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Il Duecento Il secolo XIII viene alla luce con il DNA dei secoli che lo hanno generato. Per questo è necessario avere presente il quadro storico che ha prodotto queste mutazioni culturali. Prima di tutto, va considerato il fenomeno delle crociate, che «fortificarono in modo straordinario la coscienza comunitaria occidentale, allargarono l’orizzonte europeo […] e dettero un forte impulso alla scienza»: è questa l’opinione di August Franzen († 1972), teologo tedesco e storico della Chiesa. Il movimento delle crociate era, nella prima metà del secolo XIII, ancora molto vivo. I papi, primo fra tutti Innocenzo III (+ 1216), si erano sempre molto adoperati per organizzare nuove spedizioni e per allestire i mezzi mediante la decima sui beni ecclesiastici o in altri modi. Ma le crociate di questo periodo non erano più, o non lo erano più nella stessa misura di prima, imprese collettive dell'intero mondo cristiano occidentale o di gran parte di esso, ma erano in sostanza spedizioni guidate da singoli principi e da singole nazioni. Era questo un chiaro indizio che la solidarietà dell’Occidente era già sfumata. Se si prescinde dalla crociata guidata dallo scomunicato imperatore Federico II (1228), che era un'azione più diplomatica che guerresca, le crociate del secolo 13° non riuscirono neppure a realizzare il loro scopo fondamentale, la riconquista dei Luoghi Santi; anzi, spesso fin da principio, furono deviate dalla loro meta (verso Costantinopoli nel 1203, verso l'Egitto nel 1218 e nel 1248, verso Tunisi nel 1270) e non raggiunsero affatto la Palestina. L'entusiasmo per la causa della Terra Santa andò sempre più affievolendosi nel corso del secolo XIII; c'era chi disperava della possibilità un esito positivo, e chi addirittura metteva in dubbio che simili imprese fossero gradite a Dio. In questo stato di cose non si poté impedire la perdita definitiva di Gerusalemme (1244) e degli altri luoghi Santi. Quando poi le due crociate (1248 e 1270) guidate da Luigi IX il santo Re di Francia (+ 25.08.1270), l'unico sovrano europeo ancora veramente e altamente disinteressato, fallirono completamente, non poterono più conservare neppure gli ultimi resti di dominio cristiano rimasti in Palestina e in Siria. L'età delle crociate con le loro mire eroiche e le loro splendide imprese s'era ormai definitivamente esaurita. Il Duecento, pur essendo contraddistinto dalla fine dell’esperienza delle crociate, fu da queste fortemente caratterizzato, soprattutto in merito al movimento di persone e di culture che le crociate favorirono. Una seconda componente di questo secolo è dato dal fatto che il monachesimo divenne uno «stato» ecclesiale e sociale stimato e determinante, che svolse in maniera monopolistica molti compiti importanti per la vita pubblica. Sotto il profilo ecclesiale e spirituale, i monasteri funsero da struttura ecclesiale accanto alla parrocchia, tanto potente da intaccare il potere dei vescovi. I monasteri medievali furono centri economici, specie di aziende agricole con esteso potere. Inoltre la diversa specializzazione dei monaci portava il monastero a godere di ampia autonomia in campo di previdenza, di medicina, di formazione scolastica. In alcuni casi i monasteri erano delle vere e proprie fortezze militari, come rifugio e punto di appoggio. Le riforme monastiche dei secoli X-XI avevano già manifestato l'esigenza di ritornare alla povertà della Chiesa primitiva. La vita apostolica era strettamente connessa all'ideale di una vita povera del predicatore itinerante, conforme all'esempio offerto da Cristo e dai suoi apostoli. Questo desiderio, per l'influenza esercitata dal movimento crociato, favorì lo sviluppo di un vasto movimento popolare che ben presto si estese a tutto l'Occidente. L'immagine del Salvatore povero s'impresse nell'animo non solo di coloro che erano ritornati dalla Terra Santa, ma anche in chi era restato nel proprio paese e incitò gli uni e gli altri alla imitazione di Cristo. Si volle conoscere meglio il Vangelo. Monaci e chierici si dedicarono alla lettura della Sacra Scrittura; ma anche semplici laici, che desideravano ardentemente imparare a conoscere dalla Bibbia la vita di Cristo e degli apostoli, si riunirono in piccoli gruppi per ricevere insegnamenti e spiegazioni del testo sacro. Il popolo cristiano era addirittura affamato della Parola di Dio e spesso non esitava ad affrontare lunghi viaggi per ascoltare grandi predicatori come Bernardo di Chiaravalle. In verità, era evidente il contrasto esistente fra la vita povera di Gesù Cristo e la Chiesa istituzionale del tempo. La Chiesa feudale del medioevo era ricca non solo in Germania – ove i vescovi erano di diritto e di fatto dei « prìncipi» – ma anche in Francia, in Inghilterra e in Italia. Ovunque i vescovati erano in mano di nobili o di potenti. Il clero determinava la vita spirituale ed era intimamente legato ai signori feudali. E mentre nella società andava sorgendo una classe borghese, nella Chiesa cominciò a destarsi la coscienza del laicato, il quale voleva formarsi un'opinione personale sui problemi religiosi. La Chiesa, non in tutti i casi, ha saputo far proprie queste tendenze religiose e alcune di queste si sono rivolte contro di essa. Un segno evidente di questo rinnovamento è dato dal consolidamento degli ordini mendicanti, nati nel secolo precedente in seno al movimento pauperista; di esso, ne abbiamo accennato largamente illustrando la figura di Sant’Arialdo e della “pataria”. Il secolo XIII, dunque, raccoglie l’enorme eredità spirituale dei due secoli precedenti. Più avanti avremo modo di illustrare i santi fondatori di questi ordini, ma è bene ora farne un elenco sommario per dire, in sintesi, lo sviluppo straordinario di questi movimenti che costituirono una vera salvezza per la Chiesa, perché, nati al suo interno, costituivano però una diga rispetto ai corrispettivi movimenti ereticali: I Domenicani fondati da Domenico di Guzman (1170-1221). I Francescani fondati da Francesco d'Assisi (1181-1226). I Carmelitani fondati da Bertoldo di Calabria (morto nel 1195), che radunò sul Monte Carmelo, in Terra Santa, una colonia di eremiti; in seguito,nel 1207, il patriarca di Gerusalemme diede una regola, poi confermata dal Papa. Quando gli Stati crociati tramontarono,i Carmelitani si ritirarono in Europa e si trasformarono in un ordine mendicante, con l'opera di San Simone Stock (1165-1265). Gli Eremitani agostiniani, che con la bolla «Licet Ecclesiae catholicae» del 1256 di Alessandro IV, riunirono tutti i gruppi già esistenti di eremiti in un unico ordine costituito sul tipo di quello dei mendicanti e nell'ambito della tradizione agostiniana. E bisogna riconoscere che questa riforma non fu priva di defezioni e di atti di ribellione. E’ giusto anche considerare l’attività del papato: diciotto pontefici salirono sulla cattedra di San Pietro. Figure centrali di questo periodo storico furono Innocenzo III (1198-1216) e Bonifacio VIII (1294-1303). Il complesso rapporto tra Chiesa e Impero trova il suo culmine proprio in questo secolo, sotto il pontificato di Innocenzo III. Costui concepisce la funzione del papato in un modo elevato. Sul piano spirituale, la sua autorità è senza paragoni e si esercita su tutta la cristianità occidentale attraverso i legati pontifici. Sul piano temporale, egli distingue tra l'auctoritas, che è propria del papa, e la potestas che i sovrani ricevono dal papa. Infatti, per diritto divino, il papa ha ricevuto direttamente da Dio i due poteri (raffigurati come due spade), ed è solo per sua benevolenza che concede il potere temporale all'imperatore, che lo governa in nome del papa. Nei decenni successivi alla morte di Innocenzo III, soprattutto per l’immensa capacità politica dell’imperatore Federico II, questo progetto sostanzialmente fallì e la posizione del papato fu sempre più vacillante, in contrapposizione ai grandi stati nazionali che andavano affermandosi in tutta Europa. Quanto a Bonifacio VIII, è celebre la sua bolla Unam Sanctam, nella quale espresse la “teoria delle due spade”. Secondo questo Pontefice, cioè, «l’obbedienza al Papa era assolutamente necessaria alla salvezza». Si corse il rischio di fare del potere politico del papato un dogma. Non mancarono, tra questi, anche delle figure esemplari di santità come: il Beato Gregorio X, che succedette a Clemente IV, dopo che lo scranno pontificio era rimasto vacante per quasi tre anni a causa dei dissidi fra i cardinali che si erano riuniti a Viterbo per eleggere il nuovo Papa. Il popolo di Viterbo, stanco delle lungaggini nelle quali si dibatteva questa elezione, rinchiuse i cardinali nel Palazzo Papale (clausi cum clave) e da quel giorno tutte le riunioni del Sacro Collegio per eleggere il nuovo papa presero il nome di conclave. Appena eletto incontrò Niccolò, Matteo e Marco Polo in viaggio per la Cina. Al suo arrivo a Roma il suo primo atto fu di riunire un concilio ecumenico che si tenne a Lione nel 1274 allo scopo di discutere dello scisma d'oriente, delle condizioni della Terra Santa, e degli abusi nella Chiesa cattolica. A lui si deve la bolla «Ubi Periculum» che, successivamente incorporata nel codice del diritto canonico, continua a regolare tutti i conclavi per l'elezione dei Papi. Gli successe papa Innocenzo V. È stato beatificato da Clemente XI nel 1713 e riposa nel Duomo di Arezzo. La Chiesa ne fa memoria il 10 gennaio.
Beato Innocenzo V, nato in Borgogna (nel villaggio di Champagny), attorno all'anno 1225. In gioventù entrò nell'Ordine Domenicano, nel Convento di S. Giacomo a Parigi, dove conseguì il magistero in teologia. Nel 1272 fu eletto arcivescovo di Lione e l'anno successivo cardinale. Nel 1276 fu eletto Papa. Nel suo brevissimo pontificato durato solo cinque mesi (22.I-22.VI) esplicò un'intensa attività finalizzata alla riunione con la Chiesa d'Oriente. Fu l'autore di diverse opere di filosofia, teologia, e diritto canonico, compresi commentari sulle epistole paoline e sulle Sentenze di Pier Lombardo, e viene talvolta indicato come famosissimus doctor. Figura molto venerata durante il Medioevo, il suo culto venne confermato da papa Leone XIII il 14 marzo 1898. La Chiesa ne fa memoria il 22 giugno.
Papa San Celestino V. Pietro Angeleri, in seguito chiamato fra' Pietro da Morrone, poi divenuto papa col nome di Celestino V e infine canonizzato come San Pietro Celestino, nacque ad Isernia nel 1215 da Angelo Angeleri e Maria Leone, contadini poveri, onesti e profondamente religiosi. Penultimo, di 12 fratelli, dopo la morte prematura del padre, si dedicò fin da ragazzo al lavoro dei campi. Pur non essendo nato a Sulmona, la sua storia si intrecciò fortemente con questa città. Nel 1231 decise di vestire l'abito benedettino ma a 20 anni, insoddisfatto della vita spirituale dell'ordine, si ritirò da eremita in una grotta nelle vicinanze del fiume Aventino, nei pressi di Palena. Nel 1238 andò a Roma dove fu ordinato sacerdote nel 1241. Celebrò la prima messa nella chiesa di San Pietro in Montorio e tornò in Abruzzo, stabilendosi alle falde del monte Morrone, prendendo come modello di vita S. Giovanni Battista: non beveva vino, non mangiava carne e praticava quattro quaresime l'anno. Nel 1259 fra' Pietro da Morrone ottenne i finanziamenti per costruire l'Abbazia morronese che sorse attorno all'antica chiesetta di S. Maria del Morrone, poi detta di Santo Spirito. Verso il 1265 fra' Pietro fece costruire l'Eremo di Sant'Onofrio (patrono degli eremiti), dove si ritirò in preghiera ed eremitaggio solitario. Qui nel luglio del 1294 fu informato dell'avvenuta elezione a Pontefice. La decisione venne presa nel Conclave di Perugia il 5 luglio del 1294. La cerimonia di incoronazione avvenne il 29 agosto nella basilica di S. Maria di Collemaggio a L'Aquila, sede ancora oggi della "Perdonanza Celestiniana", e che egli stesso aveva fatto costruire qualche anno prima. Il fatto rimasto alla storia non è tanto la sua elezione quanto la celebre rinuncia al papato avvenuta dopo soli cinque mesi e precisamente il 13 dicembre 1294. Una che è stata immortalata da Dante nel canto III dell’Inferno con questi versi: "…vidi e conobbi l’ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto". Il suo successore, Bonifacio VIII arrivò ad imprigionarlo nella rocca di Fumone (Frosinone) dove morì solo e dimenticato il 19 maggio del 1296. La fama di Celestino, tuttavia, non morì e nel maggio del 1313, fra' Pietro venne elevato agli onori degli altari col nome di San Pietro del Morrone, con solenne cerimonia nella cattedrale di Avignone e alla presenza di Clemente V. I festeggiamenti annuali si tengono il 12 giugno, ma i pellegrini si recano negli eremi della regione anche il 19 maggio, giorno della sua morte. L'ordine dei Celestini fu istituito nel 1274 da Gregorio X (prima quindi della sua elezione) e arrivò a contare 96 monasteri italiani e 21 francesi. L'ordine scomparve in Francia nel 1789 con la rivoluzione e in Italia nel 1807. La vicenda della sua tribolata elezione ha ispirato pure l'opera di Ignazio Silone "La storia di un povero cristiano", un dramma teatrale in cui sono descritte molte delle vicende della sua vita. La Chiesa ne fa memoria il 19 maggio. (da Internet, città di Sulmona).
E’ questo un secolo particolarmente fecondo per la Chiesa che vede l’introduzione della festa della Immacolata Concezione e la recita del S. Rosario; in questo secolo ha origine anche il grande santuario di Loreto e le cattedrali di Siena, Orvieto e Firenze. Non parliamo poi della cultura che deve ricordare e celebrare due sommi poeti come Dante Alighieri (1265 – Ravenna 1321) e Jacopone da Todi (+ 1306) L’intensificarsi dei viaggi e delle comunicazioni tra popoli, la maggior propensione all’ascesi personale promossa anche dagli ordini mendicanti e la crisi del potere temporale ecclesiastico, favoriscono la formazione di una pluralità di culture in Europa. Secondo il Corvino, sono riconoscibili almeno quattro culture: la latino-cristiana (in crisi), la greco bizantina, l’arabo-islamica e la giudaica. Questo incremento della sensibilità scientifica é contemporaneo al fenomeno organizzato di un’istruzione superiore, pianificato e realizzato su impulso della Chiesa. Sorge infatti, tra il XII ed il XIII secolo, l’Università, quale luogo d’aggregazione di studio e di ricerca. Già da tempo i vescovi delle città avevano organizzato gli studi inferiori mediante le “scuole cattedrali” o “scuole episcopali”. In seguito allo sviluppo di queste realtà si formano le Università cittadine. Con la fondazione delle Università a Parigi ed a Bologna, abbiamo così una produzione abbondantissima non soltanto di Summe teologiche, ma anche di diverse Summe naturali. Una attenzione particolare è da riservarsi alla cultura arabo-islamica, perché proprio dal mondo mussulmano fanno ingresso in occidente un numero sempre crescente di testi filosofici, in lingua araba, greca, o in traduzione latina. A parte le opere aristoteliche, circolano testi di medicina, matematica, algebra, trigonometria, astronomia e fisica. È, quindi, inevitabile un coinvolgimento delle personalità europee interessate alla scienza nell’opera di speculazione che va assumendo sempre maggiore ampiezza. Dopo aver dato qualche informazione sugli sviluppi spirituali e politici del secolo in questione, ora ci permettiamo di illustrare le figure più significative di quel tempo, anche per capire cosa hanno ricevuto e quale sia il contributo dato alla Chiesa con la loro santità:
San Domenico nasce nel 1170 a Caleruega, un villaggio montano della Vecchia Castiglia (Spagna) da Felice di Gusmán e da Giovanna d'Aza. A 15 anni passa a Palencia, la futura Università di Salamanca, per frequentare i corsi regolari (arti liberali e teologia) nelle celebri scuole di quella città. Qui viene a contatto con le miserie causate dalle continue guerre e dalla carestia: molta gente muore di fame e nessuno si muove! Allora vende le suppellettili della propria stanza e le preziose pergamene per costituire un fondo per i poveri. A chi gli esprime stupore per quel gesto risponde: "Come posso studiare su pelli morte, mentre tanti miei fratelli muoiono di fame?" Terminati gli studi, a 24 anni, il giovane, assecondando la chiamata del Signore, entra tra i "canonici regolari" della cattedrale di Osma, dove viene consacrato sacerdote. Nel 1203 Diego, vescovo di Osma, dovendo compiere una delicata missione diplomatica in Danimarca per incarico di Alfonso VIII, re di Castiglia, si sceglie come compagno Domenico, dal quale non si separerà più. Il contatto vivo con le popolazioni della Francia meridionale in balìa degli eretici catari, e l'entusiasmo delle cristianità nordiche per le grandi imprese missionarie verso l'Est, costituiscono per Diego e Domenico una rivelazione: anch'essi saranno missionari. Di ritorno da un secondo viaggio in Danimarca scendono a Roma (1206) e chiedono al papa di potersi dedicare all'evangelizzazione dei pagani. Ma Innocenzo III orienta il loro zelo missionario verso quella predicazione nell'Albigese (Francia) da lui ardentemente e autorevolmente promossa fin dal 1203. Domenico accetta la nuova consegna e rimane eroicamente sulla breccia anche quando si dissolverà la Legazione pontificia, e l'improvvisa morte di Diego (30 dicembre 1207) lo lascerà solo. Pubblici e logoranti dibattiti, colloqui personali, trattative, predicazione, opera di persuasione, preghiera e penitenza occupano questi anni di intensa attività; cosi fino al 1215 quando Folco, vescovo di Tolosa, che nel 1206 gli aveva concesso S. Maria di Prouille per raccogliere le donne che abbandonavano l'eresia e per farne un centro della predicazione, lo nomina predicatore della sua diocesi. Intanto alcuni amici si stringono attorno a Domenico che sta maturando un ardito piano: dare alla predicazione una forma stabile e organizzata. Insieme a Folco si reca nell'ottobre del 1215 a Roma per partecipare al Concilio Lateranense IV e anche per sottoporre il suo progetto a Innocenzo III che lo approva. L'anno successivo, il 22 dicembre, Onorio III darà l'approvazione ufficiale e definitiva. E il suo Ordine si chiamerà "Ordine dei Frati Predicatori". Il 15 agosto 1217 il santo Fondatore dissemina i suoi figli in Europa, inviandoli soprattutto a Parigi e a Bologna, principali centri universitari del tempo. Poi con un'attività meravigliosa e sorprendente prodiga tutte le energie alla diffusione della sua opera. Nel 1220 e nel 1221 presiede in Bologna ai primi due Capitoli Generali destinati a redigere la "magna carta" e a precisare gli elementi fondamentali dell'Ordine: predicazione, studio, povertà mendicante, vita comune, legislazione, distribuzione geografica, spedizioni missionarie. Sfinito dal lavoro apostolico ed estenuato dalle grandi penitenze, il 6 agosto 1221 muore circondato dai suoi frati, nel suo amatissimo convento di Bologna, in una cella non sua, perché lui, il Fondatore, non l'aveva. Gregorio IX, a lui legato da una profonda amicizia, lo canonizzerà il 3 luglio 1234. Il suo corpo dal 5 giugno 1267 è custodito in una preziosa Arca marmorea. I numerosi miracoli e le continue grazie ottenute per l'intercessione del Santo fanno accorrere al suo sepolcro fedeli da ogni parte d'Italia e d'Europa, mentre il popolo bolognese lo proclama "Patrono e Difensore perpetuo della città;". Ardito, prudente, risoluto e rispettoso verso l'altrui giudizio, geniale sulle iniziative e obbediente alle direttive della Chiesa, Domenico è l'apostolo che non conosce compromessi né irrigidimenti: "tenero come una mamma, forte come un diamante", lo ha definito Lacordaire. La Chiesa ne fa memoria l’otto agosto. ( da Internet, Edizioni Studio Domenicano, Bologna )
George Bernanos nel suo saggio su “San Domenico” (Ed. Longanesi, 1954) vede nella figura del grande monaco del ‘200 il modello ideale di chi avendo incontrato Cristo si sente bruciare dentro da una grande passione che lo porta a predicare il Vangelo di Gesù nella sua integrità. Mi sembra pertanto opportuno fare conoscere il testo più significativo del grande scrittore francese che, più che elencare i dati biografici, ne illustra la forza ed il vigore del santo fondatore dei Domenicani, a partire dal 1207, dopo il ritorno da Roma, quando il Papa Innocenzo III gli affida il compito di evangelizzare il Sud della Francia. « Egli ha attraversato molti paesi, ha veduto la grande angoscia della Chiesa, i monaci appartati nei loro conventi, i vescovi inerti o sospetti, persi nelle cause e nei cavilli, il clero mantenuto in una ignoranza abietta in mezzo a un popolo che il progresso materiale e la facilità crescente della vita affinano ogni giorno, le parrocchie trascurate, abbandonate dai loro pastori legittimi a vicari mercenari, la predicazione ridotta a zero, limitata alla recita domenicale del Credo e del Pater o affidata ad associazioni laiche senza dottrina, a oratori da fiera; il papato impotente, sommerso, tradito, costretto a impegnare le sue ultime truppe, la suprema riserva cistercense... E in questo disordine spaventoso, come lupi attraverso una città saccheggiata, gli apostoli d'una dottrina strana, venuta d'Oriente, e che fanno del diavolo l'uguale e il rivale di Dio.... La piccola carovana [venendo da Roma] camminava lentamente attraverso la burrasca prossima a scoppiare… Lo schiudersi di una eresia è del resto sempre un fenomeno assai misterioso. Quando nella Chiesa un vizio giunge a una certa maturazione, l'eresia germoglia da sé, getta subito i suoi mostruosi rami. Ha la sua radice nel corpo Mistico, è una deviazione, una perversione della sua vita stessa. L'eresia càtara è germogliata sull'ignoranza e sulla pigrizia del clero, come la valdese sulla sua avarizia e sulla sua lussuria. “ I vescovi ”, dirà solennemente il concilio del Laterano, “per via delle loro infermità, per non parlare della mancanza di scienza, la quale è assolutamente biasimevole e intollerabile, non sono più capaci di predicare la parola di Dio”. Se la carità di Domenico non ne avesse avuto il presentimento, l'esperienza glielo avrebbe insegnato durante il corso delle dure controversie che dovrà sostenere durante lunghi mesi a Béziers, a Carcassonne e Tolosa. Tutti gli storici di san Domenico consacrano allo studio dei suoi ultimi dieci anni più della metà delle loro pagine. Nel settembre del 1219 si trova a Bologna. La comunità di San Nicola è in piena prosperità: vi si attendono prodigi da Reginaldo, discepolo preferito del maestro. Ragione sufficiente per mandarlo a Parigi. “ E' una cosa ben ammirevole ”, scrive il beato Giordano di Sassonia, “ vedere il servo di Dio sparpagliare i suoi frati con tanta sicurezza! ” L'apostolo incendiario ha contro di sé, un po' da per tutto, i decani, i cancellieri, gli arcidiaconi, i vescovi, ma ha dalla sua parte il papa. Intraprende la riforma delle monache romane, fonda la comunità di San Siro con l'aiuto di qualcuna delle sue figliole di Prouille, chiamate in fretta. Le lettere e le bolle pontificie si succedono senza interruzione, spezzando tutte le resistenze a Parigi, a Prouille, a Tolosa, a Madrid, a Roma stessa. Nel febbraio del 1220, il vescovo di Cracovia porta a Roma quattro dei suoi preti. Domenico ne fa quattro predicatori e, due mesi dopo, li lancia all'assalto della Polonia. Si spingono molto lontano verso Oriente, dalla parte dei Carpazi, quasi sino alla frontiera del paese cumano. Ah, il beato padre conta di raggiungerli ben presto! Ma avanti vuol tener il primo capitolo generale dell'Ordine... Oramai gli restano undici mesi da vivere. Dove non giungerà oramai la potenza del nuovo ordine?... E' questo il momento scelto da Domenico per decidere di abbandonare i beni già acquisiti, domìni o decime, e far concludere dal suo primo capitolo generale una seconda e più solenne alleanza, questa volta indissolubile, con la Santissima Povertà. Egli strappa solennemente e simbolicamente gli statuti giuridici davanti ai padri capitolari riuniti. E siccome quella povera gente venuta da molto lontano, a prezzo di fatiche e stenti, potrebbe essere tentata di cedere a qualche debolezza lungo la strada del ritorno, egli decide di inserire nella regola il divieto di andare a cavallo e di portar danaro. Poi fa vendere all'asta cavalli e muli. Lascia Roma nel maggio del 1221, se ne va per sempre. Due volte la febbre lo ha atterrato di sorpresa senza ancora riuscire a strappargli il suo ultimo segreto, la umile morte che Dio prepara in lui, e che già brilla con dolcezza nel suo cuore, come la fedele piccola lampada del santuario prima dell'aprirsi del mattino. Dopo un supremo colloquio a Venezia con il cardinale Ugolino, suo amico, egli ritorna al convento di Bologna. Vi giunge morente. Le nostre agonie portano il segno del rimorso: testimoniano contro il passato, ne spezzano i vincoli, e, anticipando il giudizio ineffabile, denunciano in pieno la nostra onta. Ah! che il lenzuolo ricopra dopo un istante il corpo umiliato, vuoto, dove risplende, sola, l'Unzione! Ma la vita augusta del santo si lancia nell'agonia come in un abisso di luce e di soavità. Stendono un grosso sacco per terra, ed egli vi si corica sopra. Intorno al moribondo, che finisce di vuotarsi del suo sangue mistico, di tutta la sua divina carità, in una effusione di lacrime austere, l'ordine ronza come un alveare con le sue centinaia di frati che domani saranno migliaia, le sue cinque province di Francia, Spagna, Lombardia, Roma, Provenza, e i suoi cinquanta conventi. La cristianità occidentale è salva, non soltanto dagli oscuri fanatici, il cui barbaro zelo condannava, col matrimonio, la vita stessa, ma dall'Islam, dallo scisma greco e dai furori di Federico II. Si, così com’è, questo uomo qui sdraiato è uno dei più grandi della storia, ed entra nondimeno nella morte, come ha traversato la vita, con lo stesso slancio, senza esitazioni, con lo sguardo di fanciullo. A larghi passi regolari, con la povera bisaccia sulle spalle, le tasche vuote, egli ha percorso diversi reami, e ora che è coricato per terra, ha lasciato la sua bisaccia, ma ha conservato le sue grosse scarpe. E' pronto, se Dio lo suscita di nuovo. Non lascia nulla dietro a sé. I suoi figli bruceranno o dissemineranno le sue lettere; i libri annotati di suo pugno, il suo bastone da viaggio, i suoi abiti, la catena di ferro con cui su flagellava ogni notte con quel potente urlo la cui eco si ripercuoteva sino all'ultima cella dei frati che ascoltavano, atterriti. Dopo si avvolgeva tutto sanguinante nella sua cappa, e si stendeva sopra una panca o sopra un tavolo... Questa volta si è disteso per sempre. Né il ricordo dei suoi immensi lavori, o delle mortificazioni durissime, delle predicazioni o dei miracoli, distoglie un solo istante il suo cuore. Egli teme soltanto che i suoi figliuoli si lascino, dopo la sua morte, trascinare verso una vita troppo comoda, e quando sa che i suoi frati ingrandiscono il convento e alzano il soffitto delle celle, lo vedono prima rompere in lacrime, poi scoppiare in imprecazioni terribili, invocando la maledizione di Dio sopra chiunque introdurrà l'uso della proprietà temporale nel suo ordine. L'hanno trasportato sopra una collina dove l'aria è pura; ma egli teme che conservino lì il suo corpo. “ Dio non voglia ch'io venga sepolto altrove se non sotto i vostri piedi! ” Lo riportano sopra una lettiga fino al convento di San Nicola. Lo stendono per terra tutto sudato. Ventura di Cremona ascolta la sua confessione generale. Quel debole soffio che il frate si sente passare sulla faccia è ormai tutto quanto resta della grande voce che sollevava tutta Roma, ed è anche la medesima voce che, nel ritiro della notte, chiamava Dio tante volte con un grido straziante, che ruggiva per gli infedeli, gli eretici, gli ebrei, e nell'ammirevole delirio d'una carità universale, che andava sino a voler far violenza alla stessa giustizia del Padre, pregava per i dannati (ad in infernos damnatos extendebat caritatem suam). I fratelli sono adunati per raccogliere, se è possibile, qualche cosa della parola che si sta spegnendo. Domenico fa segno con la mano, essi si avvicinano. Dall'umile gesto del santo, capiscono che ha qualche riconoscimento pubblico da fare, e che pesa gravemente sul suo cuore. Colui che è parso al papa Innocenzo III in sogno portando la chiesa del Laterano sulle spalle, consigliere dei pontefici, consigliere dei principi, arbitro di tanti destini, maestro e legislatore di tante coscienze, scopre forse con sgomento, in quell'istante solenne, il carattere astratto, quasi terribile, della sua vocazione dottrinale? Quale scrupolo lo tormenta? Egli alza sopra i fratelli i suoi occhi celesti, il suo sguardo intatto. “ Mi accuso ”, dice il maestro dei Predicatori, “ di aver sempre preferito, a quella delle vecchie, la conversazione delle donne giovani. ” Santa Caterina da Siena in una di quelle visioni che ha con il suo amato sposo si sente dire da Gesù: “L'ordine di mio figlio Domenico è un delizioso giardino, immenso, gioioso e profumato ”.
San Francesco, nacque ad Assisi nel 1182 circa e morì nel 1226. Giovanni Francesco Bernardone, figlio di un ricco mercante di stoffe, istruito in latino, in francese, e nella lingua e letteratura provenzale, condusse da giovane una vita spensierata e mondana; partecipò alla guerra tra Assisi e Perugia, e venne tenuto prigioniero per più di un anno, durante il quale patì per una grave malattia che lo avrebbe indotto a mutare radicalmente lo stile di vita: tornato ad Assisi nel 1205, Francesco si dedicò infatti a opere di carità tra i lebbrosi e cominciò a impegnarsi nel restauro di edifici di culto in rovina, dopo aver avuto una visione di san Damiano d'Assisi che gli ordinava di restaurare la chiesa a lui dedicata.
Il padre di Francesco, adirato per i mutamenti nella personalità del figlio e per le sue cospicue offerte, lo diseredò; Francesco si spogliò allora dei suoi ricchi abiti dinanzi al vescovo di Assisi, eletto da Francesco arbitro della loro controversia. Dedicò i tre anni seguenti alla cura dei poveri e dei lebbrosi nei boschi del monte Subasio. Nella cappella di Santa Maria degli Angeli, nel 1208, un giorno, durante la Messa, ricevette l'invito a uscire nel mondo e, secondo il testo del Vangelo di Matteo (10:5-14), a privarsi di tutto per fare del bene ovunque.
Tornato ad Assisi l'anno stesso, Francesco iniziò la sua predicazione, raggruppando intorno a sé dodici seguaci che divennero i primi confratelli del suo ordine (poi denominato primo ordine) ed elessero Francesco loro superiore, scegliendo la loro prima sede nella chiesetta della Porziuncola. Nel 1210 l'ordine venne riconosciuto da papa Innocenzo III; nel 1212 anche Chiara d'Assisi prese l'abito monastico, istituendo il secondo ordine francescano, detto delle clarisse. Intorno al 1212, dopo aver predicato in varie regioni italiane, Francesco partì per la Terra Santa, ma un naufragio lo costrinse a tornare, e altri problemi gli impedirono di diffondere la sua opera missionaria in Spagna, dove intendeva fare proseliti tra i mori.
Nel 1219 si recò in Egitto, dove predicò davanti al sultano, senza però riuscire a convertirlo, poi si recò in Terra Santa, rimanendovi fino al 1220; al suo ritorno, trovò dissenso tra i frati e si dimise dall'incarico di superiore, dedicandosi a quello che sarebbe stato il terzo ordine dei francescani, i terziari. Ritiratosi sul monte della Verna nel settembre 1224, dopo 40 giorni di digiuno e sofferenza affrontati con gioia, ricevette le stigmate, i segni della crocifissione, sul cui aspetto, tuttavia, le fonti non concordano.
Francesco venne portato ad Assisi, dove rimase per anni segnato dalla sofferenza fisica e da una cecità quasi totale, che non indebolì tuttavia quell'amore per Dio e per la creazione espresso nel Cantico di frate Sole, probabilmente composto ad Assisi nel 1225; in esso il Sole e la natura sono lodati come fratelli e sorelle, ed è contenuto l'episodio in cui il santo predica agli uccelli. Francesco, che è patrono d'Italia, venne canonizzato nel 1228 da papa Gregorio IX. Viene sovente rappresentato nell'iconografia tradizionale nell'atto di predicare agli animali o con le stigmate. La Chiesa ne fa memoria il 4 ottobre (Internet – sito della fraternità francescana)
La cronistoria per sua natura è fredda e perciò di fronte a questi giganti della santità è necessario aggiungere gli aspetti spirituali che hanno dato l’avvio per una riforma radicale della Chiesa stessa. Dopo aver fornito i dati essenziali della vita di S. Francesco, così come si è fatto per San Domenico, aggiungo una presentazione spirituale fatta da Sua Santità, Papa Benedetto XVI nell’udienza generale di mercoledì, 27 gennaio 2010; essa è di grande aiuto per capire l’orientamento di fondo del movimento francescano.
Cari fratelli e sorelle, Con Francesco, "nacque al mondo un sole". Con queste parole, nella Divina Commedia (Paradiso, Canto XI), il sommo poeta italiano Dante Alighieri allude alla nascita di Francesco, avvenuta alla fine del 1181 o agli inizi del 1182, ad Assisi. Appartenente a una ricca famiglia – il padre era commerciante di stoffe –, Francesco trascorse un’adolescenza e una giovinezza spensierate, coltivando gli ideali cavallereschi del tempo. A vent’anni prese parte ad una campagna militare, e fu fatto prigioniero. Si ammalò e fu liberato. Dopo il ritorno ad Assisi, cominciò in lui un lento processo di conversione spirituale, che lo portò ad abbandonare gradualmente lo stile di vita mondano, che aveva praticato fino ad allora. Risalgono a questo periodo i celebri episodi dell’incontro con il lebbroso, a cui Francesco, sceso da cavallo, donò il bacio della pace, e del messaggio del Crocifisso nella chiesetta di San Damiano. Per tre volte il Cristo in croce si animò, e gli disse: "Va’, Francesco, e ripara la mia Chiesa in rovina". Questo semplice avvenimento della parola del Signore udita nella chiesa di S. Damiano nasconde un simbolismo profondo. Immediatamente san Francesco è chiamato a riparare questa chiesetta, ma lo stato rovinoso di questo edificio è simbolo della situazione drammatica e inquietante della Chiesa stessa in quel tempo, con una fede superficiale che non forma e non trasforma la vita, con un clero poco zelante, con il raffreddarsi dell’amore; una distruzione interiore della Chiesa che comporta anche una decomposizione dell’unità, con la nascita di movimenti ereticali. Tuttavia, in questa Chiesa in rovina sta nel centro il Crocifisso e parla: chiama al rinnovamento, chiama Francesco ad un lavoro manuale per riparare concretamente la chiesetta di san Damiano, simbolo della chiamata più profonda a rinnovare la Chiesa stessa di Cristo, con la sua radicalità di fede e con il suo entusiasmo di amore per Cristo. Questo avvenimento, accaduto probabilmente nel 1205, fa pensare ad un altro avvenimento simile verificatosi nel 1207: il sogno del Papa Innocenzo III. Questi vede in sogno che la Basilica di San Giovanni in Laterano, la chiesa madre di tutte le chiese, sta crollando e un religioso piccolo e insignificante puntella con le sue spalle la chiesa affinché non cada. E’ interessante notare, da una parte, che non è il Papa che dà l’aiuto affinché la chiesa non crolli, ma un piccolo e insignificante religioso, che il Papa riconosce in Francesco che Gli fa visita. Innocenzo III era un Papa potente, di grande cultura teologica, come pure di grande potere politico, tuttavia non è lui a rinnovare la Chiesa, ma il piccolo e insignificante religioso: è san Francesco, chiamato da Dio. Dall’altra parte, però, è importante notare che san Francesco non rinnova la Chiesa senza o contro il Papa, ma solo in comunione con lui. Le due realtà vanno insieme: il Successore di Pietro, i Vescovi, la Chiesa fondata sulla successione degli Apostoli e il carisma nuovo che lo Spirito Santo crea in questo momento per rinnovare la Chiesa. Insieme cresce il vero rinnovamento. Ritorniamo alla vita di san Francesco. Poiché il padre Bernardone gli rimproverava troppa generosità verso i poveri, Francesco, dinanzi al Vescovo di Assisi, con un gesto simbolico si spogliò dei suoi abiti, intendendo così rinunciare all’eredità paterna: come nel momento della creazione, Francesco non ha niente, ma solo la vita che gli ha donato Dio, alle cui mani egli si consegna. Poi visse come un eremita, fino a quando, nel 1208, ebbe luogo un altro avvenimento fondamentale nell’itinerario della sua conversione. Ascoltando un brano del Vangelo di Matteo – il discorso di Gesù agli apostoli inviati in missione –, Francesco si sentì chiamato a vivere nella povertà e a dedicarsi alla predicazione. Altri compagni si associarono a lui, e nel 1209 si recò a Roma, per sottoporre al Papa Innocenzo III il progetto di una nuova forma di vita cristiana. Ricevette un’accoglienza paterna da quel grande Pontefice, che, illuminato dal Signore, intuì l’origine divina del movimento suscitato da Francesco. Il Poverello di Assisi aveva compreso che ogni carisma donato dallo Spirito Santo va posto a servizio del Corpo di Cristo, che è la Chiesa; pertanto agì sempre in piena comunione con l’autorità ecclesiastica. Nella vita dei santi non c’è contrasto tra carisma profetico e carisma di governo e, se qualche tensione viene a crearsi, essi sanno attendere con pazienza i tempi dello Spirito Santo. In realtà, alcuni storici nell’Ottocento e anche nel secolo scorso hanno cercato di creare dietro il Francesco della tradizione, un cosiddetto Francesco storico, così come si cerca di creare dietro il Gesù dei Vangeli, un cosiddetto Gesù storico. Tale Francesco storico non sarebbe stato un uomo di Chiesa, ma un uomo collegato immediatamente solo a Cristo, un uomo che voleva creare un rinnovamento del popolo di Dio, senza forme canoniche e senza gerarchia. La verità è che san Francesco ha avuto realmente una relazione immediatissima con Gesù e con la parola di Dio, che voleva seguire sine glossa, così com’è, in tutta la sua radicalità e verità. E’ anche vero che inizialmente non aveva l’intenzione di creare un Ordine con le forme canoniche necessarie, ma, semplicemente, con la parola di Dio e la presenza del Signore, egli voleva rinnovare il popolo di Dio, convocarlo di nuovo all’ascolto della parola e all’obbedienza verbale con Cristo. Inoltre, sapeva che Cristo non è mai "mio", ma è sempre "nostro", che il Cristo non posso averlo "io" e ricostruire "io" contro la Chiesa, la sua volontà e il suo insegnamento, ma solo nella comunione della Chiesa costruita sulla successione degli Apostoli si rinnova anche l’obbedienza alla parola di Dio. E’ anche vero che non aveva intenzione di creare un nuovo ordine, ma solamente rinnovare il popolo di Dio per il Signore che viene. Ma capì con sofferenza e con dolore che tutto deve avere il suo ordine, che anche il diritto della Chiesa è necessario per dar forma al rinnovamento e così realmente si inserì in modo totale, col cuore, nella comunione della Chiesa, con il Papa e con i Vescovi. Sapeva sempre che il centro della Chiesa è l'Eucaristia, dove il Corpo di Cristo e il suo Sangue diventano presenti. Tramite il Sacerdozio, l'Eucaristia è la Chiesa. Dove Sacerdozio e Cristo e comunione della Chiesa vanno insieme, solo qui abita anche la parola di Dio. Il vero Francesco storico è il Francesco della Chiesa e proprio in questo modo parla anche ai non credenti, ai credenti di altre confessioni e religioni. Francesco e i suoi frati, sempre più numerosi, si stabilirono alla Porziuncola, o chiesa di Santa Maria degli Angeli, luogo sacro per eccellenza della spiritualità francescana. Anche Chiara, una giovane donna di Assisi, di nobile famiglia, si mise alla scuola di Francesco. Ebbe così origine il Secondo Ordine francescano, quello delle Clarisse, un’altra esperienza destinata a produrre frutti insigni di santità nella Chiesa. Anche il successore di Innocenzo III, il Papa Onorio III, con la sua bolla Cum dilecti del 1218 sostenne il singolare sviluppo dei primi Frati Minori, che andavano aprendo le loro missioni in diversi paesi dell’Europa, e persino in Marocco. Nel 1219 Francesco ottenne il permesso di recarsi a parlare, in Egitto, con il sultano musulmano Melek-el-Kâmel, per predicare anche lì il Vangelo di Gesù. Desidero sottolineare questo episodio della vita di san Francesco, che ha una grande attualità. In un’epoca in cui era in atto uno scontro tra il Cristianesimo e l’Islam, Francesco, armato volutamente solo della sua fede e della sua mitezza personale, percorse con efficacia la via del dialogo. Le cronache ci parlano di un’accoglienza benevola e cordiale ricevuta dal sultano musulmano. È un modello al quale anche oggi dovrebbero ispirarsi i rapporti tra cristiani e musulmani: promuovere un dialogo nella verità, nel rispetto reciproco e nella mutua comprensione (cfr Nostra Aetate, 3). Sembra poi che nel 1220 Francesco abbia visitato la Terra Santa, gettando così un seme, che avrebbe portato molto frutto: i suoi figli spirituali, infatti, fecero dei Luoghi in cui visse Gesù un ambito privilegiato della loro missione. Con gratitudine penso oggi ai grandi meriti della Custodia francescana di Terra Santa. Rientrato in Italia, Francesco consegnò il governo dell’Ordine al suo vicario, fra Pietro Cattani, mentre il Papa affidò alla protezione del Cardinal Ugolino, il futuro Sommo Pontefice Gregorio IX, l’Ordine, che raccoglieva sempre più aderenti. Da parte sua il Fondatore, tutto dedito alla predicazione che svolgeva con grande successo, redasse una Regola, poi approvata dal Papa. Nel 1224, nell’eremo della Verna, Francesco vede il Crocifisso nella forma di un serafino e dall’incontro con il serafino crocifisso, ricevette le stimmate; egli diventa così uno col Cristo crocifisso: un dono, quindi, che esprime la sua intima identificazione col Signore. La morte di Francesco – il suo transitus - avvenne la sera del 3 ottobre 1226, alla Porziuncola. Dopo aver benedetto i suoi figli spirituali, egli morì, disteso sulla nuda terra. Due anni più tardi il Papa Gregorio IX lo iscrisse nell’albo dei santi. Poco tempo dopo, una grande basilica in suo onore veniva innalzata ad Assisi, meta ancor oggi di moltissimi pellegrini, che possono venerare la tomba del santo e godere la visione degli affreschi di Giotto, pittore che ha illustrato in modo magnifico la vita di Francesco. È stato detto che Francesco rappresenta un alter Christus, era veramente un’icona viva di Cristo. Egli fu chiamato anche "il fratello di Gesù". In effetti, questo era il suo ideale: essere come Gesù; contemplare il Cristo del Vangelo, amarlo intensamente, imitarne le virtù. In particolare, egli ha voluto dare un valore fondamentale alla povertà interiore ed esteriore, insegnandola anche ai suoi figli spirituali. La prima beatitudine del Discorso della Montagna - Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli (Mt 5,3) - ha trovato una luminosa realizzazione nella vita e nelle parole di san Francesco. Davvero, cari amici, i santi sono i migliori interpreti della Bibbia; essi, incarnando nella loro vita la Parola di Dio, la rendono più che mai attraente, così che parla realmente con noi. La testimonianza di Francesco, che ha amato la povertà per seguire Cristo con dedizione e libertà totali, continua ad essere anche per noi un invito a coltivare la povertà interiore per crescere nella fiducia in Dio, unendo anche uno stile di vita sobrio e un distacco dai beni materiali. In Francesco l’amore per Cristo si espresse in modo speciale nell’adorazione del Santissimo Sacramento dell’Eucaristia. Nelle Fonti francescane si leggono espressioni commoventi, come questa: "Tutta l’umanità tema, l’universo intero tremi e il cielo esulti, quando sull’altare, nella mano del sacerdote, vi è Cristo, il Figlio del Dio vivente. O favore stupendo! O sublimità umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascondersi per la nostra salvezza, sotto una modica forma di pane" (Francesco di Assisi, Scritti, Editrici Francescane, Padova 2002, 401). …e da ultimo, dall’amore per Cristo nasce l’amore verso le persone e anche verso tutte le creature di Dio. Ecco un altro tratto caratteristico della spiritualità di Francesco: il senso della fraternità universale e l’amore per il creato, che gli ispirò il celebre Cantico delle creature. È un messaggio molto attuale. Come ho ricordato nella mia recente Enciclica Caritas in veritate, è sostenibile solo uno sviluppo che rispetti la creazione e che non danneggi l’ambiente (cfr nn. 48-52), e nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace di quest’anno ho sottolineato che anche la costruzione di una pace solida è legata al rispetto del creato. Francesco ci ricorda che nella creazione si dispiega la sapienza e la benevolenza del Creatore. La natura è da lui intesa proprio come un linguaggio nel quale Dio parla con noi, nel quale la realtà diventa trasparente e possiamo noi parlare di Dio e con Dio.
Assisi vanta di aver dato i natali ad un altro personaggio che insieme a San Francesco ha significato molto nella storia e nella vita della Città: Santa Chiara, nasce da una nobile famiglia nel 1194. La madre, recatasi a pregare alla vigilia del parto nella Cattedrale di San Rufino, sentì una voce che le predisse:"Oh, donna, non temere, perché felicemente partorirai una chiara luce che illuminerà il mondo". La bambina fu chiamata Chiara e battezzata in quella stessa Chiesa. Si può senza dubbio affermare che una parte predominante della educazione di questa fanciulla è dovuta proprio alla Cattedrale di San Rufino, la sua Chiesa, dove poco distante sorgeva la casa paterna. L'ambiente familiare di Chiara era pervaso da una grande spiritualità. L'esperienza della completa rinuncia e delle predicazioni di San Francesco, la fama delle doti che aveva Chiara per i suoi concittadini, fecero sì che queste due grandi personalità s'intendessero perfettamente sul modo di fuggire dal mondo comune e donarsi completamente alla vita contemplativa. La notte dopo la Domenica delle Palme (18 marzo 1212) accompagnata da Pacifica di Guelfuccio (prima suora dell'ordine), la giovane si recò di nascosto alla Porziuncola, dove era attesa da Francesco e dai suoi frati. Qui il Santo la vestì del saio francescano, le tagliò i capelli consacrandola alla penitenza e la condusse presso le suore benedettine di S. Paolo a Bastia Umbra, dove il padre inutilmente tentò di persuaderla a far ritorno a casa. Consigliata da Francesco si rifugiò allora nella Chiesina di San Damiano che divenne la Casa Madre di tutte le sue consorelle chiamate dapprima "Povere Dame recluse di San Damiano" e, dopo la morte della Santa, Clarisse. Qui visse per quarantadue anni, quasi sempre malata, iniziando alla vita religiosa molte sue amiche e parenti compresa la madre Ortolana e le sorelle Agnese e Beatrice. Nel 1215 Francesco la nominò badessa e formò una prima regola dell'Ordine che doveva espandersi per tutta Europa. La grande personalità di Chiara non passò inosservata agli alti prelati, tanto che il Cardinale Ugolino (legato pontificio) formulò la prima regola per i successivi monasteri e più tardi le venne concesso di emettere il voto di povertà con il quale Chiara rinunciava ad ogni tipo di possedimento. Nel 1243 durante un'incursione di milizie saracene nel Monastero di San Damiano, Chiara scacciò con un atto di coraggio la soldatesca. La fermezza di carattere, la dolcezza del suo animo, il modo di governare la sua comunità con la massima carità e avvedutezza, le procurarono la stima dei Papi che vollero persino recarsi a visitarla. La morte di San Francesco e le notizie che vari monasteri accettavano possessi e rendite amareggiarono e allarmarono la Santa che sempre più malata volle salvare fino all'ultimo la povertà per il suo convento componendo una Regola (simile a quella dei Frati Minori) approvata poi, alla vigilia della sua morte, da Innocenzo IV. Il Papa stesso si recò a S. Damiano per portarle la benedizione e consegnarle la bolla papale che confermava la sua regola; il giorno dopo (11 agosto 1253) Chiara morì ed i suoi funerali furono officiati dal Papa stesso che volle cantare per lei non l'ufficio dei morti, ma quello festivo delle vergini. Il suo corpo venne sepolto a San Giorgio in attesa di innalzare la chiesa che porta il suo nome. Nonostante l'intenzione di Innocenzo IV fosse quella di canonizzarla subito dopo la morte, si giunse alla bolla di canonizzazione nell'autunno del 1255, dopo averne seguito tutte le formalità, per mezzo di Alessandro IV. La Chiesa ne fa memoria l’11 agosto. (da internet – sito francescano)
S. Antonio di Padova, nasce a Lisbona nel 1195 da nobile famiglia portoghese discendente dal crociato Goffredo di Buglione; al battesimo gli viene imposto il nome di Fernando di Buglione A quindici anni è novizio nel monastero di San Vincenzo a Lisbona, poi si trasferisce nel monastero di Santa Croce di Coimbra, il maggior centro culturale del Portogallo appartenente all'Ordine dei Canonici regolari di Sant'Agostino, dove studia scienze e teologia con ottimi maestri, preparandosi all'ordinazione sacerdotale che riceverà nel 1219, quando ha ventiquattro anni. Quando sembra che debba percorrere la carriera del teologo e del filosofo,decide di lasciare l'ordine agostiniano. Fernando, infatti, non sopporta i maneggi politici tra i canonici agostiniani e re Alfonso II; in cuor suo anela ad una vita religiosamente più severa. Il suo desiderio si realizza quando, nel 1220, giungono a Coimbra i corpi di cinque frati francescani decapitati in Marocco,dove si erano recati a predicare per ordine di Francesco d'Assisi. Quando i frati del convento di monte Olivares arrivano per accogliere le spoglie dei martiri,Fernando confida loro la sua aspirazione di vivere nello spirito del Vangelo. Ottenuto il permesso dal provinciale francescano di Spagna e dal priore agostiniano, Fernando entra nel romitorio dei Minori e fa subito professione religiosa, mutando il nome in Antonio in onore dell'abate, eremita egiziano. Anelando al martirio, subito chiede ed ottiene di partire missionario in Marocco. È verso la fine del 1220 che s'imbarca su un veliero diretto in Africa, ma durante il viaggio è colpito da febbre malarica e costretto a letto. La malattia si protrae e in primavera i compagni lo convincono a rientrare in patria per curarsi. Secondo altre versioni, Antonio non si fermò mai in Marocco:ammalatosi appena partito da Lisbona, la nave fu spinta da una tempesta direttamente a Messina, in Sicilia. Curato dai francescani della città, in due mesi guarisce. A Pentecoste è invitato al Capitolo generale di Assisi, arriva con altri francescani a Santa Maria degli Angeli dove ha modo di ascoltare Francesco, ma non di conoscerlo personalmente. Il ministro provinciale dell'ordine per l'Italia settentrionale gli propone di trasferirsi a Montepaolo, presso Forlì, dove serve un sacerdote che dica la messa per i sei frati residenti nell'eremo composto da una chiesina, qualche cella e un orto. Per circa un anno e mezzo vive in contemplazione e penitenza, svolgendo per desiderio personale le mansioni più umili, finché deve scendere con i confratelli in città, per assistere nella chiesa di San Mercuriale all'ordinazione di nuovi sacerdoti dell'ordine e dove predica alla presenza di una vasta platea composta anche dai notabili. Ad Antonio è assegnato il ruolo di predicatore e insegnante dallo stesso Francesco, che gli scrive una lettera raccomandandogli, però, di non perdere lo spirito della santa orazione e della devozione. Comincia a predicare nella Romagna, prosegue nell'Italia settentrionale, usa la sua parola per combattere l'eresia (è chiamato anche il martello degli eretici), catara in Italia e albigese in Francia, dove arriverà nel 1225. Tra il 1223 e quest'ultima data pone le basi della scuola teologica francescana, insegnando nel convento bolognese di Santa Maria della Pugliola. Quando è in Francia, tra il 1225 e il1227, assume un incarico di governo come custode di Limoges. Mentre si trova in visita ad Arles, si racconta gli sia apparso Francesco che aveva appena ricevuto le stigmate. Come custode partecipa nel1227 al Capitolo generale di Assisi dove il nuovo ministro dell'Ordine è Giovanni Parenti, quel provinciale di Spagna che lo accolse anni prima fra i Minori e che lo nomina provinciale dell'Italia settentrionale. Antonio apre nuove case, visita i conventi per conoscere personalmente tutti i frati, controlla le Clarisse e il Terz'ordine, va a Firenze, finché fissa la residenza a Padova e in due mesi scrive i Sermoni domenicali. A Padova ottiene la riforma del Codice statutario repubblicano grazie alla quale un debitore insolvente ma senza colpa, dopo aver ceduto tutti i beni non può essere anche incarcerato. Non solo, riesce ad imporsi ad Ezzelino da Romano, che era soprannominato il Feroce e che in un solo giorno aveva fatto massacrare undicimila padovani che gli erano ostili, perché liberi i capi guelfi incarcerati. Intanto scrive i Sermoni per le feste dei Santi, i suoi temi preferiti sono i precetti della fede, della morale e della virtù, l'amore di Dio e la pietà verso i poveri, la preghiera e l'umiltà, la mortificazione e si scaglia contro l'orgoglio e la lussuria,l'avarizia e l'usura di cui è acerrimo nemico. E' mariologo, convinto assertore dell'assunzione della Vergine. Per tre anni viaggia senza risparmio, è stanco, soffre d'asma ed è gonfio per l'idropisia; siamo nel 1231, quando a Padova tiene le prediche di quaresima rimaste memorabili. Per riposarsi si ritira a Camposampiero, vicino Padova, dove il conte Tiso, che aveva regalato un eremo ai frati, gli fa allestire una stanzetta tra i rami di un grande albero di noce. Da qui Antonio predica, ma scende anche a confessare e la sera torna alla sua cella arborea. Una notte che si era recato a controllare come stesse Antonio, il conte Tiso è attirato da una grande luce che esce dal suo rifugio e assiste alla visita che Gesù Bambino fa al Santo. A mezzogiorno del 13 giugno, era un venerdì, Antonio si sente mancare e prega i confratelli di portarlo a Padova, dove vuole morire. Caricato su un carro trainato da buoi, alla periferia della città le sue condizioni si aggravano al punto che si decide di ricoverarlo nel vicino convento dell'Arcella dove muore in serata. Si racconta che mentre stava per spirare ebbe la visione del Signore e che al momento della sua morte, nella città di Padova frotte di bambini presero a correre e a gridare che il Santo era morto. Nei giorni seguenti la sua morte, si scatenano "guerre intestine" tra il convento dove era morto che voleva conservarne le spoglie e quello di Santa Maria Mater Domini, il suo convento, dove avrebbe voluto morire. Durante la disputa si verificano persino disordini popolari,infine il padre provinciale decide che la salma sia portata a Mater Domini. Non appena il corpo giunge a destinazione iniziano i miracoli, alcuni dei quali documentati da testimoni. Anche in vita Antonio aveva operato miracoli quali esorcismi, profezie, guarigioni…predicò ai pesci, costrinse una mula ad inginocchiarsi davanti all'Ostia, fu visto in più luoghi contemporaneamente, da qualcuno anche con Gesù Bambino in braccio. I suoi miracoli in vita e dopo la morte hanno ispirato molti artisti fra cui Tiziano e Donatello. Antonio fu canonizzato l'anno seguente la sua morte dal papa Gregorio IX. La grande Basilica a lui dedicata sorge vicino al convento di Santa Maria Mater Domini. Trentadue anni dopo la sua morte, durante la traslazione delle sue spoglie, San Bonaventura da Bagnoregio trovò la lingua di Antonio incorrotta; essa è conservata nella cappella del Tesoro presso la basilica della città patavina di cui è patrono. Nel 1946 Pio XII lo ha proclamato Dottore della Chiesa che ne fa memoria il 13 giugno. ( Autore: Maurizio Valeriani , da Internet alla voce: santi e beati)
San Bonaventura nacque nel 1217/18 a Civita (Bagnoregio), cittadina presso Orvieto, nell'antica Tuscia romana. Suo padre, Giovanni Fidanza, era medico. Nel 1226 circa fu miracolosamente guarito da S. Francesco, come egli riferirà nella biografia del Santo che prese il nome di "Legenda minor" . «Io stesso, che ho descritto i fatti precedenti, ne feci l'esperienza diretta nella mia persona. Ancora fanciullo ero gravemente infermo; bastò che mia madre facesse un voto per me al nostro beato Padre Francesco e fui strappato alle fauci della morte e restituito, sano e salvo, alla vita». Dopo aver compiuto i primi studi nella città natia, passò all'università di Parigi (ca. 1236-1238) per lo studio della filosofia, laureandosi in Arti nel 1242-1243. A 25 anni abbracciò l'Ordine Francescano, cambiando il nome di battesimo, Giovanni, con quello di Bonaventura. Studiò Teologia (1243-1248) sotto Alessandro di Hales, suo magister et pater ed altri maestri nel convento e studio francescano di Parigi. Nel 1253 conseguì la licenza e il magistero (titolo, però, che gli venne riconosciuto solo più tardi, 12 agosto 1257, per l'atteggiamento di opposizione assunto dai maestri parigini contro i mendicanti). Insegnò nello stesso studio parigino in qualità di baccelliere biblico (1248-1252) e poi di maestro reggente dello stesso studio (1253-1257) succedendo a Guglielmo Melitona. Nel febbraio del 1257 fu eletto, a soli 40 anni, ministro generale dell'Ordine, carica che conserverà fino all'anno 1274, anno della sua morte, dando saggio mirabile di sapienza, prudenza, spiccato equilibrio, tanto propizio in un momento difficile di assestamento dell'Ordine, da meritargli, per la sua opera moderatrice e costruttiva in piena fedeltà allo spirito di san Francesco, il titolo di secondo fondatore dell'Ordine francescano. Fu molto solerte nell'assecondare e promuovere le varie attività già esistenti nell'Ordine sul piano degli studi, del ministero pastorale, della predicazione, dell'apostolato missionario, per la Crociata e per l'unione della Chiesa greca. Per suo merito l'Ordine, nonostante i suoi circa 30 mila frati, si conservò saldamente unito. Viaggiò molto per le necessità dell'Ordine e incarichi pontifici, sia in Italia che in Francia, portandosi anche in Inghilterra, in Fiandra, in Germania, in Spagna. Predicò ovunque al popolo e in modo speciale agli ecclesiastici, alle monache, all'università di Parigi, dinanzi alla corte di Francia, ai vari papi in concistoro (Orvieto, Perugia, Viterbo, Roma) e, finalmente, al Concilio di Lione (1274). Nelle Quaresime del 1267 e 1268, riprendendo di nuovo contatto con la scuola, intraprese la grande lotta contro gli Averroisti. Il 28 maggio 1273 Bonaventura fu eletto cardinale e vescovo di Albano, avendo già declinato nel 1265 l'arcivescovado di York. Dal novembre 1273 attese alla presidenza dei lavori preparatori e poi alla celebrazione del Concilio Ecumenico Lionese II (7 maggio - 17 luglio 1274), predicandovi il 26 maggio e il 29 giugno. Il 19 maggio dello stesso anno, nel Capitolo generale celebratosi a Lione, Bonaventura si dimise da ministro generale dell'Ordine. Si adoperò in Concilio per l'unione dei Greci, che fu effettivamente raggiunta. Ma, estenuato dalle fatiche sostenute, il 7 luglio si ammalò gravemente e il 15 dello stesso mese morì (1274). Il corpo fu sepolto nella chiesa di San Francesco a Lione. Fu canonizzato da Sisto IV nel 1482, mentre Sisto V, il 14 marzo 1588, lo annoverò «inter praecipuos et primarios» Dottori della Chiesa (latina), sesto accanto a San Tommaso d'Aquino. La Chiesa ne fa memoria il 15 luglio. (da Internet, Parrocchia di S. Lorenzo)
Sant’Alberto Magno, della nobile famiglia Bollstadt, prese ancora giovanissimo l’Abito dei Predicatori dalle mani del Beato Giordano di Sassonia, immediato successore del Santo Patriarca Domenico. Sotto la tutela di Maria di cui era devotissimo, Alberto divenne sapiente in ogni ramo della cultura, sì da essere acclamato Dottore universale e meritare il titolo di Grande, ancor quando era in vita. Nel 1248 i Domenicani diedero vita allo Studium generale di Colonia (una specie di università) e chiamarono a dirigerlo proprio Alberto che era a Parigi. Questi accettò l’incarico e prese una decisione di importanza straordinaria per la storia della cultura: portò con sé un suo allievo, il più brillante e il più intelligente: si trattava di un giovane domenicano italiano, di nome Tommaso d’Aquino. E il destino dei due si intrecciò vigorosamente per tanti anni con grande beneficio per la teologia e per la Chiesa intera. A Colonia, Alberto, uomo sereno, oggettivo e aperto a tutte le verità da qualunque parte provenissero, ebbe modo di studiare (anche se su traduzioni imperfette) e approfondire la sua conoscenza di Aristotele, che stava ormai penetrando nel mondo accademico del tempo. C’era diffidenza in quegli anni in ambito cristiano verso il grande filosofo greco: lo si credeva (complice Averroè) nemico del cristianesimo, e non collimante con la visione tradizionale che si aveva allora e che era quella di Agostino. Alberto ebbe questa grande intuizione, ma la realizzò solo in parte. In lui mancarono chiarezza, completezza, sistematicità e possiamo anche dire scientificità. Tutte caratteristiche che ebbe in grado eccelso il suo illustre discepolo e continuatore di questo connubio: il sommo Tommaso d’Aquino, Santo e Dottore della Chiesa. Alberto con il suo esempio spronava tutti a non aver paura delle scienze umane, perché esse sono portatrici di verità che possono aiutare nella comprensione della fede. Dotato di una poderosa intelligenza sorretta da una formidabile memoria studiò anche la logica, la retorica, l’etica, e le varie scienze naturali come la matematica, l’astronomia, la fisica, la biologia; tutto lo scibile di allora disponibile nel bacino mediterraneo. E, sollecitato dai confratelli, cominciò a scrivere anche un vasta enciclopedia proprio per loro. Comunque sia il giudizio dei critici, Alberto si è guadagnato degnamente un posto nella storia della Chiesa come vescovo e dottore (gli è stato dato il titolo di Dottore Universale), e ciò che ancora più importante come santo. Fu nel 1257 che il Capitolo Generale di Firenze lo sollevò dall’incarico di Rettore. Credeva di potersi dedicare in tutta tranquillità ai suoi studi, ma si sbagliava. Gli arrivò, infatti, poco dopo, la nomina a vescovo di Ratisbona (oggi Regensburg, in Baviera). Il Papa Alessandro IV, che aveva conosciuto e apprezzato la scienza e la santità di Alberto, lo inviò in quella grande, famosa e prestigiosa diocesi, che in quel momento versava in difficoltà morali ed economiche. Alberto si piegò, anche se a malincuore, al volere del Papa di Roma e partì per il suo nuovo incarico. Vi arrivò vestito dell’umile abito dell’ordine domenicano con ai piedi un bel paio di scarponi, amici fidati dei lunghi viaggi. La cosa non passò inosservata. I nobili della città, superficiali quanto orgogliosi delle gloriose tradizioni della loro città, si sentirono quasi insultati e umiliati da quel nuovo vescovo “dalle scarpe grosse” che si presentava in modo così umile (e non in pompa magna come i suoi predecessori). E naturalmente si lamentarono. Ma ben presto si accorsero che oltre alle scarpe grosse il nuovo vescovo aveva anche il cervello fine. Infatti, riuscì a portare la pace e la concordia in città, sistemò parrocchie e conventi, e tutte le organizzazioni caritative cittadine incominciarono a funzionare di nuovo e bene. Missione compiuta, si torna agli amati libri e agli studi a Colonia, pensò Alberto. E così fu. Ma non subito. Dopo Ratisbona, ebbe dal Papa Urbano IV l’incarico di predicare la crociata nei paesi di lingua tedesca, e lo fece spingendosi, con lunghi viaggi, fino in Boemia, ma non ebbe molto successo. L’anno successivo fece un nuovo viaggio in Italia, arrivando fino a Viterbo dove c’era la curia papale e dove ebbe l’occasione di incontrare il suo carissimo amico e discepolo Tommaso d’Aquino. L’anno dopo (1263) fece ritorno in Germania, a Colonia e ai suoi amati studi. Ma Alberto non viveva solo di libri e di preghiera ma anche di impegno apostolico e sociale. In questo periodo infatti si adoperò, su richiesta degli interessati, a portare la pace e la concordia in varie città tedesche che si combattevano tra di loro (come del resto avveniva in Italia). Nel 1274, eccolo di nuovo in viaggio verso Lione per partecipare al Concilio. Alberto era contento di questa esperienza, anche perché aveva la possibilità di rivedere il suo grande discepolo e amico italiano, cioè Tommaso. Ma aspettò invano, perché questi moriva proprio in quell’anno nell’abbazia di Fossanova. Alberto partecipò attivamente ai lavori del Concilio, con la sua scienza e la sua saggezza, con la sua esperienza e santità. Ma il ricordo di Tommaso che l’aveva preceduto nella casa del Padre, lo faceva sovente sospirare di nostalgia. La sua giornata terrena si concludeva nel 1280, dopo aver passato gli ultimi anni nella malattia, nella preghiera silenziosa, profonda e costante e nel continuo e amorevole ricordo di Tommaso che l’aveva preceduto in cielo. Alberto ritornò a Dio il 15 dicembre 1280 lasciando le sue sostanze ai poveri e tutti i suoi libri al convento domenicano di Colonia. Fu proclamato Dottore della Chiesa nel 1931 da Pio XI, e nel 1941 da Pio XII, patrono dei cultori delle scienze naturali. La Chiesa ne fa memoria il 15 novembre. (testo ripreso in parte da mario scudu.don bosco. torino.it)
S. Tommaso d’Aquino .Quando papa Giovanni XXII nel 1323, iscrisse Tommaso d’Aquino nell’Albo dei Santi, a quanti obiettavano che egli non aveva compiuto grandi prodigi, né in vita né dopo morto, il papa rispose con una famosa frase: “Quante preposizioni teologiche scrisse, tanti miracoli fece”. E questo, è il riconoscimento più grande che si potesse dare al grande teologo e Dottore della Chiesa, che con la sua “Summa teologica”, diede sistematicamente un fondamento scientifico, filosofico e teologico alla dottrina cristiana. - Origini, oblato a Montecassino, studente a Napoli Tommaso, nacque all’incirca nel 1225 nel castello di Roccasecca (Frosinone) nel Basso Lazio, che faceva parte del feudo dei conti d’Aquino; il padre Landolfo, era di origine longobarda e vedovo con tre figli, aveva sposato in seconde nozze Teodora, napoletana di origine normanna; dalla loro unione nacquero nove figli, quattro maschi e cinque femmine, dei quali Tommaso era l’ultimo dei maschi. Secondo il costume dell’epoca, il bimbo a cinque anni, fu mandato come “oblato” nell’Abbazia di Montecassino; la tonsura non contemplava che il ragazzo, giunto alla maggiore età, diventasse necessariamente un monaco, ma era semplicemente una preparazione, che rendeva i candidati idonei a tale scelta. Verso i 14 anni, Tommaso che si trovava molto bene nell’abbazia, fu costretto a lasciarla, perché nel 1239 fu occupata militarmente dall’imperatore Federico II, allora in contrasto con il papa Gregorio IX, e che mandò via tutti i monaci, tranne otto di origine locale, riducendone così la funzionalità; l’abate accompagnò personalmente l’adolescente Tommaso dai genitori, raccomandando loro di farlo studiare presso l’Università di Napoli, allora sotto la giurisdizione dell’imperatore. A Napoli frequentò il corso delle Arti liberali, ed ebbe l’opportunità di conoscere alcuni scritti di Aristotele, allora proibiti nelle Facoltà ecclesiastiche, intuendone il grande valore. - Domenicano; incomprensioni della famiglia Inoltre conobbe nel vicino convento di San Domenico, i frati Predicatori e ne restò conquistato per il loro stile di vita e per la loro profonda predicazione; aveva quasi 20 anni, quando decise di entrare nel 1244 nell’Ordine Domenicano; i suoi superiori intuito il talento del giovane, decisero di mandarlo a Parigi per completare gli studi. Intanto i suoi familiari, specie la madre Teodora rimasta vedova, che sperava in lui per condurre gli affari del casato, rimasero di stucco per questa scelta; pertanto la castellana di Roccasecca, chiese all’imperatore che si trovava in Toscana, di dare una scorta ai figli, che erano allora al suo servizio, affinché questi potessero bloccare Tommaso, già in viaggio verso Parigi. I fratelli poterono così fermarlo e riportarlo verso casa, sostando prima nel castello paterno di Monte San Giovanni, dove Tommaso fu chiuso in una cella; il sequestro durò complessivamente un anno; i familiari nel contempo, cercarono in tutti i modi di farlo desistere da quella scelta, ritenuta non consona alla dignità della casata. Arrivarono perfino ad introdurre una sera, una bellissima ragazza nella cella, per tentarlo nella castità; ma Tommaso di solito pacifico, perse la pazienza e con un tizzone ardente in mano, la fece fuggire via. La castità del giovane domenicano era proverbiale, tanto da meritare in seguito il titolo di “Dottore Angelico”. Su questa situazione i racconti della ‘Vita’, divergono, si dice che papa Innocenzo IV, informato dai preoccupati Domenicani, chiese all’imperatore di liberarlo e così tornò a casa; altri dicono che Tommaso riuscì a fuggire; altri che Tommaso ricondotto a casa della madre, la quale non riusciva ad accettare che un suo figlio facesse parte di un Ordine ‘mendicante’, resistette a tutti i tentativi fatti per distoglierlo, tanto che dopo un po’ anche la sorella Marotta, passò dalla sua parte e in seguito diventò monaca e badessa nel monastero di Santa Maria a Capua; infine anche la madre si convinse, permettendo ai domenicani di far visita al figlio e dopo un anno di quella situazione. lo lasciò finalmente partire. - Studente a Colonia con s. Alberto Magno Ritornato a Napoli, il Superiore Generale, Giovanni il Teutonico, ritenne opportuno anche questa volta, di trasferirlo all’estero per approfondire gli studi; dopo una sosta a Roma, Tommaso fu mandato a Colonia dove insegnava sant’Alberto Magno (1193-1280), domenicano, filosofo e teologo, vero iniziatore dell’aristotelismo medioevale nel mondo latino e uomo di cultura enciclopedica. Tommaso divenne suo discepolo per quasi cinque anni, dal 1248 al 1252; si instaurò così una feconda convivenza tra due geni della cultura; risale a questo periodo l’offerta fattagli da papa Innocenzo IV di rivestire la carica di abate di Montecassino, succedendo al defunto abate Stefano II, ma Tommaso che nei suoi principi rifuggiva da ogni carica nella Chiesa, che potesse coinvolgerlo in affari temporali, rifiutò decisamente, anche perché amava oltremodo restare nell’Ordine Domenicano. A Colonia per il suo atteggiamento silenzioso, fu soprannominato dai compagni di studi “il bue muto”, riferendosi anche alla sua corpulenza; s. Alberto Magno venuto in possesso di alcuni appunti di Tommaso, su una difficile questione teologica discussa in una lezione, dopo averli letti, decise di far sostenere allo studente italiano una disputa, che Tommaso seppe affrontare e svolgere con intelligenza. Stupito, il Maestro davanti a tutti esclamò: “Noi lo chiamiamo bue muto, ma egli con la sua dottrina emetterà un muggito che risuonerà in tutto il mondo”. - Sacerdote; Insegnante all’Università di Parigi; Dottore in Teologia Nel 1252, da poco ordinato sacerdote, Tommaso d’Aquino, fu indicato dal suo grande maestro ed estimatore s. Alberto, quale candidato alla Cattedra di “baccalarius biblicus” all’Università di Parigi, rispondendo così ad una richiesta del Generale dell’Ordine, Giovanni di Wildeshauen. Tommaso aveva appena 27 anni e si ritrovò ad insegnare a Parigi sotto il Maestro Elia Brunet, preparandosi nel contempo al dottorato in Teologia. Ogni Ordine religioso aveva diritto a due cattedre, una per gli studenti della provincia francese e l’altra per quelli di tutte le altre province europee; Tommaso fu destinato ad essere “maestro degli stranieri”. Ma la situazione all’Università parigina non era tranquilla in quel tempo; i professori parigini del clero secolare, erano in lotta contro i colleghi degli Ordini mendicanti, scientificamente più preparati, ma considerati degli intrusi nel mondo universitario; e quando nel 1255-56, Tommaso divenne Dottore in Teologia a 31 anni, gli scontri fra Domenicani e clero secolare, impedirono che potesse salire in cattedra per insegnare; in questo periodo Tommaso difese i diritti degli Ordini religiosi all’insegnamento, con un celebre e polemico scritto: “Contra impugnantes”; ma furono necessari vari interventi del papa Alessandro IV, affinché la situazione si sbloccasse in suo favore. Nell’ottobre 1256 poté tenere la sua prima lezione, grazie al cancelliere di Notre-Dame, Americo da Veire, ma passò ancora altro tempo, affinché il professore italiano fosse formalmente accettato nel Corpo Accademico dell’Università. Già con il commento alle “Sentenze” di Pietro Lombardo, si era guadagnato il favore e l’ammirazione degli studenti; l’insegnamento di Tommaso era nuovo; professore in Sacra Scrittura, organizzava in modo insolito l’argomento con nuovi metodi di prova, nuovi esempi per arrivare alla conclusione; egli era uno spirito aperto e libero, fedele alla dottrina della Chiesa e innovatore allo stesso tempo. “Già sin d’allora, egli divideva il suo insegnamento secondo un suo schema fondamentale, che contemplava tutta la creazione, che, uscita dalle mani di Dio, vi faceva ora ritorno per rituffarsi nel suo amore” (Enrico Pepe, Martiri e Santi, Città Nuova, 2002). A Parigi, Tommaso d’Aquino, dietro invito di s. Raimondo di Peñafort, già Generale dell’Ordine Domenicano, iniziò a scrivere un trattato teologico, intitolato “Summa contra Gentiles”, per dare un valido ausilio ai missionari, che si preparavano per predicare in quei luoghi, dove vi era una forte presenza di ebrei e musulmani. - Il ritorno in Italia; collaboratore di pontefici All’Università di Parigi, Tommaso rimase per tre anni; nel 1259 fu richiamato in Italia dove continuò a predicare ed insegnare, prima a Napoli nel convento culla della sua vocazione, poi ad Anagni dov’era la curia pontificia (1259-1261), poi ad Orvieto (1261-1265), dove il papa Urbano IV fissò la sua residenza dal 1262 al 1264. Il pontefice si avvalse dell’opera dell’ormai famoso teologo, residente nella stessa città umbra; Tommaso collaborò così alla compilazione della “Catena aurea” (commento continuo ai quattro Vangeli) e sempre su richiesta del papa, impegnato in trattative con la Chiesa Orientale, Tommaso approfondì la sua conoscenza della teologia greca, procurandosi le traduzioni in latino dei padri greci e quindi scrisse un trattato “Contra errores Graecorum”, che per molti secoli esercitò un influsso positivo nei rapporti ecumenici. Sempre nel periodo trascorso ad Orvieto, Tommaso ebbe dal papa l’incarico di scrivere la liturgia e gli inni della festa del Corpus Domini, istituita l’8 settembre 1264, a seguito del miracolo eucaristico, avvenuto nella vicina Bolsena nel 1263, quando il sacerdote boemo Pietro da Praga, che nutriva dubbi sulla transustanziazione, vide stillare copioso sangue, dall’ostia consacrata che aveva fra le mani, bagnando il corporale, i lini e il pavimento. Fra gli inni composti da Tommaso d’Aquino, dove il grande teologo profuse tutto il suo spirito poetico e mistico, da vero cantore dell’Eucaristia, c’è il famoso “Pange, lingua, gloriosi Corporis mysterium”, di cui due strofe inizianti con “Tantum ergo”, si cantano da allora ogni volta che si impartisce la benedizione col SS. Sacramento. Nel 1265 fu trasferito a Roma, a dirigere lo “Studium generale” dell’Ordine Domenicano, che aveva sede nel convento di Santa Sabina; nei circa due anni trascorsi a Roma, Tommaso ebbe il compito di organizzare i corsi di teologia per gli studenti della Provincia Romana dei Domenicani. - La “Summa theologiae”; affiancato da p. Reginaldo A Roma, si rese conto che non tutti gli allievi erano preparati per un corso teologico troppo impegnativo, quindi cominciò a scrivere per loro una “Summa theologiae”, per “presentare le cose che riguardano la religione cristiana, in un modo che sia adatto all’istruzione dei principianti”. La grande opera teologica, che gli darà fama in tutti i secoli successivi, fu divisa in uno schema a lui caro, in tre parti: la prima tratta di Dio uno e trino e della “processione di tutte le creature da Lui”; la seconda parla del “movimento delle creature razionali verso Dio”; la terza presenta Gesù “che come uomo è la via attraverso cui torniamo a Dio”. L’opera iniziata a Roma nel 1267 e continuata per ben sette anni, fu interrotta improvvisamente il 6 dicembre 1273 a Napoli, tre mesi prima di morire. Intanto Tommaso d’Aquino, per i suoi continui trasferimenti, non poteva più vivere una vita di comunità, secondo il carisma di s. Domenico di Guzman e ciò gli procurava difficoltà; i suoi superiori pensarono allora di affiancargli un frate di grande valore, sacerdote e lettore in teologia, fra Reginaldo da Piperno; questi ebbe l’incarico di assisterlo in ogni necessità, seguendolo ovunque, confessandolo, servendogli la Messa, ascoltandolo e consigliandolo; in altre parole i due domenicani vennero a costituire una piccola comunità, dove potevano quotidianamente confrontarsi. Nel 1267, Tommaso dovette mettersi di nuovo in viaggio per raggiungere a Viterbo papa Clemente IV, suo grande amico, che lo volle collaboratore nella nuova residenza papale; il pontefice lo voleva poi come arcivescovo di Napoli, ma egli decisamente rifiutò. - Per tre anni di nuovo a Parigi e poi ritorno a Napoli Nel decennio trascorso in Italia, in varie località, Tommaso compose molte opere, e buona parte del suo capolavoro, la già citata “Summa teologica”, il testo che avrebbe ispirato la teologia cattolica fino ai nostri tempi. All’inizio del 1269 fu richiamato di nuovo a Parigi, dove all’Università era ripreso il contrasto fra i maestri secolari e i maestri degli Ordini mendicanti; occorreva la presenza di un teologo di valore per sedare gli animi. A Parigi, Tommaso, oltre che continuare a scrivere le sue opere, ben cinque, e la continuazione della Summa, dovette confutare con altri celebri scritti, gli avversari degli Ordini mendicanti da un lato e dall’altro difendere il proprio aristotelismo nei confronti dei Francescani, fedeli al neoplatonismo agostiniano, e soprattutto confutò alcuni errori dottrinari, dall’averroismo, alle tesi eterodosse di Sigieri di Brabante sull’origine del mondo, sull’anima umana e sul libero arbitrio. Nel 1272 ritornò in Italia, a Napoli, facendo sosta a Montecassino, Roccasecca, Molara; Ceccano; nella capitale organizzò, su richiesta di Carlo I d’Angiò, un nuovo “Studium generale” dell’Ordine Domenicano, insegnando per due anni al convento di San Domenico, il cui Studio teologico era incorporato all’Università. Qui intraprese la stesura della terza parte della Summa, rimasta interrotta e completata dopo la sua morte dal fedele collaboratore fra Reginaldo, che utilizzò la dottrina di altri suoi trattati, trasferendone i dovuti paragrafi. - L’interruzione radicale del suo scrivere Tommaso aveva goduto sempre di ottima salute e di un’eccezionale capacità di lavoro; la sua giornata iniziava al mattino presto, si confessava a Reginaldo, celebrava la Messa e poi la serviva al suo collaboratore; il resto della mattinata trascorreva fra le lezioni agli studenti e segretari e il prosieguo dei suoi studi; altrettanto faceva nelle ore pomeridiane dopo il pranzo e la preghiera, di notte continuava a studiare, poi prima dell’alba si recava in chiesa per pregare, avendo l’accortezza di mettersi a letto un po’ prima della sveglia per non farsi notare dai confratelli. Ma il 6 dicembre 1273 gli accadde un fatto strano, mentre celebrava la Messa, qualcosa lo colpì nel profondo del suo essere, perché da quel giorno la sua vita cambiò ritmo e non volle più scrivere né dettare altro. Ci furono vari tentativi da parte di padre Reginaldo, di fargli dire o confidare il motivo di tale svolta; solo più tardi Tommaso gli disse: “Reginaldo, non posso, perché tutto quello che ho scritto è come paglia per me, in confronto a ciò che ora mi è stato rivelato”, aggiungendo: “L’unica cosa che ora desidero, è che Dio dopo aver posto fine alla mia opera di scrittore, possa presto porre termine anche alla mia vita”. Anche il suo fisico risentì di quanto gli era accaduto quel 6 dicembre, non solo smise di scrivere, ma riusciva solo a pregare e a svolgere le attività fisiche più elementari. - I doni mistici La rivelazione interiore che l’aveva trasformato, era stata preceduta, secondo quanto narrano i suoi primi biografi, da un mistico colloquio con Gesù; infatti mentre una notte era in preghiera davanti al Crocifisso (oggi venerato nell’omonima Cappella, della grandiosa Basilica di S. Domenico in Napoli), egli si sentì dire “Tommaso, tu hai scritto bene di me. Che ricompensa vuoi?” e lui rispose: “Nient’altro che te, Signore”. Ed ecco che quella mattina di dicembre, Gesù Crocifisso lo assimilò a sé e colui che fino allora aveva sbalordito il mondo con il muggito della sua intelligenza, si ritrovò come l’ultimo degli uomini, un servo inutile che aveva trascorso la vita ammucchiando paglia, di fronte alla sapienza e grandezza di Dio, di cui aveva avuto sentore. Il suo misticismo, è forse poco conosciuto, abbagliati come si è dalla grandezza delle sue opere teologiche; celebrava la Messa ogni giorno, ma era così intensa la sua partecipazione, che un giorno a Salerno fu visto levitare da terra. Le sue tante visioni hanno ispirato ai pittori un attributo, è spesso raffigurato nei suoi ritratti, con una luce raggiata sul petto o sulla spalla. - Sempre più ammalato; in viaggio per Lione Con l’intento di staccarsi dall’ambiente del suo convento napoletano, che gli ricordava continuamente studi e libri, in compagnia di Reginaldo, si recò a far visita ad una sorella, contessa Teodora di San Severino; ma il soggiorno fu sconcertante, Tommaso assorto in una sua interiore estasi, non riuscì quasi a proferire parola, tanto che la sorella dispiaciuta, pensò che avesse perduto la testa e nei tre giorni trascorsi al castello, fu circondato da cure affettuose. Ritornò poi a Napoli, restandovi per qualche settimana ammalato. Intanto nel 1274, dalla Francia papa Gregorio X, ignaro delle sue condizioni di salute, lo invitò a partecipare al Concilio di Lione, indetto per promuovere l’unione fra Roma e l’Oriente; Tommaso volle ancora una volta obbedire, pur essendo cosciente delle difficoltà per lui di intraprendere un viaggio così lungo. Partì in gennaio, accompagnato da un gruppetto di frati domenicani e da Reginaldo, che sperava sempre in una ripresa del suo maestro; a complicare le cose, lungo il viaggio ci fu un incidente, scendendo da Teano, Tommaso si ferì il capo urtando contro un albero rovesciato. Giunti presso il castello di Maenza, dove viveva la nipote Francesca, la comitiva si fermò per qualche giorno, per permettere a Tommaso di riprendere le forze, qui si ammalò nuovamente, perdendo anche l’appetito; si sa che quando i frati per invogliarlo a mangiare gli chiesero cosa desiderasse, egli rispose: “le alici”, come quelle che aveva mangiato anni prima in Francia. - La sua fine nell’abbazia di Fossanova Tutte le cure furono inutili, sentendo approssimarsi la fine, Tommaso chiese di essere portato nella vicina abbazia di Fossanova, dove i monaci cistercensi l’accolsero con delicata ospitalità; giunto all’abbazia nel mese di febbraio, restò ammalato per circa un mese. Prossimo alla fine, tre giorni prima volle ricevere gli ultimi sacramenti, fece la confessione generale a Reginaldo, e quando l’abate Teobaldo gli portò la Comunione, attorniato dai monaci e amici dei dintorni, Tommaso disse alcuni concetti sulla presenza reale di Gesù nell’Eucaristia, concludendo: “Ho molto scritto ed insegnato su questo Corpo Sacratissimo e sugli altri sacramenti, secondo la mia fede in Cristo e nella Santa Romana Chiesa, al cui giudizio sottopongo tutta la mia dottrina”. Il mattino del 7 marzo 1274, il grande teologo morì, a soli 49 anni; aveva scritto più di 40 volumi. - Il suo insegnamento teologico La sua vita fu interamente dedicata allo studio e all’insegnamento; la sua produzione fu immensa; certamente le opere che si ricordano di più sono la Summa contra gentes e la Summa theologica. Ciò nonostante alcune tesi di Tommaso d’Aquino, così radicalmente innovatrici, fecero scalpore e suscitarono le più vivaci reazioni da parte dei teologi contemporanei; s. Alberto Magno intervenne più volte in favore del suo antico discepolo, nonostante ciò nel 1277 si arrivò alla condanna delle sue opere da parte di vescovi locali francesi ed inglesi. L’Ordine Domenicano, si impegnò nella difesa del suo più grande maestro e nel 1278 dichiarò il “Tomismo” dottrina ufficiale dell’Ordine. Ma la condanna fu abrogata solo nel 1325, due anni dopo che papa Giovanni XXII ad Avignone, l’aveva proclamato santo il 18 luglio 1323. - Il suo culto Nel 1567 s. Tommaso d’Aquino fu proclamato Dottore della Chiesa e il 4 agosto 1880, patrono delle scuole e università cattoliche. La sua festa liturgica, da secoli fissata al 7 marzo, giorno del suo decesso, dopo il Concilio Vaticano II, che ha raccomandato di spostare le feste liturgiche dei santi dal periodo quaresimale e pasquale, è stata spostata al 28 gennaio, data della traslazione del 1369. Le sue reliquie sono venerate in vari luoghi, a seguito dei trasferimenti parziali dei suoi resti, inizialmente sepolti nella chiesa dell’abbazia di Fossanova, presso l’altare maggiore e poi per alterne vicende e richieste autorevoli, smembrati nel tempo; sono venerate a Fossanova, nel Duomo della vicina Priverno, nella chiesa di Saint-Germain a Tolosa in Francia, portate lì nel 1369 dai Domenicani, su autorizzazione di papa Urbano V, e poi altre a San Severino, su richiesta della sorella Teodora e da lì trasferite poi a Salerno; altre reliquie si trovano nell’antico convento dei Domenicani di Napoli e nel Duomo della città. ( autore: Antonio Borrelli, da Internet, santi e beati)
San Pietro da Verona . Il suo nome è legato alla città di nascita avvenuta alla fine del sec. XII. Cresciuto in una famiglia eretica, già ragazzino si oppose ai suoi parenti. Continuò gli studi all’Università di Bologna dove poi entrò nell’Ordine Domenicano, quando s. Domenico era ancora in vita. Notizie storiche lo citano come grande partecipe nella fondazione delle Società della Fede e delle Confraternite Mariane a Milano, Firenze ed a Perugia; istituzioni sorte a difesa della dottrina cristiana presso molti conventi domenicani, fra il 1232 e 1234. Dal 1236 lo si incontra in tutte le città centro-settentrionali d’Italia come grande predicatore contro l’eresia dualistica, ma Milano fu il campo principale del suo apostolato, le sue prediche e le sue pubbliche dispute con gli eretici, erano accompagnate da miracoli e profezie così molti ritornavano alla vera fede del Vangelo. Il papa Innocenzo IV nel 1251 lo nominò inquisitore per le città di Milano e Como. La lotta fu dura perché l’eresia era molto diffusa e nella domenica delle Palme 24 marzo 1252 durante una predica egli predisse la sua morte per mano degli eretici che tramavano contro di lui, assicurando i fedeli che avrebbe combattuto più da morto che da vivo. I capi delle sette delle città di Milano, Bergamo, Lodi e Pavia, assoldarono i killer, Pietro da Balsamo detto Carino e Albertino Porro di Lentate. Essi prepararono un agguato vicino a Seveso dove Pietro, Domenico e altri due domenicani, nel loro tragitto da Como a Milano il 6 aprile 1252 si erano fermati a colazione prima di proseguire per la loro strada. Albertino, ricredendosi, abbandonò l’opera e fu il solo Carino che con un "falcastro", tipo di falce, spaccò la testa di Pietro, immergendogli anche un lungo coltello nel petto, l’altro confratello Domenico ebbe parecchie ferite mortali che lo portarono alla morte sei giorni dopo nel convento delle Benedettine di Meda. Il corpo di Pietro fu trasportato subito a Milano dove ebbe esequie trionfali e fu sepolto nel cimitero dei Martiri, vicino al convento di s. Eustorgio. In quello stesso giorno si diffondevano notizie di miracoli. Tra queste grazie, bisogna annoverare la conversione del vescovo eretico Daniele da Giussano che aveva macchinato la sua morte e dello stesso assassino Carino che entrarono poi nell’Ordine Domenicano. Il grande clamore suscitato dall’uccisione ed i tanti prodigi che avvenivano fecero si che da tutte le parti si chiedesse per lui l’onore degli altari come martire. Undici mesi dopo, il papa Innocenzo IV il 9 marzo 1253, nella piazza della chiesa domenicana di Perugia, lo canonizzò fissando la data della festa al 29 aprile. Il suo culto ebbe grande espansione, i domenicani eressero chiese e cappelle a lui dedicate in tutto il mondo, le Confraternite ebbero in ciò un’importanza notevole. Artisti furono chiamati a realizzare opere d’arte, come il monumento marmoreo del 1339 del pisano Giovanni Balduccio a Milano e la grandiosa chiesa di Verona detta di Santa Anastasia. Parecchie città italiane lo elessero a loro protettore come Verona, Vicenza, Cremona, Como, Piacenza, Cesena, Spoleto, Rieti, Recanati. E’ raffigurato con la tonaca domenicana, con la palma del martirio, con la ferita sanguinante dalla fronte al capo, oppure con una roncola che penetra nel cranio, con il pugnale infitto al petto o ai fianchi, secondo l’estro dell’artista. E’ uno dei santi più raffigurati, quasi tutti gli artisti si cimentarono a dipingerlo dal 1253 in poi, visto la grande diffusione che aveva l’Ordine Domenicano sia in chiese, che conventi, congregazioni, ecc. La sua data di culto è il 6 aprile, mentre l'Ordine Domenicano lo ricorda il 4 giugno. (Autore: Antonio Borrelli, da Internet, Santi e Beati)
San Ludovico (dal tedesco: Ludwig) o Luigi (alla francese), figlio di Luigi VIII e di Bianca di Castiglia, nasce molto probabilmente nel 1214 a Poissy il 25 del mese di aprile. Ed ecco che già da questa semplice nota biografica possiamo cogliere un indizio della personalità del futuro santo, egli, infatti, amava farsi chiamare “Luigi di Poissy”, non tanto perché era abitudine dei grandi personaggi dell’epoca aggiungere al proprio nome il luogo di nascita, ma perché, da buon cristiano, riteneva che la sua vera nascita fosse avvenuta il giorno del suo Battesimo a Poissy. Se l’anno di nascita non fu ritenuto dai biografi contemporanei degno di particolare nota, lo fu, invece, il giorno come attesta il carissimo amico di san Luigi, Joinville: “Secondo che gli ho inteso dire, nacque egli il giorno di San Marco Evangelista, dopo la Pasqua. In questo giorno si portano croci in processione in molti luoghi e in Francia sono chiamate croci nere. E ciò fu quasi una profezia della gran copia di persone che morirono in quelle due crociate, cioè in quella d’Egitto e nell’altra in cui egli stesso morì a Cartagine; chè molti grandi lutti vi furono in questo mondo, e molte grandi gioie vi sono ora in paradiso, per coloro che in quei due pellegrinaggi morirono da veri crociati” (Joinville, Histoire de Saint Louis). Nonostante Luigi, a soli quattro anni, sia divenuto erede al trono subentrando alla morte del fratello maggiore Filippo, non ci sono notizie di lui fino almeno al 1226. Una particolare attenzione nel panorama educativo del futuro re è stata certamente riservata all’educazione religiosa e morale al fine di esercitare la funzione regia, proteggere la Chiesa e seguirne i consigli. L’ambiente che circondava il giovane Luigi svolge una funzione determinante per la fioritura della sua esemplare vita cristiana; non bisogna, infatti, dimenticare che la madre, Bianca di Castiglia, sarà anch’essa proclamata santa e la sorella, Isabella di Francia, beata. - Il re cristiano Del mondo di San Luigi, è importante tenerlo presente, fa parte, insieme alla Francia, la “Christianitas” di tutta l’Europa che sta vivendo un particolare momento di sviluppo economico: san Luigi é anche il primo re di Francia a battere una moneta d’oro, lo Scudo, nel 1226. La storia della Cristianità del XIII secolo è caratterizzata dalle numerose eresie pauperiste di cui la più pervasiva è l’eresia catara, nota in Francia con il nome di “eresia degli aubigeois (albigesi)”. Il grande fermento religioso di questo secolo è, però, ben più allargato e comprende almeno altre due manifestazioni importantissime rimaste, tuttavia, nell’ortodossia. La prima è la nascita di nuovi ordini religiosi che rispondono ai nuovi bisogni spirituali dei fedeli e tentano di reagire alla decadenza del monachesimo: sono i nuovi Ordini Mendicanti che intendono portare la pratica della vita cristiana nella vita quotidiana degli uomini delle città e fanno della predicazione la loro arma. Il maggior impulso a questa nascita avviene per opera dei due santi Domenico di Calaruega, fondatore dei frati Predicatori, e Francesco d’Assisi, fondatore dei frati Minori. Determinante nella vita di san Luigi sarà la presenza degli Ordini Mendicanti, tanto che sarà non senza malizia definito “il re degli Ordini Mendicanti” e in qualcuno nascerà il sincero sospetto che voglia egli stesso farsi frate mendicante. L’altra manifestazione del grande movimento religioso del XIII secolo è l’ascesa dei laici all’interno della Chiesa, soprattutto attraverso la fondazione dei cosiddetti “Terz’ordini laicali” degli Ordini Mendicanti. Di conseguenza, anche la santità, che precedentemente pareva essere monopolio di chierici e monaci, si estende anche ai laici, uomini e donne. Se sant’Omobono, un mercante di Cremona, è il primo laico canonizzato nel 1199 da Innocenzo III solo due anni dopo la morte, san Luigi è sicuramente il più famoso. Nel 1234, ottavo anno di regno, Luigi sposa, in seguito ad un accordo tra i genitori, Margherita, figlia primogenita di Raimondo, conte di Provenza. Molti sono gli aspetti per cui san Luigi viene facilmente definito “il re devoto”. Ciò si rivela non solo nel suo personale interessamento, riferito esplicitamente dall’amico Joinville, nella costruzione dell’abbazia di Royaumont, dando compimento ad una delle ultime volontà del defunto Luigi VIII che aveva lasciato un’ingente somma a tal fine, ma anche nel lavoro manuale che il re prodigò in tale iniziativa coinvolgendo anche i fratelli e alcuni cavalieri del suo seguito. L’Abbazia verrà affidata ai monaci cistercensi. La sua devozione per le reliquie lo porta ad acquistare la preziosa reliquia della Corona di spine di Gesù conservata a Costantinopoli. Dapprima esposta nella cattedrale di Notre Dame a Parigi e poi definitivamente deposta nella cappella palatina di Saint Nicolas. Poiché il bisogno di denaro da parte dell’imperatore di Costantinopoli continua, Luigi ben presto completa, non senza grandi spese, la sua collezione di reliquie della Beata Passione (parti della Croce, la sacra Spugna, il ferro della Lancia di Longino). La cappella del palazzo reale si dimostra ben presto indegna di accogliere e custodire simili tesori, Luigi si rende conto che occorre una chiesa che possa essere essa stessa un reliquario glorioso e, a questo scopo, inizia la costruzione della Sainte Chapelle. La consacrazione solenne, alla presenza del re, avviene il 26 aprile 1248, due mesi prima che Luigi parta per la crociata. Fin dall’epoca di Luigi IX la cappella era considerata un capolavoro dell’arte gotica. Nel 1244, san Luigi cade in un forte attacco di una malattia che già lo perseguitava da tempo ed arriva a perdere conoscenza tanto che molti lo credono morto e la regina madre invia a Pontoise, dove egli si trova, le Reliquie reali affinché il re le possa toccare. Appena ripreso da quello stato e appena è in grado di parlare, racconta sempre l’amico Joinville, chiede soltanto di diventare crociato. Così, il 12 giugno 1248, Luigi va a Saint Denis a prendere l’orifiamma, la tracolla e il bordone dalle mani del cardinale legato, segni della sua intima convinzione dell’identità tra crociata e pellegrinaggio. Poi si reca a piedi nudi e seguito da una grande processione di popolo all’abbazia reale di Saint Antoin de Champs e, prima di partire, nomina sua madre reggente del regno. Da notare il lavoro silenzioso e paziente di questa santa regina che per tutta la vita ha degnamente preparato e sostituito nelle necessità il figlio al timone del regno di Francia. La partenza da Parigi segna anche, nella vita di san Luigi, una svolta che colpisce molto gli appartenenti al suo entourage. La crociata si apre in Egitto con alcune piccole vittorie ma ben presto sopraggiungono le sconfitte e Luigi stesso viene fatto prigioniero dai musulmani e questa è la disgrazia peggiore per un re, ancor più lo è per un re cristiano essere fatto prigioniero dagli infedeli. Alla liberazione, avvenuta un mese dopo la cattura, il cappellano reale racconta la dignità e il coraggio dimostrati dal re durante la prigionia: Luigi pensa anzitutto agli altri crociati prigionieri, rifiuta qualsiasi dichiarazione contraria alla propria fede cristiana e sfida perciò la tortura e la morte. Anche quando viene a sapere che i suoi sono riusciti a frodare i musulmani versando una cifra inferiore rispetto a quella pattuita per il suo riscatto, si infuria, convinto che la sua parola debba essere sempre mantenuta e onorata anche se prestata a dei miscredenti. La crociata termina con un nulla di fatto e, mentre si trova in Terra Santa, Luigi vede svanire anche un altro dei suoi più grandi sogni: la conversione dei mongoli. Infatti, i missionari da lui inviati al gran Khan ritornano sconfitti. Infine, è un terribile evento a mettere fine alla sua permanenza in Terrasanta: nella primavera del 1253, Luigi riceve la notizia della morte dell’amata madre che era deceduta il 27 novembre del 1252. Ma qualche cosa, sebbene a livello spirituale, san Luigi la sa guadagnare da queste dolorose sconfitte. Infatti, discutendo con i suoi interlocutori musulmani, pur continuando a detestare la loro falsa religione, si rende conto che il dialogo con questi ultimi è possibile; inoltre, è in grado di imparare qualcosa di utile dai musulmani, infatti, tornato in patria, è il primo re che costruisce una biblioteca di manoscritti di opere religiose sul modello di quella del sultano. Il suo confessore, consigliere e primo biografo, Goffredo di Beaulieu, ne racconta i sentimenti in modo mirabile: “Dopo il suo felice ritorno in Francia, i testimoni della sua vita e i confidenti della sua coscienza videro fino a qual punto egli cercò di essere devoto verso Dio, giusto verso i suoi sudditi, misericordioso verso gli infelici, umile verso se stesso e come fece ogni sforzo per progredire in tutte le virtù. Come l’oro è superiore in valore all’argento, così il suo nuovo modo di vivere, portato con sé dalla Terrasanta, superava in santità la sua vita precedente; eppure in gioventù, egli era sempre stato buono, innocente ed esemplare”. Nel 1267, Luigi decide di intraprendere una nuova crociata. Partito il 14 marzo 1270, l’esercito sbarca a Tunisi per raggiungere l’Egitto, ma la via di Tunisi si rivela ben presto una vera e propria Via Crucis. Sfumata la possibilità di convertire l’Emiro musulmano che si rivela immediatamente illusoria, l’epidemia di tifo si abbatte sull’esercito regio. Dopo suo figlio Giovanni Tristano, anche san Luigi muore il 25 agosto assistito dal suo inseparabile confessore. È lui che racconta che sul letto di morte, pur sentendo la fine avvicinarsi, san Luigi non ha altra preoccupazione che le cose di Dio e l’esaltazione della fede cristiana. Così, a fatica e a bassa voce, proferisce le sue ultime parole: “Cerchiamo, per l’amor di Dio, di far predicare e di introdurre la fede cattolica a Tunisi”. Benché la forza del suo corpo e della sua voce si affievoliscano a poco a poco, egli non cessa di chiedere i suffragi dei Santi a cui era più devoto, in particolare san Dionigi patrono del suo regno. Ancora il Beaulieu riferisce che Luigi muore all’ora stessa della morte del Signore su un letto “di ceneri sparse in forma di croce”. La bara con le ossa di Luigi IX, debitamente trattate, viene portata ed esposta a Parigi nella chiesa di Notre Dame e i funerali hanno luogo a Saint Denis il 22 maggio, quasi nove mesi dopo la morte del re. Sarà però papa Bonifacio VIII a pronunciare la canonizzazione solenne di Luigi IX e a fissarne la festa nel giorno della sua morte, il 25 agosto. (Autore: Emanuele Borserini, da Internet, Santi e Beati)
San Simone Stock (Aylesford, 1165 circa – Bordeaux, 16 maggio 1265) è stato un religioso inglese dell'Ordine Carmelitano: ricoprì la carica di Priore Generale del suo ordine ed è venerato come santo dalla Chiesa cattolica. È il santo protettore dello stesso Ordine Carmelitano. Gran parte delle scarse notizie sulla sua vita sono spesso desunte da leggende: secondo la tradizione, all'età di dodici anni lasciò la casa dei genitori e si ritirò come eremita sotto una quercia (da qui l'appellativo Stock, che deriverebbe dall'inglese antico e significherebbe tronco d'albero) e in seguito percorse a piedi le contrade del suo paese predicando. Dopo un pellegrinaggio in terra santa, avrebbe maturato la decisione di entrare come frate nell'ordine carmelitano e, completati gli studi a Roma, venne ordinato sacerdote. Il Monte Carmelo, in Palestina, fin dal tempo dei Fenici (chiamati Filistei nella Sacra Bibbia) fu meta di anacoreti; lassù si ritirarono, dopo la morte di Gesù, alcuni cristiani aspiranti alla perfezione dei consigli evangelici e sul Carmelo dedicarono il primo Tempio alla Vergine che perciò si chiamò Madonna del Carmelo o del Carmine. Ma il Carmelo divenne insufficiente a contenere tutti quelli che si raccoglievano intorno ai primi Carmelitani e si ebbero così molti eremiti devoti alla Vergine sparsi in Palestina prima, e poi in Egitto ed in tutto l’Oriente. Verso il 1150 finalmente si organizzarono a vita comune e si ebbero dei monasteri carmelitani che, col ritorno dei Crociati, si moltiplicarono anche in occidente e precisamente in Sicilia ed in Inghilterra. L’approvazione dell’Ordine fu concessa dal Papa Onorio III nel 1226 ed una conferma più solenne veniva data nel 1273 con Concilio di Lione che aboliva tutte le nuove Congregazioni, facendo però rimanere in vita solo Domenicani, Francescani, Carmelitani e Agostiniani. A questo punto giova ricordare due fatti prodigiosi. Il 16 Luglio 1251 appariva la Vergine Santa a San Simone Stock d’origine inglese, che da qualche anno reggeva le sorti dell’Ordine inglese e, porgendogli lo Scapolare, gli diceva: “Prendi, o figlio dilettissimo, questo Scapolare del tuo Ordine, segno distintivo della mia Confraternita. Ecco un segno di salute, di salvezza nei pericoli, di alleanza e di pace con voi in sempiterno. Chi morrà vestito di questo abito, non soffrirà il fuoco eterno.”Queste parole della Madonna non ci dispensano dal vivere secondo la legge di Dio; ci promettono soltanto l’intercessione della Vergine per una santa morte. Un secolo dopo l’apparizione a S.Simone Stock, la Vergine SS. del Carmine appariva al Pontefice Giovanni XXII e, dopo avergli raccomandato l’Ordine del Carmelo, gli prometteva di liberare i suoi confratelli dalle fiamme del Purgatorio il sabato successivo alla loro morte. Questa seconda promessa della Vergine porta il nome di Privilegio Sabatino che ha origine dalla Bolla Sabatina dello stesso Pontefice Giovanni XXII e datata in Avignone il 3 marzo 1322. Sua Santità Pio X con decreto della S. Congregazione del S. Ufficio del 16 dicembre 1910 concesse che lo Scapolare si potesse sostituire con una medaglia che portasse da una parte la effige del S.Cuore e dall’altra quella della Madonna (preferibilmente del Carmine). San Simone morì nel 1265, durante una visita al convento carmelitano di Bordeaux. La Chiesa ne fa memoria il 16 maggio. (da Internet - informazioni estratte dai siti dell’Ordine carmelitano)
I Mercedari, Ordine di S. Maria delle Mercede con S. Pietro Nolasco San Pietro Nolasco nacque verso il 1180 in Mas Saintes Puellas (Tolosa, Francia). Con la sua famiglia si stabilì fin da piccolo in Barcellona (Spagna) dove, seguendo le orme del padre, divenne un mercante. Si unì ad alcuni compagni, partecipi delle sue ansie a favore degli schiavi causati dalle incursioni dei seguaci di Maometto nelle terre cristiane dell’ Europa, e con essi si dedicò alla redenzione di quei fratelli oppressi. Nei primi venti anni di vita, Pietro Nolasco si dimostrò un giovane coraggioso, decisamente orientato verso la liberazione dei cristiani schiavi la cui fede era in pericolo. La sua professione di mercante fu di grande utilità per il suo gruppo di redentori poiché a coloro che esercitavano questa professione, come persone conosciute, era concesso facile accesso ai paesi musulmani. Il giovane Pietro Nolasco e i suoi compagni esercitarono l'arte di mercante non per arricchirsi comprando merci, ma facendosi essi stessi poveri per dare la libertà ad esseri umani bisognosi. Dopo quindici anni passati nel realizzare questa ammirevole opera di misericordia, Pietro Nolasco e i suoi amici vedevano con preoccupazione che gli schiavi, di giorno in giorno, invece di diminuire aumentavano. Animato da una sincera confidenza in Dio e da un cuore misericordioso cercò, nella sua fervorosa orazione, l'ispirazione divina per poter continuare l'opera intrapresa. Nella notte del 1 agosto 1218 Maria Santissima intervenne nella sua vita: un'esperienza personale mariana illuminò la sua intelligenza e mosse la sua volontà, invitandolo a convertire il suo gruppo di laici redentori in un Ordine Religioso Redentore che, sotto la protezione e l'appoggio del Re di Aragona e l'approvazione della Chiesa, continuasse la grande opera di misericordia incominciata. Il 10 agosto 1218 fu costituito ufficialmente il nuovo Ordine Religioso Redentore, nella cattedrale di Santa Croce di Barcellona. Il vescovo Berenguer de Palou approvò, in nome della Chiesa per la sua diocesi, il nuovo Ordine e diede a Pietro Nolasco e ai suoi compagni la veste bianca che avrebbero portato come propria dell'Ordine; consegnò loro anche la Regola di S. Agostino come norma di vita comune e diede la sua autorizzazione perché sopra l'abito dell'Ordine essi potessero portare il segno della sua cattedrale, la santa Croce. Quindi Pietro Nolasco e i suoi compagni emisero davanti al vescovo la professione religiosa. Da parte sua il re Giacomo I° nell'atto stesso della fondazione consegnò ai frati l'abito che nel linguaggio degli Ordini militari è lo scudo, formato dalle quattro sbarre rosse in campo oro, emblema della monarchia di Aragona. Questo emblema, unito alla croce della cattedrale, costituirà lo stemma proprio dell'Ordine. In quel memorabile giorno Giacomo I° donò all'Ordine l'Ospedale di S. Eulalia in Barcellona, che servì come primo convento dei religiosi dell'Ordine, come casa di accoglienza degli schiavi riscattati e luogo dove si compivano anche le opere di misericordia a favore degli infermi e dei poveri. I frati che con Pietro Nolasco ricevettero il bianco abito molto probabilmente erano tutti laici. Pietro Nolasco, in particolare, sicuramente non fu sacerdote. L'Ordine venne approvato e incorporato nella Chiesa universale con la bolla «Devotionis Vestrae» del Papa Gregorio IX, data in Perugia il 17 gennaio 1235. Pietro Nolasco iniziò la raccolta dei fondi per il riscatto degli schiavi. I laici che si impegnarono per la raccolta di questi fondi per la liberazione degli schiavi furono i pionieri di quella organizzazione che in seguito prese il nome di Confraternita e Terz'Ordine della Mercede. Non si conosce con esattezza il giorno della morte di Pietro Nolasco ma, secondo recenti studi, con molta probabilità avvenne il 6 maggio 1245 in Barcellona, dopo una vita evangelicamente esemplare, avendo lasciato in eredità ai suoi figli un ricco patrimonio spirituale di imitazione di Cristo Redentore, di devozione a Maria, di servizio alla fede e di amore eroico ed incondizionato ai fratelli bisognosi. La Sacra Congregazione dei Riti, con regolare processo canonico, il 30 settembre 1628 approvò il culto dichiarandolo santo e proponendolo come esempio di vita evangelica vissuta secondo un particolare carisma di carità. La Chiesa ne fa memoria il 6 maggio (Note desunte dal sito dei Padri Mercedari su Internet)
I Serviti, Ordine dei Servi di Maria nati a Firenze nel 1233 - 17 febbraio L’ 11 febbraio del 1304, papa Benedetto XI, al primo anno del suo pontificato, invia dal palazzo papale del Laterano in Roma al priore generale ed a tutti i priori e frati dell’Ordine dei Servi di santa Maria una bolla, dalle parole iniziali «Dum levamus», con la quale approva la Regola e le Costituzioni da loro professate e perciò l’Ordine dei Servi di santa Maria, sorto in Firenze circa settant’anni prima. Si chiudeva così per i Servi di Santa Maria un lungo periodo di attesa e cominciava un nuovo sviluppo del giovane istituto religioso che si aggiungeva agli altri Ordini religiosi esistenti. La bolla o lettera pontificia di papa Benedetto XI tace sull’origine dell’Ordine, limitandosi a prendere atto che esso si attiene alla Regola di sant’Agostino e ad istituzioni presenti in altri Ordini che hanno adottato tale Regola. Ricorda il titolo di «servi» proprio dei fratelli dell’Ordine a dimostrazione della loro dedizione e devozione alla Vergine. Al momento dell’approvazione definitiva da parte dell’autorità ecclesiastica, i Servi di Maria contavano non meno di 250 frati, distribuiti in ventisette conventi in Italia e in quattro conventi in Germania. Così aveva avuto origine e si era sviluppato questo nuovo Ordine religioso assai vicino ad altri Ordini di vita evangelico-apostolica, detti poi “Mendicanti”, quali i Francescani, i frati Predicatori, gli Agostiniani, i Carmelitani…
I sette Fondatori dell’Ordine dei Servi di Maria Una tradizione consolidata fa risalire all’anno 1233 l’origine dell’Ordine dei Servi di Maria. Si tratta del primo — e sino ad oggi dell’unico — Ordine religioso maschile sorto nella Chiesa cattolica non ad opera di uno o due fondatori, bensì di un gruppo, i “sette Fondatori” che saranno canonizzati alla maniera di uno solo da Leone XIII nel 1888. L’origine dell’Ordine fu ampiamente narrata in un documento scritto quasi ottant’anni più tardi, e cioè nel 1317-1318 circa, e che porta il nome di Legenda de origine Ordinis fratrum Servorum Virginis Mariae (= Legenda sull’origine dell’Ordine dei Servi della Vergine Maria). Da notare che il termine Legenda non va inteso come di voluta narrazione immaginaria, bensì come di narrazione degna di essere letta a edificazione spirituale. Per capire la nascita di questo movimento spirituale bisogna rifarsi alla storia di Firenze che, dal 1200 al 1250, ci presenta una città che vede raddoppiata la sua popolazione urbana, passata da 40 a 80 mila abitanti. Viene costruita una seconda cinta di mura ed i “quartieri” si trasformano in “sestieri”. Firenze batte moneta propria, prima la moneta di argento poi il finissimo fiorino d’oro a 24 carati — divenuto ben presto la più quotata moneta del grande commercio internazionale del tempo. Le guerre con Siena e Pisa, le scomuniche che i papi scagliano contro l’imperatore e chi gli si accoda, la lotta agli eretici, non impediscono alla città del giglio di portare avanti un commercio sempre più fiorente. Le arti o corporazioni ufficiali superano la ventina: ci sono quelle maggiori dei giudici e notai, dei banchieri e venditori di stoffe, dei cambiavalute, della lana di Porta santa Maria (o della Seta), dei medici e degli speziali, dei pellicciai; ci sono le arti medie dei rigattieri, dei fabbri, dei macellai, dei calzolai, degli scalpellini; le arti minori dei negozianti di vino, degli albergatori, dei mercanti d’olio, di sale e formaggio, dei conciatori di pelli, dei costruttori di carrozze e di armi, dei lavoratori del rame, dei forgiatori di metalli vari, dei mercanti di legname, dei fornai e dei panettieri. La concorrenza tra corporazioni od arti affini era spietata; di qui la tendenza di ciascuna arte ad avere un monopolio e ad evitare di avere magazzini in comune con altre corporazioni. Gelose dell’indipendenza di Firenze, ma soprattutto della propria, le arti o corporazioni maggiori — specie quelle dei banchieri e della lana — erano di tendenza guelfa. Senza dubbio, nella prima metà del Duecento, Firenze era città viva e vivace; lo scontro tra Federico II ed i papi, tuttavia, non si giocava sulla sua testa ed a leggere dei riflessi di questa lotta tra papato ed impero in Firenze, si direbbe che la città, nei suoi elementi di maggior spicco sapeva trarre vantaggio dalle alterne vicende. I più accorti, ed anche i più saggi, se stavano con il papa cercavano di non inimicarsi l’imperatore, e quando la scelta era inevitabile, poteva aver buon giuoco una rispettosa distanza da Firenze dei contendenti. Se non si tien conto di questo benessere di Firenze, non si capisce perché i molti fermenti religiosi che vanno affermandosi nella città in questo periodo, abbiano in comune un severo richiamo alla povertà, cioè a colei “che con Cristo pianse in su la Croce”. Infatti, sia i movimenti ereticali — contro i quali arrivano senza soste condanne e scomuniche — sia quelli che intendevano collocarsi sulla linea di fedeltà alla dottrina della Chiesa, avevano questo in comune: il richiamo alla penitenza nella povertà. I Valdesi, i Catari, i Patarini, gli Umiliati (questi, prima della loro riconciliazione con la Chiesa gerarchica) rivendicavano il diritto non solo all’esercizio della povertà individuale, ma anche di quella collettiva. Nell’ambito dell’ortodossia cattolica si tengano presenti alcune date: nel 1206 Domenico di Caleruega, fondatore dei Domenicani, predica nel sud della Francia; nel 1209 Francesco d’Assisi comincia la sua predicazione itinerante, impalmando quella povertà che — come dice Dante — “privata del primo marito / millecent’anni e più dispetta e scura / fino a costui si stette senza invito”. Nel 1211 Francesco è a Firenze. Nei decenni successivi Si costituiscono gruppi laici che si qualificano soprattutto come “poveri”. Al momento dell’origine dell’Ordine dei Servi di Maria la presenza di movimenti religiosi a Firenze è intensa. “Terra di monaci, gode da lungo della presenza di quelli locali e stranieri, fautori a loro tempo di austera vita eremitica e di riforma: Camaldolesi, Vallombrosani, Cluniacensi abitano tra le mura, mentre i Cistercensi verranno a stabilirsi a Badia a Settimo solo il 17 giugno 1236... Dei nuovi movimenti, gli Umiliati si fissano a San Donato a Torri solo nel 1239...; i Minori, dopo un primo contatto con la città nel 1209, prendono dimora presso l’ospedale di s. Gallo nel 1218, passando nel 1228 a s. Croce; i Predicatori, giunti nel 1219, ricevono nel 1221... la chiesetta di s. Maria Novella; le Povere Dame sono a Monticelli dal 1218 e le Domenicane a s. Iacopo a Ripoli dal 1229. Il gruppo dei fratelli e sorelle della Penitenza di Firenze è uno dei più importanti d’Italia. Tali movimenti servono da controproposta alla numerosa comunità di Patarini o Albigesi i quali, con a capo un vescovo, estendono la loro opera di propaganda in tutto il centro Italia: la loro opposizione alle gerarchie ecclesiastiche, la loro svalutazione del posto occupato nell’opera di salvezza dall’umanità di Cristo e dalla maternità divina della Vergine, spingono i gruppi laici ortodossi fiorentini a dichiaratamente sostenere questi aspetti” (F. A. Dal Pino). - L‘avvio a Cafaggio e il ritiro a Monte Senario. Del periodo domestico e civile dei sette Fondatori dell’Ordine dei Servi di Maria, la “Legenda de origine” ricorda soprattutto quelle doti morali e spirituali, che il documento considera come predisposizioni alla futura scelta religiosa. La loro decisione di abbandonare famiglia, attività, professione e di ritirarsi a vita comune in penitenza, povertà e preghiera viene dalla tradizione datata il giorno 15 agosto 1233. Certamente il luogo del loro primo ritiro fu Cafaggio, subito oltre le mura di Firenze, oltre la Porta di Balla. Cafaggio sorgeva dove attualmente si trova uno dei più prestigiosi conventi dell’Ordine, quello della ss.ma Annunziata. Il ritiro dei Sette dalla vita pubblica e la loro radicale opzione religiosa, suscitò scalpore, tanto che al nuovo romitorio affluivano visitatori e seguaci. I Sette (conosciamo con certezza soltanto il nome di due di loro, Bonfiglio e Alessio, ma sono correnti anche se incerti, i nomi dei rimanenti, e cioè Amadio, Bonagiunta, Manetto, Sostegno e Uguccione), appoggiati dal vescovo di Firenze Ardingo e desiderosi di meditare più a fondo sulla loro scelta di vita, si ritirano nella solitudine di Monte Senario, una cima a 800 metri sul mare, a 18 chilometri da Firenze. Non si può escludere che a consigliare il ritiro sul monte fosse il momento critico a Firenze per i guelfi. Comunque il trasferimento dei Sette a Monte Senario va collocato intorno al 1245, quasi nel periodo in cui a Firenze svolgeva la sua missione il domenicano s. Pietro da Verona, strenuo difensore dei diritti del papa, estimatore dei Sette e sinceramente devoto della Vergine. Dal momento del loro ritiro a Monte Senario, il convento omonimo rimarrà nell’Ordine dei Servi di Maria un punto di riferimento essenziale; tanto che anche oggi Monte Senario viene considerato da tutti i membri dell’Ordine il simbolo ed il richiamo concreto delle origini. Qui sono conservate anche le reliquie dei sette Fondatori. L’asperità del luogo, appena attenuata dalle migliorate vie di accesso, sembra richiamare l’essenziale esigenza della fedeltà alle origini. Alcuni documenti degli anni 1249-1251 pervenuti sino a noi aiutano a tracciare un primo quadro della vita iniziale dell’Ordine. Trascriviamo la concisa sintesi del Dal Pino: “La comunità cui si rivolge (nel 1249), con il primo atto conosciuto ad essa relativo, il cardinal legato di Innocenzo IV, Ranieri Capocci, appare già costituita da priore e frati stanziati presso una chiesa dedicata alla Vergine, sul Monte Senario, e comunemente chiamati “Servi di s. Maria”. Il cardinale la prende sotto la protezione della Sede apostolica, conferma la concessione già ad essa fatta dal vescovo diocesano Ardingo di osservare la Regola di s. Agostino e costituzioni confacenti, le permette di accogliere, quali nuovi membri, persone libere provenienti dal secolo e di ritenere quelle già ricevute, concede che chiunque abbia fatto in essa professione non possa trasferirsi altrove se non per abbracciare un genere di vita più austero e con lettere testimoniali del priore”. Nonostante il promettente avvio ed il Sostegno ricevuto da Pietro da Verona, i Servi incontrano tali difficoltà che sembra compromessa la loro stessa sopravvivenza. Protagonista del periodo più burrascoso dell’Ordine dei Servi alle sue origini fu s. Filippo Benizi da Firenze, entrato nell’Ordine una ventina d’anni dopo la scelta compiuta dai sette Fondatori e morto nel 1285, probabilmente prima di quasi tutti i Sette. Ma per capire questa vicenda occorre avere presenti due estremi cronologici importanti: l’anno 1215 e l’anno 1274. Nel 1215, sotto il pontificato di Innocenzo III, era stato celebrato il Concilio Lateranense IV. Nel 1274, sotto il pontificato di Gregorio X, viene celebrato il Concilio Lionese II. Entro questi due estremi cronologici sorgono anche Domenicani e Minori Francescani. Perché questi due Concili sono tanto importanti per la storia dell’Ordine? E’ presto detto. Tra gli aspetti del Concilio Lateranense IV (1215), oltre quello preminente della lotta all’eresia, era anche la preoccupazione di mettere ordine tra i molti movimenti religiosi che pullulavano un po’ ovunque nella Chiesa. La politica unificatrice di Innocenzo III non poteva tollerare che alla curia romana sfuggisse il controllo di questi movimenti. Orbene, il canone, ossia la disposizione numero tredici del Concilio Lateranense IV, stabiliva perentoriamente che chiunque, singolo o gruppo, intendesse darsi alla vita religiosa, dovesse scegliere una forma già esistente ed approvata dall’autorità ecclesiastica; se poi qualcuno, singolo o gruppo, intendeva veramente costituire una “nuova” forma di vita religiosa, allora avrebbe dovuto adottare una “Regola” tra quelle già esistenti ed approvate dalla Chiesa, vale a dire, la Regola di s. Agostino o di s. Benedetto per l’Occidente o la Regola di s. Basilio per l’Oriente. Questo, naturalmente, non significava subordinazione di un eventuale nuovo istituto religioso ad uno già esistente, ma senza dubbio rendeva assai difficile introdurre nella Chiesa nuovi Ordini religiosi. Infatti ogni loro eventuale aspetto caratterizzante doveva considerarsi una novitas e quindi un motivo per non essere riconosciuto ed approvato dalla Chiesa. Il Concilio Lionese II, con papa Gregorio X, rispolvera il canone tredici del Concilio Lateranense IV e con maggiore perentorietà e severità — dopo aver preso atto che la disposizione del Lateranense IV era stata disattesa al punto che si era assistito ad uno “sfrenato” moltiplicarsi di Istituti religiosi — stabilisce non solo che è proibita la costituzione di nuovi Ordini religiosi mendicanti, ma che quelli sorti dopo il 1215 non potranno più accettare adepti e perciò dovranno scomparire di morte naturale. Il che — nella disposizione conciliare — vale per quegli Ordini mendicanti sorti dopo il 1215 i quali, pur avendo ricevuto l’approvazione della s. Sede, professano una povertà totale e vivono basandosi esclusivamente sulla incerta mendicitas, cioè sui frutti incerti di elemosine. Era il caso dei Servi di Maria i quali, stante il ricordato atto di povertà del 1251, avevano appunto rinunciato a qualsiasi provento ed al possesso di beni mobili ed immobili. Questa volta le cose andarono peggio di quanto fosse avvenuto dopo il Concilio Lateranense IV. Va detto tuttavia che la disposizione conciliare prevedeva numerose eccezioni. Sebbene infatti la qualifica di “Mendicanti” adoperata dal Concilio di Lione includesse anche i Domenicani ed i Francescani, questi erano espressamente esclusi dalla disposizione restrittiva del Concilio. E poiché il Concilio non faceva tutti i nomi e molti degli Ordini mendicanti appena sorti avevano in sede conciliare potenti protettori, più di un Ordine teoricamente condannato all’estinzione, riuscì a salvarsi. I cronisti del tempo, elencando gli Ordini soppressi, nominano qualche volta anche i Servi di Maria. Un fatto comunque è certo: i Servi di Maria entrarono da quel momento nella prima e più cruciale fase della loro Storia e, umanamente parlando, riuscirono a salvarsi solo per l’energia, l’abilità ed il coraggio del loro priore generale, che era appunto s. Filippo Benizi da Firenze. Filippo Benizi era nato a Firenze, nel sestiere d’Oltrarno, nel 1233, da Giacomo Benizi e Albaverde. La “Legenda de origine”, della quale si é parlato, e la “Legenda beati Philippi”, di cui si dirà, illustrano ampiamente la biografia di Filippo. Su questi due documenti, soprattutto, basiamo la nostra breve ricostruzione dei fatti. Il giovedì dopo Pasqua dell’anno 1254, trovandosi nella chiesa dei Servi a Cafaggio, Filippo ebbe la misteriosa ma chiara chiamata a farsi religioso, entrando fra di loro il 18 aprile dello stesso anno. La tradizione riferisce che pochi giorni dopo aver vestito l’abito religioso dei Servi, Filippo chiese a fra Bonfiglio di potersi ritirare sul Monte Senario. Qui si può ancora oggi visitare la “grotta di s. Filippo” sul pendio orientale della cima: vicino sgorga l’acqua che da secoli è indicata come fontana di s. Filippo. Nascondendo la propria istruzione, Filippo aveva chiesto di entrare nell’Ordine come fratello laico. E tale rimase per quattro anni, sino a quando una circostanza imprevista lo costrinse a svelare la sua notevole preparazione culturale. L’episodio è narrato dalla Legenda del beato Filippo che, tra l’altro, pone sulle labbra del santo la più antica e toccante definizione dell’indole e della missione dei Servi di Maria. Leggiamo insieme l’episodio: “E accadde che egli per salutare obbedienza dovesse andare a Siena con un frate di nome fra Vittore. Messisi in viaggio, incontrarono due religiosi dell’Ordine dei Predicatori che venivano dalla Germania, i quali molto si meravigliarono vedendo questi frati che portavano quell’abito; e perciò si misero a parlare col beato Filippo, chiedendo incuriositi di che condizione fossero e di quale Ordine portassero l’abito. Ad essi l’uomo di Dio, con tutta umiltà e profonda saggezza, così rispose: “Se volete sapere della nostra nascita, siamo nativi di questa città; se domandate di che condizione siamo, ci chiamiamo Servi della Vergine gloriosa, della cui vedovanza portiamo l’abito; facciamo vita secondo l’esempio dei santi apostoli, cerchiamo di vivere secondo la Regola del santissimo dottore Agostino”. E così insieme discorrendo vennero a parlare di questioni difficili, a cui l’uomo di Dio rispondeva con tutta sicurezza, dimostrando su tutto vera fede, validamente sostenuta con molte citazioni autorevoli ed esempi di santi. Dopo di che ciascuno continuò per la sua strada. E il compagno del beato Filippo disse a costui: “Fratello, perché quando fosti accolto nell’Ordine non dicesti niente della scienza che possiedi, con la scarsezza che abbiamo di uomini sapienti, mentre tu ora hai così sottilmente disputato con quei frati? In verità io ti dico che oggi il lume della scienza è sorto tra noi”. Allora il beato Filippo lo pregava in ginocchio che, per l’amore di Dio facesse il favore di non rivelare ciò a nessuno; ma quando entrambi ritornarono a Firenze, il compagno del sant’uomo cominciò subito a parlare e manifestò a tutti gli altri come il beato Filippo si era comportato con quei forestieri. Per questo fatto tutti furono pieni di gioia e fecero chierico il beato Filippo e, di grado in grado, lo promossero agli ordini sacri”. Filippo Benizi sarebbe stato ordinato sacerdote negli anni 1258-1259 e una pia tradizione vuole che egli celebrasse la prima messa nella cappella dell’Apparizione a Monte Senario. Nove anni più tardi fu eletto priore generale dell’Ordine, a soli 34 anni. Tralasciamo di soffermarci sulla tradizione che riferisce la rinunzia al papato da parte di Filippo Benizi. Dopo siffatta rinunzia, il santo si sarebbe ritirato per alcuni giorni sul monte Amiata. Anzi, per le sue preghiere, proprio alle pendici dell’Amiata avrebbe scoperto o fatto sgorgare una sorgente termale che ancora oggi porta il nome di Bagni di San Filippo, nel comune di Castiglione d’Orcia, in provincia di Siena. Filippo Benizi, dunque, viene eletto priore generale nel 1267. Sette anni dopo eccolo di fronte alla situazione creata dalla disposizione riduttiva del Concilio Lionese II. Sorti dopo il 1215, i Servi di Maria si trovavano di fronte ad un bivio che il Dal Pino formula in questi termini: “o riconoscersi nella definizione di Ordine mendicante offerta dal Concilio e accettare, come i frati della Penitenza di Gesù Cristo e i loro omonimi di Marsiglia, di esaurirsi lentamente, o sostenere che, di fatto, sia giuridicamente che praticamente, non erano allora (facendo astrazione dalle origini) da annoverare tra i Mendicanti, passando in tal modo ad essere equiparati a quegli Ordini che, sorti dopo il Lateranense IV, dotati di una regola canonica, non Mendicanti e approvati dalla s. Sede, avevano diritto di sopravvivere”. Filippo scelse la seconda ipotesi. C’è chi ha parlato di “svolta storica” impressa all’Ordine dal suo priore generale. In realtà, Filippo proseguì e consolidò un orientamento già assunto dall’Ordine sin dal capitolo generale del 1257. Per la verità, a qualificare i Servi di Maria come Mendicanti stava l’ “atto di povertà” del 1251; stavano anche le lettere dei papi Innocenzo IV e Alessandro IV, che avevano approvato tale atto e stavano, infine, alcuni acquisti di terreni che i Servi di Maria richiamandosi al suddetto atto di povertà — avevano acquistato o accettato non per sé ma per santa romana Chiesa. A sostegno, invece, della tesi opposta — che rappresentava la sola áncora di salvezza per i Servi di Maria — il loro priore generale poteva far notare che, a partire dal 1257, e con richiesta del capitolo generale, all’originario atto di povertà erano state fatte notevoli eccezioni, con tutti i dovuti permessi; inoltre l’Ordine aveva adottato sin dall’inizio la Regola di s. Agostino e nella sua legislazione — forse accortamente e tempestivamente riveduta — non v’era nulla che s’opponesse al possesso di beni. Provvidenza volle che ad assumere questo atteggiamento non scevro da calcolo e costretto a farsi strada attraverso qualche compromesso, fosse chiamato Filippo, cioè un santo eletto a ricoprire un ufficio non ambito, Filippo lo adempì con la coerenza, l’integrità e il disinteresse dei santi. …Uno storico servita del secolo XVI assicura che Filippo, prima di decidere la linea da seguire nella spinosa vicenda della sopravvivenza dell’Ordine, avrebbe riunito segretamente a Monte Senario i priori e gli esponenti dell’Ordine per concordare un’azione comune. E per la circostanza sarebbe stata decretata la recita di una serie di preghiere alla Vergine, alla quale l’Ordine è rimasto fedele sino ad oggi: serie chiamata in italiano “Benedetta”, poiché si apriva con l’equivalente termine latino. Secondo la “Legenda de origine” ed altre fonti autorevoli, l’azione di Filippo Benizi per la sopravvivenza dell’Ordine si valse anche di iniziative che potremmo chiamare indirette: fu uomo di pace a Firenze ed a Forlì, meritando l’apprezzamento dei legati del papa i quali — è da pensare — non potevano dimenticare queste benemerenze. La situazione di incertezza andava risolvendosi molto lentamente e Filippo era costretto a frequenti viaggi a Roma. Durante uno di questi viaggi, mentre si trovava nel poverissimo convento di Todi per una breve sosta, morì a soli 52 anni “la sera del mercoledì 22 agosto 1285”. Per difendere il diritto dell’Ordine a sopravvivere Filippo era stato costretto ad accentuare, o almeno a sottolineare la correzione, in qualche modo già in atto, dell’impegno iniziale di povertà collettiva dei Servi. Era venuto a morire nel più povero dei conventi dell’Ordine. La memoria ed il culto dei sette santi fondatori si celebra il 17 febbraio. (Note riprese da Internet nel sito dei Servi di Maria)
San Raimondo da Penafort (1175 – 1275) E’ il terzo generale dei Domenicani, dopo Domenico di Guzman e Giordano di Sassonia. Ma le cariche – quando le accetta – addosso a lui durano sempre poco, e quasi sembrano interruzioni forzate e temporanee di un modello di vita al quale tornerà sempre, nella sua lunga esistenza: preghiera, studio e nient’altro. Figlio di signori catalani, ha cominciato gli studi a Barcellona e li ha terminati a Bologna, dov’è stato anche insegnante. Qui ha conosciuto il patrizio genovese Sinibaldo Fieschi, poi papa Innocenzo IV e aspro nemico dell’imperatore Federico II; e il capuano Pier delle Vigne, che di Federico sarà l’uomo di fiducia e poi la vittima (innocente, secondo Dante). Torna a Barcellona, dov’è nominato canonico della cattedrale. Ma nel 1222 si apre in città un convento dell’Ordine dei Predicatori, fondato pochi anni prima da san Domenico. E lui lascia il canonicato per farsi domenicano. Nel 1223 aiuta il futuro santo Pietro Nolasco, originario della Linguadoca in Francia, a fondare l’Ordine dei Mercedari per il riscatto degli schiavi, e qualche anno dopo accompagna il cardinale Giovanni d’Abbeville a Roma. Qui Gregorio IX nota la profondità della sua dottrina giuridica e gli affida un gravoso compito: raccogliere e ordinare tutte le decretali, ossia gli atti emanati via via dai pontefici in materia dogmatica e disciplinare, rispondendo a quesiti o intervenendo su situazioni specifiche: una massa enorme di testi più e meno importanti, un coacervo plurisecolare di decisioni, da perderci la testa. Raimondo riesce a dare un ordine e una completezza mai raggiunti prima, e quindi una pronta utilità. A lavoro finito, nel 1234, il Papa gli offre in ricompensa l’arcivescovado di Tarragona. Ma lui non accetta: è frate domenicano e frate rimane. Nel 1238, però, sono appunto i suoi confratelli a volerlo generale dell’Ordine, e deve dire di sì. Dice di sì a un periodo faticosissimo di viaggi, sempre a piedi, attraverso l’Europa, da un convento all’altro, da un problema all’altro. Un’attività che lo sfianca, costringendolo infine a lasciare l’incarico. Torna, ormai settantenne, alla sua vera vita: preghiera, studio, formazione dei nuovi predicatori nell’Ordine, che si va espandendo in Europa. Un Ordine per sua natura missionario e che perciò, pensa Raimondo, si deve dotare di tutti gli strumenti culturali indispensabili per avvicinare, interessare, convincere. Occorrono testi idonei alla discussione con persone colte di altre fedi; e lui lavora per parte sua a prepararli, spingendo inoltre il confratello Tommaso d’Aquino a scrivere per questo scopo la famosa Summa contra Gentiles. Inoltre, bisogna conoscere da vicino la cultura di coloro ai quali si vuole annunciare Cristo e Raimondo istituisce una scuola di ebraico a Murcia, in Spagna, e una di arabo a Tunisi. Sembra che tante fatiche e iniziative gli allunghino la vita. Frate Raimondo muore infatti a Barcellona ormai centenario. Sarà canonizzato nel 1601 da Clemente VIII. La Chiesa ne fa memoria il 7 gennaio (Autore: Domenico Agasso , da Internet, santi e beati)
Santa Elisabetta d’Ungheria (1207 – 1231) A quattro anni di età è già fidanzata. Suo padre, il re Andrea II d’Ungheria e la regina Gertrude sua madre l’hanno promessa in sposa a Ludovico, figlio ed erede del sovrano di Turingia (all’epoca, questa regione tedesca è una signoria indipendente, il cui sovrano ha il titolo di Landgraf, langravio). E subito viene condotta nel regno del futuro marito, per vivere e crescere lì, tra la città di Marburgo e Wartburg il castello presso Eisenach. Nel 1217 muore il langravio di Turingia, Ermanno I. Muore scomunicato per i contrasti politici con l’arcivescovo di Magonza, che è anche signore laico, principe dell’Impero. Gli succede il figlio Ludovico, che nel 1221 sposa solennemente la quattordicenne Elisabetta. Ora i sovrani sono loro due. Lei viene chiamata “Elisabetta di Turingia”. Nel 1222 nasce il loro primo figlio, Ermanno. Seguono due bambine: nel 1224 Sofia e nel 1227 Gertrude. Ma quest’ultima viene al mondo già orfana di padre. Ludovico di Turingia si è adoperato per organizzare la sesta crociata in Terrasanta , perché papa Onorio III gli ha promesso di liberarlo dalle intromissioni dell’arcivescovo di Magonza. Parte al comando dell’imperatore Federico II. Ma non vedrà la Palestina: lo uccide un male contagioso a Otranto. Vedova a vent’anni con tre figli, Elisabetta riceve indietro la dote, e c’è chi fa progetti per lei: può risposarsi, a quell’età, oppure entrare in un monastero come altre regine, per viverci da regina, o anche da penitente in preghiera, a scelta. Questo le suggerisce il confessore. Ma lei dà retta a voci francescane che si fanno sentire in Turingia , per dire da che parte si può trovare la “perfetta letizia”. E per i poveri offre il denaro della sua dote (si costruirà un ospedale). Ma soprattutto ai poveri offre l’intera sua vita. Questo per lei è realizzarsi: facendosi come loro. Visita gli ammalati due volte al giorno, e poi raccoglie aiuti facendosi mendicante. E tutto questo rimanendo nella sua condizione di vedova, di laica. Dopo la sua morte, il confessore rivelerà che, ancora vivente il marito, lei si dedicava ai malati, anche a quelli ripugnanti: “Nutrì alcuni, ad altri procurò un letto, altri portò sulle proprie spalle, prodigandosi sempre, senza mettersi tuttavia in contrasto con suo marito“. Collocava la sua dedizione in una cornice di normalità, che includeva anche piccoli gesti “esteriori”, ispirati non a semplice benevolenza, ma a rispetto vero per gli “inferiori”: come il farsi dare del tu dalle donne di servizio. Ed era poi attenta a non eccedere con le penitenze personali,che potessero indebolirla e renderla meno pronta all’aiuto. Visse da povera e da povera si ammala, rinunciando pure al ritorno in Ungheria, come vorrebbero i suoi genitori, re e regina. Muore in Marburgo a 24 anni, subito “gridata santa” da molte voci, che inducono papa Gregorio IX a ordinare l’inchiesta``sui prodigi che le si attribuiscono.``Un lavoro reso difficile da complicazioni anche tragiche: muore assassinato il confessore di lei; l’arcivescovo di Magonza cerca di sabotare le indagini. Ma Roma le fa riprendere. E si arriva alla canonizzazione nel 1235 sempre a opera di papa Gregorio. I suoi resti, trafugati da Marburgo durante i conflitti al tempo della Riforma protestante, sono ora custoditi in parte a Vienna. E’ compatrona dell’Ordine Francescano secolare assieme a S. Ludovico. Si celebra la sua memoria il 17 novembre (Autore: Domenico Agasso , da Internet, santi e beati)
Santa Edvige (1174 – 1243) I genitori, di alta nobiltà bavarese, la preparano a un matrimonio importante, facendola studiare alla scuola delle monache benedettine di Kitzingen, presso Würzburg. E a16 anni, infatti, Edvige sposa a Breslavia(attuale Wroclaw, in Polonia) il giovane Enrico il Barbuto, erede del ducato della Bassa Slesia. Quattro anni dopo, Enrico succede al padre Boleslao e così lei diventa duchessa. Questo territorio fa parte ancora del regno di Polonia, ma si sta germanizzando. I suoi duchi, già dal tempo di Federico Barbarossa (morto nel 1190) gravitano nell’orbita dell’Impero germanico; la feudalità locale è invece di stirpe polacca, come la maggioranza degli abitanti, ai quali però si sta mescolando una forte immigrazione di tedeschi. Edvige mette al mondo via via sei figli: Boleslao, Corrado, Enrico detto il Pio, Agnese, Sofia e Gertrude. E si rivela buona collaboratrice del marito nel difficile governo del ducato:guadagna la simpatia dei sudditi polacchi imparando la loro lingua, promuove l’assistenza ai poveri, come fanno e faranno molte altre sovrane; ma con una differenza: lei vive la povertà in prima persona, giorno per giorno, con le regole severe che si impone, eliminando dalla sua vita tutto quello che può distinguerla da una donna di condizione modesta. A cominciare dall’abbigliamento. I biografi parlano degli abiti usati che indossa,delle calzature logore, delle cinture simili a quelle dei carrettieri. È poco fortunata con i figli,che non avranno rapporti affettuosi con lei, e che moriranno quasi tutti ancora giovani, tranne Gertrude.Suo marito, Enrico il Barbuto,muore nel 1238, e gli succede il figlio Enrico il Pio, che già nel1241 viene ucciso in combattimento contro un’incursione mongola presso Liegnitz (attuale Legnica). Disgrazie in serie, dunque. Ma i biografi dicono che lei le affronta ogni volta senza lacrime. Forse perché è tedesca. E forse anche perché è molto legata all’ambiente monastico del tempo, con tutto il suo rigore. (Alle molte preghiere e pie letture, Edvige accompagna anche penitenze fisiche durissime). Eppure,quando si ritrova sola, non pensa di“fuggire dal mondo” subito, entrando in monastero. No, prima bisogna pensare ai poveri, come dirà alla figlia Gertrude,non per motivi di buona politica,ma perché i poveri sono “i nostri padroni”.E questo linguaggio richiama «la spiritualità degli Ordini mendicanti e in particolare quella dei Francescani, tra i quali Edvige, negli ultimi anni della sua esistenza, scelse il proprio confessore.» (A. Vauchez, La santità nel Medioevo,ed. Il Mulino). Entra infine nel monastero cistercense di Trebnitz (l’attuale Trzebnica) fondato da lei nel 1202. E qui vive da monaca. Anzi, da monaca superpenitente. Muore anche da monaca, chiedendo di essere sepolta nella tomba comune del monastero. Tedeschi e polacchi di Slesia sono concordi nel chiamarla santa:nel 1262, sotto papa Urbano IV, incomincia la causa per la sua canonizzazione,e nel 1267 papa Clemente IV la iscrive tra i santi. Il corpo sarà in seguito trasferito nella chiesa del monastero. La Chiesa ne fa memoria il 16 ottobre; per singolare coincidenza molti ricordano il giorno in cui fu eletto papa, Giovanni Paolo II. (Autore: Domenico Agasso, da Internet, santi e beati)
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