I Santi del XIV secolo

 

 

 

Il Trecento

Questo secolo si apre felicemente con un avvenimento del tutto nuovo nella storia della Chiesa: l’istituzione del Giubileo voluto da papa Bonifacio VIII.

 L’iniziativa nasce con le migliori intenzioni e cioè quella di ricordare la nascita di Cristo, con la remissione della pena conseguente ai peccati commessi e perdonati nel sacramento della riconciliazione .

Le cause seconde che lo promossero invece erano quelle di ridare nuova vitalità e nuovo slancio a Roma attraverso le celebrazioni giubilari.

Il papato subì nelle sue aspirazioni di egemonia mondiale una grave scossa per opera della Francia e poi nell'esilio avignonese fu piegato ancora maggiormente sotto la potenza di quella nazione. L'impero, spogliato del suo carattere universale e messo in ombra dal sorgere degli stati nazionali, non era più in grado di dargli un appoggio efficace; in modo particolare poi il grande scisma di Occidente durato per quasi quarant'anni (1378-1417), offuscò assai l'idea del primato romano e portò danni immensi all'intera cristianità. Le mancanze sempre maggiori nel clero, fra i religiosi e nel popolo sollevavano sempre più forte e più impetuoso l'appello a una riforma della Chiesa nel capo e nei membri.

Le scienze ecclesiastiche dal secolo XIV in poi vengono scardinate da concezioni prevalentemente critiche e soggettivistiche; in modo particolare il nominalismo dissolve l'armonia fra scienza e fede. I movimenti popolari eretici di Wiclif e di Hus rivoluzionano tutta l'Inghilterra e la Boemia. L'umanesimo e il rinascimento, provenienti dall'Italia, conquistano trionfalmente l'Europa, sviluppando nuovi intenti culturali e nuovi ideali di vita di tendenza individualistica e laica.

E’ necessaria una premessa del genere per capire i grandi capovolgimenti religiosi e politici che sconvolgono la vita della Chiesa fin dagli albori del secolo.

Lo scontro tra Bonifacio VIII e Filippo IV detto il Bello che, in un primo momento era stato favorito dal papato stesso per contrapporlo all’imperatore di Germania, si rivela ben presto esiziale per la Chiesa stessa.

Il re di Francia manda una missione ad Anagni, dove il papa ha la sua residenza estiva e lo fa prigioniero. Il cosidetto “schiaffo di Anagni” é così devastante che il papa, dopo un mese, muore (11.10.1303).

Dopo la morte di Bonifacio VIII abbiamo il breve pontificato di Benedetto XI, (1303 -1304).

Gli succede  Clemente V, francese, che sotto l'influenza del re di Francia Filippo il Bello, trasferisce la corte papale ad Avignone, sotto la protezione del re.

E’ un periodo disastroso per l'Italia. Gli stati pontifici vengono affidati ad un gruppo di tre cardinali, ma Roma, il campo di battaglia dei Colonna e degli Orsini, resta ingovernabile. Nel 1312, l'imperatore Enrico VII viene in Italia, stabilendo i Visconti come vicari a Milano, e si fa incoronare dai legati di Clemente a Roma, prima di morire nei pressi di Siena nel 1313.

A Ferrara, le armate pontificie si scontrano con Venezia. Quando la scomunica e l'interdetto non producono l'effetto atteso, papa Clemente proclama una crociata contro i Veneziani, il che è sintomatico di quanto fosse svilito il potere politico del Papa.

E’ con questo papa che avvenne la sanguinosa repressione dell'eresia di Fra' Dolcino in Piemonte e la promulgazione della Costituzione Clementina nel 1313.

A Clemente V succedono altri sei papi francesi. Tutti si impegnano a tornare a Roma, ma il loro proposito rimane solo tra le pie intenzioni, anche perché la città, lasciata a se stessa,  è caduta in preda alle lotte delle fazioni e versa nel caos più completo.

Ancora una volta il popolo romano prende l'iniziativa e nel 1342 invia ad Avignone una delegazione per chiedere al papa Clemente VI, di indire un nuovo giubileo per il 1350.

L'intenzione di fondo che li ispira é quella di ridare nuova vitalità e nuovo slancio a Roma, attraverso le solenni celebrazioni giubilari. A ciò si aggiunge anche la segreta speranza che l'evento possa indurre il papa a tornare nella sua sede.

Cola di Rienzo, che presiede la delegazione, descrive le tristi condizioni in cui versa la città eterna con parole tanto infuocate che Clemente VI e tutta la corte ne restano scossi.

A perorare la causa dei romani interviene anche il più illustre ospite della corte avignonese, Francesco Petrarca, che si sente cittadino romano da quando, nel 1341, era stato incoronato poeta in Campidoglio. Il Grande poeta ha lasciato nelle sue lettere ed in diversi sonetti il ricordo amaro della decadenza della corte papale in Avignone, chiamata da lui “la Babilonia d’Occidente”.

Egli indirizza al pontefice una lettera in cui ricordandogli la brevità della vita umana, molti sarebbero esclusi dalla partecipazione al giubileo, se si mantenesse la cadenza centenaria. Il papa si decide ad indire il secondo giubileo, proclamandolo con la bolla «Unigenitus Dei Filius», datata da Avignone 29 gennaio 1343, ma resa pubblica nell'agosto 1349, nella quale dichiara ridotta da cento a cinquanta anni l'intervallo fra un un giubileo e l'altro e concede l'indulgenza plenaria a chi si fosse recato durante l'anno 1350 presso le tombe degli apostoli Pietro e Paolo e, in aggiunta, anche nella basilica di San Giovanni in Laterano.

Il papa però rimane ad Avignone, ma invia a Roma a sostituirlo il cardinale Annibaldo da Leccano. Il legato pontificio decide di ridurre, per i romei che giungono d'oltralpe, i giorni della «perdonanza» consistente in preghiere che devono durare da quindici (30 per i romani) a dieci, a cinque e anche ad uno soltanto, secondo la distanza dal loro paese, mettendo lo strapazzo e i pericoli del viaggio a sconto dei peccati. La risoluzione suscita il malcontento di osti e albergatori che contavano di far lauti guadagni speculando sulla permanenza dei pellegrini.

L'assenza del papa, unita ad una serie di eventi drammatici, la peste del 1348 e un terribile terremoto che devastò l'Italia centrale il 9 settembre 1349, circostanze che non erano certo favorevoli ad offrire confortevole ospitalità, non frenano l'afflusso dei pellegrini.

I romei affrontano disagi inauditi in una città semidistrutta dal terremoto, angariati dall'esosità degli osti, assaliti e spesso derubati nelle strade. Il Villani, famoso storico del tempo, attesta che la folla era tanta che non si riusciva quasi a muoversi nelle vie: durante la quaresima sarebbero giunti a Roma addirittura un milione e duecentomila pellegrini.

Le grandi calamità che stanno flagellando l'Europa fanno sentire maggiormente il desiderio di convertirsi e di rivolgersi a Dio. Fra i pellegrini illustri si ricordano, oltre al Petrarca, Ludovico re d'Ungheria e santa Brigida di Svezia.

Questo Giubileo è stato duramente provato da due avvenimenti terribili di fronte ai quali l’Europa intera si è trovata impotente: la peste bubbonica del 1348 ed il terremoto del 1349; fenomeni che certamente influirono sull’animo delle popolazioni.

Nel mese di ottobre del  1347, navi mercantili genovesi provenienti dal Mar Nero, approdano  nel porto di Messina con morti e moribondi.

I marinai ammalati presentano strani rigonfiamenti neri delle dimensioni di un uovo o una mela sotto le ascelle e all’inguine, soffrono di dolori intensi e muoiono rapidamente, entro cinque giorni dai primi sintomi. Si calcola che l’epidemia abbia portato alla morte circa 23 milioni di persone tra Oriente ed Occidente. Peggio di una catastrofe nucleare dei nostri giorni.

Per venire alle città di cui si hanno dei dati più significativi ci è stato tramandato che i morti totali in Parigi si contavano in 50.000 o metà della popolazione. Firenze, indebolita dalla carestia del 1347, ha perso tre o quattro quinti dei suoi cittadini, due terzi, Venezia.

La prima ondata ha colpito l'Europa nel 1347-1350; però ne seguirono altre sei tra il 1350 e il 1400. Certamente  di fronte a fenomeni così rapidi e devastanti, la gente riteneva che fosse imminente la fine del mondo.

Ad Innocenzo VI, di cui non ci sono note di rilievo ci sembra giusto fare memoria di Urbano V che ha il merito di tentare di riportare la sede papale da Avignone a Roma per sottrarre la Santa Sede alle ingerenze del re di Francia.

Il primo anno romano di Urbano fu molto attivo. Fu infaticabile nel ricostruire chiese e basiliche, forse fu anche troppo zelante nel riformare il governo mettendo al posto dei sette eletti dal popolo tre funzionari della Santa Sede ed eliminando così quella democrazia che il popolo era convinto di aver ottenuto. Iniziarono in questo modo i primi malcontenti. I cardinali francesi che Urbano si era portati dietro non si erano adattati all'ambiente e si lamentavano delle offese che ricevevano dai romani, che ricambiavano l'antipatia.

Nella primavera del 1368 scese a Roma l'imperatore Carlo IV, per ossequiarlo e per esserne incoronato.L'imperatore, presa la corona, risalì in fretta e furia la penisola lasciando al loro destino gli Stati della Chiesa e lo stesso Urbano.

All'inizio dell'anno seguente salì a Roma l'imperatore d'Oriente Giovanni Paleologo a rendere omaggio a Urbano e ad abiurare lo scisma, ma il vero scopo della visita era quello di implorare un aiuto per il suo impero pericolante ormai quasi tutto in mano ai Turchi, bandendo una crociata. Il Pontefice fece un appello, ma nessuno si mosse, salvo Amedeo VI di Savoia che però arrivò solo fino a Gallipoli. In Italia tutti gli Stati erano impegnati a difendersi dalle scorrerie delle compagnie di ventura, che con la massima indifferenza passavano al soldo ora di uno ora dell'altro potente signore per dedicarsi a scorrerie, guerriglie e assalti. In Francia era cominciata la guerra dei cent'anni con l'Inghilterra. E la Germania era in mano a Carlo IV e ai suoi principi.

La presa in giro di Carlo IV, la mancanza di un valido condottiero come l'Albornoz, la situazione critica negli Stati della Chiesa, quella sempre più caotica di Roma, dove di riflesso per colpa dei francesi anche Urbano V era malvisto, riempirono di amarezza il Pontefice che era sceso a Roma con tanto entusiasmo. Quando poi la stessa Viterbo, Perugia e altre città tornarono alle vecchie rivolte e il Visconti riprese a minacciare le terre pontificie, Urbano lasciò Roma per Montefiascone e manifestò l'intenzione di tornare ad Avignone. I cardinali francesi, zelanti nell'incitarlo, fecero presto a tramutare l'intenzione in una vera e propria volontà di abbandonare Roma. Molti supplicarono il Papa di riconsiderare la sua decisione: il Petrarca gli scrisse per persuaderlo a rimanere in Italia; una pia principessa svedese che da vent'anni soggiornava a Roma, Santa Brigida, venne a Montefiascone a manifestare al Papa una rivelazione avuta dalla Vergine, secondo la quale gravi disgrazie lo attendevano se tornava nel luogo dov'era stato eletto; i romani gli inviarono un'ambasceria a supplicarlo di rimanere. Ma Urbano non si lasciò smuovere dalla decisione presa e il 5 settembre 1370 in quello stesso porto di Corneto, dov'era approdato tre anni prima, si imbarcò con tutta la sua corte sulle navi inviategli dai re di Francia e d'Aragona, dalla regina di Napoli e di Pisa. Il 16 dello stesso mese sbarcò a Marsiglia, il 24 settembre fece il suo solenne ingresso in Avignone. Ma nemmeno due mesi dopo cadde ammalato ed il 19 dicembre dello stesso anno morì. Vestito del suo saio monastico, venne deposto nella cattedrale di Avignone, da cui fu poi traslato per essere sepolto nel monastero marsigliese di cui era stato abate. Nel 1870 Pio IX lo onorò come Beato.

 

Nel 1377 gli successe papa Gregorio XI, nipote di Clemente VI,  che riportò finalmente la sede papale a Roma, ma alla sua morte, avvenuta solo un anno dopo, una nuova tragedia si abbattè sulla Chiesa.

I cardinali, su richiesta del popolo, avevano eletto un papa italiano, Bartolomeo Prignano, che prese il nome di Urbano VI. La cosa però scontentò i cardinali francesi che, prendendo a pretesto l'aria mal sana di Roma e il disordine che vi regnava, si ritirarono ad Anagni e da là lanciarono al neoeletto la grave accusa di aver usurpato il pontificato. Elessero poi un papa legittimo, Roberto di Ginevra, col nome di Clemente VII e al suo seguito ritornarono a stabilirsi ad Avignone , la salubre e brillante città dove si erano ormai abituati a vivere. Si apriva così il doloroso periodo dello Scisma di Occidente, che durò fino al 1417 e che tanto scompiglio creò nella vita religiosa e nella disciplina ecclesiastica.

Urbano VI cercò di porre rimedio in qualche modo alla situazione: per ingraziarsi la popolazione della città e accentrare su Roma l'attenzione del mondo cattolico non trovò altra soluzione che indire un Anno Santo.

In realtà si sarebbe contravvenuto a quanto stabilito da Clemente VI, perché dall'ultimo giubileo non erano ancora passati i cinquanta anni prescritti, ma urgeva far presto per riaffermare l'autorità papale. Si trovò allora il pretesto di voler ricordare gli anni della vita terrena di Gesù, riducendo l'intervallo da cinquanta a trentatré anni.

La ricorrenza sarebbe dunque dovuta cadere nel 1383, ma, essendo quella data ormai trascorsa, Urbano VI fissò il terzo giubileo della cristianità per l'anno 1390, indicendolo con la bolla "Salvator noster", nella quale indicava la nuova datazione per la successione degli anni giubilaci e prescriveva la visita, oltre alle basiliche di San Pietro San Paolo e San Giovanni in Laterano, anche a Santa Maria Maggiore.

La morte colse improvvisamente Urbano VI prima dell'inizio dell'anno giubilare. Gli successe Bonifacio IX che confermò la data scelta dal suo predecessore.

Questo terzo giubileo non vide la grande affluenza di genti d'ogni paese che aveva caratterizzato i precedenti: giunsero a Roma solo i pellegrini provenienti dai paesi rimasti fedeli al papa romano, Germania, Boemia, Ungheria, Polonia, Inghilterra, una parte dell'Italia, perché l'antipapa avignonese aveva proibito ai suoi seguaci di recarsi a Roma e così c'erano state numerose defezioni dalla Francia, dalla Spagna e dalla Catalogna. Lo scisma aveva diviso l'Occidente cristiano in due partiti contrapposti.

Bisogna anche segnalare che Bonifacio IX introdusse nella prassi del giubileo, una grande novità che in seguito sarebbe stata istituzionalizzata: alcuni documenti testimoniano che egli concesse ad alcuni religiosi e ad altre persone che fossero impedite di recarsi a Roma di poter ottenere l’indulgenza restando in patria. ( note sparse da Raffaella Benanti, Civiltà Ambrosiana, Milano, 2000).

Dopo aver cercato di fornire la cornice del secolo entro il quale sono emerse le principali figure di santità non ci resta ora che raccogliere in modo sommario le notizie relative alle figure eminenti di quel secolo:

 

S. Elisabetta del Portogallo.

Nasce a Saragozza, in Aragona (Spagna), nel 1271. Figlia del re di Spagna Pietro III è normale che debba sposare un re. E questo lo decidono naturalmente gli altri, quando Elisabetta (Isabel in portoghese) ha soltanto dodici anni. Suo padre, il re Pietro III di Aragona, la dà in moglie a Dionigi re del Portogallo: Dom Dimìs, come lo chiamano i sudditi. Un re con molti meriti: sviluppa infatti l’economia portoghese, crea una flotta, fonda l’università di Lisbona (che sarà successivamente trasferita a Coimbra). Dionigi è un buon sovrano, ma anche un pessimo marito, sempre impelagato con altre donne e padre via via di altri figli, oltre ai due che gli dà Elisabetta.

E lei, malgrado le continue offese e i tradimenti del marito, gli rimane impeccabilmente fedele, tutta dedita ai figli Alfonso e Costanza, come ai sofferenti per malattie “brutte” in Lisbona. Ma non solo: Elisabetta si prende anche molta cura dei bambini messi al mondo dal marito con altre donne. Un’opera da cristiana autentica. Da grande regina. E l’infedele Dionigi deve pur avvertire la sua superiorità morale; tant’è che più tardi, quando il figlio Alfonso gli si ribella, è l’autorità di Elisabetta a evitare lo scontro armato tra padre e figlio.

Poi quel fatto le procura l’accusa di parteggiare per il figlio Alfonso contro Dionigi, e allora la confinano nella cittadina di Alenquer, a nord di Lisbona. Ma presto il marito la richiama. Ora la vuole vicina, ha bisogno di lei e del suo consiglio. Elisabetta torna, riprende serenamente il suo posto accanto al re. E quando una malattia mortale lo colpisce, è lei a curare in prima persona il marito, fino all’ultimo giorno.

Dopo la morte del re, avvenuta nel 1325, sale al trono suo figlio Alfonso IV, ed Elisabetta non resta a fare la regina madre a Lisbona. Si fa pellegrina e penitente, con l’abito di terziaria francescana, andando fino al santuario di San Giacomo di Compostella a piedi nudi. Poi viene accolta dalle Clarisse nel monastero di Coimbra, fondato da lei, e ne condivide la vita, senza però pronunciare i voti (lo farà poco prima di morire).

Il monastero diventa la sua casa per sempre; ma una volta deve uscirne, perché c’è nuovamente bisogno di lei: deve riconciliare suo figlio Alfonso IV col re Ferdinando di Castiglia che è suo genero (è il marito di Costanza). Elisabetta ha ormai 65 anni, il suo fisico è indebolito dalle dure penitenze, e in piena estate il viaggio è troppo faticoso per lei. Incontra il figlio e la nuora, fa sosta nella cittadina di Estremoz, ma non riesce ad andare più avanti: la stanchezza e le febbri troncano rapidamente la sua vita.

Il suo corpo viene riportato al monastero di Coimbra, e nel 1612 lo si troverà incorrotto, durante un’esumazione, collegata al processo canonico per proclamarla santa. Ma già nei primi tempi dopo la morte c’erano pellegrinaggi alla sua tomba e circolavano voci di miracoli. Finché, nel 1625, papa Urbano VIII celebrerà, infine, la sua solenne canonizzazione a Roma. La Chiesa ne fa memoria il 4 luglio.

(Autore: Domenico Agasso, da Internet, santi e beati)

 

Santa Brigida o Brigitta o Birgitta, nacque nel giugno 1303 nel castello di Finsta presso Uppsala in Svezia; suo padre Birgen Persson era ‘lagman’, cioè giudice e governatore della regione dell’Upplan, la madre Ingeborga era anch’essa di nobile stirpe.

In effetti Brigida apparteneva alla nobile stirpe dei Folkunghi e discendeva dal pio re cristiano Sverker I; ebbe altri sei fratelli e sorelle e le fu imposto il nome di Brigida, in onore di santa Brigida Cell Dara († 525), monaca irlandese, della quale i genitori erano devoti.

Dopo la morte della madre, a 12 anni fu mandata presso la zia Caterina, a completare la propria formazione; ancora fanciulla, Brigida dopo aver ascoltato una predica sulla Passione di Gesù, ebbe con Lui un profondo colloquio che le rimase impresso per sempre nella memoria.

Alla domanda: “O mio caro Signore, chi ti ha ridotto così?”, si sentì rispondere: “Tutti coloro che mi dimenticano e disprezzano il mio amore!”. La bambina decise allora di amare Gesù con tutto il cuore e per sempre.

Presso la zia, Brigida trascorse due anni, dove apprese le buone maniere delle famiglie nobili, la scrittura e l’arte del ricamo; durante questi anni non mancarono nella sua vita alcuni fenomeni mistici, come la visione del demonio sotto forma di mostro dai cento piedi e dalle cento mani.

A 14 anni, secondo le consuetudini dell’epoca, il padre la destinò in sposa del giovane Ulf Gudmarsson figlio del governatore del Västergötland; in verità Brigida avrebbe voluto consacrarsi a Dio, ma vide nella disposizione paterna la volontà di Dio e serenamente accettò.

Le nozze furono celebrate nel settembre 1316 e la sua nuova casa fu il castello di Ulfasa, presso le sponde del lago Boren; il giovane sposo, nonostante il suo nome, che significava ‘lupo’, si dimostrò invece uomo mite e desideroso di condurre una vita conforme agli insegnamenti evangelici.

Secondo quanto scrisse e raccontò poi la figlia s. Caterina di Svezia, al processo di canonizzazione, i due sposi vissero per un biennio come fratello e sorella nella preghiera e nella mortificazione; soltanto tre anni dopo nacque la prima figlia e in venti anni Brigida diede al marito ben otto figli, quattro maschi (Karl, Birger, Bengt e Gudmar) e quattro femmine (Marta, Karin, Ingeborga e Cecilia).

Nel 1330 il marito Ulf Gudmarsson fu nominato “lagman” di Närke e successivamente i due coniugi divennero anche Terziari Francescani; dietro questa nomina, c’era tutto l’impegno di Brigida, che gli aveva insegnato a leggere e scrivere e Ulf approfittando della spinta culturale della moglie, aveva approfondito anche lo studio del diritto, meritando tale carica.

Per venti anni Ulfasa fu il centro della vita di Brigida e tutta la provincia dell’Ostergötland divenne il suo mondo, il suo ruolo non fu solo quello di principessa di Närke, ma senza ostentare alcuna vanagloria, fu una ottima massaia, dirigeva il personale alle sue dipendenze, mescolata ad esso svolgeva le varie attività domestiche, instaurando un benefico clima di famiglia.

Si dedicava particolarmente ai poveri e alle ragazze, procurando a quest’ultime una onesta sistemazione per non cadere nella prostituzione; inoltre fece costruire un piccolo ospedale, dove ogni giorno si recava ad assistere gli ammalati, lavandoli e rammendando i loro vestiti.

In questo intenso periodo, conobbe il maestro Matthias, uomo esperto in Sacra Scrittura, di vasta cultura e zelante sacerdote; ben presto divenne il suo confessore e si fece tradurre da lui in svedese, buona parte della Bibbia per poterla leggere e meditare meglio; la sua presenza apportò a Brigida la conoscenza delle correnti di pensiero di tutta l’Europa, giacché don Matthias aveva studiato a Parigi, e tutto ciò si rivelerà utile per la conoscenza delle problematiche del tempo, preparandola alla sua futura missione.

- Alla corte reale di Svezia

Quando però nel 1335, il re di Svezia Magnus II sposò Bianca di Dampierre, Brigida che era lontana cugina del sovrano, fu invitata a stabilirsi a corte, per ricevere ed assistere la giovane regina, figlia di Giovanni I, conte di Namur.

L’invito non si poteva respingere e quindi Brigida affidati due figlie e un figlio a monasteri cistercensi, lasciò temporaneamente la sua casa di Ulfasa e si trasferì a Stoccolma, portando con sé il figlio più piccolo, bisognoso ancora delle cure materne.

Ebbe grande influenza sui giovani sovrani e finché fu ascoltata, la Svezia ebbe buone leggi e furono abolite ingiuste ed inumane consuetudini, come il diritto regio di rapina su tutti i beni dei naufraghi, inoltre furono mitigate le tasse che opprimevano il popolo.

Poi man mano, mentre la regina cresceva, manifestando una eccessiva frivolezza favorita dalla debolezza del marito, Brigida si trovò messa da parte e la vita di corte divenne molto mondana.

A questo punto, senza rompere i rapporti con i sovrani, approfittando di momenti propizi e del lutto che l’aveva colpita con la morte nel 1338 del figlio Gudmar, Brigida lasciò la corte e se ne ritornò a casa sua, ritrovando nel castello di Ulfasa nella Nericia, la gioia della famiglia e della convivenza e con il marito si recò in pellegrinaggio a Nidaros per venerare le reliquie di sant’Olav Haraldsson (995-1030) patrono della Scandinavia.

- Dalla vita coniugale allo stato religioso – L’esperienza mistica

Quando nel 1341 i due coniugi festeggiarono le nozze d’argento, vollero recarsi in pellegrinaggio a Santiago di Compostela; quest’evento segnò una svolta decisiva nella vita dei due coniugi, che già da tempo vivevano vita fraterna e casta.

Nel viaggio di ritorno, Ulf fu miracolosamente salvato da sicura morte grazie ad un prodigio e i due coniugi presero la decisione di abbracciare la vita religiosa; era una cosa possibile in quei tempi e parecchi santi e sante provengono da questa scelta condivisa.

Al ritorno, Ulf fu accolto nel monastero cistercense di Alvastra, dove poi morì il 12 febbraio 1344 assistito dalla moglie; Brigida a sua volta, avendo esaurito la sua missione di sposa e di madre, decise di trasferirsi in un edificio annesso al monastero di Alvastra, dove restò quasi tre anni fino al 1346.

Durante le visioni che aveva, Cristo la spingeva ad operare per il bene del Paese, dell’Europa e della Chiesa; allora ella non solo tornò a Stoccolma per portare personalmente al re e alla regina “gli ammonimenti del Signore”, ma inviò lettere e messaggi ai sovrani di Francia e Inghilterra, perché terminassero l’interminabile ‘Guerra dei Trent’anni’.

Esortò anche papa Clemente VI a correggersi da alcuni gravi difetti e di indire il Giubileo del 1350, inoltre di riportare la Sede pontificia da Avignone a Roma.

- La fondazione del nuovo Ordine religioso

Nella solitudine di Alvastra, concepì anche l’idea di dare alla Chiesa un nuovo Ordine religioso che sarà detto del Santo Salvatore, composto da monasteri ‘doppi’, cioè da religiosi e suore, rigorosamente divisi e il cui unico punto d’incontro era nella chiesa per la preghiera in comune; ma tutti sotto la guida di un’unica badessa, rappresentante la Santa Vergine e con un confessore generale.

Ottenuto dal re, il 1° maggio 1346, il castello di Vadstena, con annesse terre e donazioni, Brigida ne iniziò i lavori di ristrutturazione, che durarono molti anni, anche perché papa Clemente VI non concesse la richiesta autorizzazione per il nuovo Ordine, in ottemperanza al decreto del Concilio Ecumenico Lateranense del 1215, che proibiva il sorgere di nuovi Ordini religiosi.

Per questo già nell’autunno del 1349, Brigida si recò a Roma, non solo per l’Anno Santo del 1350, ma anche per sollecitare il papa, quando sarebbe ritornato a Roma, a concedere l’approvazione, che fu poi concessa solo nel 1370 da papa Urbano V.

L’Ordine del Ss. Salvatore, era costituito ispirandosi alla Chiesa primitiva raccolta nel Cenacolo attorno a Maria; la parte femminile era formata da 60 religiose e quella maschile da 25 religiosi, di cui 13 sacerdoti a ricordo dei 12 Apostoli con s. Paolo e 2 diaconi e 2 suddiaconi rappresentanti i primi 4 Padri della Chiesa e otto frati.

Riassumendo, ogni comunità doppia era composta da 85 membri, dei quali 60 suore che con i 12 monaci non sacerdoti rappresentavano i 72 discepoli, più i 13 sacerdoti come sopra detto.

In quell’epoca non esisteva crisi vocazionale e ciò permetteva di raggiungere senza difficoltà il numero di monache e religiosi prescritto per ogni doppio monastero.

- Roma sua seconda patria

Arrivata a Roma insieme al confessore, al segretario Pietro Magnus e al sacerdote Gudmaro di Federico, alloggiò brevemente nell’ospizio dei pellegrini presso Castel Sant’Angelo, e poi nel palazzo del cardinale Ugo Roger di Beaufort, fratello del papa, che vivendo ad Avignone, aveva deciso di metterlo a disposizione di Brigida, la cui fama era giunta anche alla Curia avignonese.

Roma non fece una buona impressione a Brigida; la migliorò in seguito; nei suoi scritti la descriveva popolata di rospi e vipere, le strade piene di fango ed erbacce, il clero avido, immorale e trascurato.

Si avvertiva fortemente la lontananza da tanto tempo del papa, al quale descriveva nelle sue lettere la decadente situazione della città, spronandolo a ritornare nella sua sede, ma senza riuscirci.

Vedere l’Europa unita e in pace, governata dall’imperatore e guidata spiritualmente dal papa, era il sogno di Brigida e dei grandi spiriti del suo tempo.

Dopo quattro anni, si trasferì poi nella casa offertale nel suo palazzo, dalla nobildonna romana Francesca Papazzurri, nelle vicinanze di Campo de’ Fiori; Roma divenne così per Brigida la sua seconda patria.

Trascorreva le giornate studiando il latino, dedicandosi alla preghiera e alle pratiche di pietà, trascrivendo in gotico le visioni e le rivelazioni del Signore, che poi passava subito al suo segretario Pietro Olavo perché le traducesse in latino.

Dalla dimora di Campo de’ Fiori, che abiterà fino alla morte, inviava lettere al papa, ai reali di Svezia, alle regine di Napoli e di Cipro e naturalmente ai suoi figli e figlie rimasti a Vadstena.

- Instancabile riformatrice in Italia

Si spostò in pellegrinaggio a vari santuari del Centro e Sud d’Italia, Assisi, Ortona, Benevento, Salerno, Amalfi, Gargano, Bari; nel 1365 Brigida andò a Napoli dove fu artefice e ispiratrice di una missione di risanamento morale, ben accolta dal vescovo e dalla regina Giovanna che seguendo i suoi consigli, operò una radicale conversione nei suoi costumi e in quelli della corte.

Napoli ha sempre ricordato con venerazione la santa del Nord Europa, e a lei ha dedicato una bella chiesa e la strada ove è situata nel centro cittadino; recentemente le sue suore si sono stabilite nell’antico e prestigioso Eremo dei Camaldoli che sovrasta Napoli.

Brigida, si occupò anche della famosa abbazia imperiale di Farfa nella Sabina, vicino a Roma, dove l’abate con i monaci “amava più le armi che il claustro”, ma il suo messaggio di riforma non fu ascoltato da essi.

Mentre era ancora a Farfa, fu raggiunta dalla figlia Caterina (Karin), che nel 1350 era rimasta vedova e che rimarrà al suo fianco per sempre, condividendo in pieno l’ideale della madre.

Ritornata a Roma, Brigida continuò a lanciare richiami a persone altolocate e allo stesso popolo romano, per una vita più cristiana, si attirò per questo pesanti accuse, fino ad essere chiamata “la strega del Nord” e a ridursi in estrema povertà, e lei, per poter sostenere sé stessa e chi l’accompagnava, fu costretta a chiedere l’elemosina alla porta delle chiese.

- Il ritorno temporaneo del papa – Pellegrina in Terra Santa

Nel 1367 sembrò che le sue preghiere si avverassero, il papa Urbano V tornò da Avignone, ma la sua permanenza a Roma fu breve, perché nel 1370 ripartì per la Francia, nonostante che Brigida gli avesse predetto una morte precoce se l’avesse fatto; infatti appena giunto ad Avignone, il 24 settembre 1370 il papa morì.

Durante il breve periodo romano, Urbano V concesse la sospirata approvazione dell’Ordine del Ss. Salvatore e Caterina di Svezia ne diventò la prima Superiora Generale.

Brigida continuò la sua pressione epistolare, a volte molto infuocata, anche con il nuovo pontefice Gregorio XI, che già la conosceva, affinché tornasse a Roma, ma anche lui pur rimanendo impressionato dalle sue parole, non ebbe il coraggio di farlo.

Ma anche Brigida, ormai settantenne, si avviava verso la fine; ottenuto il via per il suo Ordine religioso, volle intraprendere il suo ultimo e più desiderato pellegrinaggio, quello in Terra Santa.

L’accompagnavano il vescovo eremita Alfonso di Jaén custode delle sue ‘Rivelazioni’ messe per iscritto, di cui molte rimaste segrete e i figli Caterina, Birger e Karl . Verso la fine del 1371, la comitiva partì da Roma diretta a Napoli, dove trascorse l’inverno; in prossimità della partenza, nel marzo 1372 Brigida vide morire di peste il figlio Karl, ma non volle annullare il viaggio e dopo aver pregato per lui e provveduto alla sepoltura, s’imbarcò per Cipro, dove fu accolta dalla regina Eleonora d’Aragona, che approfittò del suo passaggio per attuare una benefica riforma nel suo regno.

A maggio 1372 arrivò a Gerusalemme, dove in quattro mesi poté visitare e meditare nei luoghi della vita terrena di Gesù, poi ritornò a Roma col cuore pieno di ricordi ed emozioni e subito inviò ad Avignone il vescovo Alfonso di Jaén, con un’ulteriore messaggio per il papa, per sollecitarne il ritorno a Roma.

- Morte, eredità spirituale, culto

A Gerusalemme, Brigida contrasse una malattia, che in fasi alterne si aggravò sempre più e in breve tempo dal suo ritorno a Roma, il 23 luglio 1373, la santa terminò la sua vita terrena, con accanto la figlia Caterina alla quale aveva affidato l’Ordine del Ss. Salvatore; nella sua stanza da letto si celebrava l’Eucaristia ogni giorno e prima di morire ricevette il velo di monaca dell’Ordine da lei fondato.

Unico suo rimpianto era di non aver visto il papa tornare a Roma definitivamente, cosa che avverrà poco più di tre anni dopo, il 17 gennaio 1377, per mezzo di un’altra donna s. Caterina da Siena, che continuando la sua opera di persuasione, con molta fermezza, riuscì nell’intento.

Fu sepolta in un sarcofago romano di marmo, collocato dietro la cancellata di ferro nella Chiesa di S. Lorenzo in Damaso; ma già il 2 dicembre 1373, i figli Birger e Caterina, partirono da Roma per Vadstena, portando con loro la cassa con il corpo, che fu sepolto nell’originario monastero svedese il 4 luglio 1374.

A Roma rimasero alcune reliquie, conservate tuttora nella Chiesa di San Lorenzo in Panisperna e dalle Clarisse di San Martino ai Monti.

La figlia Caterina e i suoi discepoli, curarono il suo culto e la causa di canonizzazione; Brigida di Svezia fu proclamata santa il 7 ottobre 1391, da papa Bonifacio IX.

Del suo misticismo rimangono le “Rivelazioni”, raccolte in otto volumi e uno supplementare, ad opera dei suoi discepoli. A questi scritti la Chiesa dà il valore che hanno le rivelazioni private; sono credibili per la santità della persona che le propone, tenendo sempre conto dei condizionamenti del tempo e della persona stessa.

Come tante spiritualità del tardo medioevo, Brigida ebbe il merito di mettere le verità della fede alla portata del popolo, con un linguaggio visivo che colpiva la fantasia, toccava il cuore e spingeva alla conversione; per questo le “Rivelazioni” ebbero il loro influsso per lungo tempo nella vita cristiana, non solo dei popoli scandinavi, ma anche dei latini.

Papa Giovanni Paolo II la proclamò compatrona d’Europa il 1° ottobre 1999; santa Brigida è inoltre patrona della Svezia dal 1° ottobre 1891.

- Le Suore Brigidine

Il suo Ordine del SS. Salvatore, le cui religiose sono dette comunemente “Suore Brigidine”, ebbe per due secoli un grande influsso sulla vita religiosa dei Paesi Scandinavi e nel periodo di maggiore fioritura, contava 78 monasteri ‘doppi’, nonostante le rigide regole numeriche, diffusi particolarmente nei Paesi nordici. Fu sciolto prima con la Riforma Protestante luterana, poi con la Rivoluzione Francese.

L’antico Ordine è rifiorito nel ramo femminile, grazie alla Beata Maria Elisabetta Hesselblad (1870-1957), che ne fondò un nuovo ramo all’inizio del Novecento; ora è diffuso in vari luoghi d’Europa, fra cui Vadstena, primo Centro dell’Ordine; le Suore Brigidine si riconoscono per il tipico copricapo, due bande formano sul capo una croce, i cui bracci sono uniti da una fascia circolare e con cinque fiamme, una al centro e quattro sul bordo, che ricordano le piaghe di Cristo. La Chiesa ne fa memoria il 23 luglio

(Autore: Antonio Borrelli, da Internet, santi e beati)

 

 Santa Caterina nasce a Siena nel popolare rione di Fontebranda nel cuore della contrada dell'Oca il 25 marzo 1347. E' la ventitreesima figlia del tintore Jacopo Benincasa e di sua moglie Lapa Piagenti. La gemella Giovanna morirà poco tempo dopo la nascita. Il suo carisma mistico (come viene chiamato dai cattolici) si rivela molto presto, tanto che a soli sei anni sostiene di aver visto, sospeso in aria sopra il tetto della basilica di San Domenico, il Signore Gesù seduto su di un bellissimo trono, vestito con abiti pontificali insieme ai santi Pietro, Paolo e Giovanni. A sette anni, quando le bambine sono ben lontane solo dal concepire una cosa simile, fa voto di verginità.

 

In concomitanza con queste tendenze inizia, ancora bambina, a mortificarsi, soprattutto rinunciando a tutti i piaceri che in qualche modo avessero a che fare con il corpo. In particolare, evita di mangiare carne di animale. Per evitare i rimproveri dei genitori, passa il cibo di nascosto ai fratelli o lo distribuisce ai gatti di casa.

 

Verso i dodici anni i genitori decidono di maritarla. Evidentemente, non avevano ben compreso il carattere di Caterina, anche se in effetti le sue pratiche ascetiche erano condotte in solitudine. Ad ogni modo, pur di non concedere la sua mano, giunge a tagliarsi completamente i capelli, coprendosi il capo con un velo e chiudendosi in casa. Considerata affetta da una sorta di fanatismo giovanile, per piegarla la costringono a pesanti fatiche domestiche. La reazione è del tutto in linea con il suo misticismo. Si "barrica" all'interno della sua mente, chiudendosi del tutto al mondo esterno. Questo sarà, fra l'altro, uno dei suoi insegnamenti, quando, diventata ormai un simbolo, godrà del seguito di numerosi allievi.

Un bel giorno, però, la considerazione dei genitori cambia: il padre osserva che una colomba si posa sulla sua testa, mentre Caterina era intenta a pregare, e si convince che il suo fervore non è solo il frutto di un'esaltazione ma che si tratta di una vocazione veramente sentita e sincera.

 

A sedici anni, spinta da una visione di San Domenico, prende il velo del terz'ordine domenicano, pur continuando a restare nella propria casa. Semianalfabeta, quando cerca di imparare a leggere le lodi divine e le ore canoniche, fatica parecchi giorni, inutilmente. Chiede allora al Signore il dono di saper leggere che, a quanto riportano tutte le testimonianze e da quanto dice lei stessa, le è miracolosamente accordato.

 

Intanto, prende anche ad occuparsi dei lebbrosi presso l'ospedale locale. Scopre però che la vista dei moribondi e soprattutto dei corpi devastati e delle piaghe le genera orrore e ribrezzo. Per punirsi di questo, un giorno beve l'acqua che le era servita per lavare una ferita cancrenosa, dichiarando poi che "non aveva mai gustato cibo o bevanda tanto dolce e squisita." Dal quel momento, la ripugnanza passò.

 

A vent'anni si priva anche del pane, cibandosi solo di verdure crude, non dormiva che due ore per notte. La notte di carnevale del 1367 le appare Cristo accompagnato dalla Vergine e da una folla di santi, e le dona un anello, sposandola misticamente. La visione sparisce, l'anello rimane, visibile solo a lei. In un'altra visione Cristo le prende il cuore e lo porta via, al ritorno ne ha un altro vermiglio che dichiara essere il suo e che inserisce nel costato della Santa. Si dice che a ricordo del miracolo le rimase in quel punto una cicatrice.

La sua fama andava espandendosi, attorno a lei si raccoglieva una quantità di gente, chierici e laici, che prendono il nome di "Caterinati". Preoccupati, i domenicani la sottopongono ad un esame per appurarne l'ortodossia. Lo supera brillantemente e le assegnano un direttore spirituale, Raimondo da Capua, diventato in seguito il suo erede spirituale.

 

Nel 1375 è incaricata dal papa di predicare la crociata a Pisa. Mentre è assorta in preghiera in una chiesetta del Lungarno, detta ora di Santa Caterina, riceve le stimmate che, come l'anello del matrimonio mistico, saranno visibili solo a lei. Nel 1376 è incaricata dai fiorentini di intercedere presso il papa per far togliere loro la scomunica che si erano guadagnati per aver formato una lega contro lo strapotere dei francesi. Caterina si reca ad Avignone con le sue discepole, un altare portatile e tre confessori al seguito, convince il papa, ma nel frattempo è cambiata la politica e il nuovo governo fiorentino se ne infischia della sua mediazione.

 

Però, durante il viaggio, convince il papa a rientrare a Roma. Nel 1378 è dunque convocata a Roma da Urbano VI perché lo aiuti a ristabilire l'unità della Chiesa, contro i francesi che a Fondi hanno eletto l'antipapa Clemente VII. Scende a Roma con discepoli e discepole, lo difende strenuamente, morendo sfinita dalle sofferenze fisiche mentre ancora sta combattendo. È il 29 aprile del 1380 e Caterina ha trentatré anni, un'età che non potrebbe essere più significativa....

Dal 5 agosto 1855 il suo corpo riposa nel sarcofago marmoreo sotto l'altare maggiore della basilica di Santa Maria sopra Minerva (Roma), ma sono moltissime le reliquie sparse nelle chiese di tutto il mondo: Roma, Gerusalemme, Venezia, Astenet (Belgio) e naturalmente Siena.

Ha lasciato circa quattrocento lettere scritte a tutti i potenti del suo tempo ed un "Dialogo della divina provvidenza" che è una delle più notevoli opere mistiche di tutti i tempi.

Tuttavia, ancora oggi esiste un dibattito sull'attendibilità dell'attribuzione delle opere cateriniane a Santa Caterina, i cui scritti sono in maggioranza dettati in quanto semianalfabeta.

    A noi sono giunte 381 lettere manoscritte di S.Caterina da Siena, oggi conservate nella Biblioteca Comunale di Siena, nella Biblioteca Casanatense di Roma, nella Biblioteca Vaticana, nella Biblioteca Nazionale di Firenze, al British Museum di Londra ed in altre sedi.

 

La figura di Santa Caterina da Siena ha ispirato numerosi artisti che l'hanno ritratta il più delle volte con l'abito domenicano, la corona di spine, reggendo in mano un cuore o un libro, un giglio o il crocefisso o una chiesa. Molti pittori predilessero i fantasiosi racconti della sua vita, come il matrimonio mistico, che si distingue da quello di Santa Caterina d'Alessandria, perché in questo caso il Cristo è adulto.

È protettrice delle infermiere. La Chiesa ne celebra la festa il 29 aprile.

( Da Internet, Biografie.online.it)

 

Santa Caterina da Siena è Patrona d'Italia insieme a San Francesco d'Assisi (nominata da papa Pio XII nel 1939) e Patrona d'Europa insieme a Santa Brigida di Svezia e Santa Teresa Benedetta della Croce (nominata da papa Giovanni Paolo II nel 1999).    Inoltre è stata la prima donna, assieme a Santa Teresa d'Avila, ad aver avuto il titolo di Dottore della Chiesa Universale (nominata da papa Paolo IV nel 1970), che la Chiesa ha finora attribuito a soli 33 personaggi, riconosciuti come eminenti per quanto riguarda la riflessione teologica.

   Ma già nel 1461 Santa Caterina da Siena fu canonizzata da Papa Pio II e nel 1866 fu dichiarata compatrona di Roma da Papa Pio IX. Inoltre, dal 1947, è Patrona delle infermiere della Croce Rossa.

E' anche patrona delle contrade dell'Oca (nel cui territorio si trova la sua Casa) e del Drago (nel cui territorio si trova il Santuario di San Domenico, che frequentò assiduamente).

 

Luoghi da visitare: la casa santuario a Siena

· Si entra nella casa-santuario di Santa Caterina attraverso il Portico dei Comuni, così chiamato perché ogni comune d'Italia contribuì alla sua costruzione con una cifra simbolica, corrispondente al costo un mattone: fu costruito tra il 1941 ed il 1947, dopo la demolizione di una chiesetta preesistente. Di antico è rimasto solo il pozzo in travertino, databile tra la fine del '400 e l'inizio del '500. Gli stemmi affissi sulla via che costeggia il piazzale ricordano che siamo nella Contrada dell'Oca.

· Da visitare l' Oratorio del Crocifisso, costruito nel 1623 sull'orto della famiglia di Caterina per custodire quel crocefisso che secondo la tradizione dette le stimmate a Santa Caterina il 1° aprile 1375, avvenuto nella chiesa di Santa Cristina a Pisa.

· Pochi conoscono però la bella e preziosa collezione di ceramiche, posta in una stanza della casa-santuario di Santa Caterina da Siena, recentemente aperta al pubblico. Si tratta di vasi di porcellana stupendamente decorati, usati per contenere l'olio della lampada votiva, offerto dai Comuni italiani oppure dalle varie Associazioni che si sono susseguite alle Feste in onore di Santa Caterina, Patrona d' Italia e d' Europa.

· Da visitare è l'imponente Basilica cateriniana di San Domenico, in stile gotico cistercense, frequentata dalla Santa: la costruzione iniziò nel 1225 e fu ampliata in più riprese nel corso del XIV secolo. Conserva tra l'altro la Sacra Testa di Santa Caterina, collocata su uno stupendo altare marmoreo dello scultore Giovanni di Stefano (1469), e alcuni capolavori pittorici del Sodoma, tra cui l'Estasi di Santa Caterina e S.Caterina cade tramortita dopo ricevute le stimmate (1477-1549).

· Un altro luogo è la scalinata a fianco del Duomo di Siena, che la Caterina Benincasa percorreva per raggiungere l'Ospedale di Santa Maria della Scala: una croce scolpita in uno degli ultimi scalini indica il punto dove Santa Cateirna cascò. Si tratta in effetti di una scalinata ripida e scivolosa, sopratutto quando bagnata dalla pioggia, ma secondo la leggenda Santa Caterina cascò per essere stata spinta dal diavolo, o per aver aver visto il diavolo alla finestra della Cattedrale che si affaccia in quel punto della scalinata. Nella caduta, la Santa perse tutti i denti e ogni dente spaccò il marmo degli scalini; ancora oggi è possibile vedere lungo la scalinata alcune piccole toppe, che rappresenterebbero quindi i luoghi dove caddero i denti.

· Da visitare anche l' Oratorio di Santa Caterina della Notte, all'interno dell'antico Ospedale di Santa Maria della Scala (Piazza del Duomo), un tempo luogo di accoglienza di viandanti, pellegrini e ammalati costruito lungo il percorso della Via Francigena: qui Caterina era solita riposarsi durante le lunghe notti trascorse al capezzale di malati, infermi e sofferenti. Oggi l'ospedale, il più antico d'Italia, è un grande complesso museale, che ospita importanti mostre.

 

Beato Giovanni Duns, francescano, soprannominato Scoto (dalla nazione Scozia come l’Università di Parigi suddivideva gli studenti per nazioni). Paese affascinante che armonizza nella sua natura tutti i contrasti più selvaggi e i suoi paesaggi più ameni. In uno di questi luoghi, Duns, tra la fine del 1265 e l'inizio del 1266, nasceva un bimbo nella casa di Niniano Duns - omonomia tra luogo e cognome - a cui venne dato il nome di Giovanni.

A ricordo di questo evento, un ceppo marmoreo ne ricorda il posto dal 17 marzo 1966, mentre un busto di bronzo nei giardini pubblici ne conserva il ricordo ai posteri.

Dopo le iniziali occupazioni di sorvegliante del gregge, che lo videro sempre più immerso nella bellezza variopinta della natura, Giovanni riceve la necessaria formazione scolastica all’ombra delle due vicine abbazie cistercensi di Melrose e di Dryburg, che gli accesero l’amore per la Madonna e per la liturgia.

A 13 anni, Giovanni frequenta gli studi conventuali della vicina Haddington, principale centro della conte di Berwich, in cui da poco si erano insediati i Francescani, che nella famiglia dei Duns trovarono dei grandi benefattori. E proprio in quell’anno, 1278, viene eletto Vicario della Scozia francescana, un uomo pio dotto e stimato da tutti, padre Elia Duns, zio paterno di Giovanni. Quando padre Elia ritornò nel suo convento di Dumfriers, condusse con sé anche il nipote per ammetterlo all’Ordine, facendo da garante per la sua costituzione sia fisica che spirituale, dal momento che Giovanni aveva appena 15 anni e che per diritto canonico occorrevano almeno 18 anni per entrare nel noviziato.

Il silenzio della storia, in quest'anno di prova religiosa, è sovrano e solenne. Tutto sembra presagire che il giovane novizio si sia lasciato inebriare e affogare dall'amore di Dio, rivelato in Cristo Gesù, mediante la Vergine Madre. È un anno di grazia speciale e di esperienza mistica, secondo lo spirito giovanile ed entusiastico dell’ideale francescano, che proponeva – secondo lo stile di S. Bonaventura - anche l’amore per lo studio come preghiera e lavoro. È nella notte del Natale 1281, quando Giovanni si preparava alla professione religiosa, che bisogna collocare l'episodio della dolce apparizione del Bambino Gesù tra le sue braccia, come segno del profondo suo amore verso la Vergine Madre.

- Profetico auspicio o logica deduzione?

Tutti e due insieme. Poesia e teologia, mistica e metafisica si baciano in questo presagio di ineffabile grazia. La sua dottrina sul primato di Cristo e sull'immacolata Concezione ne fa fede.

Terminati gli studi istituzionali che consentono di accedere al sacerdozio, il 17 marzo 1291, nella chiesa di S. Andrea a Northampton, Giovanni Duns Scoto riceve dal vescovo di Lincoln, Oliverio Sutton, l'ordine sacro. Aveva 25 anni compiuti, secondo le conclusioni tratte dal Registrum Episcopale del vescovo.

Per le sue ottime qualità intellettive e spirituali viene designato dai Superiori a frequentare il corso dottorale nella celebre Università di Parigi, ritenuta da tutti la "culla" e la "metropoli" della filosofia e della teologia in Occidente. Avrebbe dovuto conseguire il titolo accademico di Magister regens, nel 1303, ma la triste controversia tra il re di Francia, Filippo il Bello, e il papa Bonifacio VIII, ne ritarda il conseguimento nella primavera del 1305, quando le acque si erano momentaneamente calmate.

La politica egemonica di Filippo il Bello aveva orientato verso di sé la quasi totalità dell'opinione pubblica francese. Ne è segno tangibile la spaccatura che si registra nello Studium generale francescano di Parigi: gli "appellanti" (68 firmatari) erano favorevoli al Re; mentre i "non-appellanti" (87 firmatari), al Papa. Nella lista dei "non-appellanti", il nome di Johannes Scotus figura al 19° posto.

La posta in gioco era molta alta. Ai "non-appellanti" veniva aperta la via dell'esilio con la confisca dei beni e la cessazione di ogni attività accademica. E Giovanni Duns Scoto, fedele alla Regola di Francesco d'Assisi, che raccomanda amore rispetto e riverenza al "Signor Papa", il 25 giugno del 1303 prende la via dell'esilio, dimostrando profonda fede e grande coraggio.

Nel novembre 1304, quando le acque si calmarono per la morte di Bonifacio VIII, il Ministro Generale dei Frati Minori, fr. Gonsalvo di Spagna, raccomanda, al superiore dello Studium di Parigi, Giovanni Duns Scoto per il Dottorato, con queste parole:

«Affido alla vostra benevolenza il diletto padre Giovanni Scoto, della cui lodevole vita, della sua scienza eccellente e del suo ingegno sottilissimo, come delle altre virtù, sono pienamente informato sia per la lunga esperienza sia per la fama che dappertutto egli gode». E’ il primo e solenne “panegirico”

Così il 26 marzo del 1305, Giovanni Duns Scoto riceve l'ambìto titolo di magister regens che gli permetteva di insegnare ubique e rilasciare titoli accademici. Ha goduto del titolo solo tre anni: due a Parigi e uno a Colonia.

Dell'insegnamento parigino merita segnalare la storica disputa sostenuta nell'Aula Magna dell'Università (di Parigi), nei primi mesi del 1307, sulla Immacolata Concezione.

I pochi mesi trascorsi a Colonia, invece, sono molto intensi e ricchi di attività: riorganizza lo Studium generale e combatte l'eresia dei Beguardi e delle Beghine (che negavano ogni autorità alla Chiesa, ogni valore ai Sacramenti, alla preghiera e alle opere di penitenza) e si ricorda anche l’estasi pubblica avvenuta durante una sua predica nella chiesa.

L'intensa attività di lavoro, insieme alle conseguenze del viaggio da Parigi, mina la robusta costituzione e l'8 novembre 1308, Giovanni Duns Scoto entra nella pace del Signore, all'età di 43 anni.

Attualmente l'urna delle ossa del Beato Giovanni Duns Scoto è situata al centro della navata sinistra (guardando dall'ingresso) della chiesa francescana di Colonia nell'elegante e semplice sarcofago, costruito con pietra calcare di conchiglia di colore grigio, opera dello scultore Josef Hontgesberg. Tra i tanti motivi decorativi, è riprodotta l'antica iscrizione:

Scotia me genuit

Anglia me suscèpit

Gallia me docuit

Colonia me tenet

La primitiva iscrizione tombale così recitava:

«È chiuso questo ruscello, considerato fonte viva della Chiesa;

Maestro di giustizia, fiore degli studi e arca della sapienza.

Di ingegno sottile, della Scrittura i misteri svela,

In giovane età fu [rapito al cielo], ricordati dunque, di Giovanni.

Lui, o Dio, ornato [di virtù] fa che sia beato in cielo.

Per un [così gran] Padre involato inneggiamo con cuore grato al Signore.

Fu [Duns Scoto] del clero guida, del chiostro luce e della verità [apostolo] intrepido».

 

La sua tomba a Colonia è mèta di continui pellegrinaggi. Anche l'attuale Pontefice ha sostato in preghiera il 15 ottobre 1980, chiamandolo "torre spirituale della fede".Dopo la pubblicazione del Decreto di Canonizzazione nel 6 luglio 1991, il Santo Padre ne confermò solennemente il culto il 20 marzo 1993. La memoria liturgica è l’8 novembre.

(Autore: Lauriola Giovanni ofm. Da Internet, santi e beati)

 

San Rocco de la Croix (Montpellier, anno imprecisato tra il 1348 ed il 1350Voghera, notte tra il 15 e il 16 agosto di anno imprecisato tra il 1376 ed il 1379).

Nonostante la grande popolarità di San Rocco, le notizie sulla sua vita sono molto frammentarie per poter comporre una biografia in piena regola, comunque è possibile, grazie ai molti studi fatti, tracciare a grandi linee un profilo del nostro Santo, elaborando una serie di notizie essenziali sulla sua breve esistenza terrena. Tra le varie “correzioni” che sono state proposte alle date tradizionali (1295-1327), si è gradatamente imposta quella che oggi sembra la più consolidata: il Santo è nato a Montpellier fra il 1345 e il 1350 ed è morto a Voghera fra il 1376 ed il 1379 molto giovane a non più di trentadue anni di età. Secondo tutte le biografie i genitori Jean e Libère De La Croix erano una coppia di esemplari virtù cristiane, ricchi e benestanti ma dediti ad opere di carità. Rattristati dalla mancanza di un figlio rivolsero continue preghiere alla Vergine Maria dell’antica Chiesa di Notre-Dame des Tables fino ad ottenere la grazia richiesta. Secondo la pia devozione il neonato, a cui fu dato il nome di Rocco (da Rog o Rotch), nacque con una croce vermiglia impressa sul petto. Intorno ai vent’anni di età perse entrambi i genitori e decise di seguire Cristo fino in fondo: vendette tutti i suoi beni, si affiliò al Terz’ordine francescano e, indossato l’abito del pellegrino, fece voto di recarsi a Roma a pregare sulla tomba degli apostoli Pietro e Paolo. Bastone, mantello, cappello, borraccia e conchiglia sono i suoi ornamenti; la preghiera e la carità la sua forza; Gesù Cristo il suo gaudio e la sua santità. Non è possibile ricostruire il percorso prescelto per arrivare dalla Francia nel nostro Paese: forse attraverso le Alpi per poi dirigersi verso l’Emilia e l’Umbria, o lungo la Costa Azzurra per scendere dalla Liguria il litorale tirrenico. Certo è che nel luglio 1367 era ad Acquapendente, una cittadina in provincia di Viterbo, dove ignorando i consigli della gente in fuga per la peste, il nostro Santo chiese di prestare servizio nel locale ospedale mettendosi al servizio di tutti. Tracciando il segno di croce sui malati, invocando la Trinità di Dio per la guarigione degli appestati, San Rocco diventò lo strumento di Dio per operare miracolose guarigioni. Ad Acquapendente San Rocco si fermò per circa tre mesi fino al diradarsi dell’epidemia, per poi dirigersi verso l’Emilia Romagna dove il morbo infuriava con maggiore violenza, al fine di poter prestare il proprio soccorso alle sventurate vittime della peste.

L’arrivo a Roma è databile fra il 1367 e l’inizio del 1368, quando Papa Urbano V è da poco ritornato da Avignone. E’ del tutto probabile che il nostro Santo si sia recato all’ospedale del Santo Spirito, ed è qui che sarebbe avvenuto il più famoso miracolo di San Rocco: la guarigione di un cardinale, liberato dalla peste dopo aver tracciato sulla sua fronte il segno di Croce. Fu proprio questo cardinale a presentare San Rocco al pontefice: l’incontro con il Papa fu il momento culminante del soggiorno romano di San Rocco. La partenza da Roma avvenne tra il 1370 ed il 1371. Varie tradizioni segnalano la presenza del Santo a Rimini, Forlì, Cesena, Parma, Bologna. Certo è che nel luglio 1371 è a Piacenza presso l’ospedale di Nostra Signora di Betlemme. Qui proseguì la sua opera di conforto e di assistenza ai malati, finché scoprì di essere stato colpito dalla peste. Di sua iniziativa o forse scacciato dalla gente si allontana dalla città e si rifugia in un bosco vicino Sarmato, in una capanna vicino al fiume Trebbia. Qui un cane lo trova e lo salva dalla morte per fame portandogli ogni giorno un tozzo di pane, finché il suo ricco padrone seguendolo scopre il rifugio del Santo. Il Dio potente e misericordioso non permitte che il giovane pellegrino muoia di peste perché doveva curare e lenire le sofferenze del suo popolo. Intanto in tutti i posti dove Rocco passa e guarisace col segno di croce, il suo nome diventa famoso. Tutti raccontano del giovane pellegrino che porta la carità di Cristo e la potenza miracolosa di Dio. Dopo la guarigione San Rocco riprende il viaggio per tornare in patria. Le antiche ipotesi che riguardano gli ultimi anni della vita del Santo non sono verificabili. La leggenda ritiene che San Rocco sia morto a Montpellier, dove era ritornato o ad Angera sul Lago Maggiore. E’ invece certo che si sia trovato, sulla via del ritorno a casa, implicato nelle complicate vicende politiche del tempo: San Rocco è arrestato come persona sospetta e condotto a Voghera davanti al governatore. Interrogato, per adempiere il voto non volle rivelare il suo nome dicendo solo di essere “un umile servitore di Gesù Cristo”. Gettato in prigione, vi trascorse cinque anni, vivendo questa nuova dura prova come un “purgatorio” per l’espiazione dei peccati. Quando la morte era ormai vicina, chiese al carceriere di condurgli un sacerdote; si verificarono allora alcuni eventi prodigiosi, che indussero i presenti ad avvisare il Governatore. Le voci si sparsero in fretta, ma quando la porta della cella venne riaperta, San Rocco era già morto: era il 16 agosto di un anno compreso tra il 1376 ed il 1379.

Prima di spirare, il Santo aveva ottenuto da Dio il dono di diventare l’intercessore di tutti i malati di peste che avessero invocato il suo nome, nome che venne scoperto dall’anziana madre del Governatore o dalla sua nutrice, che dal particolare della croce vermiglia sul petto, riconobbe in lui il Rocco di Montpellier. San Rocco fu sepolto con tutti gli onori.

Sulla sua tomba a Voghera cominciò subito a fiorire il culto al giovane Rocco, pellegrino di Montpellier, amico degli ultimi, degli appestati e dei poveri.

Il Concilio di Costanza nel 1414 lo invocò santo per la liberazione dall'epidemia di peste ivi propagatasi durante i lavori conciliari. Il suo corpo è custodito dall'Arciconfraternita Scuola Grande di Venezia . La Chiesa ne fa memoria il 16 agosto

( da Internet, Autore: Mons. Filippo Tucci, primicerio Chiesa San Rocco – Roma)

 

Santa Gertrude. Eisleben (Germania), ca. 1256 - Monastero di Helfta (Germania), 1302

Invece delle origini familiari, conosciamo le sue passioni giovanili: letteratura, musica e canto, arte della miniatura. Per una ragazza del suo tempo, queste non sono cose tanto comuni. Gertrude, infatti, ha fatto i suoi studi, ed è certo quindi che veniva da una famiglia benestante. Ma non era figlia di nobili, come hanno scritto alcuni, confondendola con un’altra Gertrude. Comunque, già all’età di cinque anni, la sua famiglia la mette a scuola nel monastero di Helfta, in Sassonia, che all’epoca segue le consuetudini cistercensi.

E qui Gertrude trova la maestra delle novizie Matilde di Hackeburg e, successivamente, la grande Matilde di Magdeburgo, maestra di spiritualità e anche di bello scrivere: la narrazione delle sue esperienze mistiche, Lux divinitatis, costituisce un elegante testo poetico. Matilde è il personaggio decisivo nella vita interiore di molte giovani che l’avvicinano, maestra di una spiritualità fortemente attratta dal richiamo mistico. A questa scuola cresce Gertrude, che tuttavia non sembra percorrere tranquillamente la frequente trafila alunna-postulante-monaca. Alcune fonti, addirittura, le attribuiscono momenti di vita “dissipata”. Però a 26 anni diventa un’altra; o, come dirà successivamente lei stessa: il Signore, "più lucente di tutta la luce, più profondo di ogni segreto, cominciò dolcemente a placare quei turbamenti che aveva acceso nel mio cuore".

Una mutazione che sorprende molti, e che lei stessa attribuisce a una visione, seguita poi da altri fenomeni eccezionali come visioni, estasi, stigmate. E in aggiunta vengono a tormentarla le malattie. Ma accade a lei come ad altre donne e uomini misteriosamente “visitati” che l’infermità fisica, invece di fiaccarli, li stimola. Gertrude vorrebbe vivere in solitudine questa avventura dello spirito, ma non sempre può: le voci corrono, arriva al monastero gente per confidarsi, per interrogarla, anche semplicemente per vederla. E questa contemplativa malata ha momenti di stupefacente attivismo, nel contatto con le persone e nell’impegno di divulgatrice del culto per l’umanità di Gesù Cristo, tradotta nell’immagine popolarissima del Sacro Cuore. Accoglie tanti disorientati e cerca di aiutarli. Per raggiungerne altri scrive, sull’esempio di Matilde, e lo fa con l’eleganza che è frutto dei suoi studi.

Quell’impegno di adolescente e di giovane nelle discipline scolastiche l’ha preparata a essere “apostolo” nel modo richiesto dai suoi tempi. E anche precorritrice di Teresa d’Avila e di Margherita Maria Alacoque.

La fama di santità l’accompagna già da viva, e dura nel tempo, anche se ci vorrà qualche secolo per il riconoscimento ufficiale del suo culto nella Chiesa universale. Ma per chi l’ha conosciuta e ascoltata, Gertrude è già santa al momento della morte nel monastero di Helfta, all’età di circa 46 anni. La Chiesa ne fa memoria il 16 novembre.

(Autore: Domenico Agasso, da Internet, santi e beati)

 

 

 

   altre ricerche storiche di don Lauro Consonni