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E’ opportuno non dimenticare il progetto che ci ha spinti a stendere queste note; quello di inserire i Santi più noti del martirologio romano nel secolo in cui sono vissuti in modo da mettere in luce la loro personalità e segnalare i benefici ricaduti sul tempo in cui sono vissuti. Nel 1106, Enrico V (1106 – 25) succede al padre e mostra da subito di essere uno spregiudicato e geloso custode dei diritti ereditati. Nel 1110, compie il suo primo viaggio a Roma per ottenere l’incoronazione imperiale che, temporaneamente, non gli viene concessa se non con il trattato di Sutri (1111) in cui Enrico V° rinuncia alle investiture a patto che il papa, anche mediante le scomuniche, ordini ai prelati ed ai principi di restituire all’Imperatore i beni ricevuti nella investitura. Le Chiese debbono accontentarsi delle decime e delle donazioni private. Un tale accordo causa una sollevazione generale perché nessuno vuole rinunciare ai privilegi ottenuti; allora Enrico sequestra il papa ed i cardinali e così si ritorna alla situazione precedente; ma Enrico viene incoronato imperatore il 13 aprile di quell’anno. Fatta la cerimonia rimane comunque la spaccatura tanto che Enrico ritorna in Italia nel 1118 per incontrare il nuovo papa Gelasio II (1118-19) che invece fugge a Gaeta; l’imperatore allora fa nominare l’antipapa Gregorio VIII (1118 -21). Morto papa Gelasio, i cardinali si radunano in Francia a Cluny ed eleggono Guido di Vienna con il nome di Callisto II (1119 – 1124) che entra a Roma nel ’20 e l’antipapa ha l’avvedutezza di ritirarsi in convento. Sembra che tutto vada per il meglio, tanto che con papa Callisto si può giungere a quel famoso documento, detto “ il concordato di Worms” del 23 settembre 1122. In esso si stabilisce che:
In Occidente sembra regnare la pace tanto che il Papa può celebrare il IX Concilio ecumenico in Laterano, assenti naturalmente i Vescovi orientali staccatisi da Roma nel 1054. Morto Enrico V, gli succede Lotario III (1125 -37) ed è in questo periodo che le rivalità scoppiano, purtroppo all’interno della Chiesa. Alla morte di Papa Onorio II, nel 1130 le famiglie romane si scontrano fino ad eleggere, quella dei Frangipane, Innocenzo II (1130 -38) e Anacleto II da parte dei Perleoni, potentissimi banchieri di Roma. Papa Innocenzo fugge in Francia e viene accolto da San Bernardo, abate del monastero di Clairvaux (1115 – 53). Dalla parte di papa Anacleto si schiera i Normanni che risiedono in Italia meridionale. L’imperatore Lotario, nel 1132 riaccompagna a Roma papa Innocenzo II e si fa incoronare in Laterano il 4 giugno del 1133, perché il territorio di S. Pietro è occupato con tutta la città leonina da papa Anacleto.
La seconda crociata è straordinariamente ben organizzata, non ha nulla a che vedere con la caoticità, la disorganizzazione, la contraddittorietà della prima. Solo che la prima, forse sfruttando proprio l'effetto sorpresa che derivava dalla sua struttura folle, la prima è riuscita in qualche modo, o comunque ha portato un risultato forse non voluto, forse non cercato, forse non atteso, forse segnato solo da pochi mistici folli: la conquista di Gerusalemme. La seconda crociata, così ben razionalisticamente organizzata, in cui c'è anche una delle protagoniste, una donna, una signora della cultura cortese, della grande cultura europea del tempo, Eleonora d'Aquitania, allora regina di Francia che più tardi diventerà regina di Inghilterra, divorzierà dal re di Francia e sposerà Enrico II d'Inghilterra: nella seconda crociata ci sono anche le basi per una delle divisioni storiche, delle inimicizie storiche del territorio della nostra Europa, l'inimicizia tra l'Inghilterra e la Francia.
Nel frattempo, “prende forma la cosiddetta “seconda crociata” (1147 -49) che in realtà è una spedizione in appoggio al Regno di Gerusalemme aggredito dal sultano di Mossul. L’anima di questa spedizione è Bernardo di Clairvaux, il grande mistico cistercense. La spedizione parte grazie all'impegno di due grandi sovrani: il re di Francia, Luigi VII; e il re di Germania, pretendente quindi alla corona imperiale, Corrado III. Quindi siamo davanti alle due fondamentali teste coronate del XII secolo che si muovono per una spedizione il cui fine è difendere il possesso cristiano occidentale di Gerusalemme. È qualche cosa di straordinario anche rispetto a quella che noi chiamiamo la prima crociata, che non aveva visto personaggi di questo livello muoversi nel pellegrinaggio armato. La seconda crociata è straordinariamente ben organizzata, non ha nulla a che vedere con la caoticità, la disorganizzazione, la contraddittorietà della prima. Solo che la prima, forse sfruttando proprio l'effetto sorpresa che derivava dalla sua struttura folle, è riuscita in qualche modo, o comunque ha portato un risultato forse non voluto, forse non cercato, forse non atteso, forse segnato solo da pochi mistici folli: la conquista di Gerusalemme. Nella seconda crociata, così ben razionalisticamente organizzata, c'è anche fra i protagonisti, una donna… Eleonora d'Aquitania, allora regina di Francia che più tardi diventerà regina di Inghilterra, divorzierà dal re di Francia e sposerà Enrico II d'Inghilterra; nella seconda crociata ci sono anche le basi per una delle inimicizie storiche del territorio della nostra Europa, l'inimicizia tra l'Inghilterra e la Francia. ( Internet, prof. Franco Cardini) Non era ancora cancellato il ricordo del grande pontefice Gregorio VII, quando fino a metà del secolo abbiamo una successione di papi ed antipapi condizionati da fazioni politiche; è in questo contesto che nel 1144 spunta anche la Repubblica romana guidata dal patriziato, ribelle al papa per non aver permesso ai romani di radere al suolo Tivoli. Ma anche in Italia settentrionale si avvertono dei fenomeni di conclamata autonomia con la figura di Arnaldo da Brescia, un frate agostiniano, di temperamento fanatico ed incline al radicalismo e quindi pronto a muovere la piazza contro ogni forma di corruzione nella Chiesa. In tanta confusione ed anarchia, spunta la figura di Federico I Barbarossa (1152 -90) che con il trattato di Costanza del 1153 si impegna a proteggere la Chiesa contro i Normanni del Sud Italia a patto che gli venga concessa la corona imperiale. Senza entrare nei dettagli del sovrano impero di Federico Barbarossa, si può fare una sintesi di quel periodo politico affermando che il successo dell’Imperatore è accompagnato da una subdola politica dei vescovi tedeschi che riscoprono una propria autonomia economica, se non spirituale, proprio sotto la figura prepotente del Barbarossa. Lo rivela il fatto che quando l’imperatore ritorna a Roma il 18 giugno 1155 per ricevere la corona, il patriziato romano pretende che, in segno di riconoscenza, vengano donate 5.000 libbre d’argento; richiesta sdegnosamente respinta. Non è possibile e sarebbe noioso elencare la successione di papi ed antipapi di questo periodo; ci basta ricordare la figura di Alessandro III che, pur dovendo scegliere la via dell’esilio, tenne testa all’Imperatore nelle sue numerose incursioni in Italia. Stranamente, un aiuto indiretto al Papa, venne proprio dalla insurrezione delle popolazioni del Nord, dapprima con la Lega veronese che vide alleate Verona, Vicenza e Padova e poi con la più famosa Lega lombarda con l’unione di 22 Comuni che nel 1176 a Legnano sconfisse il Barbarossa. In Germania però tutta la Chiesa o quasi rimase unita al suo imperatore e questa scelta segna l’inizio di quel distacco culturale, spirituale e religioso che sfocerà poi nella riforma protestante del 1500. L’ultimo atto del Barbarossa, che segna anche la sua morte, è l’organizzazione della Terza Crociata che parte da Regensburg nel 1189 con 20.000 uomini e finisce in modo beffardo perché il Barbarossa annega nel fiume montano Salef il 10 giugno 1190. Successore di Federico, a soli 25 anni fu Enrico VI, (1190 – 97) il più geniale ed il più orgoglioso degli imperatori di Germania e della casa degli Hohestaufen. Il suo sogno è quello di estendere il suo impero su tutto il bacino del Mediterraneo. L’occasione per la realizzazione di questo segno gli viene offerto dalla decisione di organizzare la terza crociata meglio conosciuta come la “crociata germanica”; e questa fallì proprio nel suo sorgere perché Enrico VI fu colto da morte precoce, a soli 32 anni, a Messina mentre si preparava ad organizzare la spedizione. Il secolo si chiude dovendo registrare la successione di 16 papi ed 8 antipapi. Pur in una prospettiva così desolante anche in quel periodo il Signore non ha fatto mancare alla sua Chiesa delle figure eminenti di santità come:
San Norberto, fondatore dei Canonici Regolari o Premonstratesi nacque in Germania, nella città di Xanten , in Westfalia, tra il 1080 e il 1085. Iniziò molto giovane la carriera ecclesiastica, essendo figlio dei signori del luogo e cugino dell’imperatore. A 25 anni come suddiacono è cappellano alla corte dell’arcivescovo di Colonia e a 30 rinuncia all’investitura di vescovo di Cambrai fattagli dall’imperatore Enrico V. Il 1115 è l’anno della sua radicale conversione: sulla strada per Freden, durante un violento temporale, un fulmine cade al suo fianco e lo fa sbalzare dal suo cavallo: pensa al suo ambiguo comportamento e decide di cambiare vita. Rinuncia alla sua nobile carica e si ritira in solitudine per meditare quale scelta compiere. Nel dicembre di quello stesso anno riceve gli ordini del diaconato e del sacerdozio. Si veste poveramente, invitando i canonici del capitolo di Xanten a lasciarsi riformare, ma essi non lo ascoltano. Intraprende così la sua missione di predicatore itinerante, vestito da povero, dopo aver totalmente rinunciato ai privilegi del suo nobile rango. Nella città di Cambrai, ospite del vescovo Burcardo, incontra colui che sarà il suo primo discepolo e il futuro abate di Prémontré : Ugo di Fosses. Nel 1119 Norberto presenzia al concilio di Reims e il papa Callisto II lo raccomanda a suo nipote : il Vescovo Barthelemy di Laon, il quale si interessa perché Norberto possa trovare il modo di regolare la sua missione di evangelizzatore e di formatore e così approda a Prémontré, luogo impervio e solitario. Incominciano subito ad affluire dei giovani desiderosi di condividere il suo stile di vita. L’anno successivo sono in 14 e scelgono di vivere secondo la regola di Sant’Agostino. A Natale del 1121 fanno professione, ispirandosi alla primitiva comunità cristiana di Gerusalemme. Norberto tuttavia non interrompe la sua vita di annunciatore del vangelo nelle città e nei villaggi, portando ovunque la sua coerente testimonianza di cristiano e di sacerdote, diramando ovunque litigi e contese. Dunque una comunità legata sì al monachesimo classico, ma anche chiamata all’evangelizzazione, “fuori”. Nella città di Anversa predica energicamente contro l’eresia di Tanchelino, il quale negava la presenza reale di Gesù nell’Eucaristia e questa difesa da lui sostenuta lo porterà ad essere sempre rappresentato con in mano l’ostensorio. In questi anni sono già molte le comunità da lui costituite in vita comune. Nel 1126 viene eletto arcivescovo di Magdeburgo e il 18 luglio fa il solenne ingresso a piedi scalzi e con un vestito da penitente. E’ subito pronto a portare in quella chiesa un’impostazione di rinnovamento, ma trova ostacoli e minacce. Ben presto lo raggiungerà una comunità di canonici regolari provenienti da Prémontré. Durante questi anni sostiene pure il papa legittimo e si pone accanto all’imperatore Lotario come suo consigliere e come difensore del papa legittimo Innocenzo II. Al rientro da Roma alla fine del 1133 si ammala e la sua debole fibra va sempre più affievolendosi , fino a terminare il suo viaggio terreno : è il 6 giugno 1134. Fu dichiarato santo da papa Gregorio XII il 28 luglio 1582. Oggi le sue spoglie riposano nella chiesa abbaziale di Strahov a Praga. La Chiesa ne fa memoria il 6 giugno.
La personalità di Pietro, detto il Venerabile, abate di Cluny richiama la santità dei grandi abati cluniacensi: a Cluny “non ci fu un solo abate che non sia stato un santo”, affermava nel 1080 il Papa Gregorio VII. Tra questi si colloca Pietro il Venerabile, il quale raccoglie in sé un po’ tutte le virtù dei suoi predecessori, sebbene già con lui Cluny, di fronte agli Ordini nuovi come quello di Cîteaux, inizi a risentire qualche sintomo di crisi. Pietro è un esempio mirabile di asceta rigoroso con se stesso e comprensivo con gli altri. Nato attorno al 1094 nella regione francese dell’Alvernia, entrò bambino nel monastero di Sauxillanges, ove divenne monaco professo e poi priore. Nel 1122 fu eletto Abate di Cluny, e in tale carica rimase fino alla morte, avvenuta nel giorno di Natale del 1156, come egli aveva desiderato. “Amante della pace – scrive il suo biografo Rodolfo – ottenne la pace nella gloria di Dio il giorno della pace” Quanti lo conobbero ne esaltarono la signorile mitezza, il sereno equilibrio, il dominio di sé, la rettitudine, la lealtà, la lucidità e la speciale attitudine a mediare. “È nella mia stessa natura – scriveva - di essere alquanto portato all’indulgenza; a ciò mi incita la mia abitudine a perdonare. Sono assuefatto a sopportare e a perdonare. Diceva ancora: “Con quelli che odiano la pace vorremmo, possibilmente, sempre essere pacifici” e scriveva di sé: “Non sono di quelli che non sono contenti della loro sorte, … il cui spirito è sempre nell’ansia o nel dubbio, e che si lamentano perché tutti gli altri si riposano e loro sono i soli a lavorare” Di indole sensibile e affettuosa, sapeva congiungere l’amore per il Signore con la tenerezza verso i familiari, particolarmente verso la madre, e verso gli amici. Fu un cultore dell’amicizia, in modo speciale nei confronti dei suoi monaci, che abitualmente si confidavano con lui, sicuri di essere accolti e compresi. Secondo la testimonianza del biografo, “non disprezzava e non respingeva nessuno”; “appariva a tutti amabile; nella sua bontà innata era aperto a tutti”. Potremmo dire che questo santo Abate costituisce un esempio anche per i monaci e i cristiani di questo nostro tempo, segnato da un ritmo di vita frenetico, dove non rari sono gli episodi di intolleranza e di incomunicabilità, le divisioni e i conflitti.
La sua testimonianza ci invita a saper unire l’amore a Dio con l’amore al prossimo, e a non stancarci nel riannodare rapporti di fraternità e di riconciliazione. Così in effetti agiva Pietro il Venerabile, che si trovò a guidare il monastero di Cluny in anni non molto tranquilli per varie ragioni esterne e interne all’Abbazia, riuscendo ad essere al tempo stesso severo e dotato di profonda umanità. Soleva dire: “Da un uomo si potrà ottenere di più tollerandolo, che non irritandolo con le lamentele”. In ragione del suo ufficio dovette affrontare frequenti viaggi in Italia, in Inghilterra, in Germania, in Spagna. L’abbandono forzato della quiete contemplativa gli pesava. Confessava: “Vado da un luogo all’altro, mi affanno, mi inquieto, mi tormento, trascinato qua e là; ho la mente rivolta ora agli affari miei ora a quelli degli altri, non senza grande agitazione del mio animo” . Pur dovendosi destreggiare tra poteri e signorie che circondavano Cluny, riuscì comunque, grazie al suo senso della misura, alla sua magnanimità e al suo realismo, a conservare un’abituale tranquillità. Tra le personalità con cui entrò in relazione ci fu Bernardo di Clairvaux con il quale intrattenne un rapporto di crescente amicizia, pur nella diversità del temperamento e delle prospettive. Bernardo lo definiva: “uomo importante, occupato in faccende importanti” e aveva grande stima di lui , mentre Pietro il Venerabile definiva Bernardo “lucerna della Chiesa” “forte e splendida colonna dell’ordine monastico e di tutta la Chiesa”. “Pietro il Venerabile ebbe anche un ruolo determinante nella contesa tra Pietro Abelardo e Bernardo di Clairvaux a seguito della scomunica del primo da parte del concilio di Sens, convocato su richiesta di Bernardo per condannare la teologia abelardiana, soprattutto in materia trinitaria, accogliendo Abelardo, che era in viaggio per Roma per fare appello al papa Innocenzo II, nell'abbazia di Cluny. In seguito, mediante l'intercessione di Pietro il Venerabile, Bernardo e Abelardo si riconciliarono e anche la scomunica fu sospesa. Pietro inviò così un riconciliato ed anziano Abelardo in una prioria di Cluny, Chalon-sur-Saône dove egli trascorse gli ultimi anni della sua vita. Fu lo stesso Pietro il Venerabile ad accompagnare il corpo di Abelardo verso la sua sepoltura, incontro ad Eloisa che ne custodi le spoglie nella sua Abbazia del Paracleto presso Troyes”.(da Internet, santi e beati) Con vivo senso ecclesiale, Pietro il Venerabile affermava che le vicende del popolo cristiano devono essere sentite nell’“intimo del cuore” da quanti si annoverano “tra i membri del corpo di Cristo”. E aggiungeva: “Non è alimentato dallo spirito di Cristo chi non sente le ferite del corpo di Cristo”, ovunque esse si producano (ibid.). Mostrava inoltre cura e sollecitudine anche per chi era al di fuori della Chiesa, in particolare per gli ebrei e i musulmani: per favorire la conoscenza di questi ultimi provvide a far tradurre il Corano. Osserva al riguardo uno storico recente: “In mezzo all’intransigenza degli uomini del Medioevo – anche dei più grandi tra essi –, noi ammiriamo qui un esempio sublime della delicatezza a cui conduce la carità cristiana” Altri aspetti della vita cristiana a lui cari erano l’amore per l’Eucaristia e la devozione verso la Vergine Maria. Sul Santissimo Sacramento ci ha lasciato pagine che costituiscono “uno dei capolavori della letteratura eucaristica di tutti i tempi” e sulla Madre di Dio ha scritto riflessioni illuminanti, contemplandola sempre in stretta relazione con Gesù Redentore e con la sua opera di salvezza. Basti riportare questa sua ispirata elevazione: “Salve, Vergine benedetta, che hai messo in fuga la maledizione. Salve, madre dell’Altissimo, sposa dell’Agnello mitissimo. Tu hai vinto il serpente, gli hai schiacciato il capo, quando il Dio da te generato lo ha annientato… Stella fulgente dell’oriente, che metti in fuga le ombre dell’occidente. Aurora che precede il sole, giorno che ignora la notte… Prega il Dio che da te è nato, perché sciolga il nostro peccato e, dopo il perdono, ci conceda la grazia e la gloria”. Pietro il Venerabile nutriva anche una predilezione per l’attività letteraria e ne possedeva il talento. Annotava le sue riflessioni, persuaso dell’importanza di usare la penna quasi come un aratro per “spargere nella carta il seme del Verbo” . Anche se non fu un teologo sistematico, fu un grande indagatore del mistero di Dio. La sua teologia affonda le radici nella preghiera, specie in quella liturgica e tra i misteri di Cristo, egli prediligeva quello della Trasfigurazione, nel quale già si prefigura la Risurrezione. Fu proprio lui ad introdurre a Cluny tale festa, componendone uno speciale ufficio, in cui si riflette la caratteristica pietà teologica di Pietro e dell’Ordine cluniacense, tesa tutta alla contemplazione del volto glorioso (gloriosa facies) di Cristo, trovandovi le ragioni di quell’ardente gioia che contrassegnava il suo spirito e si irradiava nella liturgia del monastero…. Si fa la sua memoria il 25 dicembre. (Papa Benedetto XVI, catechesi del mercoledì, 14.10.2009)
San Bernardo di Chiaravalle, monaco. Non è possibile presentare la personalità di questo santo monaco senza richiamare alla memoria gli ultimi tre canti del Paradiso. «Dopo aver contemplato la Candida Rosa, Dante si volge a Beatrice e le chiede di rispondere alle domande che si affollano nella sua mente, ma “Uno intendea, e altro mi rispuose: credea di veder Beatrice e vidi un sene vestito con le genti gloriose. (Paradiso, XXXI, 58-60) Beatrice è tornata al suo seggio ed accanto al poeta è rimasto S. Bernardo per guidarlo nell'ultima parte del viaggio ultraterreno. La scelta di affidare a S. Bernardo tale funzione di guida ha molteplici motivazioni: la guida di Dante doveva essere senz'altro un contemplativo, ma altri aspetti del temperamento del santo influenzarono in modo determinante la scelta di Dante. Bernardo fu un grande mistico, che non spregiò tuttavia l'azione, ed un devoto di Maria, "umile ed alta più che creatura" (Pd. XXXIII, 2), che pose al centro della sua incessante meditazione sull'umiltà. Senza l'intercessione di Maria, infatti, Dante non può sperare di accedere alla visione di Dio, poichè "qual vuol grazia e a te non ricorre, / sua disianza vuol volar sanz'ali" (Pd. XXXIII, 14-15). Bernardo era inoltre un'oratore finissimo, tanto da meritare, fra i Dottori della Chiesa, il titolo di Doctor Mellifluus.» (Internet, la Dante Alighieri.it)
Nacque nel 1090 a Fontaines in Francia, in una famiglia numerosa e discretamente agiata. Giovanetto, si prodigò nello studio delle cosiddette arti liberali – specialmente della grammatica, della retorica e della dialettica – presso la scuola dei Canonici della chiesa di Saint-Vorles, a Châtillon-sur-Seine e maturò lentamente la decisione di entrare nella vita religiosa. Intorno ai vent’anni entrò a Cîteaux, una fondazione monastica nuova, più agile rispetto agli antichi e venerabili monasteri di allora e, al tempo stesso, più rigorosa nella pratica dei consigli evangelici, con trenta tra suoi parenti ed amici . Qualche anno più tardi, nel 1115, Bernardo venne inviato da santo Stefano Harding, terzo Abate di Cîteaux, a fondare il monastero di Chiaravalle (Clairvaux). Qui il giovane Abate, aveva solo venticinque anni, poté affinare la propria concezione della vita monastica, e impegnarsi nel tradurla in pratica. Guardando alla disciplina di altri monasteri, Bernardo richiamò con decisione la necessità di una vita sobria e misurata, nella mensa come negli indumenti e negli edifici monastici, raccomandando il sostentamento e la cura dei poveri. Intanto la comunità di Chiaravalle diventava sempre più numerosa, e moltiplicava le sue fondazioni.
In quegli stessi anni, prima del 1130, Bernardo avviò una vasta corrispondenza con molte persone, sia importanti che di modeste condizioni sociali. Alle tante Lettere di questo periodo bisogna aggiungere numerosi Sermoni, come anche Sentenze e Trattati. Sempre a questo tempo risale la grande amicizia di Bernardo con Guglielmo, Abate di Saint-Thierry, e con Guglielmo di Champeaux, figure tra le più importanti del XII secolo. Dal 1130 in poi, iniziò a occuparsi di non poche e gravi questioni della Santa Sede e della Chiesa. Per tale motivo dovette sempre più spesso uscire dal suo monastero, e talvolta fuori dalla Francia. Fondò anche alcuni monasteri femminili, e fu protagonista di un vivace epistolario con Pietro il Venerabile, Abate di Cluny. Diresse soprattutto i suoi scritti polemici contro Abelardo, un grande pensatore che iniziò un nuovo modo di fare teologia, introducendo soprattutto il metodo dialettico-filosofico nella costruzione del pensiero teologico. Un altro fronte contro il quale Bernardo lottò, fu l’eresia dei Catari, che disprezzavano la materia e il corpo umano, disprezzando, di conseguenza, il Creatore. Egli, invece, si sentì in dovere di prendere le difese degli ebrei, condannando i sempre più diffusi rigurgiti di antisemitismo. Per quest’ultimo aspetto della sua azione apostolica, alcune decine di anni più tardi, Ephraim, rabbino di Bonn, indirizzò a Bernardo un vibrante omaggio. In quel medesimo periodo il santo Abate scrisse le sue opere più famose, come i celeberrimi Sermoni sul Cantico dei Cantici. Negli ultimi anni della sua vita – la sua morte sopravvenne nel 1153 – Bernardo dovette limitare i viaggi, senza peraltro interromperli del tutto. Ne approfittò per rivedere definitivamente il complesso delle Lettere, dei Sermoni e dei Trattati. Merita di essere menzionato un libro abbastanza particolare, che egli terminò proprio in questo periodo, nel 1145, quando un suo allievo, Bernardo Pignatelli, fu eletto Papa col nome di Eugenio III. In questa circostanza, Bernardo, in qualità di Padre spirituale, scrisse a questo suo figlio spirituale il testo De Consideratione, che contiene insegnamenti per poter essere un buon Papa. In questo libro, che rimane una lettura conveniente per i Papi di tutti i tempi, Bernardo non indica soltanto come fare bene il Papa, ma esprime anche una profonda visione del mistero della Chiesa e del mistero di Cristo, che si risolve, alla fine, nella contemplazione del mistero di Dio trino e uno: "Dovrebbe proseguire ancora la ricerca di questo Dio, che non è ancora abbastanza cercato", scrive il santo Abate "ma forse si può cercare meglio e trovare più facilmente con la preghiera che con la discussione. Mettiamo allora qui termine al libro, ma non alla ricerca" di Dio.
Vorrei ora soffermarmi solo su due aspetti centrali della ricca dottrina di Bernardo: essi riguardano Gesù Cristo e Maria santissima, sua Madre. La sua sollecitudine per l’intima e vitale partecipazione del cristiano all’amore di Dio in Gesù Cristo non porta orientamenti nuovi nello statuto scientifico della teologia. Ma, in maniera più che mai decisa, l’Abate di Clairvaux configura il teologo al contemplativo e al mistico. Solo Gesù – insiste Bernardo dinanzi ai complessi ragionamenti dialettici del suo tempo – solo Gesù è "miele alla bocca, cantico all’orecchio, giubilo nel cuore (mel in ore, in aure melos, in corde iubilum)". Viene proprio da qui il titolo, a lui attribuito dalla tradizione, di Doctor mellifluus: la sua lode di Gesù Cristo, infatti, "scorre come il miele". Nelle estenuanti battaglie tra nominalisti e realisti – due correnti filosofiche dell’epoca - l’Abate di Chiaravalle non si stanca di ripetere che uno solo è il nome che conta, quello di Gesù Nazareno. "Arido è ogni cibo dell’anima", confessa, "se non è irrorato con questo olio; insipido, se non è condito con questo sale. Quello che scrivi non ha sapore per me, se non vi avrò letto Gesù". E conclude: "Quando discuti o parli, nulla ha sapore per me, se non vi avrò sentito risuonare il nome di Gesù". Per Bernardo, infatti, la vera conoscenza di Dio consiste nell’esperienza personale, profonda di Gesù Cristo e del suo amore… In un altro celebre Sermone nella domenica fra l’ottava dell’Assunzione, il santo Abate descrive in termini appassionati l’intima partecipazione di Maria al sacrificio redentore del Figlio. "O santa Madre, - egli esclama - veramente una spada ha trapassato la tua anima!... A tal punto la violenza del dolore ha trapassato la tua anima, che a ragione noi ti possiamo chiamare più che martire, perché in te la partecipazione alla passione del Figlio superò di molto nell’intensità le sofferenze fisiche del martirio" . Bernardo non ha dubbi: "per Mariam ad Iesum", attraverso Maria siamo condotti a Gesù. Egli attesta con chiarezza la subordinazione di Maria a Gesù, secondo i fondamenti della mariologia tradizionale. Ma il corpo del Sermone documenta anche il posto privilegiato della Vergine nell’economia della salvezza, a seguito della particolarissima partecipazione della Madre (compassio) al sacrificio del Figlio. Non per nulla, un secolo e mezzo dopo la morte di Bernardo, Dante Alighieri, nell’ultimo canto della Divina Commedia, metterà sulle labbra del "Dottore mellifluo" la sublime preghiera a Maria: "Vergine Madre, figlia del tuo Figlio,/umile ed alta più che creatura,/termine fisso d’eterno consiglio, …" (Paradiso 33, vv. 1ss.). Insieme a Bernardo di Chiaravalle, anche noi dobbiamo riconoscere che l’uomo cerca meglio e trova più facilmente Dio "con la preghiera che con la discussione". Alla fine, la figura più vera del teologo e di ogni evangelizzatore rimane quella dell’apostolo Giovanni, che ha poggiato il suo capo sul cuore del Maestro. Stupende sono le sue invocazioni a Maria, come questa che leggiamo in una sua bella omelia. "Nei pericoli, nelle angustie, nelle incertezze, - egli dice - pensa a Maria, invoca Maria. Ella non si parta mai dal tuo labbro, non si parta mai dal tuo cuore; e perché tu abbia ad ottenere l'aiuto della sua preghiera, non dimenticare mai l'esempio della sua vita. Se tu la segui, non puoi deviare; se tu la preghi, non puoi disperare; se tu pensi a lei, non puoi sbagliare. Se ella ti sorregge, non cadi; se ella ti protegge, non hai da temere; se ella ti guida, non ti stanchi; se ella ti è propizia, giungerai alla meta..." ( dalle catechesi del mercoledì di Papa Benedetto XVI, 20 agosto 2009) Si deve a lui l’introduzione nei monasteri cistercensi, poi ripresa anche da altri ordini religiosi, di chiudere la giornata con il canto alla Madonna. Dopo una vita tutta di santità, morì a 63 anni il 20 agosto 1153 a Clairvaux in Francia. Il Papa Alessandro III l’ha posto sugli altari col titolo di abate ed il Papa Pio VIII l’ha dichiarato Dottore della Chiesa. Bernardo secondo la leggenda, viene rappresentato con una ruota perché il santo avrebbe costretto il demonio a riparare il suo carro, oppure con un diavolo alla catena con riferimento al superamento di tutte le tentazioni; viene pure raffigurato con una mitria deposta ai suoi piedi o posata su un libro a significare il suo rifiuto delle insegne episcopali, tra cui la nomina a vescovo di Genova o di Milano. La Chiesa ne fa memoria il 20 agosto.
Sant’ Omobono Tucenghi, mercante, è un uomo che, senza privilegi di nascita o prestigio di funzioni, ha saputo diventare nella sua città una “forza” solo per le doti personali e l’esempio della sua vita. E’ un mercante di panni e negli affari è abilissimo. Ormai lo circonda un rispetto universale, anche con qualche cenno di compatimento: lui e sua moglie, infatti, non hanno avuto figli. Sono soli. Con tutti quei soldi che il commercio ha portato loro, in quest’epoca di vitalità straordinaria e turbolenta in tante città italiane ormai passate all’autogoverno. Ma nel pensiero di questi coniugi, e soprattutto nel loro comportamento, c’è come un profumo di Chiesa primitiva: possiamo dire che anch’essi continuamente "depongono ai piedi degli apostoli" il denaro guadagnato col commercio, come avveniva nella piccola comunità di Gerusalemme. Non negli scritti e nemmeno in discorsi che nessuno ci ha tramandato, ma con questi gesti precisi e continui Omobono rivela la sua chiara concezione circa il denaro che guadagna: su di esso hanno precisi diritti i poveri. Le monete sono mezzi d’intervento per il soccorso alla miseria. In tempi di rissa continua nelle città e fra le città (Cremona, nel conflitto tra Comuni e Impero, è schierata dalla parte imperiale) si ricorre alla sua autorità per arginare la violenza. E Omobono è pronto al servizio fraterno anche così: con la parola contribuisce a rendere più vivibile la città, con la parola inerme ma autorevole, perché è lo specchio di una vita grande. Ecco perché la sua morte, avvenuta il 13 gennaio 1197, nel momento in cui dall’altare s’intonava il Gloria, scuote tutta la città. Non solo. Si sparge una voce insistente: mastro Omobono fa miracoli! Cominciano i pellegrinaggi alla sua tomba, il vescovo Sicardo e una rappresentanza cittadina si rivolgono a papa Innocenzo III. E questi canonizza Omobono già il 13 gennaio 1199, a meno di due anni dalla morte. Un santo laico, un santo imprenditore, un commerciante del ramo tessile posto sugli altari già ottocento anni fa. Proclamato patrono cittadino dal Consiglio generale di Cremona nel 1643, sant’Omobono è venerato anche come protettore dei mercanti e dei sarti. Il suo corpo si conserva in una cripta della cattedrale di Cremona. La Chiesa ne fa memoria il 13 gennaio. (Autore: Domenico Agasso, Internet, santi e beati)
Santa Rosalia, vergine. In Sicilia vi è un intensissimo culto per tre giovani sante vergini, Lucia di Siracusa, Agata patrona di Catania e Rosalia patrona di Palermo. Il loro culto si è diffuso in tutti Paesi in cui sono arrivate le schiere di emigrati siciliani, che hanno portato con loro il ricordo struggente della natia Isola e delle loro tradizioni, unitamente al culto sincero e profondo per le tre sante siciliane. Ma se S. Lucia di Siracusa († 304) e S. Agata di Catania († 250 ca.) furono martirizzate durante le persecuzioni contro i primi cristiani, s. Rosalia è una vergine non martire, vissuta molti secoli dopo e divenuta patrona di Palermo nel 1666 con culto ufficiale esteso a tutta la Sicilia… Purtroppo sulla sua vita vi sono poche notizie in parte leggendarie, ma piace considerare con lo scrittore fiorentino Piero Bargellini che: “È ben vero che le leggende sono come il vilucchio (pianta rampicante) attorno al fusto della pianta; la pianta già c’era prima che il vilucchio l’avvolgesse. Così la santità già esisteva, prima che la leggenda la rivestisse con i suoi fantastici fiori”. E questo vale per tutti i santi che in tanti secoli e luoghi, hanno donato la loro vita, spesso patendo il martirio, sono rimasti ignorati a volte anche per lungo tempo, finché la loro esistenza, il loro sacrificio, le loro virtù eroiche non sono pervenuti a conoscenza del popolo di Dio e della Chiesa. È il caso di s. Rosalia che nacque a Palermo nel XII secolo e, secondo antichi libri liturgici, morì il 4 settembre del 1160 a 35 anni. La leggenda dice che era figlia del Duca Sinibaldo, feudatario, signore di Quisquinia e delle Rose, località ubicate fra Bivona e Frizzi, nel Palermitano, e di Maria Guiscarda, cugina del re normanno Ruggero II; giovanissima fu chiamata nel Palazzo dei Normanni, alla corte della regina Margherita, moglie di Guglielmo I di Sicilia (1154-1166); la sua bellezza attirava l’ammirazione dei nobili cavalieri; il più assiduo pretendente, sempre secondo la tradizione popolare, si vuole che fosse Baldovino, futuro re di Gerusalemme. Rosalia visse in quel felice periodo di rinnovamento cristiano-cattolico, che i re Normanni ristabilirono in Sicilia, dopo aver scacciato gli Arabi che se n’erano impadroniti dall’827 al 1072; favorendo il diffondersi di monasteri Basiliani nella Sicilia Orientale e Benedettini in quella Occidentale; apprezzando inoltre l’opera religiosa e monastica del certosino s. Brunone e del cistercense s. Bernardo di Chiaravalle. In quest’atmosfera di fervore e rinnovamento religioso, s’inserì la vocazione eremitica della giovane nobile Rosalia; bisogna dire che in quel tempo l’eremitismo era fiorente sia nel campo maschile sia in quello femminile. Seguendo l’esempio degli anacoreti, che lasciati gli agi e la vita attiva si ritiravano in una grotta, di solito nei dintorni di una chiesa o di un convento, così da poter partecipare alle funzioni liturgiche e avere nel contempo un’assistenza religiosa, Rosalia si ritirò in una grotta del feudo paterno di Quisquinia a circa 20 km. da Palermo sulle Madonie, vicina a dei Benedettini. Da lì la giovane eremita, dopo un periodo di penitenza non definito, si trasferì in una grotta sul Monte Pellegrino, stupendo promontorio palermitano; accanto ad una preesistente chiesetta bizantina, in una cella costruita sopra il pozzo tuttora esistente. Anche qui nei dintorni, i Benedettini avevano un convento e poterono seguire ed essere testimoni della vita eremitica e contemplativa di Rosalia, che visse in preghiera, solitudine e mortificazioni; molti palermitani, salivano il monte attratti dalla sua fama di santità. Secondo la tradizione morì il 4 settembre, che si presume, dell’anno 1160. In seguito fu oggetto di culto con l’edificazione di chiese a lei dedicate in varie zone siciliane, oltre la cappella già sul Monte Pellegrino e riprodotta in immagine nella cattedrale di Palermo e di Monreale; una chiesa sorse lontano, a Rivello (Potenza) nella diocesi di Policastro. Ma all’inizio del 1600 il suo culto era talmente scaduto al punto che non veniva più invocata nelle litanie dei santi patroni di Palermo; ciò non esclude comunque un culto ininterrotto anche se di tono minore, durato nei quattro secoli e mezzo, che vanno dalla sua morte al 1600. Sul Monte Pellegrino fino al primo Cinquecento erano vissuti i cosiddetti “romiti di s. Rosalia” dimoranti in alcune grotte vicine a quella, dove per tradizione era vissuta e morta la giovane eremita. Verso la metà del sec. XVI, il viceré Giovanni Medina, fece costruire per l’”Ordine Francescano Riformato di Santa Rosalia e del Monte Pellegrino”, un convento accanto alla grotta adattata a chiesa. Ad ogni modo studiosi agiografi hanno trovato documenti che testimoniano, che già nel 1196 e decenni successivi, la donna eremita veniva chiamata “Santa Rosalia”. E arriviamo al 26 maggio 1624, quando una donna (Girolama Gatto) ridotta in fin di vita, vide in sogno una fanciulla vestita di bianco, che le prometteva la guarigione se avesse fatto voto di salire sul Monte Pellegrino per ringraziarla. La donna salì sul monte con due amiche, era di nuovo in preda alla febbre quartana, ma appena bevve l’acqua che gocciola dalla grotta, si sentì guarita, cadendo in un riposante torpore e qui le riapparve la giovane vestita di bianco, ravvisata come in s. Rosalia, che le indicò il posto dove erano sepolte le sue reliquie. La cosa venne riferita ai frati eremiti francescani del vicino convento, i quali già nel Cinquecento con il loro superiore s. Benedetto il Moro (1526-1589), avevano tentato di trovare le reliquie senza riuscirvi, quindi ripresero le ricerche, aiutati da tre fedeli, finché il 15 luglio 1624 a quattro metri di profondità, trovarono un masso lungo sei palmi e largo tre, a cui aderivano delle ossa. Per ordine del cardinale arcivescovo di Palermo Giannettino Doria, il masso fu trasferito in città nella sua cappella privata, dove fu esaminato con i resti trovati, da teologi e medici; il risultato fu deludente, avendo convenuto che le ossa potevano appartenere a più corpi e poi nessuno dei tre teschi trovati, sembrava appartenere ad una donna. Il cardinale non convinto, nominò una seconda commissione; intanto Palermo fu colpita dalla peste nell’estate del 1624 mietendo migliaia di vittime (la stessa epidemia che colpì Milano e descritta dal Manzoni nei ‘Promessi sposi’). Il cardinale radunò nella cattedrale popolo e autorità e tutti insieme chiesero aiuto alla Madonna, facendo voto di difendere il privilegio dell’Immacolata Concezione di Maria, che era argomento contrastante nella Chiesa di allora e nel contempo di dichiarare s. Rosalia patrona principale di Palermo, venerando le sue reliquie, quando si sarebbero riconosciute. A tutto ciò si aggiunge la scoperta di due muratori palermitani, che lavorando nel convento dei Domenicani di S. Stefano, trovarono in una grotta di Quisquinia, il 25 aprile 1624, un’iscrizione latina a tutti ignota, che si credette incisa dalla stessa s. Rosalia, quando vi aveva abitato e che diceva: “Io Rosalia, figlia di Sinibaldo, signore della Quisquina e (del Monte) delle Rose, per amore del Signore mio Gesù Cristo, stabilii di abitare in questa grotta”; che confermava il precedente eremitaggio, seguito poi da quello sul Monte Pellegrino. L’11 febbraio 1625 la nuova commissione, stabilì che le ossa erano di una sola persona chiaramente femminile, dei tre crani, si scoprì che due erano un orciolo di terracotta e un ciottolone, mentre il terzo che sembrava molto grande, era invece ingrossato da depositi calcarei, che una volta tolti rivelarono un cranio femminile; anche la prima commissione ne riesaminò i resti e concordò con il risultato della seconda commissione. A ciò si aggiunse un prodigio, un uomo Vincenzo Bonelli essendogli morta la moglie di peste e non avendolo denunziato, fuggì sul Monte Pellegrino e qui gli apparve la “Santuzza” predicendogli la morte per peste e ingiungendogli, se voleva la sua protezione per l’anima, di dire al cardinale che non dubitasse più dell’autenticità delle reliquie e le portasse in processione per la città, solo così la peste sarebbe finita. Tornato in città, effettivamente si ammalò di peste e prima di morire confessò ciò che gli era stato rivelato. Il 9 giugno del 1625, l’urna costruita apposta per le reliquie, fu portata in processione con la partecipazione di tutta la popolazione e con grande solennità; la peste cominciò a regredire e il 15 luglio quando si fece il pellegrinaggio sul Monte Pellegrino, nell’anniversario del ritrovamento delle reliquie, non comparve più nessun caso di appestato. Il cardinale fece costruire nella cattedrale un magnifico altare, dove venne sistemata la fastosa urna d’argento massiccio con le reliquie della santa, il cui nome fu per tradizione interpretato come composto da ‘rosa’ e ‘lilia’, rosa e gigli, simboli di purezza e di unione mistica; per questo la ‘Santuzza’ è rappresentata con il capo cinto di rose. Da quel 1625 il culto fu autorizzato e rinverdito dalla Chiesa palermitana per la vergine eremita orante e contemplante sul Monte Pellegrino, quale testimonianza di eccezionale ascesi cristiana, che nei secoli non è stato mai dimenticata dal popolo palermitano. Da 350 anni i pellegrini salgono sul monte, definito da Goethe nel suo ‘Viaggio in Italia’, il promontorio più bello del mondo. Si saliva a piedi faticosamente, finché il Senato palermitano fece costruire nel 1725 un’ardita strada fra pini ed eucalipti. Palermo ha sempre onorato s. Rosalia, secondo le due festività stabilite nel 1630 da papa Urbano VIII, che le inserì nel ‘Martirologio Romano’, cioè il 15 luglio anniversario del ritrovamento delle reliquie e il 4 settembre giorno della morte della ‘Santuzza’; le feste specie quella di luglio durano una settimana, con la partecipazione di tutto il popolo e di tanti emigranti che ritornano per l’occasione… La seconda festa del 4 settembre si svolge come un pellegrinaggio al santuario sul Monte Pellegrino, dove conglobando la grotta, si costruì un Santuario, la cui pittoresca facciata risale al XVII secolo, all’interno si sono accumulate tante opere d’arte dei vari secoli successivi; una parte è ancora a cielo aperto, le pareti sono coperte di ex voto e lapidi lasciate da illustri visitatori. Una cancellata divide questa prima parte del santuario, dalla grotta nella quale sono presenti altari e opere d’arte singolari, che ricordano la presenza della santa; di fronte al luogo dove furono trovate le reliquie della ‘Santuzza’ sorge lo stupendo altare coperto da un baldacchino, con un sontuoso tabernacolo sormontato da una statua d’argento della santa, donati dal Senato di Palermo nel 1667. Sotto l’altare si venera la statua del 1625, che rappresenta s. Rosalia giacente in atto di esalare l’ultimo respiro e che fu rivestita d’oro per disposizione del re Carlo III di Borbone (1716-1788). Alla grotta sul monte, insieme agli anonimi pellegrini, salirono a venerare la santa eremita, anche tanti illustri visitatori; autorità ecclesiastiche, principi, re, imperatori, letterati, poeti, musicisti, artisti. Le reliquie deposte nell’artistica e massiccia urna d’argento, sono conservate nel Duomo di Palermo. La Chiesa ne fa memoria il 4 settembre. (Autore: Antonio Borrelli, da Internet, santi e beati)
San Tommaso Becket (1118 – 1170) Nato a Londra verso il 1117 e ordinato arcidiacono e collaboratore dell'arcivescovo di Canterbury, Teobaldo, Tommaso fu nominato cancelliere da Enrico II, con il quale fu sempre in rapporto di amicizia. Nelle vesti del cancelliere del regno, Tommaso si sentiva perfettamente a proprio agio: possedeva ambizione, audacia, bellezza e uno spiccato gusto per la magnificenza. All'occorrenza sapeva essere coraggioso, particolarmente quando si trattava di difendere i buoni diritti del suo principe, del quale era intimo amico e compagno nei momenti di distensione e di divertimento. Il Vescovo Teobaldo morì nel 1161 ed Enrico II, grazie al privilegio accordatogli dal papa, poté scegliere Tommaso come successore alla sede primaziale di Canterbury. Nessuno, e tanto meno il re, prevedeva che un personaggio tanto "chiacchierato" si trasformasse subito in uno strenuo difensore dei diritti della Chiesa e in uno zelante pastore d'anime. Ma Tommaso aveva avvertito il suo re: "Sire, se Dio permette che io diventi arcivescovo di Canterbury, perderò l'amicizia di Vostra Maestà". Fu ordinato sacerdote e vescovo nel 1162. Dopo aver rifiutato di riconoscere le «Costituzioni di Clarendon» del 1164, però, Tommaso fu costretto alla fuga in Francia, dove visse sei anni di esilio. Conclusa con il re una pace formale, grazie ai consigli di moderazione di papa Alessandro III, col quale si incontrò, Tommaso poté far ritorno a Canterbury, accolto trionfalmente dai fedeli, che egli salutò con queste parole: "Sono tornato per morire in mezzo a voi". Come primo atto sconfessò i vescovi che erano scesi a patti col re, accettando le "Costituzioni", e il re questa volta perse la pazienza, lasciandosi sfuggire una frase incauta: "Chi mi toglierà di mezzo questo prete intrigante?". Ci fu chi si prese questo incarico. Quattro cavalieri armati partirono alla volta di Canterbury. L'arcivescovo venne avvertito, ma restò al suo posto: "La paura della morte non deve farci perdere di vista la giustizia". Egli accolse i sicari del re nella cattedrale, vestito dei paramenti sacri. Si lasciò pugnalare senza opporre resistenza, mormorando: "Accetto la morte per il nome di Gesù e per la Chiesa". Era il 23 dicembre del 1170. Tre anni dopo papa Alessandro III iscrisse il suo nome nell'albo dei santi. La Chiesa ne fa memoria il 29 dicembre.
San Galdino, Vescovo di Milano. Figlio di piccoli nobili e nato a Milano, si avvia alla vita ecclesiastica. Nel 1160 è arcidiacono della cattedrale, e lo troviamo con l’arcivescovo Oberto a difesa dei milanesi. Nel 1162 assiste alla distruzione della città ordinata dall’imperatore. Lui e l’arcivescovo sono schierati con Alessandro III, eletto papa nel 1159 da una parte dei cardinali, mentre altri eleggono il filo-tedesco Ottaviano de’ Monticelli col nome di Vittore VI. Scisma nella Chiesa, dunque: papa e antipapa. In Milano, Oberto proclama la scomunica di Federico come responsabile dello scisma. Nel 1165 Galdino viene nominato cardinale. Ora deve seguire il papa nei suoi spostamenti; e nel marzo 1166 si trova appunto con Oberto in Benevento, a fianco di Alessandro III. Ma durante il soggiorno Oberto muore, e il papa nomina Galdino suo successore. Lui deve raggiungere la Lombardia clandestinamente, travestito da pellegrino, e in città lo accolgono le rovine. Nel 1167, infine, dopo cinque anni terribili, incomincia la ricostruzione, e uno dei protagonisti è lui. Riorganizza la Chiesa in Lombardia, confermandola nella fedeltà ad Alessandro III, e pianifica il soccorso ai poveri che si sono moltiplicati: quelli di prima, e quelli di miseria recente, i carcerati per debiti, quelli che non osano chiedere. Rimesse in piedi le strutture fondamentali per miserie vecchie e nuove, dice agli amministratori (anzi, fa incidere sulla pietra): "Voi siete qui solo per servire i poveri". "Strappa il patrimonio della Chiesa dalle fauci dei rapinatori", dice una sua biografia. Restaura la cattedrale, aiutato da donne milanesi che donano i pochi gioielli salvati dai saccheggi del Barbarossa. E ricomincia da capo a insegnare le preghiere, a pretendere il canto degno di Dio e del suo popolo. Predica instancabilmente. Anzi, muore sul pulpito della chiesa di Santa Tecla, dopo un sermone. E in questo stesso anno la Lega Lombarda vince la battaglia di Legnano. (Per questo, ancora nel 1847, il nome di Galdino risulta sospetto al Governo austro-ungarico). Lo stesso Alessandro III lo proclama santo. E nel XIX secolo il Manzoni darà il suo nome al loquace frate cercante dei Promessi Sposi: Fra Galdino. Anche in memoria, pensiamo, del pane per i poveri, che per molto tempo in Milano si chiamò appunto “pane di san Galdino”. La Chiesa ambrosiana lo venera come uno dei suoi principali Arcivescovi e ne fa memoria il 18 aprile. (Autore: Domenico Agasso, Internet, santi e beati)
Santa Ildegarda, abbadessa, decima figlia dei nobili Vermessheim, con la voce e con gli scritti s’immischia in problemi come la riforma della Chiesa e la moralità del clero. E poi ne discute pure con maestri di teologia. Ma sono cose da monaca? La sua risposta è sì. Sono cose da donna e da monaca. Nel monastero di Disinbodenberg i suoi l’hanno portata all’età di 8 anni, come scolara. Poi è rimasta lì, prendendo i voti con la guida della grande badessa Jutta di Spanheim; e nel 1136 l’hanno chiamata a succederle. Dal suo primo monastero ha poi diretto la fondazione di altri due nell’Assia-Palatinato; quello di Bingen (dove lei si trasferisce nel 1147) e quello vicino di Eibingen, fondato nel 1165. Questa è l’Ildegarda organizzatrice. Poi viene l’Ildegarda ispirata, la mistica, quella di tutte le sorprese. Ha visioni, riceve messaggi e li diffonde con gli scritti. Dopo le prime esperienze mistiche, scrive a Bernardo di Chiaravalle, e non può trovare miglior consigliere. Bernardo non s’inalbera, come certi vescovi tedeschi, di fronte a una donna che discorre del cielo e della terra. Anzi, la capisce e le fa coraggio, aiutandola pure a non perdere la testa: le vicende soprannaturali non dispensano dal realismo e dall’umiltà. lldegarda diffonde racconti delle sue visioni; e, in forma di visione, tratta argomenti di teologia, di dogmatica e di morale, aiutata da una piccola “redazione”. Esaltando le “opere di Dio”, include tra esse le piante, i frutti, le erbe: e la sua lode si traduce in un piccolo trattato di botanica. Ma soprattutto Ildegarda insegna a esprimere l’amore a Dio attraverso il canto. Con ogni probabilità è la prima donna musicista della storia cristiana. Suoi i versi, sua la melodia, prime esecutrici le monache di Bingen; poi quelle di Eibingen, e di tanti altri monasteri benedettini. Ma non stiamo raccontando qui una storia antica: la musica di Ildegarda, dopo novecento anni, si fa nuovamente sentire ai tempi nostri, ripresa e divulgata dall’industria discografica. Ildegarda vive e lavora fino alla sua età più tarda, sognando una Chiesa formata tutta di "corpi brillanti di purezza e anime di fuoco", come le sono apparsi in una visione; e liberata dall’inquinamento di altri cristiani che le sono pure apparsi: "corpi ripugnanti e anime infette". Tra i grandi artefici di purificazione nel mondo cristiano, bisogna mettere in primo piano anche questa donna appassionata. Dopo la morte si era avviato un processo di canonizzazione, che però è stato interrotto. Ma il culto è continuato. Ancora nel 1921 è nata in Germania la congregazione delle Suore di Santa Ildegarda. La Chiesa ne fa memoria il 17 settembre. (Autore: Domenico Agasso, Internet, santi e beati)
Nella storia della cultura europea, questo periodo è considerato parte del Medioevo ed è talvolta chiamato l'Età del cistercensi. L'epoca delle Crociate, della crescita delle città ha visto il culmine dell’ arte romanica e gli inizi del Gotico, la nascita della letteratura volgare, il rilancio della classici latini e del diritto romano, il recupero della scienza greca, con le sue aggiunte in arabo, e di gran parte della filosofia greca, e l'origine delle prime università europee. Il XII secolo, ha lasciato la sua firma per l'istruzione superiore, la filosofia scolastica, sui sistemi europei di diritto, di architettura e scultura, il dramma liturgico. E’ bene ricordarlo a tutti coloro che, quando si parla di medioevo, non sanno che scrivere sciocchezze.
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