo Oriente. E in Cina i coreani vennero in contatto con la fede cristiana, portando in patria il libro del grande padre Matteo Ricci “La vera dottrina di Dio”; e un laico, Lee Byeok grande pensatore, ispirandosi al libro del famoso missionario gesuita, fondò una prima comunità cristiana molto attiva. Nella primavera del 1784 l’amico ritornò con il nome di Pietro, dando alla comunità un forte impulso; non conoscendo bene la natura della Chiesa, il gruppo si organizzò con una gerarchia propria celebrando il battesimo e non solo, ma anche la cresima e l’eucaristia. Informati dal vescovo di Pechino che per avere una gerarchia occorreva una successione apostolica, lo pregarono di inviare al più presto dei sacerdoti; furono accontentati con l’invio di un prete Chu-mun-mo, così la comunità coreana crebbe in poco tempo a varie migliaia di fedeli. Il re nel 1802 emanò un editto di stato, in cui si ordinava addirittura lo sterminio dei cristiani, come unica soluzione per soffocare il germe di quella “follia”, ritenuta tale dal suo governo. Rimasti soli e senza guida spirituale, i cristiani coreani chiedevano continuamente al vescovo di Pechino e anche al Papa di avere dei sacerdoti; ma le condizioni locali lo permisero solo nel 1837, quando furono inviati un vescovo e due sacerdoti delle Missioni Estere di Parigi; i quali penetrati clandestinamente in Corea furono martirizzati due anni dopo. Un secondo tentativo operato da Andrea Kim Taegon, riuscì a fare entrare un vescovo e un sacerdote, da quel momento la presenza di una gerarchia cattolica in Corea non mancherà più, nonostante che nel 1866 si ebbe la persecuzione più accanita; nel 1882 il governo decretò la libertà religiosa. Nelle persecuzioni coreane perirono, secondo fonti locali, più di 10.000 martiri, di questi 103 furono beatificati in due gruppi distinti nel 1925 e nel 1968 e poi canonizzati tutti insieme il 6 maggio 1984 a Seul in Corea da Papa Giovanni Paolo II; di questi solo 10 sono stranieri, 3 vescovi e 7 sacerdoti, gli altri tutti coreani, catechisti e fedeli. Di seguito diamo un breve tratto biografico dei due capoelenco liturgico del gruppo dei 103 santi martiri: Andrea Kim Taegon e Paolo Chong Hasang. Andrea nato nel 1821 da una nobile famiglia cristiana, crebbe in un ambiente decisamente ispirato ai principi cristiani, il padre in particolare aveva trasformato la sua casa in una ‘chiesa domesticà, ove affluivano i cristiani ed i neofiti della nuova fede, per ricevere il battesimo, scoperto tenne con forza la sua fede, morendo a 44 anni martire. Aveva 15 anni quando uno dei
primi missionari francesi arrivati in Corea nel 1836, lo inviò a Macao per prepararlo al sacerdozio. Ritornò come diacono nel 1844 per preparare l’entrata del vescovo mons. Ferréol, organizzando una imbarcazione con marinai tutti cristiani, andando a prenderlo a Shanghai, qui fu ordinato sacerdote e insieme, di nascosto con un viaggio avventuroso, penetrarono in Corea, dove lavorarono insieme sempre in un clima di persecuzione. Paolo Chong Hasang. Eroico laico coreano, era nato nel 1795 a Mahyan, il padre Agostino e il fratello Carlo vennero martirizzati nel 1801, la sua famiglia composta da lui, la madre Cecilia e la sorella Elisabetta, venne imprigionata e privata di ogni bene, furono costretti ad andare ospiti di un parente, ma appena gli fu possibile si trasferì a Seul aggregandosi alla comunità cristiana; perlomeno quindici volte andò in Cina a Pechino in viaggi difficilissimi fatti a piedi, spinto dall’eroismo di una fede genuina, professata nonostante i gravi pericoli. Collaborò alacremente affinché il primo sacerdote Yan arrivasse in Corea e poi dopo di lui i missionari francesi: il vescovo Imbert ed i sacerdoti Maubant e Chastan. Fu accolto con la madre e la sorella dal vescovo Imbert, il quale desiderava farlo diventare sacerdote, ma la persecuzione infuriava e un apostata li tradì, facendoli imprigionare. Paolo Chong Hasang venne interrogato e torturato per fargli abbandonare la religione straniera a cui si era associato, ma visto la sua grande fermezza, venne condannato e decapitato il 22 settembre 1839, insieme al suo caro amico Agostino Nyon, anche lui firmatario di una petizione al Papa per l’invio di un vescovo in Corea. Anche la madre e la sorella vennero uccise dopo alcuni mesi. Il vescovo e i due sacerdoti delle Missioni Estere di Parigi, vennero decapitati anche loro nel 1839. La Chiesa ne fa memoria il 20 settembre. (Autore: Antonio Borrelli, da Internet, santi e beati)
Santa Maddalena di Canossa (1774 – 1835) Discende alla lunga dalla famosa Matilde di Toscana, signora di Canossa. La sua famiglia è tra le più illustri nell’Italia del tempo, ma poco fortunata: Maddalena e i suoi quattro fratelli perdono il padre da piccoli, la madre si risposa e li lascia; lei, a 5 anni, viene affidata a un’istitutrice che detesta; poi si ammala varie volte. A 17 anni la troviamo nel Carmelo di Trento contro la volontà dei parenti, poi per brevi giorni in quello di Conegliano (Treviso), ma questa non è vita per lei. Tornata a casa, stupisce tutti per il suo talento di amministratrice. Ma di nozze non si parla. E nel 1801 compaiono a palazzo Canossa due povere ragazze, che lei raccoglie: questa è la novità rivelatrice della sua vocazione. Non “regnerà” nel palazzo di famiglia, che ospita Napoleone e Alessandro I di Russia. La sua vocazione sono i poveri. L’accoglienza alle due ragazze era solo pronto soccorso, ma lei non vuole tenerle lì estranee, sempre inferiori. Devono avere casa propria (loro due e tantissime altre come loro) dove sentirsi padrone, istruirsi e realizzarsi al fianco delle maestre; e accanto a lei, la fondatrice, che nel 1808 otterrà da Napoleone l’ex convento delle Agostiniane veronesi, iniziandovi la vita comune. Nascono le Figlie della Carità: le suore educatrici dei poveri. Maddalena ne scrive le regole nel 1812, a Venezia: ve l’hanno chiamata Antonangelo e Marcantonio Cavanis (due fratelli patrizi, entrambi sacerdoti) per fondare un’altra casa d’istruzione per ragazze, mentre loro hanno creato le scuole gratuite maschili. Maddalena ottiene l’iniziale assenso pontificio per la sua opera da Pio VII, poco dopo la caduta di Napoleone. Ora sul Lombardo-Veneto regna l’imperatore Francesco I d’Asburgo, che nel 1816 visita Verona con la terza moglie, Maria Ludovica d’Este. Proprio a Verona la sovrana si ammala e muore: la sua camera ardente sarà apprestata in una sala di palazzo Canossa. Nel palazzo, però, Maddalena non compare più tanto spesso. Passa da Venezia a Milano e poi a Bergamo e a Trento, per fondare nuove sedi e scuole. La sua residenza patrizia in Verona ha accolto una sovrana, e le case che lei va creando accolgono le figlie dei sudditi più poveri, strappate alla miseria per renderle protagoniste della loro vita. Lei intanto lavora all’annoso iter per l’approvazione definitiva del suo istituto, e prepara l’apertura di altre sedi a Brescia e a Cremona. Ma la morte la coglie nella sua Verona a 61 anni: già "in concetto di santità", così dicono le cronache del tempo, definendo Maddalena "beneficientissima fino alla prodigalità". Ma soprattutto ha dato tutta sé stessa, consumandosi per l’opera, che crescerà ancora dopo la sua morte. Alla fine del XX secolo avrà oltre 2.600 religiose, operanti in tutto il mondo. Giovanni Paolo II l'ha proclamata santa il 2 ottobre 1988. La data del culto per la Chiesa Universale è il 10 aprile, mentre l'8 maggio viene ricordata dall'Istituto delle Figlie della Carità - dette Canossiane - dai Figli della Carità e dai Laici Canossiani, perchè l'8 maggio 1808 è la data ufficiale dell'inizio dell'Istituto Canossiano. Autore: Domenico Agasso, da Internet, santi e beati
San Pietro Chanel (1803 – 28 aprile 1841) Futuna è una piccola "espressione geografica", una minuscola isola indicata negli atlanti con un puntino tra l'equatore e il tropico del Capricorno nell'immenso Oceano Pacifico, un frammento delle Isole Figi. Oggi nel possedimento francese, meta di turisti amanti dell'esotico, la popolazione interamente cattolica vive una vita pacifica. Ma centoquarant'anni fa, e precisamente il 12 novembre 1837, quando vi sbarcò fortunosamente il missionario marista Pietro Chanel, in compagnia di un confratello laico, l'isoletta divisa in due da una montagna centrale e da due tribù perennemente in guerra non era affatto un approdo turistico. Solo il coraggio e la carità di un uomo di Dio potevano scegliere quella meta con tutti i rischi che comportava. Qui infatti Pietro Chanel avrebbe concluso la sua avventura di evangelizzatore, abbattuto a colpi di randello e di ascia il 28 aprile 1841 dal genero del capo tribù, Musumusu, irato perché tra i convertiti al cristianesimo figuravano già alcuni componenti della sua stessa famiglia. Pietro Chanel era nato in Francia a Cuet il 12 luglio 1803. A dodici anni, seguendo l'invito di uno zelante parroco, Trompier, iniziò gli studi seminaristici, che gli consentirono di entrare nel 1824 nel seminario maggiore di Bourg, dove ricevette tre anni dopo l'ordinazione sacerdotale. Avrebbe voluto recarsi subito in terra di missione, ma il suo vescovo aveva estremo bisogno di sacerdoti. Fu vicario ad Amberieu e a Gex, legandosi a un gruppo di sacerdoti diocesani, i maristi, che traducevano nello stesso ambito parrocchiale l'ideale missionario, sotto la guida di P. Colin. La Società di Maria, approvata dal Papa nel 1836, ebbe tra i primi membri P.Chanel, che nello stesso anno si imbarcò da Le Havre alla volta di Valparaiso, con destinazione Oceania. Quando la nave toccò Futuna, Pietro Chanel ebbe l'invito di scendere a terra e restarci, in compagnia del fratello laico Nicezio, ventenne. Fu una lenta e paziente penetrazione nel piccolo mondo di quella gente così diversa per abitudini di vita e mentalità. L'annuncio del Vangelo cominciò tuttavia a far presa nelle giovani generazioni. Ma questo successo segnò al tempo stesso il riacutizzarsi dell'ostilità delle vecchie generazioni. Il tributo di sangue di S. Pietro Chanel fu il prezzo per aprire finalmente le porte all'evangelizzazione dell'intera isola. Il nuovo martire cristiano, beatificato il 17 novembre 1889, fu iscritto nell'albo dei santi il 12 giugno 1954 e dichiarato patrono dell'Oceania. La Chiesa ne fa memoria il 28 aprile. (Autore: Piero Bargellini, da Intertnet, santi e beati)
Sante Bartolomea Capitanio (1807 – 1833) e Vincenza Gerosa, (1784- 1847)) Le vite di queste due donne sono intrecciate, sia perché entrambe di Lovere (Bergamo), sia perché si sono santificate in un'opera comune: assistere e curare i malati, per i quali crearono un nuovo ordine di suore. Anche per questa ragione la chiesa di Bergamo le festeggia lo stesso giorno. La Gerosa, al secolo Maria Caterina, era nata il 29 ottobre 1784. Con la sorella Rosa, aveva deciso di utilizzare la propria casa come ricovero per gli ammalati. L’idea venne realizzata nel 1826 e a dirigerla venne chiamata Maria Bartolomea Capitanio. Questa, nata il 13 febbraio 1807, si era diplomata maestra. Fin da bambina aveva sognato di dedicarsi alle opere di carità, particolarmente all'assistenza dei malati. Inizialmente aprì una scuola e raccolse i ragazzi in associazioni dedicate a San Luigi e ai Discepoli del Signore. Nel 1832 fu chiamata da Maria Caterina Gerosa ad amministrare l'ospedale sorto sei anni prima. Superfluo dire che la Capitanio vi portò tutto il suo entusiasmo, coinvolgente ed instancabile, nell'assistenza materiale e spirituale dei malati. In quel luogo di dolore e di sofferenza, ebbe l’idea di creare una congregazione dell'ordine delle Suore di Carità. Poiché queste dipendevano da Parigi - e la Lombardia allora era sotto l’Austria - per evitare eventuali complicazioni di carattere politico, la Capitanio fondò l'Istituto di Maria Bambina. Questo ebbe un ordinamento autonomo e si diffuse molto rapidamente, non solo in Italia. Maria Caterina entrò in questo Istituto, pronunziò i voti religiosi perpetui e cambiò il suo nome in Vincenza. Naturalmente fu la Capitanio a dirigere questa nuova congregazione e la Gerosa - benché più anziana - accettò di essere "seconda". Ma il Signore dispose le cose a modo suo e, il 26 luglio 1833, chiamò a sé Bartolomea Capitanio, che aveva solo 26 anni. Improvvisamente suor Vincenza Gerosa dovette assumere la responsabilità dell’Istituto, a 49 anni. Non volle che la chiamassero "superiora", ma preferì il titolo modesto di "anziana". Toccò a lei stendere le regole dell'Istituto, cosa che fece con saggezza e prudenza, tenendo presente, in particolar modo, lo sviluppo spirituale e culturale delle nuove suore. Benché non avesse una grande cultura, suor Vincenza Gerosa fu una sapiente direttrice spirituale ed una mirabile organizzatrice. Sotto la sua guida, l'Istituto crebbe e si diffuse. L’abilità e la capacità di suor Vincenza traevano forza dal Crocifisso, cioè nella conoscenza del sacrificio, della sofferenza, del patimento. E tuttavia, era sempre serena e fiduciosa. Nel 1840 il Pontefice Gregorio XVI approvò l'Istituto di Maria Bambina, che - alla morte di suor Vincenza, avvenuta il 20 giugno 1847 - contava già 24 case, di cui una in Palestina e una in America. Le due meravigliose donne - Vincenza Gerosa e Bartolomea Capitanio - furono beatificate da Pio XI: Bartolomea nel 1929 e Vincenza nel 1933. Entrambe furono poi canonizzate dal successore, Pio XII, nel 1950. La memoria di Santa Vincenza ricorre il 28 giugno e quella di Santa Bartolomea il 26 luglio: la Chiesa di Bergamo, però, le commemora insieme il 18 maggio. (Ciro di Conza, da Internet, sante Bartolomea e Vincenza)
San Gaspare del Bufalo (1786 – 1837) Nato a Roma il 6 gennaio 1786 da Antonio ed Annunziata Quartieroni, fin dai primi anni si fece notare per una vita dedita alla preghiera e alla penitenza. Completati gli studi presso il Collegio Romano, nel 1798 indossò l'abito talare e si diede ad organizzare opere di assistenza spirituale e materiale a favore dei bisognosi. Ordinato sacerdote il 31 luglio 1808, intensificò l'apostolato fra le classi popolari fondando il primo oratorio in S. Maria in Pincis e specializzandosi nella evangelizzazione dei " barozzari ", carrettieri e contadini della campagna romana, che avevano i loro depositi di fieno nel Foro Romano, chiamato allora Campo Vaccino. Per la Chiesa, intanto, correvano tempi duri: nella notte dal 5 al 6 luglio 1809 Pio VII fu fatto prigioniero e deportato. Il 13 giugno 1810 Gaspare rifiutò il giuramento di fedeltà a Napoleone e venne condannato all'esilio e poi al carcere, che sostenne con animo sereno per quattro anni. Tornato a Roma nei primi mesi del 1814, dopo la caduta di Napoleone, mise le sue forze e la sua vita al servizio del Papa. Pio VII gli diede l'ordine di dedicarsi alle missioni popolari per la restaurazione religiosa e morale. Quale mezzo efficacissimo per promuovere la conversione dei peccatori, per debellare lo spirito di empietà e di irreligione, scelse la devozione al Sangue Preziosissimo di Gesú e ne divenne ardentissimo apostolo. il 15 agosto 1815 fondò la Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue, a cui si iscrissero uomini di grande santità, come il ven. servo di Dio d. Giovanni Merlini, Giovanni Mastai Ferretti, il futuro Pio IX . Nel 1834, inoltre diede inizio all'Istituto delle Suore Adoratrici del Preziosissimo Sangue, coadiuvato dalla beata Maria De Mattias, che egli stesso aveva chiamato a tale missione. Sostenne con straordinario coraggio la lotta accanita che gli mossero le società segrete, in particolare la massoneria. Nonostante le loro minacce e gli attentati alla sua stessa vita, non cessò mai di predicare apertamente contro tali sette, fucine di rabbioso laicismo ateo; convertì intere logge massoniche e non si stancò di mettere in guardia il popolo contro la loro propaganda satanica. Ma un'altra piaga vessava lo Stato Pontificio, come, del resto, anche altre regioni: il brigantaggio. Leone XII, dietro consiglio del card. Belisario Cristaldi, inviò in mezzo a loro Gaspare, che con le sole armi del crocifisso e della misericordia evangelica, riuscì a ridurre la terribile piaga nei dintorni di Roma ed a riportare pace e sicurezza tra le popolazioni. Morí a Roma il 28 dicembre 1837. Fu beatificato da s. Pio X il 18 dicembre 1904 e canonizzato da Pio XII il 12 giugno 1954 in piazza S. Pietro. Il suo corpo riposa a Roma nella chiesa di S. Maria in Trivio. La sua data di culto per la Chiesa Universale è il 28 dicembre, mentre la sua Congregazione lo ricorda in data 21 ottobre. (Autore: Candido Paglia, da Internet, santi e beati)
San Giuseppe Benedetto Cottolengo (1786 – 30 aprile 1842) La parola “Cottolengo” è solita evocare nell’immaginario collettivo più una struttura gestita da suore ospitante ammalati gravi, piuttosto che rimandare alla figura del santo fondatore, la cui vicenda terrena cade spesso in secondo piano e vuole dunque essere oggetto della presente scheda agiografica. Giuseppe Benedetto Cottolengonacque a Bra (Cuneo) il 3 maggio 1786, primogenito di dodici fratelli, da un modesto esattore del pubblico erario. Dalla mamma ereditò quel tenero amore per i poveri e i malati che lo contraddistinse per l’intera vita. Quando il figlio aveva cinque anni ella lo sorprese a misurare le pareti di una stanza, che egli già sognava di poter riempire di letti per i sofferenti non appena ne avesse avute le possibilità. Crebbe con una corporatura assai gracile ed a scuola, dove assolutamente non eccelleva, solo dopo una novena a San Tommaso d’Aquino poté divenire uno dei primi della classe. All’età di soli dieci anni Giuseppe si propose di vivere alla presenza di Dio e di farsi santo. Trasportato da un innato fervore religioso, di giorno era solito animare la casa con i canti imparati in parrocchia ed alla sera, al suono di un ferro di cucina, richiamava i familiari a pregare dinanzi al quadro della Vergine Maria. Già terziario francescano, il 2 ottobre 1802 il Cottolengo ricevette la veste talare dalle mani del parroco. Nel 1805 entrò nel seminario di Asti, che però dopo due anni fu chiuso ed il santo fu costretto a continuare in famiglia gli studi sino all’ordinazione presbiterale che gli fu conferita l’8 giugno 1811. Rendendosi conto della deficienza degli studi teologici condotti, in particolare in occasione delle confessioni a Bra ed a Corneliano d’Alba, dove era stato inviato come vicecurato, chiese con insistenza di poter integrare i suoi studi a Torino. Nel 1816 finalmente conseguì così il dottorato in teologia. Dopo aver svolto ancora per due anni il suo ministero nella terra natia, nel 1818 ricevette la nomina a canonico della basilica torinese del Corpus Domini, dove per nove anni profuse instancabilmente le sue forze, supplicando il sacrista di lasciare in pace i canonici più anziani: “Io sono giovane, diceva, chiamate me per ogni occorrenza. Che ci sto qui a fare se non mi occupo?”. Divenne così ben presto l’apostolo della confessione, il consolatore dei malati ed il soccorritore dei poveri. A questi ultimi donava tutto quanto gli fosse possibile: i compensi delle predicazioni, le elemosine delle Messe, i regali ricevuti dalla famiglia e le elargizioni dei bottegai. Per sollevare dalla miseria il più grande numero possibile di indigenti il Cottolengo persino d’inverno faceva economia nel proprio abbigliamento e nel riscaldamento. I torinesi del tempo presero a chiamarlo il “canonico buono”, ma il santo preferiva continuare a considerarsi un contadino di Bra incapace di tutto se non che di piantare cavoli. Il Cottolengo percepiva però che quella non era veramente la sua vocazione ed ipotizzò di essere chiamato alla vita religiosa, ma il suo confessore Padre Fontana, oratoriano di San Filippo Neri, all’inizio del 1826 gli disse apertamente: “Voi non sarete né Filippino, né claustrale, ma un povero sacerdote di Torino, perché Dio vuole servirsi di voi per opere di sua gloria”. Dopo aver letto la vita di San Vincenzo dé Paoli, il Cottolengo comprese allora che la sua vera strada era quella della carità. La definitiva vocazione gli fu svelata da un pietoso episodio nel settembre 1827, quando la famiglia Gonet, con tre bambini, transitante da Milano a Lione, aveva trovato ristoro in un’osteria della parrocchia del Corpus Domini. La moglie si disponeva già a ripartire, quando, colta da grave malore, morì assistita dal “Canonico buono” dopo essere stata respinta dall’ospedale dei tubercolotici poiché incinta e dall’ospizio di maternità in quanto malata. Il santo pensò allora di istituire un ricovero che potessero spalancare le porte ad ogni sorta di infelici. L’opera prese il via il 17 gennaio 1828 con quattro letti in alcune stanze affittate nella casa detta della Volta Rossa. Non mancò di trovare forte opposizione tra i confratelli ed i parenti, ma a tutti Padre Fontana ripeteva: “Lasciatelo fare”. I primi collaboratori furono il medico Lorenzo Granetti, il farmacista regio Paolo Anglesio e dodici visitatrici dei malati dette “Dame di Carità”, che riunì sotto la direzione della ricca vedova Marianna Nasi. Quando a Torino nel 1831 scoppiò il colera, l’ospedaletto fu chiuso a causa del pericolo di contagi. Il Cottolengo, convinto che “i cavoli, perché prosperino, devono essere trapiantati”, comprò un casetta a Valdocco, proprio nella zona ove poco dopo sarebbe fiorite anche le opere fondate da Giulia di Barolo e San Giovanni Bosco, e vi si trasferì il 27 aprile 1832 con due suore ed un canceroso, adagiato su di un carretto trainato da un asinello. Queste furono le umilissime origini della Piccola Casa della Divina Provvidenza. Il vasto terreno, con l’aiuto di parecchi benefattori e specialmente del Cavalier Ferrero, si costellò ben presto di vari ospedaletti, asili e orfanotrofi. L’unico valido mezzo per portare a compimento la grandiosa opera fu un’illimitata fiducia nella Provvidenza Divina, invocata con costante orazione, e nessuna diretta richiesta fu mai rivolta alla generosità dei torinesi o della corte. Per non far torto alla Provvidenza, il padre fondatore non volle saperne di contabilità o di rendiconti, profondamente convinto che “a chi straordinariamente confida, Dio straordinariamente provvede”. Sulle sue labbra non risuonavano che espressioni del tipo “Avanti in Domino, Provvidenza e Deo gratis”. Nel 1833 il re Carlo Alberto di Savoia eresse l’opera ad ente morale e nominò il Giuseppe Benedetto Cottolengo cavaliere dell’Ordine Mauriziano. Il santo accettò sentenziando: “Passino i doni ai miei poveri. Io ritengo la croce. Provvidenza e croce sono due cose che vanno unite”. Al termine dell’anno era già pronto un primo grande ospedale da 200 posti letto, al quale ne seguì un altro per tutti i soggetti rifiutati dalla società. Egli stesso riceveva i malati alla porta a capo scoperto, per affidarli alle suore dicendo: “Sono doni di Dio. Siano le vostre pietre preziose”. Al servizio di questa nascente cittadella della carità, il Cottolengo istituì nel 1833 le Suore Vincenzine; nel 1841 le Suore della Divina Pastora per curare la preparazione delle ricoverate ai sacramenti; nel 1839 le Suore Carmelitane Scalze dedite alla via contemplativa; nel 1840 le Suore del Suffragio per i lavori di cucito e le Suore Penitenti di Santa Taide per la conversione delle traviate; infine nel 1841 le Suore della Pietà per assistere i morenti. Era solito ripetere alle sue più strette collaboratrici: “Presenza di Dio, occhi bassi, testa alta, abitino al collo e rosario al fianco. Così, in mezzo ad un reggimento di soldati, sarete senza timore”. Per l’assistenza ai malati di sesso maschile istituì i “Fratelli di San Vincenzo”, per l’amministrazione dei sacramenti i “Sacerdoti della Santissima Trinità”, nonché il reparto giovanile dei “Tommasini”, cioè seminaristi aspiranti al sacerdozio. A tutti ripeteva spesso: “Non lasciatemi mai, a qualunque costo, la comunione quotidiana! Ciò che tiene in piedi la Piccola Casa sono le preghiere e la comunione”. Infatti, quando era a corto di viveri o di soldi, il santo era solito inginocchiarsi ai piedi della Vergine ed ottenere così infallibilmente tutto quanto gli occorreva. Gregorio XVI con un breve approvò l’operato del Cottolengo, ma il padre dei poveri non si montò la testa e continuò ad essere l’umile servo della Divina Provvidenza, sempre pronto a giocare con i più idioti, a trasportare fasci di legna o ceste di verdure, a fare le pulizie calzando zoccoli di legno e rivestito di una vecchia tonaca, restando nella sua ferma convinzione di essere soltanto un contadino capace di piantare cavoli. Eppure Dio gli aveva addirittura concesso il dono di leggere nei cuori altrui, di prevedere il futuro e di conoscere anche le circostanze della propria morte. Nel febbraio 1842 il santo passò diverse settimane a sbrigare affari che non parevano urgenti, dopodichè. Poi visitò tutte le case che aveva fondato ed ovunque lasciò chiaramente intendere che quello era il suo ultimo addio. “Pregate per me, che sono alla fine dei miei giorni. Vi benedico per l’ultima volta. Ora non posso più nulla per la Piccola Casa, ma giunto in cielo pregherò e continuerò ad essere il vostro padre, e voi ricordate le parole che vi disse questo povero vecchio”. Il 21 aprile 1842 affidò al Canonico Luigi Anglesio la direzione della sua opera per potersi ritirare presso il fratello, canonico nella collegiata di Chieri. In tale città morì santamente il 30 aprile 1842 nel letto che dodici ani prima si era fatto preparare, dopo aver esclamato: “Mi sono rallegrato perché mi è stato detto: Andiamo nella casa del Signore”. Il re Carlo Alberto, saputo della sua dipartita, rimpianse la perdita del grande amico. Giuseppe Benedetto Cottolengo fu sepolto a Torino nella Piccola Casa, in una cappella della chiesa principale, dove riposa ancora oggi. In seguito ai numerosi miracoli verificatisi per sua intercessione, il pontefice Benedetto XV lo beatificò il 28 aprile 1917 e Pio XI infine lo canonizzò il 19 marzo 1934. Oltre alla commemorazione nel Martyrologium Romanum, calendario ufficiale della Chiesa Cattolica, il santo Cottolengo per le sue peculiari opere caritatevoli ha meritato di essere citato nella prima lettera enciclica del Papa Benedetto XVI “Deus caritas est”. La Chiesa ne fa memoria il 30 aprile. (Autore: Fabio Arduino, da Internet, santi e beati)
Beato Ludovico Pavoni (1784 – 1 aprile 1849) 27 maggio Lodovico Pavoni nacque a Brescia l’11 settembre 1784 da genitori nobili e benestanti. Egli si rivelò subito un ragazzo vivace e geniale, dotato di grande intelligenza, aperto a molti interessi, sensibile ai problemi sociali. Ordinato sacerdote nel 1807, si dedicò subito ad un’intensa attività catechistica, fondando presto un suo “oratorio” sapientemente organizzato per l’educazione cristiana dei ragazzi e degli adolescenti più poveri, precorrendo così i moderni centri educativi diurni e l’associazionismo giovanile. Mons. Gabrio Nava nel 1812 lo sceglie quale suo segretario, pur concedendogli di continuare la direzione dell’oratorio, divenuto assai fiorente e con centinaia di assidui frequentanti. Nel 1818 lo nomina canonico del duomo e lo autorizza a dedicarsi interamente alla fondazione di un“Collegio d’arti”, che dal 1821 si chiamerà “Pio Istituto S. Barnaba”, per adolescenti e giovani poveri o abbandonati, ai quali in seguito aggiunse una sezione per sordo-muti. Nei trent’anni che seguirono Lodovico Pavoni sviluppò un suo metodo educativo, che lo pone all’avanguardia degli Educatori più illuminati dell’800; organizzò un modello di istruzione e di avviamento al lavoro che prelude alle moderne scuole professionali; diede inizio ad un’eccezionale attività tipografica ed editoriale, precorrendo l’apostolato attuale dei mezzi della comunicazione sociale; introdusse nel mondo del lavoro sapienti riforme di assoluta novità, anticipando di mezzo secolo la dottrina sociale della “Rerum Novarum”; infine fondò la Congregazione religiosa dei Figli di Maria Immacolata, che apparve così nuova e audace (i “frati operai”) da lasciare a lungo perplesse autorità civili e religiose, che solo dopo oltre un decennio di pratiche estenuanti le diedero il riconoscimento ufficiale. Padre Lodovico Pavoni morì il 1° aprile 1849 a Saiano, presso Brescia, vittima eroica del suo prodigarsi per portare in salvo i suoi ragazzi dal pericolo dei combattimenti delle Dieci Giornate di Brescia. A Milano sono più conosciuti come i “ Pavoniani” o “Artigianelli” con la loro casa editrice “Ancora”. La Chiesa nel 1947 riconobbe l’eroicità delle sue virtù e lo propose come modello di vita cristiana. Papa Giovanni Paolo II lo ha dichiarato beato il 14 aprile 2002. La data del culto è collocata al 1° aprile, mentre la sua Congregazione lo festeggia il 28 maggio. (Autore: P. Giuseppe Rossi, da Internet, santi e beati)
San Vincenzo Pallotti (1795 – 1850) Va bene, è un buon prete. Ottima preparazione, confessore al Seminario Romano e al Collegio Urbano di Propaganda Fide, attivo in molte opere di carità. Ma perché fondare una “società per l’apostolato cattolico”, come se per questo non ci fossero già le strutture della Chiesa? E, per di più con laici, uomini e donne? Vincenzo Pallotti, romano, nato nel 1795 e prete dal 1818, va incontro a diffidenze e ostacoli nel mondo ecclesiastico perché come pochi altri (don Nicola Mazza a Verona, per esempio) capisce ciò che il tempo esige dai cattolici. Dopo il tornado della Rivoluzione francese e di Napoleone, vescovi, preti, religiosi, studiosi, si spendono generosamente in difesa della fede. E lui vede e apprezza. Ma dice che non basta, non basta più: il problema vero non è proteggere il recinto dei credenti. No, ora bisogna conquistare altri credenti ancora, dappertutto, abbattendo i recinti. E aggiunge: questo è compito di tutti, perché ogni singolo cristiano ha il dovere di custodire la fede e di diffonderla dove non c’è ancora o non c’è più. Questo è un programma di attacco. Vincenzo rispetta il mandato apostolico peculiare del Papa, dei vescovi, del clero; ma parla poi di “apostolato cattolico” come dovere e competenza di ogni credente, perché "a ciascuno ha comandato Iddio di procurare la salute eterna del suo prossimo". Su questa base sorge nel 1835 l’Opera dell’Apostolato Cattolico, associazione di laici che avrà come “parte interna e motrice” una comunità di sacerdoti, seguita dalla congregazione delle suore dell’Apostolato Cattolico (chiamati comunemente Pallottini e Pallottine). Scopo: far conoscere Cristo con la parola, l’insegnamento, le opere di carità spirituale e materiale. Gregorio XVI approva l’Opera e a Roma tutti hanno grande stima per don Vincenzo. Ma la sua società d’apostolato, dopo un buon inizio, passa da un ostacolo all’altro, e vede sempre rinviata l’approvazione delle sue regole (fino al 1904). Vincenzo muore con la fama di sant’uomo che ha fatto uno sbaglio. Quello sbaglio che però andrà avanti, trovando i Pallottini sempre vivi e operosi alla fine del XX secolo. Quello sbaglio che ha portato aria nuova nella Chiesa, ma che rallenterà la causa della sua canonizzazione, sempre con malintesi e miopie intorno all’iniziativa. Ci vorrà Papa Pio XI a spazzare riserve e diffidenza, proclamando Vincenzo "operaio vero delle missioni", "provvido e prezioso antesignano e collaboratore dell’Azione Cattolica". Giovanni XXIII lo proclamerà santo nel 1963. Due anni dopo, il decreto Apostolicam actuositatem del Vaticano II dirà solennemente: "I laici derivano il dovere e il diritto all’apostolato dalla loro stessa unione con Cristo Capo". Le parole di Vincenzo Pallotti risuoneranno così, dopo 130 anni, nella Chiesa universale con la voce di Paolo VI e dei vescovi di tutto il mondo. La Chiesa ne fa memoria il 22 gennaio. (Autore: Domenico Agasso , da Internet, santi e beati)
Beato Giovanni Mazzucconi (1826 - settembre 1855) Estate 1845: un piccolo gruppo di seminaristi organizza una gita in calesse alla Certosa di Pavia. Tra questi c'é Giovanni Mazzucconi e il suo amico Carlo Salerio. Vi si fermano alcuni giorni e, oltre ad ammirare l'arte di questo splendido luogo di preghiera e riposarsi nella quiete, hanno occasione di incontrare e di poter parlare a lungo con il priore p. Suprier che si é fatto certosino, dopo essere stato missionario in India. Egli rivela a questi giovani il suo desiderio di veder nascere in Italia un seminario per le missioni estere. Racconta loro della sua vita in India, l'esperienza fatta e le persone incontrate, il bene compiuto e ricevuto. I seminaristi ne rimangono ammirati e affascinati. Giovanni e Carlo in maniera particolare. Così che, rientrati nel loro seminario di S. Pietro Martire a Monza, iniziano un'intensa corrispondenza con il priore.«Come mai in Italia non c'é ancora un istituto che prepari i sacerdoti desiderosi di andare in missione?», si domanda p. Suprier e le sue parole rimbalzano nel cuore di quei giovani, che si sentono interrogati personalmente. Giovanni comincia a coltivare dentro di sé questo sogno e per "portarsi avanti" si mette a studiare le lingue straniere: all'inglese, che già studia da tempo, aggiunge il francese e il tedesco. Però non parla ai compagni della sua vocazione missionaria, per non correre il rischio di essere frainteso. Si confida, invece, con il suo direttore spirituale, dal quale riceve una risposta secca: «Sei matto? Le tue Indie sono qui!». Un colpo duro, eppure non si scoraggia. Anzi, dopo aver trascorso dieci giorni di esercizi spirituali, nel 1846, con il p. Suprier, rafforza la sua decisione. Deve comunque attendere non solo di diventare sacerdote, ma addirittura che nasca, nella diocesi di Milano, il primo istituto missionario italiano. Ma anche questo non é un sogno irrealizzabile. Infatti Angelo Ramazzotti, giovane laureato in legge che ha lasciata l'avvocatura per diventare sacerdote negli Oblati di Rho, da tempo coltiva un vivace e coinvolto interesse per la missione. Nel novembre 1847 giunge a Milano, da Roma, mons. Luquet, delegato apostolico in Svizzera, con l'incarico di comunicare ai vescovi della Lombardia il desiderio di Papa Pio IX che nasca, proprio a Milano, un istituto missionario. L'appoggio e la benevolenza del Papa permette a Ramazzotti, che nel frattempo é stato nominato superiore degli oblati, di vincere ogni esitazione e di impegnarsi personalmente nella realizzazione di questo progetto. Come primo superiore e direttore viene scelto mons. Giuseppe Marinoni, chiamato a sostituire Ramazzotti che, nel frattempo, é stato nominato vescovo di Pavia.Il 25 maggio 1850 Giovanni viene ordinato sacerdote. Due mesi dopo riceve una lettera di mons. Ramazzotti che lo invita a partecipare all'inaugurazione del nuovo "Seminario missionario", che avrà come sede la casa ereditata dal padre, che si terrà a Saronno il 31 luglio. Da quel giorno, Giovanni Mazzucconi, Carlo Salerio, altri tre sacerdoti e due catechisti, insieme al rettore e al fondatore mons. Ramazzotti, iniziano questa nuova "avventura".Insieme vengono redatte le regole o "costituzioni" dell'Istituto nascente. Insieme si preparano alla partenza, attraverso la preghiera, lo studio e le attività caritative, allenandosi allo spirito missionario di sobrietà e sacrifico. Insieme, da subito, sognano di andare in Oceania. Sanno che questo immenso continente, disperso sull'infinita superficie dell'oceano Pacifico, rappresentano una missione vergine e difficile. E questo diventa il criterio decisivo per la scelta: «L'istituto - é infatti scritto nelle "Regole" del 1886 - fin dall'inizio mirò ad avere missioni proprie, e tra le popolazioni più derelitte e più barbare». Sono al corrente, inoltre, che i Maristi hanno chiesto a Propaganda Fide di abbandonare la missione della Melanesia-Micronesia, per le difficoltà incontrate e perché già impegnati in altre parti dell'oceano Pacifico. Per loro il sogno si identifica con quel luogo, tanto che, quando sembra che il Papa proponga loro altre destinazioni, quali Ceylon (l'attuale Sri Lanka) o l'isola greca di Corfù, pur nella piena disponibilità ad obbedire, Salerio scrive: «Il nostro cuore viene ancora vivamente amareggiato ogniqualvolta pare che si voglia allontanare dall'Oceania la povera opera del nostro ministero. Chi ci ha posta in cuore tanta affezione per quei popoli, che nessuno di noi finora ha conosciuto, affezione che tanto più cresce quanto é maggiore il timore che venga ancora differita per quelle nazioni la luce del Vangelo, diffusavi dall'Altissimo per opera dei suoi servi inutili?».Il 2 dicembre 1851, dopo mesi di sofferta attesa, giunge a Milano, dove nel frattempo si é trasferito il Seminario per le Missioni Estere, la lettera del cardinale Fransoni, di Propaganda Fide, che comunica l'assegnazione ufficiale del campo di missione: la Melanesia - Micronesia!Tre mesi e mezzo più tardi, il 16 marzo 1852, l'arcivescovo di Milano consegna il crocifisso ai padri Paolo Reina, "capo della spedizione", Giovanni Mazzucconi, Carlo Salerio, Timoleone Raimondi, Angelo Ambrosoli e ai "fratelli catechisti" Giuseppe Corti e Luigi Tacchini. A mezzogiorno del Sabato Santo dello stesso anno salpano da Londra. Un bastimento a vela su cui Mazzucconi e i suoi compagni rimangono tre mesi e mezzo prima di approdare a Sydney, in Australia.Il mattino del 25 luglio, sono in vista le coste dell'Australia e il giorno seguente gettano l'ancora nel porto di Sydney. Ma il viaggio dei sette missionari non é ancora finito. Due mesi nella procura dei Maristi, durante i quali studiano la lingua e i costumi degli abitanti delle isole a cui sono destinati, poi salpano nuovamente verso Woodlark e Rook.Sulla goletta francese Jeune Lucie i pensieri si accavallano e gli stati d'animo si intrecciano. Ai sette giovani missionari sembra di sognare a occhi aperti. Ed ecco apparire, sulla linea dell'orizzonte, il profilo delle isole che, via via, si fa piùdistinto. Scogliere a picco sul mare si alternano a spiagge di finissima sabbia e piùin là un'interminabile fila di cocchi piumati, di mangrovie, di bougainvillee e di orchidee. Un fitto intreccio di vegetali chiude il passaggio verso l'interno montuoso, coperto di foresta. Un vero "paradiso terrestre".A Woodlark la comitiva si divide: i pp. Salerio e Raimondi, con un catechista, rimangono nell'isola, mentre i pp. Reina e Ambrosoli, con l'altro catechista, Mazzucconi e un padre Marista che li accompagna, fanno rotta verso l'isola di Rook, dove giungono il 28 ottobre 1852. É qui che vivrà per due anni e mezzo p. Giovanni.Mentre a Woodlark i missionari trovano già alcune case, a Rook c'é solo un capannone costruito dai maristi l'anno della loro permanenza sull'isola (1847-48). Esso é separato internamente da pareti di cortecce d'albero e un graticcio orizzontale divide il capanno in due piani: sotto l'abitazione e sopra il magazzino; il tetto é coperto da tegole. Mazzucconi però, nelle sue lettere, non si lamenta mai delle condizioni materiali di vita. L'abitudine alla mortificazione gli rende più facile accettare una situazione che, per noi, sarebbe quasi insopportabile: l'isolamento totale che dura un anno e anche più(solo una volta l'anno giunge da Sydney una nave noleggiata apposta dalla missione per portare la posta e qualche rifornimento di cibo e medicine), il clima costantemente umido e caldo, zanzare e insetti a profusione, il cibo poverissimo a base di radici di taro, da cui si ricava una farina simile alla manioca. Contrariamente a quanto fanno i missionari di Woodlark, quelli di Rook scelgono la via dell'evangelizzazione indiretta: «Per adesso - scrive Mazzucconi - la missione bisogna farla con lo stare sempre con la gente locale e impararne la lingua e poi, quando il Signore vorrà, gli parleremo di Lui». E i missionari, intanto, fanno di tutto per aiutare gli isolani a migliorare le loro condizioni di vita: insegnano a fare la calce e i mattoni, a lavorare il ferro e a usare la ruota, introducono nuove colture con sementi portate dall'Australia (mais, aranci, pomodori, carote, patate e viti), ma non riescono a convincere gli indigeni ad adottare un'agricoltura più evoluta né a coltivare con un minimo di razionalità. Così come sono inutili gli sforzi di insegnare loro a cucire, a purificare l'acqua stagnante, ad applicare i principi base dell'igiene. Il rispetto della tradizione é assoluto, come il rifiuto di ogni novità. Gli abitanti disprezzano i missionari e non capiscono il motivo per cui sono venuti nell'isola.Inoltre, estenuati da fatiche e disagi, questi giovani missionari sono continuamente tormentati da febbri e malattie, che peggiorano per la mancanza di medicine e di nutrimento adeguato. Mazzucconi é colpito dalla malaria fin dall'inizio. Si indebolisce a vista d'occhio anche per la scarsezza di cibo.Nel gennaio del 1855, i cinque missionari si trovano in una situazione disastrosa. Almeno due, il catechista Corti e lo stesso Mazzucconi, sono quasi in fin di vita: il corpo si é gonfiato all'inverosimile e la pelle comincia a spaccarsi e a coprirsi di piaghe con dolori indicibili. I denti diventano neri e gli eccessi di febbre e di delirio si succedono senza tregua: «P. Reina - scrive Giovanni - cominciò a farmi certe interrogazioni... e io feci testamento». Non ha ancora ventinove anni. Il 20 gennaio 1855 ecco giungere la nave attesissima, con tre mesi di ritardo e il superiore Reina ordina a Mazzucconi di lasciare l'isola per recarsi in Australia a ristabilirsi. Ma il capitano della nave, che deve fare numerosi scali commerciali, é indeciso se caricare a bordo "quel cadavere ambulante". Si rifiuta decisamente di imbarcare il catechista, incapace di stare in piedi. A Sydney la sua salute migliora di giorno in giorno e non vede l'ora di ritornare dai suoi confratelli con i rifornimenti. Così, il 18 agosto 1855, salpa dal porto di Sydney sulla piccola nave "Gazelle". Non sa che il catechista Corti nel frattempo é morto e che da Roma é arrivata la notizia che nessun altro missionario italiano li avrebbe raggiunti, per non mettere a repentaglio altre vite. Ma soprattutto non può sapere che i suoi compagni, vista la situazione così disperata, hanno deciso di lasciare, almeno momentaneamente, le isole e si sono messi in viaggio già da quaranta giorni. Sbarcheranno in Australia qualche giorno dopo la sua partenza. Nella prima quindicina di settembre la Gazelle entra nella baia di Woodlark e gli indigeni accorrono numerosi sulla spiaggia. Ma il capitano, poco pratico di quel mare, fa incagliare la nave sulla barriera corallina. Dalla spiaggia, allora, parte una canoa con a bordo quattro uomini, tra i quali Puarer, un amico di p. Giovanni (quello che in seguito racconterà lo sviluppo degli avvenimenti), che lo informa della partenza dei suoi confratelli. Ma intanto, a riva, gli indigeni decidono di approfittare della situazione per sfogare il loro odio, covato a lungo, verso i missionari. Numerose canoe si staccano dalla spiaggia e si dirigono verso la nave, circondandola. Due indigeni balzano sulla "Gazelle" e uno di essi, Aviocar, si dirige deciso verso il missionario, con la mano tesa in segno di saluto, ma improvvisamente estrae una scure da sotto il perizoma e con essa lo colpisce violentemente sul capo. É l'inizio del massacro. Dopo di lui tutti i marinai vengono trucidati e i loro cadaveri gettati in mare. Quando, parecchi mesi dopo, p. Raimondi può finalmente tornare a Woodlark alla ricerca del confratello trova solo lo scafo riverso della "Gazelle", abbandonato sugli scogli. Il 19 febbraio 1984, il martire Giovanni Mazzucconi, a 129 anni dalla sua morte, viene proclamato Beato da Papa Giovanni Paolo II, in San Pietro a Roma. La Chiesa ne fa memoria il 10 settembre. (Fonte: Santa Sede, fa Internet, santi e beati)
Beata Caterina Cittadini (1801 - 1857) Caterina Cittadini nasce a Bergamo il 28 settembre 1801 da Giovanni Battista e Margherita Lanzani e viene battezzata il 30 settembre nella chiesa parrocchiale di S. Alessandro in Colonna. Nel 1808, orfana di madre e abbandonata dal padre, Caterina, assieme alla sorella Giuditta nata nel 1803, viene accolta nell'orfanotrofio del Conventino di Bergamo. Qui, sotto la guida del priore don Giuseppe Brena, vive una intensa vita cristiana, che contribuisce a formare in lei una fede robusta, una profonda confidenza nel Signore, una carità operosa, una tenera devozione alla Madonna, un grande senso di responsabilità e laboriosità in ordine allo svolgimento del proprio dovere. Dopo aver conseguito il diploma di maestra elementare, nel 1823 lascia il Conventino per trasferirsi con la sorella presso i cugini sacerdoti Giovanni e Antonio Cittadini a Calolzio, parrocchia della Diocesi di Bergamo. Qui le sorelle rimangono per circa due anni, trovando nei cugini sacerdoti una sicura guida spirituale e un ambiente pastoralmente molto attivo. Caterina viene assunta, come maestra provvisoria e nel 1824 come maestra stabile, nella scuola comunale femminile di Somasca, frazione del Comune di Vercurago vicino a Calolzio. Con la sorella Giuditta matura il desiderio di entrare in una Congregazione religiosa. Chiedono, perciò, consiglio a don Giuseppe Brena, loro direttore spirituale al Conventino di Bergamo, il quale indica loro che la volontà di Dio consiste nel rimanere a Somasca: loro stesse saranno le pietre fondamentali di una nuova famiglia religiosa in quel piccolo paese già custode della santità di S. Girolamo Emiliani. Nel 1826, assieme alla sorella Giuditta, si trasferisce definitivamente a Somasca in una casa presa in affitto. Nell'ottobre dello stesso anno compra uno stabile che, sistemato e ampliato con ulteriori acquisti, diventerà sede di un educandato e in seguito dell'istituto religioso delle Suore Orsoline. A Somasca Caterina trova una valida guida alla sua vita spirituale nei Chierici Regolari Somaschi, fondati da S. Girolamo Emiliani, che ella sente come “padre” fin dalla sua infanzia di orfana e del quale ammira e segue l'esempio di carità e di povertà. Il compito di maestra la inserisce nella vita del piccolo paese di Somasca, dove Caterina partecipa attivamente alla vita parrocchiale: è maestra della dottrina cristiana, si iscrive a diverse confraternite, partecipa con le compagne e le alunne alle sacre funzioni, apre la sua casa all’accoglienza della gioventù femminile per animarla e ricrearla secondo lo stile oratoriano.
Caterina svolge il suo compito con tale fervore e impegno da riscuotere sempre il massimo elogio delle autorità e l'unanime consenso della popolazione. L'attenzione verso i più bisognosi e i più poveri, la porta ad estendere, non senza grandi sacrifici di ogni genere, la sua opera benefica a fanciulle orfane o impossibilitate a frequentare la scuola comunale o provenienti da paesi lontani. Nasce così nel 1832 la scuola privata "Cittadini" e nel 1836 l'Educandato, la cui direzione Caterina affida alla sorella Giuditta. Le valutazioni positive anche sulla scuola privata e sulla casa di educazione si moltiplicano: infatti la formazione delle educande, ispirata ai valori della vita cristiana, prepara le ragazze a fare scelte sapienti di vita, vissute con cristiana coerenza, così che un eccezionale testimone contemporaneo può scrivere: “La prova più convincente e che basta da sé sola a chiarire l'ottima istruzione che quelle fanciulle ricevevano dalle pie maestre si è la costante floridezza di quel convitto fino ad ora, conseguenza dell'ottima riuscita delle loro allieve, le quali non solo esse in Somasca si arricchirono di ogni virtù religiosa, morale e civile e di quell'arti che a femmine si convengono, ma recarono tali vantaggi anche ai loro paesi, ove molte o vi eressero nuove scuole o vi rialzarono le già scadute, con tale profitto della moralità che quei parroci riguardano tuttavia le maestre Orsoline di Somasca, quali principali benefattrici dei popoli da sé diretti". Tutta la vita di Caterina è sempre accompagnata da grandi prove. Nel 1840 muore improvvisamente a soli 37 anni Giuditta, con la quale ella aveva condiviso tutto: sofferenze familiari, formazione, ideali, progetti, attività. Nel 1841, con la morte di don Giuseppe Brena e del cugino don Antonio Cittadini, le vengono a mancare altri validissimi appoggi. Nel 1842 Caterina stessa viene colta da un grave male, dal quale guarisce prodigiosamente per intercessione della Madonna di Caravaggio e di S. Girolamo Emiliani. Nel 1845 deve lasciare l'insegnamento nella scuola comunale, per dedicarsi interamente all'educandato, alla cura delle orfane e alla guida delle compagne che si erano a lei unite, decise a condividerne non solo l'attività educativa, ma anche la volontà di consacrarsi interamente al Signore, nella vita religiosa. Nel 1844 Caterina, per dare stabilità alla sua opera, almeno civilmente, stipula con tre compagne uno "Strumento di Società e di Sorte e anche di donazione reciproca o Vitalizio", che presenta già molte caratteristiche di un Istituto religioso. Nel 1850 ottiene da Pio IX il Decreto di erezione dell'Oratorio privato dove conservare la SS. Eucarestia. Nel 1850-51 rivolge al Vescovo di Bergamo, mons. Carlo Gritti Morlacchi, varie suppliche per ottenere l'approvazione della sua "piccola famiglia religiosa" e una regola, ma il tempo non è ancora maturo. Nel 1854 Caterina ha un incontro con il nuovo Vescovo, mons. Pietro Luigi Speranza, che la incoraggia a scrivere lei stessa le regole e le promette il suo aiuto. Caterina le stende sul modello delle costituzioni delle Orsoline di Milano, ma, quando le presenta al Vescovo, non vengono accolte. Senza arrendersi, prepara un nuovo testo, che inoltra al Vescovo il 17 settembre 1855, accompagnato da una domanda, in cui chiede l'approvazione dell'Istituto con il titolo di Orsoline Gerolimiane. Mons. Speranza approva le regole, ad experimentum, promettendo la definitiva approvazione del nuovo Istituto. Caterina attende con tanta fiducia il giorno sospirato, ma le fatiche, le preoccupazioni, le sofferenze, hanno inciso seriamente sulla sua salute e un deperimento organico generale la riduce a poco a poco in fin di vita. Sempre lucida, fiduciosa e in continua preghiera, esorta le compagne ad accettare con serenità la volontà del Signore, perché tutto sarebbe continuato. Muore il 5 maggio 1857, dopo un giorno di agonia, serenamente e santamente, circondata da fama di santità e grandemente compianta dalle sue figlie, dalle educande e dalla popolazione, lasciando a tutti il suo esempio luminoso di profonda maturità spirituale A poca distanza dalla sua morte, e precisamente il 14 dicembre 1857, giunge il decreto di erezione canonica dell'Istituto da parte del Vescovo di Bergamo.
L’Istituto avrà il riconoscimento pontificio l'8 luglio 1927. Nei primi decenni l'intenso apostolato educativo dell'Istituto di Caterina Cittadini si concentra in Somasca e in Ponte S. Pietro, grossa borgata in provincia e diocesi di Bergamo. Dal 1902 si estende progressivamente in molte parti d'Italia e oltre i confini nazionali: oggi le sue figlie spirituali svolgono la loro missione educativa anche tra gli emigranti italiani in Svizzera e in Belgio, tra i poveri dell'America Latina (Bolivia, Brasile) e dell'Asia (India, Filippine). Sebbene la fama di santità sia perdurata nel tempo, la Causa di Beatificazione e Canonizzazione della Serva di Dio iniziò soltanto nel 1967, quando con Decreto del 21 aprile 1967 il Vescovo di Bergamo mons. Clemente Gaddi costituì la Commissione storica che concluse i suoi lavori il 5 maggio 1969. Il 5 agosto 1971 venne costituito il Tribunale Ecclesiastico diocesano per il Processo ordinario che si concluse il 14 dicembre 1978. Il 29 aprile 2001 Sua Santità Giovanni Paolo II proclamava per la Fondatrice delle Suore Orsoline di Somasca la sua beatificazione. La Chiesa ne fa memoria il 5 maggio. ( da Internet, vatican.va)
San Domenico Savio (1842 – 1857) Domenico Savio, soprannominato in piemontese “Minòt”, nacque il 2 aprile 1842 a San Giovanni, frazione di Riva presso Chieri, agli estremi confini della provincia e della diocesi torinese. Fu il secondo di ben dieci fratelli, figli di Carlo, che svolge l’attività di fabbro, e di Brigida Gaiato, sarta. Il piccolo Domenico venne battezzato nella chiesa dell’Assunta in Riva il giorno stesso. Alla fine del 1843 la famiglia si trasferì a Murialdo, frazione di Castelnuovo d’Asti, odierna Castelnuovo Don Bosco. Qui nel 1848 Domenico iniziò le scuole e nella chiesa parrocchiale del paese ricevette la prima Comunione l'8 aprile 1849. Proprio in tale occasione, all’età di appena sette anni, tracciò il suo progetto di vita che sintetizzò in quattro propositi ben precisi: “Mi confesserò molto sovente e farò la Comunione tutte le volte che il confessore me ne darà il permesso. Voglio santificare i giorni festivi. I miei amici saranno Gesù e Maria. La morte ma non peccati”. Nel mese di febbraio del 1853 i Savio si trasferirono nuovamente, questa volta a Mondonio, altra frazione di Castelnuovo. Il 2 ottobre dell’anno successivo Domenico, ormai dodicenne, incontrò Don Bosco ai Becchi. Il santo educatore rimase sbalordito da questo ragazzo: “Conobbi in quel giovane un animo tutto secondo lo spirito del Signore e rimasi non poco stupito considerando i lavori che la grazia di Dio aveva operato in così tenera età”. Con la sua innata schiettezza il ragazzo gli disse: “Io sono la stoffa, lei ne sia il sarto: faccia un bell’abito per il Signore!”. Nel giro di soli venti giorni poté così fare il suo ingresso nell’oratorio di Valdocco a Torino. Si mise dunque a camminare veloce sulla strada che Don Bosco gli consigliò per “farsi santo”, il suo grande sogno: allegria, impegno nella preghiera e nello studio, far del bene agli altri, devozione a Maria. Scelse il santo come confessore e, affinché questi potesse formarsi un giusto giudizio della sua coscienza, volle praticare la confessione generale. Iniziò a confessarsi ogni quindici giorni, poi addirittura ogni otto. Domenico imparò presto a dimenticare se stesso, i suoi capricci ed a diventare sempre più attento alle necessità del prossimo. Sempre mite, sereno e gioioso, metteva grande impegno nei suoi doveri di studente e nel servire i compagni in vari modi: insegnando loro il Catechismo, assistendo i malati, pacificando i litigi. Una volta, in pieno inverno, due compagni di Domenico ebbero la brillante idea di gettare della neve nella stufa dell’aula scolastica. Non appena entrò il maestro, dalla stufa spenta colava un rigagnolo d’acqua. Alla domanda “Chi è stato?”, nessuno fiatò. Si alzarono i due colpevoli per indicare Domenico. Nessuno purtroppo intervenne per dire la verità, così il maestro punì il santo bambino. Uscendo dalla scuola, però, qualcuno vinse la paura ed indicò al maestro i veri colpevoli. Chiamò allora Domenico per chiedergli: “Perché sei stato zitto? Così ho compiuto un’ingiustizia davanti a tutta la classe!”. Domenico replicò tranquillo: “Anche Gesù fu accusato ingiustamente e rimase in silenzio”. Un giorno due suoi compagni di scuola si insultarono e si pestarono. Lanciarono poi una sfida a duello. Domenico, che passava di lì diretto all’Oratorio, vide la scene e si rese immediatamente conto del pericolo. Toltosi dal collo il piccolo crocifisso che portava sempre con se, si avvicinò ai due sfidanti. Gridò loro con fermezza: “Guardate Gesù! Egli è morto perdonando e voi volete vendicarvi, a costo di mettere in pericolo la vita?”. Un giorno spiegò ad un ragazzo appena arrivato all’Oratorio: “Sappi che noi qui facciamo consistere la santità nello stare molto allegri. Facciamo soltanto in modo di evitare il peccato, come un grande nemico che ci ruba la grazia di Dio e la pace del cuore, di adempiere esattamente i nostri doveri”. Questi sono solo i più salienti aneddoti della vita di Domenico Savio, il cui più grande biografo fu San Giovanni Bosco. L’8 dicembre 1854, quando il beato Papa Pio IX proclamò il dogma dell’Immacolata Concezione di Maria, Domenico si recò dinnanzi all’altare dedicato alla Madonna per recitarle questa preghiera da lui composta: “Maria, ti dono il mio cuore. fa’ che sia sempre tuo. Fammi morire piuttosto che commettere un solo peccato. Gesù e Maria, siate voi sempre i miei amici”. Due anni dopo fondò con un gruppo di amici la “Compagnia dell’Immacolata”: gli iscritti si impegnavano a vivere una vita intensamente cristiana e ad aiutare i compagni a diventare migliori. L’amore a Gesù Eucaristia ed alla Vergine Immacolata, la purezza del cuore, la santificazione delle azioni ordinarie e l’ansia di conquista di tutte le anime furono da quel momento il suo principale scopo di vita. Un giorno mamma Margherita, che era scesa a Torino per aiutare il figlio Don Bosco, disse a quest’ultimo: “Tu hai molti giovani buoni, ma nessuno supera il bel cuore e la bell'anima di Savio Domenico. Lo vedo sempre pregare, restando in chiesa anche dopo gli altri; ogni giorno si toglie dalla ricreazione per far visita al Santissimo Sacramento. Sta in chiesa come un angelo che dimora in Paradiso”.Furono principalmente i genitori e Don Bosco, dopo Dio, gli artefici di questo modello di santità giovanile ancora oggi ammirato in tutto il mondo dai giovani. Nell’estate del 1856 scoppiò il colera, malattia a quel tempo incurabile. Le famiglie ancora sane si barricarono in casa, rifiutando ogni minimo contatto con altre persone. I colpiti dal male morivano abbandonati. Don Bosco pensò di radunare i suoi cinquecento ragazzi, invitando i più coraggiosi ad uscire con lui. Quarantaquattro, tra i ragazzi più grandi, si offrirono subito volontari. Tra di essi in prima fila spiccava proprio Domenico Savio. Ammalatosi anch’egli, dovette fare ritorno in famiglia a Mondonio, dove il 9 marzo 1857 morì fra le braccia dei genitori, consolando la madre con queste parole: “Mamma non piangere, io vado in Paradiso”. Con gli occhi fissi come in una dolce visione, spirò esclamando: “Che bella cosa io vedo mai!”. Pio XI lo definì “Piccolo, anzi grande gigante dello spirito”. Dichiarato eroe delle virtù cristiane il 9 luglio 1933, il venerabile pontefice Pio XII beatificò Domenico Savio il 5 marzo 1950 e, in seguito al riconoscimento di altri due miracoli avvenuti per sua intercessione, lo canonizzò il 12 giugno 1954. Domenico, quasi quindicenne, divenne così il più giovane santo cattolico non martire. I suoi resti mortali, collocati in un nuovo reliquiario realizzato in occasione del 50° anniversario della canonizzazione, sono venerati nella Basilica torinese di Maria Ausiliatrice. E’ patrono dei pueri cantores, nonché dei chierichetti, entrambe mansioni liturgiche che svolse attivamente. Altrettanto nota è la sua speciale protezione nei confronti delle gestanti, tramite il segno del cosiddetto “abitino”, in ricordo del miracolo con cui il santo salvò la vita di una sua sorellina che doveva nascere. La memoria liturgica del santo è stata fissata per la Famiglia Salesiana e per le diocesi piemontesi al 6 maggio, in quanto l’anniversario della morte cadrebbe in Quaresima. (Autore: Fabio Arduino, da Internet, santi e beati)
S. Giovanni M. Vianney (1786 – 1859) Giovanni Maria Vianney nacque nel piccolo borgo di Dardilly l’8 maggio del 1786, da una famiglia contadina, povera di beni materiali, ma ricca di umanità e di fede. Battezzato, com’era buon uso all’epoca, lo stesso giorno della nascita, consacrò gli anni della fanciullezza e dell’adolescenza ai lavori nei campi e al pascolo degli animali, tanto che, all’età di diciassette anni, era ancora analfabeta. Conosceva però a memoria le preghiere insegnategli dalla pia madre e si nutriva del senso religioso che si respirava in casa. I biografi narrano che, fin dalla prima giovinezza, egli cercò di conformarsi alla divina volontà anche nelle mansioni più umili. Nutriva in animo il desiderio di divenire sacerdote, ma non gli fu facile assecondarlo. Giunse infatti all’Ordinazione presbiterale dopo non poche traversie ed incomprensioni, grazie all’aiuto di sapienti sacerdoti, che non si fermarono a considerare i suoi limiti umani, ma seppero guardare oltre, intuendo l’orizzonte di santità che si profilava in quel giovane veramente singolare. Così, il 23 giugno 1815, fu ordinato diacono e, il 13 agosto seguente, sacerdote. Finalmente all’età di 29 anni, dopo molte incertezze, non pochi insuccessi e tante lacrime, poté salire l’altare del Signore e realizzare il sogno della sua vita. Il Santo Curato d’Ars manifestò sempre un’altissima considerazione del dono ricevuto. Affermava: "Oh! Che cosa grande è il Sacerdozio! Non lo si capirà bene che in Cielo… se lo si comprendesse sulla terra, si morirebbe, non di spavento ma di amore!" (Abbé Monnin, Esprit du Curé d’Ars, p. 113). Inoltre, da fanciullo aveva confidato alla madre: "Se fossi prete, vorrei conquistare molte anime" (Abbé Monnin, Procès de l’ordinaire, p. 1064). E così fu. Nel servizio pastorale, tanto semplice quanto straordinariamente fecondo, questo anonimo parroco di uno sperduto villaggio del sud della Francia riuscì talmente ad immedesimarsi col proprio ministero, da divenire, anche in maniera visibilmente ed universalmente riconoscibile, alter Christus, immagine del Buon Pastore, che, a differenza del mercenario, dà la vita per le proprie pecore (cfr Gv 10,11). La sua esistenza fu una catechesi vivente, che acquistava un’efficacia particolarissima quando la gente lo vedeva celebrare la Messa, sostare in adorazione davanti al tabernacolo o trascorrere molte ore nel confessionale. Centro di tutta la sua vita era dunque l’Eucaristia, che celebrava ed adorava con devozione e rispetto. Altra caratteristica fondamentale di questa straordinaria figura sacerdotale era l’assiduo ministero delle confessioni. Riconosceva nella pratica del sacramento della penitenza il logico e naturale compimento dell’apostolato sacerdotale, in obbedienza al mandato di Cristo: "A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi" (cfr Gv 20,23). San Giovanni Maria Vianney si distinse pertanto come ottimo e instancabile confessore e maestro spirituale. Passando "con un solo movimento interiore, dall’altare al confessionale", dove trascorreva gran parte della giornata, cercava in ogni modo, con la predicazione e con il consiglio persuasivo, di far riscoprire ai parrocchiani il significato e la bellezza della penitenza sacramentale, mostrandola come un’esigenza intima della Presenza eucaristica (cfr Lettera ai sacerdoti per l’Anno Sacerdotale). I metodi pastorali di san Giovanni Maria Vianney potrebbero apparire poco adatti alle attuali condizioni sociali e culturali. Come potrebbe infatti imitarlo un sacerdote oggi, in un mondo tanto cambiato? Se è vero che mutano i tempi e molti carismi sono tipici della persona, c’è però uno stile di vita e un anelito di fondo che tutti sono chiamati a coltivare. A ben vedere, ciò che ha reso santo il Curato d’Ars è stata la sua umile fedeltà alla missione a cui Iddio lo aveva chiamato; è stato il suo costante abbandono, colmo di fiducia, nelle mani della Provvidenza divina. Egli riuscì a toccare il cuore della gente non in forza delle proprie doti umane, né facendo leva esclusivamente su un pur lodevole impegno della volontà; conquistò le anime, anche le più refrattarie, comunicando loro ciò che intimamente viveva, e cioè la sua amicizia con Cristo. Fu "innamorato" di Cristo, e il vero segreto del suo successo pastorale è stato l’amore che nutriva per il Mistero eucaristico annunciato, celebrato e vissuto.
La sua testimonianza ci ricorda, cari fratelli e sorelle, che per ciascun battezzato, e ancor più per il sacerdote, l’Eucaristia "non è semplicemente un evento con due protagonisti, un dialogo tra Dio e me. La Comunione eucaristica tende ad una trasformazione totale della propria vita. Con forza spalanca l’intero io dell’uomo e crea un nuovo noi" (Joseph Ratzinger, La Comunione nella Chiesa, p. 80). Lungi allora dal ridurre la figura di san Giovanni Maria Vianney a un esempio, sia pure ammirevole, della spiritualità devozionale ottocentesca, è necessario al contrario cogliere la forza profetica che contrassegna la sua personalità umana e sacerdotale. Nella Francia post-rivoluzionaria che sperimentava una sorta di "dittatura del razionalismo" volta a cancellare la presenza stessa dei sacerdoti e della Chiesa nella società, egli visse, prima - negli anni della giovinezza - un’eroica clandestinità percorrendo chilometri nella notte per partecipare alla Santa Messa. Poi - da sacerdote – si contraddistinse per una singolare e feconda creatività pastorale, atta a mostrare che il razionalismo, allora imperante, era in realtà distante dal soddisfare gli autentici bisogni dell’uomo e quindi, in definitiva, non vivibile. Cari fratelli e sorelle, a 150 anni dalla morte del Santo Curato d’Ars, le sfide della società odierna non sono meno impegnative, anzi forse, si sono fatte più complesse. Se allora c’era la "dittatura del razionalismo", all’epoca attuale si registra in molti ambienti una sorta di "dittatura del relativismo". Entrambe appaiono risposte inadeguate alla giusta domanda dell’uomo di usare a pieno della propria ragione come elemento distintivo e costitutivo della propria identità. Il razionalismo fu inadeguato perché non tenne conto dei limiti umani e pretese di elevare la sola ragione a misura di tutte le cose, trasformandola in una dea; il relativismo contemporaneo mortifica la ragione, perché di fatto arriva ad affermare che l’essere umano non può conoscere nulla con certezza al di là del campo scientifico positivo. Oggi però, come allora, l’uomo "mendicante di significato e compimento" va alla continua ricerca di risposte esaustive alle domande di fondo che non cessa di porsi. Avevano ben presente questa "sete di verità", che arde nel cuore di ogni uomo, i Padri del Concilio Ecumenico Vaticano II quando affermarono che spetta ai sacerdoti, "quali educatori della fede", formare "un’autentica comunità cristiana" capace di aprire "a tutti gli uomini la strada che conduce a Cristo" e di esercitare "una vera azione materna" nei loro confronti, indicando o agevolando a che non crede "il cammino che porta a Cristo e alla sua Chiesa", e costituendo per chi già crede "stimolo, alimento e sostegno per la lotta spirituale" (cfr Presbyterorum ordinis, 6). L’insegnamento che a questo proposito continua a trasmetterci il Santo Curato d’Ars é che, alla base di tale impegno pastorale, il sacerdote deve porre un’intima unione personale con Cristo, da coltivare e accrescere giorno dopo giorno. Solo così potrà toccare i cuori della gente ed aprirli all’amore misericordioso del Signore; solo così, di conseguenza, potrà infondere entusiasmo e vitalità spirituale alle comunità che il Signore gli affida. Preghiamo perché, per intercessione di san Giovanni Maria Vianney, Iddio faccia dono alla sua Chiesa di santi sacerdoti, e perché cresca nei fedeli il desiderio di sostenere e coadiuvare il loro ministero. Viene dichiarato beato da Papa Pio X l’8 settembre 1904 e proclamato santo da Papa Pio XI il 31 maggio 1925. La Chiesa ne fa memoria il quattro agosto. (dalla catechesi del mercoledì di Papa Benedetto XVI del 05.08.2009)
San Giovanni Nepumoceno (1811 – 1860) Il suo secondo nome deriva da un santo del XIV secolo, detto Nepomuceno perché nativo di Nepomuc, in Boemia;cioè nella sua stessa regione di origine,che nell’Ottocento apparteneva all’Impero austro-ungarico. Giovanni è figlio di artigiani, che lo avviano agli studi classici, dai quali passa poi al seminario:prima a Budejovic e poi a Praga. A 24 anni è pronto per il sacerdozio, ma c’è un rinvio. Dalle lettere di san Paolo apostolo egli ha ricevuto la vocazione missionaria; poi,gli scritti di evangelizzatori suoi contemporanei gli hanno suggerito una precisa destinazione:il Nord dell’America. D’accordo con il suo vescovo di Praga, parte verso gli Stati Uniti nel febbraio 1836, e vi sbarca quattro mesi dopo, al tempo del presidente Andrew Jackson. Monsignor John Dubois, allora vescovo di New York, lo ordina sacerdote e lo manda nel nord dello Stato, dove ci sono molti immigrati di origine tedesca. Giovanni si installa nella cittadina di Williamsville, e una casetta diventa il suo campo-base. Di lì parte per visitare i villaggi sparsi: incontri, conoscenze,amicizie; qualche volta anche scontri e avversioni, più una scoraggiante povertà di mezzi. Ma così egli si sente realizzato,vivendo alla maniera descritta da Paolo apostolo nella seconda lettera ai cristiani di Corinto: «Viaggi innumerevoli...pericoli nelle città, pericoli nelle solitudini deserte..., nella fatica e nell’avversità,nella fame e nella sete». Una vita, però, che con il tempo dà i suoi frutti: le prime chiese qua e là, e con esse via via le scuole, i collegi per ragazzi soli, le opere della promozione sociale. Nel 1842, Giovanni Neumann entra a far parte, con i voti pronunciati a Baltimora,dei Redentoristi, la congregazione fondata da sant’Alfonso de’ Liguori. Nel 1852 viene nominato vescovo di Filadelfia. E questa è una felicissima scelta di Papa Pio IX: sarebbe difficile trovare chi meglio di lui sappia guidare i sacerdoti con l’esempio personale. Ma non ha doti di amministratore,e perciò gli viene affiancato un coadiutore, monsignor Giacomo Federico Wood, davvero esperto in questo campo, ma anche uomo di qualche ambizione. Wood aiuta il vescovo, ma è anche un po’ smanioso di sostituirlo. C’è tutto quello che occorre per creare un conflitto, ma la reazione di monsignor Neumann è serenamente evangelica: affida a questo collaboratore la parte centrale della città, e riserva a sé il lavoro in periferia, nei piccoli centri e nelle case sparse della Pennsylvania. Giovanni Neumann è uomo di dottrina,e scrive un catechismo che avrà 21edizioni, ma resta soprattutto un uomo di Dio in cammino verso gli altri uomini. E così muore: in cammino. Un malore improvviso, infatti, lo schianta in una via di Filadelfia. «Celebrate le esequie,la fama della sua santità cominciò a diffondersi [...]. Dio infatti comprovava questa fama con i miracoli». Così ha detto di lui Paolo VI, il Pontefice che lo ha canonizzato nel 1977. La Chiesa ne fa memoria il 5 gennaio. (Autore: Domenico Agasso, da Internet, santi e beati)
San Giuseppe Cafasso (1811 – 1860) Non ha fondato né costruito, ma ha allevato fondatori e costruttori. Dalla cattedra e dal confessionale ha formato maestri di fede e uomini e donne di Dio per la Chiesa del suo tempo e anche di dopo. Se non era in cattedra o in chiesa, lo si poteva trovare nelle carceri, tra i detenuti. Giuseppe Cafasso, nato a Castelnuovo d’Asti nel 1811 (quattro anni prima di Giovanni Bosco), fa le scuole pubbliche al suo paese e poi va al Seminario di Chieri (Torino). Tra i compagni non spicca per gesti speciali; la sua figura è tutt’altro che imponente: di piccola statura, è già un po’ curvo per una deviazione della colonna vertebrale. Difficile prevedergli un futuro di grande predicatore, perché il suo parlare è sommesso. Ma è prete già a 22 anni, e con un solido ascendente sui compagni. Entra nel Convitto ecclesiastico torinese del teologo Luigi Guala, dove i neosacerdoti approfondiscono gli studi di teologia e di morale, e intanto fanno tirocinio nel ministero, lavorando in ospedali, riformatori, carceri, ospizi. Entrato come allievo, don Cafasso non va più via, diventando insegnante di morale, direttore spirituale e infine rettore. Intanto lo chiamano a predicare, anche se gli manca la voce tonante. Parla ai fedeli nelle “missioni” e ai preti negli esercizi spirituali. Sulla linea di Alfonso de’ Liguori, ma con un suo preciso accento personale, insegna la morale, combattendo un rigorismo giansenistico ancora diffuso, che scoraggia molti. E ai preti insegna come presentare la fede con serenità e fiducia, senza transigere sul dogma, ma offrendo comprensione agli incerti, ai disorientati. Il giovane don Bosco gli chiede consiglio: vorrebbe andare missionario, ma gli si offrono pure incarichi qua e là... Sommesso e chiaro, Cafasso dice a don Bosco che la sua missione è Torino. E’ la capitale piemontese, con tanta gioventù brada, immigrata e analfabeta, sfruttata da molti, malvista dalla polizia. E lo aiuta a cominciare, trova posto per i suoi primi ragazzi, lo difende dagli attacchi di chi non capisce. Gli chiedono consiglio ex allievi diventati vescovi e cardinali. Alcuni notabili gli propongono di candidarsi alla Camera. Risposta: "Ma nel dì del Giudizio il Signore mi chiederà se avrò fatto il buon prete, non il deputato". E’ popolare e amato in Torino per l’opera tra i carcerati, che non si limita a visite, buone parole e sigari, ma include l’aiuto alle famiglie, il soccorso ai dimessi perché non ci ricaschino. E include la condivisione delle ore estreme con i condannati a morte, i momenti della disperazione, il cammino verso la forca. Il fragile prete non si stacca mai dai morituri, ai quali parla sommessamente fino al patibolo, pronto poi a inginocchiarsi presso i cadaveri, ricomporli con gesti materni, benedirli, con nell’orecchio ancora le loro ultime parole. Papa Pio XII lo canonizzerà nel 1947, proclamandolo Patrono dei carcerati. La Chieda ne fa memoria il 23 giugno. (Autore: Domenico Agasso, da Internet, santi e beati)
San Gabriele dell’Addolorata(1838-1862) Battezzato con il nome di Francesco dai genitori, Sante Possenti e Agnese Frisciotti, Gabriele dell'Addolorata nacque il 1° marzo 1839. A motivo dei frequenti spostamenti del padre, governatore dello Stato Pontificio, Francesco poté risiedere a lungo a Spoleto solo dal 1841 al 1856; qui frequentò prima l'Istituto dei Fratelli delle Scuole Cristiane e poi il Collegio dei Gesuiti. per gli studi superiori, dove arricchì la sua educazione cristiana, già trasmessa con sollecitudine in famiglia. A diciotto anni, salutò il padre e i fratelli (la madre era morta quando Francesco aveva quattro anni) e partì per Morrovalle (Mc) per seguire il noviziato presso i Padri Passionisti: qui scelse il nome di Gabriele dell'Addolorata. Tuttavia la vocazione che il santo sentì già nell'adolescenza non si poté compiere: Gabriele morì prematuramente a soli 24 anni, il 27 febbraio 1862, a Isola del Gran Sasso (Te), ricevendo solo gli ordini minori. Il santuario che ne accolse la salma riceve da allora migliaia di pellegrini ogni anno. Il 13 maggio 1920 fu annoverato tra i santi da Papa Benedetto XV e successivamente fu eletto a compatrono dell'Azione Cattolica; nel 1959 Gabriele dell'Addolorata fu dichiarato patrono principale dell'Abruzzo. Gli Atti del processo di beatificazione lumeggiano con precisione le caratteristiche della sua santità, fatta di fedeltà incondizionata alla Regola e alla memoria della Passione del Signore, di completo dono di sé senza riserve, di spirito di orazione e penitenza, di particolarissima devozione a Maria Santissima Addolorata. Ai nostri giorni la figura del "santo del sorriso", caratterizzata da una genuina pietà cristiana, sta conquistando il cuore di molti giovani. La Chiesa ne fa memoria il 27 febbraio. (da Internet, santi e beati)
Michele Garocoits (1797 – 1863) Vede la luce in Francia, nel 1797, in uno dei periodi più burrascosi per la chiesa cattolica francese, agitata dai venti della Rivoluzione francese e dilaniata dai dissidi interni che contrappongono i preti “costituzionali” (che prestano giuramento alla nuova Costituzione imposta dallo Stato) ai preti “refrattari”, cioè fedeli al Papa. Ci troviamo a Ibarre, un piccolo villaggio nel versante francese dei Paesi Baschi, a poche decine di chilometri dal confine spagnolo. I suoi genitori, prima per unirsi in matrimonio e poi per far battezzare i loro figli, emigrano in Spagna e questo già la dice lunga sul loro attaccamento alla fede autentica, in un periodo in cui l’autorità del Papa ed il legame con la Chiesa cattolica sono in Francia messi fortemente in crisi. Per tradizione di famiglia saprà da che parte schierarsi: la nonna materna durante il Terrore aveva continuato a soccorrere il prete di un paese vicino e suo papà, a rischio della vita, aveva accolto e nascosto in casa sua i preti fuggiaschi. Michele inizia a fare il pecoraio presso un ricco possidente, ma tutti lo chiamano “ il dottorino”, per il modo con cui sa parlare, anche di cose più grandi di lui. Il prete aiutato da sua nonna si sdebita dandogli lezioni private e poi lo piazza come domestico presso il vescovo di Baiona, ma si vede subito che la sua strada non è quella. Nel 1819 entra infatti in seminario, nel 1823 è ordinato sacerdote e due anni dopo diventa professore di filosofia nel seminario maggiore di Bètharram, a pochi chilometri da Lourdes. Quando il vescovo decide di trasferire i seminaristi a Bayonne, più vicino alla sede episcopale, don Michele ormai solo e “superiore di quattro mura di un vasto edificio” comincia a meditare ed a pregare sulla triste situazione del clero francese, impreparato e disorientato. Nel 1833 gli nasce in cuore l’idea di riunire un gruppo di preti che formino un’equipe “volante” di missionari, con il preciso scopo di rimarginare le ferite che la Rivoluzione aveva inferto alla Chiesa: scristianizzazione delle campagne, attacchi alla Chiesa, insubordinazione dei preti. Nasce così, nel 1835, la Congregazione dei Preti del Sacro Cuore di Gesù, meglio conosciuti come i Preti di Betharram. Due le principali urgenze che don Michele indica loro: la missione popolare per la rievangelizzazione degli ambienti rurali, e l’educazione della gioventù. Mentre i suoi figli si spargono per il mondo e soprattutto nel continente sudamericano, attorno al fondatore si va formando un alone di santità e di universale stima. Ne sono prova i due incontri che don Michele ha con la veggente Bernadette Soubiros, su esplicita richiesta del vescovo di Tarbes che vuole verificare l’attendibilità dei fatti verificatisi nella vicina Lourdes, e il santo sacerdote ne esce rafforzato nella sua personale convinzione che davvero la Vergine Maria è apparsa sui Pirenei. Per don Michele arriva il tempo delle prove fisiche, che per nove anni lo confinano in un letto di dolore e da cui la morte lo libera il 14 maggio 1863. La sua tomba a Betharram diventa meta di pellegrinaggi mentre cresce la sua fama di santità, che la Chiesa conferma ufficialmente per bocca di Pio XII nel 1947, concedendo a San Michele Garicoїts l’onore degli altari e fissando la sua memoria liturgica il 14 maggio. (Autore: Gianpiero Pettiti, da Internet, santi e beati)
San Pietro Giuliano Eymard (1811 – 1 agosto 1868) «Buttiamo nel fiume quel prete!».Accade a Lione nel 1848, durante la rivoluzione che caccia re Luigi Filippo:rivoluzionari vocianti vogliono affogare un sacerdote nel Rodano, ma,riconoscendolo, si fermano; tutta Lione vuol bene a quel prete, considerato un santo: è padre Eymard, e anche la rivoluzione lo rispetta. Pietro Giuliano Eymard era il più piccolo di dieci figli, otto dei quali morti nell’infanzia. Fragile di salute anche lui, ha dovuto abbandonare l’idea di farsi missionario. E il padre non lo voleva sacerdote,cosicché solo dopo la morte di lui ha potuto entrare nel seminario di Grenoble, a vent’anni. Ricevuta l’ordinazione nel 1834, sembrava destinato al ruolo di sacerdote diocesano: collaboratore parrocchiale, poi parroco, e intanto cappellano delle carceri, direttore spirituale di collegi. A 28 anni, nel 1839, entra nella Società di Maria (Padri Maristi), un istituto composto di sacerdoti e di fratelli con i voti, nato nel 1816 per le missioni popolari in Francia e per la formazione del clero, ma già impegnato anche nell’attività missionaria in Oceania. Sono gli anni in cui tutta Lione impara a conoscerlo,per la sua capacità di dividersi tra l’opera di formazione e di direzione nella sua comunità, e le minute necessità delle persone che gli si rivolgono, e in particolare per i volenterosi disorientati. Alla fine, questo impegno lo “chiama fuori” anche dalla Società di Maria, dove è rimasto per 17 anni, diventandone superiore provinciale. Ottenuta la dispensa dai voti, si dedica a un’impresa nuova: fondare un istituto religioso che lavori per il rinnovamento della vita cristiana,partendo dall’adorazione del Sacramento eucaristico;e, anzi, facendo di essa il momento centrale della pratica religiosa: prima di ogni cosa viene Cristo, con il suo amore per gli uomini. Nel 1858 padre Eymard fonda a Parigi la Congregazione del Santissimo Sacramento,formata da sacerdoti detti Sacramentini,e in questo lavoro lo aiuta un ex ufficiale di Marina, Raimondo de Cuers. Nel 1864 fa nascere, sempre a Parigi,la comunità femminile delle Ancelle del Santissimo Sacramento; e la sua prima aiutante è un’operaia da lui conosciuta a Lione, Margherita Guillot. Attraverso i due istituti, egli può ora moltiplicare le opere di orientamento dei cristiani e di richiamo alla fede per chi se ne è allontanato: una delle iniziative in questa direzione è la “prima comunione degli adulti”. Per alcuni anni ha fatto parte delle Sacramentine anche Maria Marta Emilia Tamisier, di Tours:un altro personaggio formato da padre Eymard. Uscita poi dalla congregazione di suore, è stata la prima organizzatrice di pellegrinaggi ai santuari eretti in memoria di miracoli eucaristici; questi viaggi di fede, più tardi, si accompagneranno a iniziative di studio, e daranno infine vita ai Congressi eucaristici. Padre Eymard, il “prete dell’Eucaristia”,pensa anche alla situazione dei sacerdoti che nella vecchiaia si ritrovano soli, e fa in modo che la sua congregazione maschile li accolga in serenità negli ultimi anni di vita. A lui la fragilità del fisico e le fatiche abbreviano la vita. Muore a 57 anni. Giovanni XXIII lo proclamerà santo nel 1962. La reliquia di parte del capo si trova in una statua che lo raffigura sopra l’altare a destra nella chiesa dei Santi Andrea e Claudio dei Borgognoni a Roma, mentre il corpo si trova nella chiesa di Friedland a Parigi. La Chiesa ne fa memoria il 2 agosto. (Autore: Domenico Agasso, da Internet, santi e beati)
Sant’Antonio M. Claret, (1807 – 1870) - 24 ottobre Nato in una famiglia profondamente cristiana di tessitori catalani con dieci figli. Viene ordinato nel 1835, a 28 anni. Va a Roma nel 1839 e si rivolge a Propaganda Fide per essere inviato come missionario in qualsiasi parte del mondo. Non potendo raggiungere questo obiettivo, entra come novizio tra i Gesuiti, ma dopo pochi mesi deve tornare in patria perché malato. Per sette anni predica numerosissime missioni popolari in tutta la Catalogna e le isole Canarie conquistando un'immensa popolarità, anche come taumaturgo. Sa mettere insieme la gente dando vita ad associazioni e gruppi. Nel 1849 fonda una Congregazione apostolica: i Figli dell’Immacolato Cuore di Maria Oggi anche conosciuti come Missionari Clarettiani. All'inizio del terzo millennio, essi lavorano in 65 paesi dei cinque continenti. Nel 1936/ 39, durante la guerra civile spagnola, 271vengono uccisi per causa della fede. Tra questi spiccano i 51 Martiri di Barbastro, beatificati da Giovanni Paolo II il 1992. Nominato nel 1849 arcivescovo di Santiago di Cuba (all'epoca appartenente alla corona di Spagna), arriva in diocesi nel febbraio di 1851. Nel suo strenuo lavoro apostolico affronta i gravi problemi morali, religiosi e sociali dell'Isola: concubinato, povertà, schiavitù, ignoranza, ai quali si aggiungono due calamità che colpiscono la popolazione: epidemie e terremoti. Ripercorre la sua vasta diocesi per ben quattro volte donandosi instancabilmente con un gruppo di santi missionari. Le sue preoccupazioni pastorali si riversano anche in gran parte nel potenziamento del seminario e nella riformazione del clero. Nell'ambito sociale, promuove l'agricoltura, anche con diverse pubblicazioni e creando una fattoria-modello a Camagüey. Oltre a questo crea in ogni parrocchia una cassa di risparmio, opera pioniera in America Latina. Promuove l'educazione cercando Istituti religiosi e creando egli stesso insieme alla Venerabile Maria Antonia Paris la congregazione delle Religiose di Maria Immacolata (Missionarie Clarettiane). La sua strenua fortezza nel difendere i diritti della Chiesa e i diritti umani li crea numerosi nemici tra i politici e i corrotti. E così subisce minacce e attentati, tra i quali uno ad Holguin, dove viene gravemente ferito al volto. Partecipa in Roma al concilio Vaticano I dove difende con ardore l'infallibilità del Romano Pontefice. Perseguitato ancora dalla rivoluzione, si rifugia nel monastero di Fontfroide presso Narbona, dove spira santamente il 24 ottobre del 1870. Sulla tomba vengono scolpite le parole di Papa Gregorio VII: "Ho amato la giustizia e odiato l’iniquità, per questo muoio in esilio". Il suo corpo si venera nella Casa Madre dei Clarettiani a Vic (Barcellona). E l’8 maggio 1950, Pio XII lo proclama santo, e dice del Claret: "spirito grande, sorto come per appianare i contrasti: poté essere umile di nascita e glorioso agli occhi del mondo; piccolo nella persona però di anima gigante; modesto nell'apparenza, ma capacissimo d'imporre rispetto anche ai grandi della terra; forte di carattere però con la soave dolcezza di chi sa dell'austerità e della penitenza; sempre alla presenza di Dio, anche in mezzo ad una prodigiosa attività esteriore; calunniato e ammirato, festeggiato e perseguitato. E tra tante meraviglie, quale luce soave che tutto illumina, la sua devozione alla Madre di Dio". La Chiesa ne fa memoria il 24 ottobre. (Autore: P. Jesús Bermejo, CMF- da Internet, santi e beati) Caterina Labouré (1806 – 1876) Nacque a Fain-les-Moutiers, un villaggio della Borgogna, il 2 maggio 1806. Rimasta orfana di madre a nove anni con sette fratelli e due sorelle, Caterina non poté frequentare le classi elementari, ma dovette rendersi utile in famiglia e, più tardi, prenderne le redini. All'età di ventiquattro anni fu ammessa tra le Figlie della Carità, il 21 aprile 1830, mentre Parigi onorava solennemente s. Vincenzo de' Paoli in occasione della traslazione delle sue reliquie, che per molto tempo erano state nascoste a causa della rivoluzione. In quella circostanza la giovane novizia per tre giorni consecutivi ebbe l'apparizione del cuore di s. Vincenzo sopra un piccolo reliquiario nella cappella delle suore in rue du Bac. Durante il suo noviziato ebbe altre visioni, come quelle di Gesù Eucaristico e di Cristo Re (giugno 1830); ma le più importanti furono le apparizioni dell'Immacolata della "Medaglia miracolosa". Fu questo un ciclo di almeno cinque apparizioni. La più nota e la più singolare delle apparizioni fu quella avvenuta il 27 novembre, nella quale si possono distinguere due fasi. Nella prima fase la Madonna appare a Caterina, ritta su un globo avvolto dalle spire del serpente, nell'atto di offrire a Dio un altro piccolo globo dorato, simbolo del mondo e di ogni anima, ch'Ella tiene all'altezza del cuore: dalle mani della Madonna piovono sul globo inferiore due fasci di luce. Nella seconda fase, mentre il piccolo globo d'oro scompare, le mani della Vergine si abbassano, ancora irraggianti fasci luminosi, simbolo delle grazie ottenute da Dio per la sua intercessione e, come a formare un'aureola intorno alla testa della Madonna, appaiono a caratteri d'oro le parole della giaculatoria: "O Maria, concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a Voi". Poi il quadro sembra visto nel suo retro: la figura della Madonna scompare e al centro si staglia, luminosissima, la lettera M, al di sopra della quale appare la croce e al di sotto i ss. Cuori di Gesù e Maria, mentre dodici stelle fulgidissime fanno corona (bisogna, tuttavia, osservare che nelle sue relazioni C. non parla mai né delle stelle. né del loro numero). Contemporaneamente una voce interiore ingiunse a Caterina di far coniare una medaglia che riproducesse la visione: ma soltanto il 30 giugno 1832 furono coniati i primi millecinquecento esemplari. La medaglia fu presto detta "miracolosa" e fra i miracoli più belli da essa operati, vi fu la conversione dell'ebreo Alfonso Ratisbonne (20 gennaio 1842). Per desiderio espresso dalla Madonna nelle apparizioni di Parigi, nacque l'Associazione delle Figlie di Maria Immacolata (1836-47). Nessuno, tranne i superiori, seppe mai dei favori celesti concessi a Caterina. Ella visse nella più grande umiltà e nel più assoluto silenzio e servì per quarantasei anni i poveri dell'ospizio di Enghien a Parigi. Morì il 31 dicembre 1876. Fu beatificata da Pio XI il 28 maggio 1933 e canonizzata da Pio XII il 27 luglio 1947: le sue reliquie riposano nella cappella in cui ebbe le apparizioni. La festa liturgica, per le Famiglie Vincenziane, è stabilita al 28 novembre. (Autore: Luigi Chierotti, da Internet, santi e beati)
Beato Pio IX (1792 - 1878) La famiglia Mastai è di antichissima e nobile stirpe, originaria di Crema nel 1300; un componente di questa famiglia, residente a Venezia, si spostò a Senigallia nel 1557 e sposò una senigalliese. …Giovanni Maria Mastai Ferretti (Pio IX) fu il nono figlio del Conte Girolamo e di Caterina Sollazzi e nacque a Senigallia il 13 maggio 1792, battezzato lo stesso giorno della nascita. Compì gli studi classici nel Collegio dei Nobili a Volterra, diretto dagli Scolopi, dal 1803 al 1808, studi sospesi per improvvisi attacchi epilettici, proprio quando sognava di seguire la carriera ecclesiastica. Dal 1814 fu ospite a Roma dello zio Mastai Ferretti Paolino, Canonico di S. Pietro e poté proseguire gli studi di Filosofia e di Teologia nel Collegio Romano. Nel 1815 si recò in pellegrinaggio a Loreto ed ottenne la grazia della guarigione dalla malattia. Per questo poté continuare i suoi studi e la preparazione intensa al presbiterato. Il 5 gennaio 1817 ricevette gli Ordini Minori, il 19 dicembre 1818 il Suddiaconato, il 7 marzo 1819 il Diaconato, il 10 aprile 1819 venne ordinato Sacerdote. L'11 aprile 1819 celebrò la prima Santa Messa nella chiesa di sant'Anna, annessa all'Ospizio Tata Giovanni, tra i ragazzi che furono il centro del suo apostolato giovanile fino al 1823. Dal luglio 1823 al giugno 1825 fu tra i membri componenti la Missione apostolica in Cile guidata dal Delegato Mons. Giovanni Muzi. Il 24 aprile 1827 fu nominato Arcivescovo di Spoleto a soli 35 anni; il 6 dicembre 1832 venne trasferito al Vescovado di Imola; il 14 dicembre 1840 ricevette la berretta Cardinalizia; il 16 giugno 1846, al quarto scrutinio, con voti 36 su 50 Cardinali presenti al Conclave, venne eletto Sommo Pontefice a soli 54 anni. Un mese dopo concesse l'amnistia (16 luglio 1846) per i reati politici. Dall'agosto 1846 al 14 marzo 1848 è l'epoca delle grandi riforme dello Stato Pontificio (Ministero liberale, libertà di stampa e agli ebrei, Guardia Civica, inizio delle ferrovie, Municipio di Roma, 14 marzo 1849 emissione dello Statuto). Con l'Allocuzione del 29 aprile 1848 contro la guerra all'Austria declina la stella politica del Mastai e incomincia la sua lunga Via Crucis. Il 15 novembre 1848 uccisione di Pellegrino Rossi; dal 24 novembre 1848 al 12 aprile 1850 esilio del Pontefice a Gaeta e quindi ritorno a Roma, ove riprese una illuminata restaurazione. L'8 dicembre 1854 definizione del dogma della Immacolata Concezione. Dal 4 maggio al 5 settembre 1857 viaggio-visita politico-pastorale di Pio IX nei suoi Stati. Nell'aprile del 1860 caddero le Legazioni, nel settembre la Marche e l'Umbria furono annesse al Regno d'Italia. Il 1° luglio 1861 viene pubblicato il primo numero dell'"Osservatore Romano". L'8 dicembre 1864 Enciclica "Quanta Cura" e il Sillabo; il 2 maggio 1868 approvazione della Gioventù Cattolica Italiana; l'8 dicembre 1869 apertura del Concilio Vaticano I che promulga due Costituzioni, la "Dei Filius" e la "Pastor Aeternus" del 18 luglio 1870 e la definizione del magistero infallibile del Pontefice Romano se parla "ex cathedra"; chiusura del Concilio per il precipitare degli eventi politici. Il 20 settembre 1870 presa di Roma e chiusura volontaria del Papa in Vaticano. L'8 dicembre 1870 Pio IX proclamò S. Giuseppe patrono della Chiesa universale. Il 16 giugno 1875 Consacrazione della Chiesa al Sacro Cuore di Gesù. Il 7 febbraio 1878 morte di Pio IX dopo 32 anni di Pontificato. Il 12 febbraio 1907 Pio X ordina l'introduzione della Causa di Beatificazione di Pio IX con i Processi Diocesani di Roma, Senigallia, Spoleto, Imola, Napoli. Nel 1954-1955 solenne apertura del Processo Apostolico di Beatificazione presso la Congregazione dei Santi. Il suo corpo riposa nella cripta di S. Lorenzo. Domenica, 03 settembre 2000 viene beatificato assieme a Papa Giovanni XXIII. La Chiesa ne fa memoria il 7 febbraio. ( da l’Osservatore romano del 03.09.2000)
Beato Luigi Biraghi (1801 – 11 agosto 1879) 28 maggio Luigi Biraghi nacque a Vignate (MI) il 2 novembre 1801, quinto degli otto figli di Francesco Biraghi e Maria Fina; poco dopo la sua nascita, la famiglia si trasferì nel vicino paese di Cernusco sul Naviglio, dove Luigi trascorse la sua fanciullezza, finché a 12 anni entrò nel piccolo seminario di Castello sopra Lecco, da dove, dando seguito alla sua vocazione allo stato sacerdotale, proseguì gli studi specifici nei Seminari Maggiori di Monza e poi di Milano. E nel Duomo di Milano, fu ordinato sacerdote il 28 maggio 1825 a 24 anni; fu subito destinato all’insegnamento nei Seminari di Castello sopra Lecco, di Seveso e di Monza; nel 1833 fu incaricato del delicato compito di direttore spirituale del Seminario Maggiore di Milano. Nel 1848 riprese l’insegnamento, ma per le sopravvenute vicende politiche che coinvolsero in quegli anni tutta la Penisola, soprattutto nel Lombardo-Veneto, ne fu rimosso dagli austriaci nel 1850. Nel 1855 fu nominato dottore della prestigiosa Biblioteca Ambrosiana e canonico onorario della Basilica di Sant’Ambrogio; ancora, nel 1864 fu nominato viceprefetto dell’Ambrosiana e nel 1873 ricevé l’onorificenza di prelato domestico di Sua Santità Pio IX. Il Papa lo stimava moltissimo, tanto che nel 1862 gli si era rivolto personalmente con lettera autografa, perché usando la sua grande influenza, facesse da mediatore e paciere nel clero milanese, in quel tempo di contrasti diviso in due fazioni; i sostenitori della nuova unità nazionale italiana che stava concretizzandosi, ed i sostenitori del potere temporale dei Papi. Mons. Luigi Biraghi era uomo di grande cultura e profonda vita interiore; appassionato studioso di patrologia e di archeologia: E proprio dalla conoscenza e dall’ammirazione per l’antichità cristiana e dalla sua devozione per s. Ambrogio, nacque in lui l’idea di fondare l’Istituto delle ‘Suore di Santa Marcellina’, che dovevano rinnovare l’ideale della verginità consacrata, tipica della Chiesa primitiva, abbinando l’impegno per l’educazione della gioventù femminile. Santa Marcellina, era la sorella maggiore di s. Ambrogio e di s. Satiro, nata a Treviri nel 330 ca., ricevette il velo delle vergini consacrate dalle mani di Papa Liberio nel Natale del 353, nella Basilica di S. Pietro in Vaticano. Seguì i suoi fratelli a Milano per collaborare con loro e morì il 17 luglio del 400, tre anni dopo s. Ambrogio, fu sepolta nella Basilica di S. Ambrogio presso la tomba del fratello. L’Istituto, popolarmente detto delle “Marcelline”, fu fondato da mons. Luigi Biraghi nel 1838 a Cernusco sul Naviglio, con la collaborazione di madre Marina Videmari (1812-1891) che ne fu la prima superiora e la continuatrice della fondazione dopo la morte di lui. L’Istituzione era dedita soprattutto all’educazione culturale e morale della gioventù femminile di condizione distinta, con l’impegno però di educare gratuitamente anche le fanciulle povere; aprì ben presto altre Case come collegi e scuole a Vimercate (1841), a Milano (1854), a Genova-Albaro (1868), a Chambéry (1876). Libero da impegni pastorali diretti, mons. Biraghi consacrò tutte le sue energie, fino all’ultimo, alla formazione spirituale delle sue suore ed all’organizzazione della nuova Congregazione. Morì l’11 agosto 1879 a 78 anni, nella foresteria del Collegio da lui fondato in onore dell’Immacolata, di via Quadronno a Milano. Fu sepolto nella tomba di famiglia a Cernusco sul Naviglio, ma poi nel 1951 le sue spoglie furono traslate nella Cappella della Casa-madre delle ‘Marcelline’ sempre a Cernusco. Il 27 ottobre 1971 il cardinale Giovanni Colombo, arcivescovo di Milano, diede inizio al processo diocesano per la sua beatificazione; fu dichiarato venerabile il 20 dicembre 2003 da Papa Giovanni Paolo II e proclamato Beato il 30 aprile 2006, secondo le nuove norme nel Duomo di Milano. La Chiesa ne fa memoria il 28 maggio. (Autore: Antonio Borrelli, da Internet, santi e beati)
Santa Maria Bernardetta Soubirous (1844 – 1879) A metà strada tra Lione e Parigi, adagiata lungo la Loira, c’è Nevers, la città in cui è sepolto, da circa 125 anni, il corpo incorrotto di santa Bernadette Soubirous. Entrando nel cortile del convento di Saint Gildard, casa madre delle Suore della Carità, si accede alla chiesa attraverso una porticina laterale. La semioscurità, in questa architettura neogotica dell'Ottocento, è rotta dalle luci che illuminano un’artistica cassa funeraria in vetro. Dentro c’è il piccolo corpo (appena un metro e quarantadue centimetri di altezza) di una giovane religiosa che sembra quasi dormire, con le mani giunte attorno a un rosario ed il capo reclinato a sinistra. E’ il corpo mortale di Bernadette, la veggente di Lourdes, rimasto pressocchè intatto dal giorno della sua morte. Per la scienza un fatto “inspiegabile”, per la fede invece un segno inequivocabile del “dito” di Dio in una vicenda, come quella di Lourdes, che ha tutti i caratteri dell’eccezionalità e i cui effetti si possono contemplare anche oggi in quello straordinario luogo di fede e di pietà mariana che è la piccola città dei Pirenei dove Maria apparve per la prima volta l’11 febbraio del 1858. Quella mattina era un giovedì grasso e a Lourdes faceva tanto freddo. In casa Soubirous non c’era più legna da ardere. Bernadette, che allora aveva 14 anni, era andata con la sorella Toinette e una compagna a cercar dei rami secchi nei dintorni del paese. Verso mezzogiorno le tre bambine giunsero vicino alla rupe di Massabielle, che formava, lungo il fiume Gave, una piccola grotta. Qui c’era “la tute aux cochons”, il riparo per i maiali, un angolo sotto la roccia dove l’acqua depositava sempre legna e detriti. Per poterli andare a raccogliere, bisognava però attraversare un canale d’acqua, che veniva da un mulino e si gettava nel fiume. Toinette e l’amica calzavano gli zoccoli, senza calze. Se li tolsero, per entrare nell'acqua fredda. Bernadette invece, essendo molto delicata e soffrendo d'asma, portava le calze. Pregò l’amica di prenderla sulle spalle, ma quella si rifiutò, scendendo con Toinette verso il fiume. Rimasta sola, Bernadette pensò di togliersi anche lei gli zoccoli e le calze, ma mentre si accingeva a far questo udì un gran rumore: alzò gli occhi e vide che la quercia abbarbicata al masso di pietra si agitava violentemente, per quanto non ci fosse nell’aria neanche un alito di vento. Poi la grotta fu piena di una nube d’oro, e una splendida Signora apparve sulla roccia. Istintivamente, Bernadette s'inginocchiò, tirando fuori la coroncina del Rosario. La Signora la lasciò fare, unendosi alla sua preghiera con lo scorrere silenzioso fra le sue dita dei grani del Rosario. Alla fine di ogni posta, recitava ad alta voce insieme a Bernadette il Gloria Patri. Quando la piccola veggente ebbe terminato il Rosario, la bella Signora scomparve all’improvviso, ritirandosi nella nicchia, così come era venuta. Bernadette Soubirous aveva compiuto 14 anni da poco più di un mese. Era nata, infatti, il 7 gennaio 1844, da Louise Casterot e François, un mugnaio ridotto in miseria dalla sua eccessiva “bontà” verso i creditori. Bernadette, che era la primogenita, a 14 anni non sapeva né leggere né scrivere e non aveva ancora fatto la prima Comunione, tuttavia sapeva assai bene il Rosario e teneva sempre con sé una coroncina da pochi spiccioli dalla quale era solita non separarsi mai. È, quindi, proprio a una quattordicenne poverissima ed analfabeta, ma che prega tutti i giorni il Rosario, che la Madonna decide di apparire la mattina dell’11 febbraio 1858, in un piccolo paese ai piedi dei Pirenei. Intanto la notizia delle apparizioni si diffonde in un baleno. Nell’apparizione del 24 febbraio la Madonna ripete per tre volte la parola “Penitenza”. Ed esorta: “Pregate per i peccatori”. Infine nell’apparizione del 25 marzo 1858, la Signora rivela finalmente il suo nome:: “Que soy – dice nel dialetto locale - era Immaculada Councepciou…” (Io sono l’Immacolata Concezione). Quattro anni prima, Papa Pio IX aveva dichiarato l'Immacolata Concezione di Maria un dogma, cioè una verità della fede cattolica, ma questo Bernadette non poteva saperlo. Così, nel timore di dimenticare tale espressione per lei incomprensibile, la ragazza partì velocemente verso la casa dell’abate Peyramale, ripetendogli tutto d’un fiato la frase appena ascoltata. L’abate, sconvolto, non ha più dubbi. Da questo momento il cammino verso il riconoscimento ufficiale delle apparizioni può procedere speditamente, fino alla lettera pastorale firmata nel 1862 dal vescovo di Tarbes, che, dopo un’accurata inchiesta, consacrava per sempre Lourdes alla sua vocazione di santuario mariano internazionale. La sera del 7 Luglio 1866, Bernadette Soubirous varcava la soglia di Saint-Gildard, casa madre della Congregazione delle Suore della Carità di Nevers. “Sono venuta qui per nascondermi”, aveva detto con umiltà. Tante attenzioni, tante morbose curiosità attorno alla sua persona dopo le apparizioni, non le davano che dispiacere. Nei 13 anni che rimane a Nevers sarà infermiera, a volte sacrestana, ma spesso ammalata lei stessa… Svolge tutte le sue mansioni con delicatezza e generosità: “Non vivrò un solo istante senza amare”. Ma la malattia avanza implacabile: asma, tubercolosi, tumore osseo al ginocchio. L’11 dicembre 1878 è definitivamente costretta a letto: “Sono macinata – dice lei – come un chicco di grano”. All’età di 35 anni, il 16 aprile 1879, mercoledì di Pasqua, alle 3 del pomeriggio, gli occhi della piccola veggente che videro Maria si chiudono per sempre. Beatificata nel 1925, il Papa Pio XI l’ha proclamata santa l’8 dicembre 1933. La Chiesa ne fa memoria il 16 aprile. (Autore: Maria Di Lorenzo, da Internet, santi e beati)
San Daniele Comboni (1831 – 1881) Autunno 1857: partono per il Sudan cinque missionari mandati da don Nicola Mazza di Verona, educatore ed evangelizzatore. Fine 1859: tre di essi sono già morti, due rifugiati al Cairo, e a Verona torna sfinito il quinto. È Daniele Comboni,nato a Limone sul Garda, figlio dei giardinieri Luigi e Domenica, sacerdote dal 1854. Riflette a lungo su quella prova terribile e su tante altre, giungendo a conclusioni che saranno poi la base di un “Piano”, redatto nel 1864 a Roma. In esso Comboni chiede che tutta la Chiesa si impegni per la formazione religiosa e la promozione umana di tutta l’Africa. Il “Piano”, con le sue audaci innovazioni, è lodatissimo, ma non decolla. Poi, per avversioni varie e per la morte di don Mazza (1865), Comboni si ritrova solo, impotente. Ma non cambia. Votato alla “Nigrizia”, ne diventa la voce che denuncia all’Europa le sue piaghe, a partire dallo schiavismo, proibito ufficialmente, ma in pratica trionfante. Quest’uomo che sarà poi vescovo e vicario apostolico dell’Africa centrale, vive un duro abbandono, finché il sostegno del suo vescovo, Luigi di Canossa, gli consente di tornare in Africa nel 1867, con una trentina di persone, fra cui tre padri Camilliani e tre suore francesi, aiuti preziosi per i malati. Nasce al Cairo il campo-base per il balzo verso Sud. Nascono le scuole. E proprio lì, nel 1869, molti personaggi venuti all’inaugurazione del Canale di Suez scoprono la prima novità di Comboni: non solo ragazzi neri che studiano, ma maestre nere che insegnano. Inaudito. Ma lui l’aveva detto: "L’Africa si deve salvare con l’Africa". Poi si va a Sud: Khartum, El-Obeid, Santa Croce... Lui si divide tra Africa ed Europa, ha problemi interni duri. Ma "nulla si fa senza la croce", ripete. Una croce per tutte: il suo confessore lo calunnia, e Comboni continua a fare la sua confessione a lui. Un leone che sa essere dolce. Uno che per gli africani è già santo, che strapazza i pascià, combatte gli schiavisti e serve i mendicanti. Da lui l’africano impara a tener alta la testa. Nell’autunno 1881 riprendono le epidemie: vaiolo, tifo fulminante, con strage di preti e suore in Khartum desolata. Comboni assiste i morenti, celebra i funerali, e infine muore nella casa circondata da una folla piangente. Ha 50 anni. Poco dopo scoppia la rivolta anti-egiziana del Mahdi, che spazza via le missioni e distrugge la tomba di Comboni (solo alcuni resti verranno in seguito portati a Verona). Dall’Italia, dopo la sua morte, si chiede ai suoi di venir via, di cedere la missione. Risposta dall’Africa: "Siamo comboniani". E non abbandoniamo l’Africa. Ci sono anche ai giorni nostri, in Africa e altrove. Ne muoiono ancora oggi. Intanto il Sudan ha la sua Chiesa, i suoi vescovi. E ora il suo patrono: Giovanni Paolo II ha proclamato beato Daniele Comboni nel 1996. E' stato canonizzato a Roma da Giovanni Paolo II il 5 ottobre 2003. La Chiesa ne fa memoria il 10 ottobre. (Autore: Domenico Agasso , da Internet, santi e beati)
Maria Domenica Mazzarello (1837-1881) Maria Domenica Mazzarello, Santa Confondatrice dell’ Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, nacque il 9 maggio 1837 a Mornese, nella frazione dei "Mazzarelli di qua", dove il padre e la madre vivevano insieme alle famiglie di alcuni fratelli di lui. Qui, Maria abitò fino al 1849 o 1850, data che attesta la nuova residenza alla Cascina Valponasca che il nonno paterno di Maria Mazzarello,nel 1827, aveva preso in locazione per sé, figli ed eredi. Essendo aumentati i membri della famiglia, Giuseppe Mazzarello, il padre di Maria, decise di andare ad abitare alla Valponasca. In questa casa, Maria Mazzarello visse gli anni dell’adolescenza e della giovinezza. Era una ragazza come tante: piena di energia, vivace, intelligente. Qui il ritmo della sua vita si modificò. Fino allora era stata il braccio destro della madre, ma ora che la sorellina Felicita si era fatta più grande, lei poteva seguire il padre in campagna. "Quando prevedeva fin dalla sera innanzi di dover tornare un po’ tardi dalla chiesa, e si era nel buono del lavoro in campagna [...] si levava ancor più presto del consueto e prima di svegliare la sorella andava nella vigna a sbrigare buona parte del proprio compito. Il 16 marzo 1858, il padre di Maria decise di lasciare la Valponasca, in seguito ad una rapina avvenuta nella loro casa. La famiglia si trasferì, dunque, in paese, più vicino alla Chiesa, con garnde gioia di Maria. Nel 1860 in Mornese ci fu una grande epidemia di tifo. Don Pestarino aveva chiesto al padre la presenza di Maria presso i parenti ammalati, alla frazione dei Mazzarelli. Egli si era opposto, ma senza togliere a Maria la libertà di fare la sua scelta. E lei l’aveva fatta dicendo a don Pestarino: "Se lei vuole, io vado, ma sono sicura di prendermi la malattia". Dopo aver assistito gli zii malati, Maria contrasse il tifo. Fu una malattia gravissima e lunga. Dio aveva i suoi disegni. Maria si ammalò il giorno dell’Assunta (1860) e potè alzarsi soltanto il 7 ottobre, dopo 52 giorni di letto. Il forte tralcio della sua vita, spezzato, tornava a vivere con la fiducia riposta solo in Dio. Non più le vigne, non più i campi: altra messe il Signore le aveva preparato. Maria, indebolita dalla malattia, decise di imparare il lavoro di sarta, in modo da poter aprire un piccolo laboratorio per le ragazze di Mornese. Questo le avrebbe consentito, non solo di insegnare loro un mestiere, ma anche di avvicinarle a Dio. realizzò questo desiderio insieme all’amica Petronilla. Intanto, don Pestarino, pastore zelante, aveva proposto ad alcune giovani, fra le quali anche Maria e Petronilla, di consacrarsi a Maria come "Figlie dell’Immacolata". La casa adiacente alla parrocchia era stata fatta costruire da don Pestarino, che vi abitava, con l’intenzione di cederla con il tempo alle Figlie dell’Immacolata, perché vi potessero abitare insieme, quando fossero rimaste senza parenti. Qui, nell’ottobre 1867, le Figlie dell’Immacolata iniziarono a vivere in comunità. Le prime furono: Maria, Petronilla, Giovanna Ferrettino e Teresa Pampuro. Con loro vissero anche alcune altre ragazze. Maria, anche se gracile di salute, ebbe la piena approvazione del padre che, da autentico educatore cristiano, assecondò le buone inclinazioni di Maria, accompagnandola con il suo affetto. Maria Mazzarello non sapeva dove il Signore la stava conducendo, ma si fidava di Lui; è certo che sceglieva la via del radicalismo evangelico espresso nel semplice quotidiano e nella gioia del cuore innamorato di Cristo. Ivi restarono fino al 23 maggio 1872 per trasferirsi successivamente al collegio di Mornese, destinato loro da Don Bosco. Il 5 agosto dello stesso anno, Maria Mazzarello e 10 sue compagne diedero inzio all’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, conscarandosi a Dio con i voti religiosi. Nel 1879 la Casa Madre venne trasferita a Nizza Monferrato, luogo più facilmente accessibile alle linee di comunicazione di quel tempo. Qui Madre Mazzarello morirà il 14 maggio 1881, all’età di 44 anni. Alla sua morte, l’Istituto delle Figlie di Maria Ausililatrice contava già 165 suore e 65 novizie sparse in 28 case (19 in Italia, 3 in Francia e 6 in America). Il 20 novembre 1938 è’ beatificata. Il 24 giugno 1951 è canonizzata. La Chiesa ne fa memoria il 18 maggio. (Autore: Monica Roncari, da Internet, santi e beati)
San Carlo Lwanga e compagni. Fece un certo scalpore, nel 1920, la beatificazione da parte di Papa Benedetto XV di ventidue martiri di origine ugandese, forse perché allora, sicuramente più di ora, la gloria degli altari era legata a determinati canoni di razza, lingua e cultura. In effetti, si trattava dei primi sub-sahariani (dell’”Africa nera”, tanto per intenderci) ad essere riconosciuti martiri e, in quanto tali, venerati dalla Chiesa cattolica. La loro vicenda terrena si svolge sotto il regno di Mwanga, un giovane re che, pur avendo frequentato la scuola dei missionari (i cosiddetti “Padri Bianchi” del Cardinal Lavigerie) non è riuscito ad imparare né a leggere né a scrivere perché “testardo, indocile e incapace di concentrazione”. Certi suoi atteggiamenti fanno dubitare che sia nel pieno possesso delle sue facoltà mentali ed inoltre, da mercanti bianchi venuti dal nord, ha imparato quanto di peggio questi abitualmente facevano: fumare hascisc, bere alcool in gran quantità e abbandonarsi a pratiche omosessuali. Per queste ultime, si costruisce un fornitissimo harem costituito da paggi, servi e figli dei nobili della sua corte. Sostenuto all’inizio del suo regno dai cristiani (cattolici e anglicani) che fanno insieme a lui fronte comune contro la tirannia del re musulmano Kalema, ben presto re Mwanga vede nel cristianesimo il maggior pericolo per le tradizioni tribali ed il maggior ostacolo per le sue dissolutezze. A sobillarlo contro i cristiani sono soprattutto gli stregoni e i feticisti, che vedono compromesso il loro ruolo ed il loro potere e così, nel 1885, ha inizio un’accesa persecuzione, la cui prima illustre vittima è il vescovo anglicano Hannington, ma che annovera almeno altri 200 giovani uccisi per la fede. Il 15 novembre 1885 Mwanga fa decapitare il maestro dei paggi e prefetto della sala reale. La sua colpa maggiore? Essere cattolico e per di più catechista, aver rimproverato al re l’uccisione del vescovo anglicano e aver difeso a più riprese i giovani paggi dalle “avances” sessuali del re. Giuseppe Mkasa Balikuddembè apparteneva al clan Kayozi ed ha appena 25 anni. Viene sostituito nel prestigioso incarico da Carlo Lwanga, del clan Ngabi, sul quale si concentrano subito le attenzioni morbose del re. Anche Lwanga, però, ha il “difetto” di essere cattolico; per di più, in quel periodo burrascoso in cui i missionari sono messi al bando, assume una funzione di “leader” e sostiene la fede dei neoconvertiti. Il 25 maggio 1886 viene condannato a morte insieme ad un gruppo di cristiani e quattro catecumeni, che nella notte riesce a battezzare segretamente; il più giovane, Kizito, del clan Mmamba, ha appena 14 anni. Il 26 maggio vemgono uccisi Andrea Kaggwa, capo dei suonatori del re e suo familiare, che si era dimostrato particolarmente generoso e coraggioso durante un’epidemia, e Dionigi Ssebuggwawo. Si dispone il trasferimento degli altri da Munyonyo, dove c’era il palazzo reale in cui erano stati condannati, a Namugongo, luogo delle esecuzioni capitali: una “via crucis” di 27 miglia, percorsa in otto giorni, tra le pressioni dei parenti che li spingono ad abiurare la fede e le violenze dei soldati. Qualcuno viene ucciso lungo la strada: il 26 maggio viene trafitto da un colpo di lancia Ponziano Ngondwe, del clan Nnyonyi Nnyange, paggio reale, che aveva ricevuto il battesimo mentre già infuriava la persecuzione e per questo era stato immediatamente arrestato; il paggio reale Atanasio Bazzekuketta, del clan Nkima, viene martirizzato il 27 maggio. Alcune ore dopo cade trafitto dalle lance dei soldati il servo del re Gonzaga Gonga del clan Mpologoma, seguito poco dopo da Mattia Mulumba del clan Lugane, elevato al rango di “giudice”, cinquantenne, da appena tre anni convertito al cattolicesimo. Il 31 maggio viene inchiodato ad un albero con le lance dei soldati e quindi impiccato Noè Mawaggali, un altro servo del re, del clan Ngabi. Il 3 giugno, sulla collina di Namugongo, vengono arsi vivi 31 cristiani: oltre ad alcuni anglicani, il gruppo di tredici cattolici che fa capo a Carlo Lwanga, il quale aveva promesso al giovanissimo Kizito: “Io ti prenderò per mano, se dobbiamo morire per Gesù moriremo insieme, mano nella mano”. Il gruppo di questi martiri è costituito inoltre da: Luca Baanabakintu, Gyaviira Musoke e Mbaga Tuzinde, tutti del clan Mmamba; Giacomo Buuzabalyawo, figlio del tessitore reale e appartenente al clan Ngeye; Ambrogio Kibuuka, del clan Lugane e Anatolio Kiriggwajjo, guardiano delle mandrie del re; dal cameriere del re, Mukasa Kiriwawanvu e dal guardiano delle mandrie del re, Adolofo Mukasa Ludico, del clan Ba’Toro; dal sarto reale Mugagga Lubowa, del clan Ngo, da Achilleo Kiwanuka (clan Lugave) e da Bruno Sserunkuuma (clan Ndiga). Chi assiste all’esecuzione è impressionato dal sentirli pregare fino alla fine, senza un gemito. E’ un martirio che non spegne la fede in Uganda, anzi diventa seme di tantissime conversioni, come profeticamente aveva intuito Bruno Sserunkuuma poco prima di subire il martirio “Una fonte che ha molte sorgenti non si inaridirà mai; quando noi non ci saremo più altri verranno dopo di noi”. La serie dei martiri cattolici elevati alla gloria degli altari si chiude il 27 gennaio 1887 con l’uccisione del servitore del re, Giovanni Maria Musei, che spontaneamente confessò la sua fede davanti al primo ministro di re Mwanga e per questo motivo venne immediatamente decapitato. Carlo Lwanga con i suoi 21 giovani compagni è stato canonizzato da Paolo VI nel 1964 e sul luogo del suo martirio oggi è stato edificato un magnifico santuario; a poca distanza, un altro santuario protestante ricorda i cristiani dell’altra confessione, martirizzati insieme a Carlo Lwanga. Da ricordare che insieme ai cristiani furono martirizzati anche alcuni musulmani: gli uni e gli altri avevano riconosciuto e testimoniato con il sangue che “Katonda” (cioè il Dio supremo dei loro antenati) era lo stesso Dio al quale si riferiscono sia la Bibbia che il Corano. La Chiesa ne fa memoria il 3 giugno. (Autore: Gianpiero Pettiti, da Internet, santi e beati)
San Giovanni Bosco (1815 – 1888) San Giovanni Bosco è indubbiamente il più celebre santo piemontese di tutti i tempi, nonché su scala mondiale il più famoso tra i santi dell’epoca contemporanea: la sua popolarità è infatti ormai giunta in tutti i continenti, ove si è diffusa la fiorente Famiglia Salesiana da lui fondata, portatrice del suo carisma e della sua operosità, che ad oggi è la congregazione religiosa più diffusa tra quelle di recente fondazione. Don Bosco fu l’allievo che diede maggior lustro al suo grande maestro di vita sacerdotale, nonché suo compaesano, San Giuseppe Cafasso: queste due perle di santità sbocciarono nel Convitto Ecclesiastico di San Francesco d’Assisi in Torino. Giovanni Bosco nacque presso Castelnuovo d’Asti (oggi Castelnuovo Don Bosco) in regione Becchi, il 16 agosto 1815, frutto del matrimonio tra Francesco e la Serva di Dio Margherita Occhiena. Cresciuto nella sua modesta famiglia, dalla santa madre fu educato alla fede ed alla pratica coerente del messaggio evangelico. A soli nove anni un sogno gli rivelò la sua futura missione volta all’educazione della gioventù. Ragazzo dinamico e concreto, fondò fra i coetanei la “società dell’allegria”, basata sulla “guerra al peccato”. Entrò poi nel seminario teologico di Chieri e ricevette l’ordinazione presbiterale nel 1841. Iniziò dunque il triennio di teologia morale pratica presso il suddetto convitto, alla scuola del teologo Luigi Guala e del santo Cafasso. Questo periodo si rivelò occasione propizia per porre solide basi alla sua futura opera educativa tra i giovani, grazie a tre provvidenziali fattori: l’incontro con un eccezionale educatore che capì le sue doti e stimolo le sue potenzialità, l’impatto con la situazione sociale torinese e la sua straordinaria genialità, volta a trovare risposte sempre nuove ai numerosi problemi sociali ed educativi sempre emergenti. Come succede abitualmente per ogni congregazione, anche la grande opera salesiana ebbe inizi alquanto modesti: l’8 dicembre 1841, dopo l’incontro con il giovane Bartolomeo Garelli, il giovane Don Bosco iniziò a radunare ragazzi e giovani presso il Convitto di San Francesco per il catechismo. Torino era a quel tempo una città in forte espansione su vari aspetti, a causa della forte immigrazione dalle campagne piemontesi, ed il mondo giovanile era in preda a gravi problematiche: analfabetismo, disoccupazione, degrado morale e mancata assistenza religiosa. Fu infatti un grande merito donboschiano l’intuizione del disagio sociale e spirituale insito negli adolescenti, che subivano il passaggio dal mondo agricolo a quello preindustriale, in cui si rivelava solitamente inadeguata la pastorale tradizionale. Strada facendo, Don Bosco capì con altri giovani sacerdoti che l’oratorio potesse costituire un’adeguata risposta a tale critica situazione. Il primo tentativo in tal senso fu compiuto dal vulcanico Don Giovanni Cocchi, che nel 1840 aveva aperto in zona Vanchiglia l’oratorio dell’Angelo Custode. Don Bosco intitolò invece il suo primo oratorio a San Francesco di Sales, ospite dell’Ospedaletto e del Rifugio della Serva di Dio Giulia Colbert, marchesa di Barolo, ove dal 1841 collaborò con il teologo Giovanni Battista Borel. Quattro anni dopo trasferì l’oratorio nella vicina Casa Pinardi, dalla quale si sviluppò poi la grandiosa struttura odierna di Valdocco, nome indelebilmente legato all’opera salesiana. Pietro Stella, suo miglior biografo, così descrisse il giovane sacerdote: “Prete simpatico e fattivo, bonario e popolano, all’occorrenza atleta e giocoliere, ma già allora noto come prete straordinario che ardiva fare profezie di morti che poi si avveravano, che aveva già un discreto alone di venerazione perché aveva in sé qualcosa di singolare da parte del Signore, che sapeva i segreti delle coscienze, alternava facezie e confidenze sconvolgenti e portava a sentire i problemi dell’anima e della salvezza eterna”. Spinto dal suo innato zelo pastorale, nel 1847 Don Bosco avviò l’oratorio di San Luigi presso la stazione ferroviaria di Porta Nuova. Nel frattempo il cosiddetto Risorgimento italiano, con le sue articolate vicende politiche, provocò anche un chiarimento nell’esperienza degli oratori torinesi, evidenziando due differenti linee seguite dai preti loro responsabili: quella apertamente politicizzata di cui era fautore Don Cocchi, che nel 1849 aveva tentato di coinvolgere i suoi giovani nella battaglia di Novara, e quella più religiosa invece sostenuta da Don Bosco, che prevalse quando nel 1852 l’arcivescovo mons. Luigi Fransoni lo nominò responsabile dell’Opera degli Oratori, affidando così alle sue cure anche quello dell’Angelo Custode. La principale preoccupazione di Don Bosco, concependo l’oratorio come luogo di formazione cristiana, era infatti sostanzialmente di tipo religioso-morale, volta a salvare le anime della gioventù. Il santo sacerdote però non si accontentò mai di accogliere quei ragazzi che spontaneamente si presentavano da lui, ma si organizzò al fine di raggiungerli ed incontrarli ove vivevano. Se la salvezza dell’anima era l’obiettivo finale, la formazione di “buoni cristiani ed onesti cittadini” era invece quello immediato, come Don Bosco soleva ripetere. In tale ottica concepì gli oratori quali luoghi di aggregazione, di ricreazione, di evangelizzazione, di catechesi e di promozione sociale, con l’istituzione di scuole professionali. L’amorevolezza costituì il supremo principio pedagogico adottato da Don Bosco, che faceva notare come non bastasse però amare i giovani, ma occorreva che essi percepissero di essere amati. Ma della sua pedagogia un grande frutto fu il cosiddetto “metodo preventivo”, nonché l’invito alla vera felicità insito nel detto: “State allegri, ma non fate peccati”. Don Bosco, sempre attento ai segni dei tempi, individuò nei collegi un valido strumento educativo, in particolare dopo che nel 1849 furono regolamentati da un’opportuna legislazione: fu così che nel 1863 fu aperto un piccolo seminario presso Mirabello, nella diocesi di Casale Monferrato. Altra svolta decisiva nell’opera salesiana avvenne quando Don Bosco si sentì coinvolto dalla nuova sensibilità missionaria propugnata dal Concilio Ecumenico Vaticano I e, sostenuto dal pontefice Beato Pio IX e da vari vescovi, nel 1875 inviò i suoi primi salesiani in America Latina, capeggiati dal Cardinale Giovanni Cagliero, con il principale compito di apostolato tra gli emigrati italiani. Ben presto però i missionari estesero la loro attività dedicandosi all’evangelizzazione delle popolazioni indigene, culminata con il battesimo conferito da Padre Domenico Milanesio al Venerabile Zeffirino Namuncurà, figlio dell’ultimo grande cacico delle tribù indios araucane. Uomo versatile e dotato di un’intelligenza eccezionale, con il suo fiuto imprenditoriale Don Bosco considerò la stampa un fondamentale strumento di divulgazione culturale, pedagogica e cristiana. Scrittore ed editore, tra le principali sue opere si annoverano la “Storia d’Italia”, “Il sistema metrico decimale” e la collana “Letture Cattoliche”. Non mancarono alcune biografie,tra le quali spicca quella del più bel frutto della sua pedagogia, il quindicenne San Domenico Savio, che aveva ben compreso la sua lezione: “Noi, qui, alla scuola di Don Bosco, facciamo consistere la santità nello stare molto allegri e nell’adempimento perfetto dei nostri doveri”. Scrisse inoltre le vite di altri due ragazzi del suo oratorio, Francesco Besucco e Michele Magone, nonché quella di un suo indimenticabile compagno di scuola, Luigi Comollo. Pur essendo straordinariamente attivo, Don Bosco non avrebbe comunque potuto realizzare personalmente dal nulla tutta questa immane opera ed infatti sin dall’inizio godette del prezioso ausilio di numerosi sacerdoti e laici, uomini e donne. Al fine di garantire però una certa continuità e stabilità a ciò che aveva iniziato, fondò a Torino la Società di San Francesco di Sales (detti “Salesiani”), congregazione composta di sacerdoti, e nel 1872 a Mornese con Santa Maria Domenica Mazzarello le Figlie di Maria Ausiliatrice. L’opinione pubblica contemporanea apprezzò molto la preziosa opera di promozione sociale da lui svolta, anche se la stampa laica gli fu sempre avversa, tanto che alla sua morte la Gazzetta del Popolo si limitò a citarne cognome, nome ed età nell’elenco dei defunti, mentre la Gazzetta Piemontese (l’odierna “La Stampa”) gli riservò l’articolo redazionale dosando accuratamente meriti e demeriti del celebre sacerdote: “Il nome di Don Bosco è quello di un uomo superiore che lascia e suscita dietro di sé un vivo contrasto di apprezzamenti e opposti giudizi e quasi due opposte fame: quello di benefattore insigne, geniale, e quello di prete avveduto e procacciate”. Personalità forte ed intraprendente, bisognosa di particolare autonomia nella sua azione a tutto campo, non lasciava affatto indifferenti coloro che gli erano per svariati motivi a contatto. Ciò costituisce inoltre una spiegazione ai ripetuti scontri che ebbe con ben due arcivescovi torinesi: Ottaviano Riccardi di Netro e soprattutto Lorenzo Gastaldi. Lo apprezzò e lo appoggiò invece costantemente e senza riserve Papa Pio IX, che con la sua potente intercessione permise all’opera salesiana di espandersi non solo a livello locale, sorte invece subita da numerosissime altre minute congregazioni. Giovanni Bosco morì in Torino il 31 gennaio 1888, giorno in cui è ricordato dal Martyrologium Romanum e la Chiesa latina ne celebra la Memoria liturgica. Alla guida della congregazione gli succedette il Beato Michele Rua, uno dei suoi primi fedeli discepoli. La sua salma fu in un primo tempo sepolta nella chiesa dell’istituto salesiano di Valsalice, per poi essere trasferita nella basilica di Maria Ausiliatrice, da lui fatta edificare. Il pontefice Pio XI, suo grande ammiratore, beatificò Don Bosco il 2 giugno 1929 e lo canonizzò il 1° aprile 1934. La città di Torino ha dedicato alla memoria del santo una strada, una scuola ed un grande ospedale. Nel centenario della morte, nel 1988 Giovanni Paolo II, recatosi in visita ai luoghi donboschiani, lo dichiarò Padre e Maestro della gioventù, “stabilendo che con tale titolo egli sia onorato e invocato, specialmente da quanti si riconoscono suoi figli spirituali”. La venerazione che Don Bosco ebbe, in vita ed in morte, per sua madre fu trasmessa alla congregazione, che negli anni ’90 del XX secolo ha pensato di introdurre finalmente la causa di beatificazione di Mamma Margherita. Merita infine ricordare la prolifica stirpe di santità generata da Don Bosco, tanto che allo stato attuale delle cause, la Famiglia Salesiana può contare ben 5 santi, 51 beati, 8 venerabili ed 88 servi di Dio. La Chiesa ne celebra la memoria il 31 gennaio. Autore: Fabio Arduino, da Internet, santi e beati).
Beata Maria Anna Sala (1829 – 1891) L’Istituto delle Suore ‘Marcelline’ fu fondato a Vimercate nel 1838 dal Servo di Dio Luigi Biraghi (1801-1879), uomo di vasta cultura e profonda pietà, professore e direttore spirituale nel Seminario Maggiore di Milano, dottore dell’Ambrosiana. Esso sorse con lo scopo di formare la donna con una cultura adeguata e con conoscenze teologiche, affinché potesse portare la saldezza della fede nella società dell’epoca, colta e operosa, ma turbata da pericolose nuove ideologie. L’Istituto prese il nome da s. Marcellina educatrice dei santi fratelli Satiro e Ambrogio e per la chiarezza e la novità dei metodi, la fermezza delle virtù delle prime suore, esso fiorì in modo eccezionale. E a questo Istituto aderì Maria Anna Sala, la quale nata il 21 aprile 1829 a Brivio (Lecco) era stata messa, verso gli undici anni a studiare in collegio a Vimercate presso il nascente Istituto delle ‘Marcelline’ e affidata per la sua formazione culturale e spirituale a Madre Videmari fedele collaboratrice del fondatore. Nel 1846 conseguita la patente di I° grado tornò in famiglia dove profuse tutta la sua bontà consolatrice specie nella malattia della madre e nella rovina finanziaria del padre, nel contempo operando nell’apostolato fra i fanciulli, i sofferenti e i bisognosi della parrocchia. E quando sentì la chiamata di Dio ad una vita più consacrata e dedita alla scuola, ella come già detto, scelse le ‘Marcelline’, rivolgendosi per essere accolta come postulante nel 1848, allo stesso fondatore padre Biraghi. La sua indole si adattò perfettamente alla regola dell’Istituto che richiedeva una vita mista di intensa vita interiore e una spiccata azione apostolica ed educativa fra le alunne; nel 1852 pronunziò i voti perpetui, in quella che fu la prima professione pubblica delle Marcelline. Svolse la sua attività come insegnante di scuola elementare e di musica nel Collegio di Cernusco sul Naviglio e poi nelle Case di Milano e Genova. Ebbe il merito di essere chiamata la “Regola vivente” e tra le alunne “la madre delle anime”. Altra tappa della sua luminosa vita fu l’assistenza nel 1859 ai feriti della guerra d’Indipendenza, nell’ospedale militare di S. Luca; dopo nove anni d’insegnamento a Genova fu trasferita a Milano come insegnante dei corsi superiori e assistente della Madre Videmari. Fu tormentata nel fisico da un doloroso carcinoma al collo che pur non facendola rallentare la sua intensa attività, la porterà alla morte il 24 novembre 1891 fra il compianto di tutti e circondata di fama di santità. Il cardinale arcivescovo di Milano beato Schuster, nel 1931 aprì il processo informativo sulle sue virtù; il processo apostolico si svolse dal 1962 al 1964. È stata beatificata da Papa Giovanni Paolo II il 26 ottobre 1980. La Chiesa ne fa memoria il 24 novembre. (Autore: Antonio Borrelli, da Internet, santi e beati).
S. Teresa di Lisieux (1873 – 1897) Thérèse Martin, nacque ad Alençon in Francia il 2 gennaio 1873 in una famiglia cristiana. Studiò presso le benedetine di Lisieux. A quindici anni, seppure molto giovane, entrò nel monastero delle Carmelitane di Lisieux, dopo essersi recata fino a Roma a chiederne l'autorizzazione al Papa. Nei nove anni che trascorse nel Carmelo di Lisieux, praticò in modo particolare l'umiltà, la semplicità evangelica e la fiducia in Dio, e queste virtù insegnò alle novizie con la parola e con l'esempio, visse infatti così intensamente da offrire al mondo cattolico la sorprendente immagine di una santa, apparentemente estranea e senza rapporti spirituali col mondo a lei contemporaneo. Ha dato alla sua breve esistenza l'impronta ineguagliabile del sorriso, espressione di quella gioia ultraterrena, che secondo le sue parole, «non sta negli oggetti che ci circondano, ma risiede nel più profondo dell'anima». Incline per temperamento a una calma e composta tristezza, Teresa, magnifici capelli biondi, occhi azzurri, lineamenti delicati, alta, straordinariamente bella, quando scriveva sul suo diario «Oh, sì tutto mi sorriderà quaggiù», stava sperimentando ingiustizie e incomprensioni, e già minata dalla tubercolosi polmonare, stremata di forze, non rifiutava alcun lavoro pesante e continuava «a gettare a Gesù i fiori dei piccoli sacrifici». Nelle stupende pagine dei suoi quadernetti in cui andava tracciando, per obbedienza, le sue esperienze interiori, e che saranno poi pubblicate sotto il titolo di "Storia di un'anima", trapela la grandezza dei suoi sacrifici. Teresa ha dato alla sua vita di ascesi l'inconfondibile stile e titolo di «infanzia spirituale» non per una innata tendenza di mettere tutto al diminutivo, ma per una scelta ben precisa, conforme all'invito evangelico di «farsi piccoli» come i bambini. Ella scrive: « lo mi ero offerta a Gesù Bambino per essere il suo trastullo, e gli avevo detto che non si servisse di me come di uno di quei balocchi di pregio, che i fanciulli si contentano di guardare, ma come di una piccola palla di nessun valore, da poter buttare per terra, spingere col piede, lasciare in un canto, oppure stringere al cuore, qualora ciò potesse fargli piacere. In una parola volevo divertire Gesù Bambino e abbandonarmi ai suoi capricci infantili». Morì il 30 settembre 1897 nel Carmelo di Lisieux. Fu canonizzata il 17 maggio 1925 da Papa Pio XI e nel 1927, sempre da Papa Pio XI, fu nominata, insieme a s. Francesco Saverio, patrona delle missioni. Nel 1944 patrona secondaria della Francia, accanto a Giovanna d'Arco. Il 19 ottobre 1997 Papa Giovanni Paolo II l’ha dichiarata Dottore della Chiesa. La Chiesa ne fa memoria il primo ottobre.
San Charbel, libanese + 24 dicembre 1898 - 24 luglio Giuseppe Makhluf, nacque nel villaggio di Biqa ’Kafra il più alto del Libano nell’anno 1828. Rimasto orfano del padre a tre anni, passò sotto la tutela dello zio paterno. A 14 anni già si ritirava in una grotta appena fuori del paese a pregare per ore (oggi è chiamata “la grotta del santo”). Egli pur sentendo di essere chiamato alla vita monastica, non poté farlo prima dei 23 anni, visto l’opposizione dello zio, quindi nel 1851 entrò come novizio nel monastero di ‘Annaya dell’Ordine Maronita Libanese. Cambiò il nome di battesimo Giuseppe in quello di Sarbel che è il nome di un martire antiocheno dell’epoca di Traiano. Trascorso il primo anno di noviziato fu trasferito da ‘Annaya al monastero di Maifuq per il secondo anno di studi. Emessi i voti solenni il 1° novembre 1853 fu mandato al Collegio di Kfifan dove insegnava anche Ni’matallah Kassab la cui Causa di beatificazione è in corso. Nel 1859 fu ordinato sacerdote e rimandato nel monastero da ‘Annaya dove stette per quindici anni; dietro sua richiesta ottenne di farsi eremita nel vicino eremo di ‘Annaya, situato a 1400 m. sul livello del mare, dove si sottopose alle più dure mortificazioni. Mentre celebrava la s. Messa in rito Siro-maronita, il 16 dicembre 1898, al momento della sollevazione dell’ostia consacrata e del calice con il vino e recitando la bellissima preghiera eucaristica, lo colse un colpo apoplettico; trasportato nella sua stanza vi passò otto giorni di sofferenze ed agonia finché il 24 dicembre lasciò questo mondo. A partire da alcuni mesi dopo la morte si verificarono fenomeni straordinari sulla sua tomba, questa fu aperta e il corpo fu trovato intatto e morbido, rimesso in un’altra cassa fu collocato in una cappella appositamente preparata, e dato che il suo corpo emetteva del sudore rossastro, le vesti venivano cambiate due volte la settimana. Nel 1927, essendo iniziato il processo di beatificazione, la bara fu di nuovo sotterrata. Nel 1950 a febbraio, monaci e fedeli videro che dal muro del sepolcro stillava un liquido viscido, e supponendo un’infiltrazione d’acqua, davanti a tutta la Comunità monastica fu riaperto il sepolcro; la bara era intatta, il corpo era ancora morbido e conservava la temperatura dei corpi viventi. Il superiore con un amitto asciugò il sudore rossastro dal viso del beato Sarbel e il volto rimase impresso sul panno. Sempre nel 1950 ad aprile le superiori autorità religiose con una apposita commissione di tre noti medici riaprirono la cassa e stabilirono che il liquido emanato dal corpo era lo stesso di quello analizzato nel 1899 e nel 1927. Fuori la folla implorava con preghiere la guarigione di infermi lì portati da parenti e fedeli ed infatti molte guarigioni istantanee ebbero luogo in quell’occasione. Si sentiva da più parti gridare Miracolo! Miracolo! Fra la folla vi era chi chiedeva la grazia anche non essendo cristiano o non cattolico. Il Papa Paolo VI il 5 dicembre 1965 lo beatificò davanti a tutti i Padri Conciliari durante il Concilio Ecumenico Vaticano II. La Chiesa ne fa memoria il 24 dicembre (Autore: Antonio Borrelli – da Internet, santi e beati)
Leonardo Murialdo (1828 – 1900) Leonardo Murialdo nacque il 26 ottobre 1828 nel cuore di Torino, in una famiglia benestante che contava ben nove figli. Orfano di padre a cinque anni, crebbe in un contesto familiare cristianamente impegnato, nonostante l’acceso anticlericalismo di quei tempi. La sofferenza per la mancanza del padre gli procurò una grande sensibilità che tramutò, una volta sacerdote, in paternità spirituale per i più giovani. Nadino, come veniva chiamato, ricevuta in casa una prima istruzione, entrò nel 1836 col fratello Ernesto nel Collegio degli Scolopi di Savona dove ricevette una formazione umana e religiosa che gli sarà fondamentale per tutta la vita. Sentì in quegli anni la chiamata al sacerdozio, contrastata però da una grave crisi personale. Tornato a Torino, nel 1845 si iscrisse alla facoltà teologica dell’Università come chierico esterno, secondo l’uso di quei tempi per gli appartenenti alle famiglie agiate. Persa la madre un anno prima di laurearsi, venne ordinato prete il 20 settembre 1851 nella chiesa della Visitazione. Il giovane Don Murialdo iniziò subito il suo apostolato nel povero quartiere Vanchiglia presso l’Oratorio dell’Angelo Custode, fondato una decina d’anni prima dal santo sacerdote Giovanni Cocchi e diretto dal cugino Teologo Roberto Murialdo. Era il primo oratorio della città. Le miserie cui provvedere erano innumerevoli, capitò pure che genitori morenti affidassero al giovane prete i figli perché li crescesse. Un giorno, incontrato uno spazzacamino disperato, lo ospitò in casa propria. La Torino dell’Ottocento, negli anni del Risorgimento, vide intrecciarsi le vicende dei suoi santi e due apostoli della gioventù come Don Bosco e Don Murialdo non potevano non incontrarsi. Nel 1857 il santo di Valdocco incaricò Don Leonardo della direzione dell’Oratorio di S. Luigi, presso la Stazione di Porta Nuova. Nel 1865 il Murialdo avvertì la necessità di approfondire gli studi di teologia morale e di diritto canonico e andò a Parigi, al seminario di Saint Sulpice, entrando in contatto con le realtà educative e sociali della capitale francese, tra cui le Conferenze di S. Vincenzo de’ Paoli. Soggiornò poi brevemente anche a Londra. In un discorso di quell’anno tenuto ad una Conferenza di S. Vincenzo disse: “Il laico, di qualsiasi ceto sociale, può essere oggi un apostolo non meno del prete e, per alcuni ambienti, più del prete”. Tornò a Torino nel 1866 e gli fu proposta la direzione del Collegio Artigianelli, dove i giovani venivano istruiti e preparati a un mestiere. Sarà il maggiore impegno della sua vita, che porterà avanti per trentaquattro anni a costo di enormi sacrifici. L’anno successivo, con alcuni collaboratori, tra cui il Servo di Dio Don Eugenio Reffo, Leonardo Murialdo diede inizio alla Confraternita laicale di San Giuseppe. Lo scopo era di aiutare la gioventù povera e abbandonata, non pensando solo ai bisogni del momento, ma guardando alle necessità future. Per lo stesso motivo nel 1870 assunse la direzione dell’Oratorio di San Martino. Il mondo operaio costituiva l’altra emergenza sociale cui provvedere. San Leonardo rispose anche in questo caso in modo lungimirante, puntando a formare tra gli operai un senso di mutua solidarietà che li rendesse coscienti dei propri diritti. Si impegnò per i disoccupati, per le donne e i ragazzi che lavoravano in fabbrica, organizzando l’Unione degli Operai Cattolici (1871) di cui fu poi assistente ecclesiastico. Nello stesso anno fu tra i promotori delle biblioteche popolari cattoliche. Fondò l’Associazione della Buona Stampa e nel 1876 fu tra gli ideatori, con il Venerabile Paolo Pio Perazzo, del giornale “La Voce dell’Operaio”, che oggi è il settimanale diocesano “La Voce del Popolo”. Viaggiò spesso nel Sud d’Italia per conoscere le realtà assistenziali delle altre città. Il 19 marzo 1873, festa del Santo Patriarca di cui era grande devoto, fondò la Pia Società Torinese di San Giuseppe. Nonostante la mole enorme di iniziative era un prete semplice, gioioso nella sua missione. Basta leggere alcune frasi tratte dai suoi scritti: “Dio mi ama. Che gioia! Che consolazione! Dio mi ama di amore eterno, personale, gratuito, infinito e misericordioso. Dio mi ama. Egli non si dimentica mai, mi segue e mi guida sempre. Lasciamoci amare da Dio!”. In un altro scritto compendia le verità cristiane con “I tre miracoli dell'amore di Dio. Il Presepio con Gesù bambino: egli ci insegna umiltà, povertà, rassegnazione. Il Calvario con Gesù crocifisso: è cattedra che insegna le grandi verità dell'amore di Dio per gli uomini e dell'amore degli uomini per Dio. L'Eucarestia con Gesù sacramento: è la perfezione dell'amore; Gesù viene a noi, ci ama, si unisce a noi”. Nel 1877 si ammalò gravemente ma Don Bosco gli assicurò che la sua vita sarebbe stata ancora lunga. E così fu. L’anno dopo fondò una colonia agricola a Rivoli per giovani, cui fecero seguito altre istituzioni simili in vari paesi del Piemonte. Nel 1883 estese il raggio d’azione della Congregazione oltre i confini regionali, chiamando alla collaborazione diretta quanti si erano formati nelle sue istituzioni. Suo grande assillo fu sempre la pesante situazione debitoria del Collegio cui fece fronte, a volte, di tasca propria. Il figlio della borghesia amico dei poveri organizzò pure collette davanti al celebre Santuario della Consolata. Infaticabile, partecipò a molti congressi e alcune sue iniziative furono le prime, nel loro genere, in Italia. Promosse un Ufficio di Collocamento cattolico (1876) e inaugurò una Casa-Famiglia per operai (1878). Fondò una Cassa di Mutuo soccorso (1879), un dopolavoro (1878), l'Opera dei Catechismi serali per giovani operai (1880), la Lega del Lavoro (1899). Nel 1892 scrisse al sindaco per denunciare lo sfruttamento dei giovani lavoratori, presentando un progetto di riforma che prevedeva l’obbligo scolastico fino ai quattordici anni, l’abolizione del lavoro notturno, il riposo festivo, la giornata lavorativa di otto ore. Un’attività intensa come quella del Murialdo trovava forza nella preghiera e nella consapevolezza di essere amati da Dio. Scrisse: “l’uomo che prega è il più potente del mondo”, “la preghiera è l'anima e la forza dell'uomo. Sia fatta con umiltà, confidenza, perseveranza. Non basta, però, pregare, bisogna pregare bene, cioè con il cuore”, “Carità è guardare e dire il bello di ognuno, perdonare di cuore, avere serenità di volto, affabilità, dolcezza. Come senza fede non si piace a Dio, così senza dolcezza non si piace al prossimo”. Fu grande devoto della Madonna: “Maria, Madre nostra, è la più amante, la più affettuosa delle madri. E' madre di Dio, quindi ottiene tutto. E' madre nostra, quindi non ci nega niente. E' madre di misericordia: gettiamoci nelle sue braccia”. Nel Testamento Spirituale parla di un Dio "così buono, così paziente, così generoso". Possediamo un ricco epistolario che è una fonte preziosa per conoscere l’attività degli Artigianelli, le continue preoccupazioni economiche affrontate con una grande fiducia nella Provvidenza di Dio, i contatti con molte personalità italiane e straniere. Amò intensamente la sua città: “Quanto sono riconoscente a Dio di avermi fatto nascere in Italia, a Torino, nella città del Santo Sacramento, della Consolata, nella città di tante opere benefiche, [...]. Quanto ti amo mia Torino”. Nessuna opera benefica della città di quei decenni se non ebbe dal Murialdo l’iniziativa, vide almeno il suo sostegno. Per estrazione sociale e per preparazione avrebbe potuto intraprendere una carriera ecclesiastica invidiabile, ma preferì aiutare i poveri, incarnando perfettamente lo spirito della “Rerum novarum” di Papa Leone XIII. S. Leonardo Murialdo morì, a causa di una polmonite, il mattino del 30 marzo 1900. Sepolto nel Cimitero Generale, il corpo fu in seguito trasferito nella parrocchia di Santa Barbara. Dal 1971, un anno dopo la canonizzazione, è venerato nel monumentale Santuario della Madonna della Salute in Borgo Vittoria. La festa nell’Ordine è fissata al 18 maggio e in tale data ne fanno memoria anche la diocesi di Torino e la congregazione dei salesiani. I Giuseppini e le suore Murialdine, nate alcuni decenni dopo la sua morte, vivono il suo carisma in varie parti d’Italia e del mondo. La Chiesa ne fa memoria il 30 marzo (Autore: Daniele Bolognini, da Internet, santi e beati)
Beato Luigi M. Monti (1825 – 01 ottobre 1900) Nel secolo XIX contro l'agnosticismo dilagante, lo Spirito Santo ha suscitato donne e uomini eccezionali ricchi del carisma dell'“assistenza” e dell'“accoglienza” perché fosse ancora l'amore del prossimo a convincere l'uomo scettico e positivista a credere in Dio-Amore. In questa schiera di fedeli ripieni di Spirito Santo viene anno-verato Luigi Monti, beato della carità, che ha testimoniato l'amore al prossimo nel segno della Donna che non ha conosciuto il peccato, segno di liberazione da ogni male: l'Immacolata. Luigi Monti religioso laico chiamato “padre” per venerazione dai suoi discepoli, data la sua manifesta paternità spirituale, nacque a Bovisio, diocesi di Milano, il 24 luglio 1825, ottavo di undici figli. Rimasto orfano di padre a 12 anni, divenne artigiano del legno per aiutare la madre e i fratelli più piccoli. Giovane ardente radunò nella sua bottega molti coetanei artigiani e contadini per dar vita ad un oratorio serale. Il gruppo prese il nome di Compagnia del Sacro Cuore di Gesù, ma il popolo di Bovisio lo chiamò: “La Compagnia dei Frati”. Esso si distingueva per l'austerità di vita, per la dedizione al malato, al povero, per lo zelo di evangelizzare i lontani. Luigi, leader del gruppo, nel 1846 a 21 anni si consacrò a Dio emettendo i voti di castità e obbedienza nelle mani del suo padre spirituale. Fu un fedele laico consacrato nella Chiesa di Dio senza convento, senza abito. Non tutti però seppero cogliere i doni che lo Spirito aveva infuso in Luigi Monti. Infatti alcune persone del paese insieme al parroco misero in atto un'opposizione strisciante ma palese che sfociò in una calunniosa denuncia di cospirazione politica contro l'autorità austriaca di occupazione. Malgrado il clima di sospetto che regnava nel Lombardo-Veneto nel 1851, Luigi Monti e i suoi compagni furono liberati in istruttoria, ma dopo 72 giorni di carcere. Docile al suo padre spirituale entrò con lui tra i Figli di Maria Immacolata, Congregazione che il Beato Ludovico Pavoni aveva fondato solo 5 anni prima. Vi rimase sei anni come novizio. Questo tempo fu per Luigi Monti un periodo di transizione, nel quale, però, s'innamorò delle costituzioni del Pavoni, fece esperienza di educatore e apprese la teoria e la pratica della professione di infermiere che mise a servizio della comunità e dei colpiti dal colera nell'epidemia del 1855 in Brescia, chiudendosi volontariamente nel locale lazzaretto. Luigi Monti, a 32 anni, è ancora alla ricerca della realizzazione concreta della sua consacrazione. In una lettera del 1896, a 4 anni dalla fine della sua vita, così rievocò la notte dello spirito, vissuta in questo periodo: “Passavo delle ore davanti a Gesù in Sacramento, ma erano tutte ore senza una stilla di celeste rugiada; il mio cuore rimaneva arido, freddo, insensibile. Do orecchio all'ispirazione, e mi affretto a seguirla. Mi inginocchio, e dopo non molto — meraviglia! — vedo due personaggi in forma umana. Li conosco. Era Gesù con la sua Madre Santissima, i quali mi si fanno dappresso e con voce alta mi dicono: “Luigi, molto avrai ancora da soffrire; altre lotte maggiori e varie avrai da incontrare. Sta forte; di tutto ne uscirai vincitore; il nostro potente aiuto non ti verrà mai meno. Prosegui la via che incominciasti”. Sì dissero e disparvero”. Ispirato dalla testimonianza di carità della santa Crocifissa di Rosa, Padre Luigi Dossi, prospettò al Monti l'idea di dar vita ad una “Congregazione per il servizio degli infermi” a Roma. Luigi Monti accettò e suggerì di chiamarla: “Congregazione dei Figli dell'Immacolata Concezione”. L'idea fu condivisa da diversi suoi amici del tempo della “Compagnia” e da un giovane infermiere esperto molto ardente, Cipriano Pezzini. Una fondazione all'ombra del Cupolone non era cosa semplice e per di più in uno degli ospedali più famosi di Europa: l'ospedale Santo Spirito. Nel frattempo i cappellani cappuccini di quel famoso ospedale dettero inizio ad una associazione di terziari di San Francesco per l'assistenza corporale ai malati. Quando Luigi Monti giunse a Roma, nel 1858, trovò una realtà diversa da quella programmata da lui e dal suo amico Pezzini che lo aveva preceduto per intessere le necessarie trattative con il Commendatore, massima autorità dell'ospedale. Comprese che Dio, al momento, lo voleva “Fra Luigi da Milano”, infermiere nell'ospedale Santo Spirito, e umilmente chiese di esserne inserito. Fu addetto dapprima a tutti i servizi riservati oggi al personale sanitario ausiliario, poi addetto a particolari interventi, specifici della mansione del flebotomo, descritte nel diploma rilasciatogli dall'Università La Sapienza di Roma. Nel 1877, per unanime designazione dei suoi confratelli, Pio IX, lo pose a capo della “sua” Congregazione e vi rimarrà per ventitré anni fino alla morte. ©Pio IX predilesse fin dalle origini la Congregazione dei Figli dell'Immacolata Concezione, sia per il grande suo anelito di vedere ben assistiti gli infermi degli ospedali romani, sia perché portavano il nome dell'Immacolata. Posto a capo della “sua” famiglia, Luigi Monti preparò per essa un codice di vita che riflette le esperienze per le quali lo Spirito di Dio lo aveva condotto. E la comunità del Santo Spirito, per mezzo della sua animazione, visse l'“apostolica vivendi forma” dei Figli dell'Immacolata Concezione. I Fratelli nutriti dall'Eucaristia e dalla meditazione del privilegio della “Tutta Pura”, si dedicavano all'assistenza in modo eroico. Nei ricoveri in massa per epidemie di malaria, di tifo o a seguito di episodi bellici, non esitarono i Fratelli a dare spontaneamente anche il loro materasso. Si dichiararono tutti disponibili ad assistere i malati di tutte le forme di malattia, in qualsiasi parte fossero inviati. Luigi Monti costituì altre piccole comunità nell'alto Lazio, ove egli stesso aveva operato precedentemente come ospedaliere dai molti ruoli ed anche come infermiere itinerante per i casolari sparsi per la campagna di Orte (VT). Un giorno ricevette (siamo nel 1882) a Santo Spirito la visita di un religioso certosino che dichiarò di aver avuto l'ispirazione dalla Vergine Immacolata di presentarsi a lui. Veniva da Desio (Milano). Il certosino gli presentò un caso pietoso: quattro orfani, figli di suo fratello vedovo, da poco deceduto, di cui il maggiore aveva undici anni. Un segno dello Spirito di Dio e Luigi Monti allargò l'opera assistenziale ai minori, orfani di entrambi i genitori. Per essi aprì una Casa di accoglienza a Saronno. Il suo principio pedagogico basilare è fondato sulla paternità dell'educatore. L'orfano deve trovare nella comunità dei religiosi la nuova famiglia, per “vivere insieme la giornata”, per creare insieme le prospettive di inserimento nella società con una formazione umana e cristiana che fosse la base per tutte le vocazioni: alla famiglia, allo stato di speciale consacrazione, come al sacerdozio ministeriale. Luigi Monti, laico consacrato, concepì la comunità di “Fratelli” non sacerdoti e sacerdoti nella parità dei diritti e dei doveri, ove a superiore della comunità doveva essere eletto il fratello più idoneo. La morte lo colse a Saronno, stremato di forze, quasi cieco, a 75 anni nel 1900. Il suo progetto non aveva avuto ancora l'approvazione ecclesiastica. Ma San Pio X, nel 1904, diede l'approvazione al nuovo modello di comunità, previsto dal fondatore concedendo il sacerdozio ministeriale come complemento essenziale per svolgere una missione apostolica rivolta a tutto l'uomo, sia nel servizio
degli infermi che nell'accoglienza della gioventù emarginata. Nel 2001 la Congregazione delle Cause dei Santi ha promulgato il decreto sull'eroicità delle virtù e nel 2003 si ebbe il decreto che definiva miracolosa la guarigione avvenuta nel 1961 a Bosa (Sardegna) del contadino Giovanni Luigi Iecle. Tuttora la Congregazione dei Figli dell'Immacolata è sparsa in tutto il mondo manifestando nelle opere di carità il carisma di accoglienza paterna e di assistenza effettuata con professionalità e somma dedizione dal fondatore Luigi Monti. E' stato beatificato da Giovanni Paolo II il 9 novembre 2003. La data di culto indicata nel Martyrologium Romanum è il 1 ottobre. La Congregazione dei Figli dell'Immacolata Concezione lo ricorda il 22 settembre. ( fonte: Santa Sede, da Internet, santi e beati)
Beato Contardo Ferrini ( 1859 – 1902) Sale cinematografiche, circoli cattolici, scuole, istituti, vie e piazze sono state in passato intitolate al suo nome, eppure oggi sembra piombato su di lui un ingiustificato silenzio. La sua vita, abbastanza breve, interamente dedicata alla scienza, nello sforzo continuo di perfezionare se stesso, non presenta tratti miracolistici ed eclatanti, eppure un Papa che gli era stato amico, Pio XI, ha il coraggio di affermare che “parve quasi miracolo la sua fede e la sua vita cristiana, al suo posto e nei tempi nostri”. Contardo Ferrini nasce nel 1859, in una Milano che è agitata da venti di guerra e sconvolta da furori patriottici. A scuola brucia le tappe: a 17 anni consegue la licenza liceale, a 21 si laurea in giurisprudenza e diventa in fretta uno dei giuristi più affermati e uno dei maggiori romanisti del suo tempo. Il ragazzo prodigio, dopo un periodo di specializzazione a Berlino, a 24 anni è già insegnante di diritto romano nell’università di Pavia, dove tutti cominciano ad ammirarne la preparazione, la competenza e la serietà. Insegna poi a Messina e a Modena e nel 1894 fa ritorno a Pavia, dove resta fino alla morte. Quasi duecento suoi scritti testimoniano la passione del ricercatore e il rigore dello scienziato e uno dei suoi testi sul diritto penale è stato per parecchi anni testo fondamentale per allievi e studiosi. Ma, oltre alla passione per la scienza, il professore illustre si “specializza” nell’amicizia con Dio, con la spiritualità di un contemplativo e l’ardore di un santo. La sua epoca è contrassegnata dalla massoneria, dall’anticlericalismo e dalla corruzione dei costumi e il “professore”vive in essa senza lasciarsi contaminare. Non si sente chiamato all’apostolato attivo: a lui basta offrire la testimonianza di una vita limpida, intessuta di preghiera, condita di dolcezza ed umiltà. E l’efficacia di questo “apostolato silenzioso” la testimoniano gli atei, i “lontani” e gli indifferenti, che mentre attestano che mai Contardo ha fatto proselitismo o tentato “conversioni”, tuttavia sempre “lascia intravedere Dio” con il suo comportamento e il suo stile di vita. Impegnato nella San Vincenzo e in altre attività caritative, per quattro anni è anche consigliere comunale di Milano, dove si batte per conservare l’insegnamento religioso nelle scuole primarie. E’ anche uno dei primi a sostenere il progetto di un’università cattolica in Italia e per questo l’Università Cattolica del sacro Cuore, nata dopo la sua morte, riconosce in lui il precursore e l’ispiratore. Contrae il tifo bevendo a una fontana inquinata e muore a 43 anni, il 17 ottobre 1902, durante un periodo di vacanza a Suna, sul Lago Maggiore. Una insistente e duratura fama di santità circonda subito il “professore” che aveva dimostrato come sia possibile coniugare la fede con la ricerca scientifica, la preghiera con l’impegno socio-politico, le convinzioni cattoliche con il rispetto delle idee altrui. Pio XII lo proclama beato nel 1947, indicando in lui “il modello dell’uomo cattolico dei nostri giorni”. Un buon esempio per tutti, dunque. Anche a più di cent’ anni di distanza. La Chiesa ne fa memoria il 17 ottobre. (Autore: Gianpiero Pettiti , da Internet, santi e beati)
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