I Santi del XI secolo

 

Con l’anno Mille, superata la paura della fine del mondo, con la teoria del millenarismo, mille e non più mille, rinasce un nuovo fervore di operosità che mostra i segni di novità in questi fenomeni importantissimi:

  1. l’autonomia organizzativa delle città che vedono nel vescovo il custode della loro libertà; già agli inizi del ‘500 era stato Giustiniano, ad evitare che i capi militari sfruttassero a fini per­sonali la loro potenza, aveva affidato agli stessi vescovi queste fun­zioni di vigilanza e di controllo sulle città. Lo sviluppo della città, protetta da mura, comporta uno spostamento di servi della gleba dalla campagna alla città in cerca di un nuovo lavoro. E’ così che fioriscono le opere artigianali.
  2. ma anche nella campagna, il lavoratori della terra avanzano i loro diritti che vengono riconosciuti a poco a poco con l’enfitueusi, cioè la cessione di terre incolte per 30 anni a condizione di miglioramento e ancor di più con la piccola proprietà privata.
  3. la Cavalleria medievale che vede il passaggio di uomini d’arme, inizialmente dedite al brigantaggio, verso una forma di servizio civile sotto un principe.
  4. la rinascita culturale con le grandi scuole monastiche di cui faremo cenno proprio illustrando le figure dei santi che le hanno promosse.

E’ in questo secolo che:

  • nasce il libero governo repubblicano nelle grandi città marinare: Amalfi, Venezia, Genova e Pisa
  • nel Meridione, i Normanni riescono ad unificare quasi tutto il territorio
  • lo Stato della Chiesa resiste ma, almeno nella prima metà, non ha alcun rilievo per la l’insignificanza dei suoi papi; la situazione cambia radicalmente nella seconda metà con la riforma e la lotta per le investiture
  • si costituiscono le “marche”, da cui trae origine il termine “marchese”, cioè una alleanza di conti e vassalli per proteggere i propri confini dai popoli vicini in cerca di espansione
  • Milano con l’Arcivescovo, Ariberto d’Intimiano, toglie a Pavia quella posizione di primato tra le città del Settentrione che le aveva strappato con la discesa dei Longobardi.

Se nei secoli precedenti la causa di una decadenza morale era legata alla mescolanza di popolazioni  di diversa cultura, tradizione e religione, in questo secolo il fenomeno della decadenza trova le sue radici nella conquista di privilegi prevalentemente economici a radicale svantaggio dei beni spirituali; anche in campo ecclesiastico ci si serve di questi ultimi per ottenere i primi. Il vizio della simonia sembra essere abitudinaria nella vita della Chiesa. A ciò si aggiunge il concubinato dei preti.

Ma, come sempre, il Signore che assiste la sua Chiesa, di fronte a questa decadenza morale suscita delle figure eccezionali che servono a dare luce là dove le tenebre sembrano ammorbare le città.

E’ in questo contesto storico che l’imperatore Enrico III, nel 1046, in occasione del sinodo di Sutri, con l'accordo dei cluniacensi, depose tre papi (Gregorio VI, Benedetto IX e Silvestro III) in lite tra di loro ed elevò al soglio di Pietro un cluniacense, Papa Clemente II.  Bisogna anche dire che qualche papa, pur essendo scelto dall’imperatore come Leone IX (1049 – 1054) non volle assumere il suo ufficio se non dopo essere stato accolto dal popolo e dal clero romano.

Purtroppo il 1054 segna una data triste nella storia della Chiesa perché i cristiani d’Oriente si distaccano definitivamente da Roma. Il papa Leone IX ed il patriarca Michele I Cerulario si scomunicano a vicenda, e così  lo Scisma diventa effettivamente il risultato di un lungo periodo di progressivo distanziamento fra le due Chiese.

Enrico III muore nel 1056 e gli succede il figlio, ancora piccolo, con il nome di Enrico IV.

Con il Concilio romano del 1059 possiamo indicare la data della questione delle investiture. E’ in quel Concilio che si stabiliscono sanzioni gravi contro la simonia, il concubinato e si vieta agli ecclesiastici di ricevere, anche gratuitamente, da parte di un laico un ufficio spirituale o ancor di più il governo stesso della Chiesa.

E’ prevedibile da parte dell’imperatore una reazione violenta a questa sua perdita di potere e, quando il milanese Anselmo da Baggio, favorevole alla riforma, viene nominato Papa con il nome di Alessandro II, l’imperatore gli oppone un antipapa.

Nel frattempo, i riformatori della Chiesa approfittano della debolezza imperiale per mettere sul soglio pontificio un grande monaco, Ildebrando di Soana che prende il nome di Gregorio VII.

Enrico IV non sta a guardare e nella notte di Natale del 1075 tenta addirittura di impadronirsi della persona del papa, che viene salvato dal popolo romano. L’anno seguente nella Dieta di Worms fa giudicare dai suoi vescovi, il papa come illegittimo, intimandogli “ per grazia di Dio” di lasciare la sede apostolica.

Papa Gregorio per ben due volte scomunica l’imperatore, di cui si ricorda la prima con il perdono dato a Canossa (gennaio 1077), ma poi fatto prigioniero a Castel S. Angelo, dovette invocare l’aiuto del normanno Roberto il Guiscardo che, liberatolo, lo portò a Salerno dove morì.

Con il concordato di Worms del 1122, l’imperatore Enrico V rinuncia alla investitura dei Vescovi, accetta la loro elezione canonica e la loro libera scelta da parte della Chiesa.

Questo secolo si chiude con il ricordo sommario della Prima Crociata

Anche se fu l'imperatore bizantino a domandare aiuto, l'appello di Urbano II fu fatto ufficialmente per salvare i Cristiani d'Oriente dalla loro situazione drammatica. Quando Papa Urbano II indisse un pellegrinaggio armato al concilio di Clermont (1095) nessuno pronunciò la parola "crociata". Lo scopo era l'arrivo di una massa di pellegrini nei luoghi santi della Cristianità.

Papa Urbano II nel suo progetto di aiuto ad Alessio Comneno a ristabilire la sua autorità, sul lungo periodo, avrebbe posto le basi per una riconciliazione e riunificazione tra la Chiesa d'Occidente e quella d'Oriente nella lotta contro gli infedeli.

Il tentativo fallì perché la prima risposta da parte dei fedeli la si ebbe con la cosiddetta Crociata dei Pezzenti: spedizione assolutamente improvvisata da parte di contadini provenienti soprattutto dall'Auvergne, animati da predicatori come Pietro l'eremita. Queste spedizioni fecero da preludio a numerosi eccidi di israeliti, che si cercò di convertire a forza al Cristianesimo, anche se non è escluso che si intendesse in tal modo evitare le restituzioni di debiti contratti in precedenza.

Vale comunque la pena ricordare che a tali azioni furono estranei l'aristocrazia e il clero che spesso offrì rifugio agli ebrei perseguitati. Questi volontari, impreparati militarmente, dopo innumerevoli peripezie in Anatolia,si gettarono a corpo morto in battaglia sui Turchi presso Nicea e vennero sterminati.

Con la crociata detta "dei nobili", guidata fra gli altri da Goffredo di Buglione, i territori che il Papa aveva promesso di restituire ad Alessio Comneno non vennero mai restituiti. Fin dal loro arrivo a Gerusalemme nel 1099, dopo aver proceduto ad un massacro dei musulmani che abitavano la città, i Crociati si ritagliarono uno stato, di cui venne eletto capo Goffredo di Buglione, probabilmente a causa del suo trascurabile rilievo rispetto a Raimondo IV di Tolosa.

Come abbiamo detto sopra, sulla palude di una grande decadenza morale il Signore non fa mancare alla sua Chiesa una fioritura eccezionale di Santi di cui diamo il giusto rilievo:

 

San Romualdo, ravennate,  fondatore dell’ Eremo di Camaldoli.

Di famiglia nobile, ma decaduta, lascia la casa e, sotto l'influenza di Cluny, inizia una serie di peregrinazioni lungo l' Appennino con lo scopo di riformare monasteri ed eremi sul modello degli antichi cenobi dell'Oriente. La sua fama e il suo carisma lo portano più volte a contatto con i potenti, principi e prelati. Converte Ottone III che lo nomina abate di S. Apollinare in Classe, ma lui rifiuta clamorosamente rifugiandosi a Montecassino dove porta il suo rigore ascetico. Riprende le sue peregrinazioni fondando numerosi eremi, l'ultimo dei quali é Camaldoli.

Non sopporta monasteri grossi e monaci all’ingrosso, e ha scontri continui con personaggi scadenti, o peggio: un abate, che si è comprato la carica, tenta pure di strangolarlo.

Sempre esigente e sempre con progetti: come quello, irrealizzato, di guidare spedizioni missionarie in Nord Europa. Nel 1012 scopre la meraviglia dell’Appennino casentinese (Arezzo) e vi fa sorgere, a 1098 metri, un piccolo eremo. Trecento metri più sotto edifica poi un monastero. E così nasce Camaldoli, centro di preghiera e di cultura ancora nel XX secolo. Questo nome “Camaldoli” deriva dal campo che un tale Maldolo aveva donato a Romualdo, in cerca di solitudine.  La sua preoccupazione è quella di educare ad una convivenza, insegnare e dare il primato al colloquio con Dio e con gli uomini. La sua vita si conclude in un altro monastero fondato da lui: quello marchigiano di Val di Castro. Qui egli muore da eremita qualsiasi, in una piccola cella il 19 giugno 1027. Ma “viaggerà” ancora: nel 1480, infatti, due monaci di Sant’Apollinare in Classe porteranno di nascosto le sue spoglie a Jesi. Ma già l’anno dopo verranno riportate, e per sempre, nella chiesa camaldolese di San Biagio a Fabriano. La Chiesa lo venera come santo dal 1595, per decisione di Clemente VIII. San Pier Damiani ne scrive la vita e la Chiesa ne fa memoria il 19 giugno.

( estratto da,  Domenico Agasso, Internet, santi e beati)

 

 

San Pier Damiani, monaco, vescovo e cardinale.

Nasce a Ravenna nel 1007 da famiglia nobile, ma disagiata. Rimasto orfano di ambedue i genitori, vive un’infanzia non priva di stenti e di sofferenze, anche se la sorella Roselinda si impegna a fargli da mamma e il fratello maggiore Damiano lo adotta come figlio. Proprio per questo sarà poi chiamato Piero di Damiano. La formazione gli viene impartita prima a Faenza e poi a Parma, dove, già all’età di 25 anni, lo troviamo impegnato nell’insegnamento.

Accanto ad una buona competenza nel campo del diritto, acquisisce una raffinata perizia nell’arte del comporre – l’ars scribendi – e, grazie alla sua conoscenza dei grandi classici latini, diventa “uno dei migliori latinisti del suo tempo, uno dei più grandi scrittori del medioevo latino”.

 

Si distingue nei generi letterari più diversi: dalle lettere ai sermoni, dalle agiografie alle preghiere, dai poemi agli epigrammi. La sua sensibilità per la bellezza lo porta alla contemplazione poetica del mondo… In questa prospettiva, intorno all’anno 1034, la contemplazione dell’assoluto di Dio lo spinge a staccarsi progressivamente dal mondo e dalle sue realtà effimere, per ritirarsi nel monastero di Fonte Avellana, fondato solo qualche decennio prima, ma già famoso per la sua austerità. Ad edificazione dei monaci egli scrive la Vita del fondatore, san Romualdo di Ravenna, e s’impegna al tempo stesso ad approfondirne la spiritualità, esponendo il suo ideale del monachesimo eremitico.

 

Un particolare va subito sottolineato: l’eremo di Fonte Avellana era dedicato alla Santa Croce, e la Croce sarà il mistero cristiano che più di tutti gli altri affascinerà Pier Damiani. “Non ama Cristo, chi non ama la croce di Cristo”. Alla Croce Pier Damiani rivolge bellissime orazioni, nelle quali rivela una visione di questo mistero che ha dimensioni cosmiche, perché abbraccia l'intera storia della salvezza: “O beata Croce – egli esclama - ti venerano, ti predicano e ti onorano la fede dei patriarchi, i vaticini dei profeti, il senato giudicante degli apostoli, l’esercito vittorioso dei martiri e le schiere di tutti i santi…

 

Per lo svolgimento della vita eremitica, questo grande monaco redige una Regola in cui sottolinea fortemente il “rigore dell’eremo”: nel silenzio del chiostro, il monaco è chiamato a trascorrere una vita di preghiera, diurna e notturna, con prolungati ed austeri digiuni; deve esercitarsi in una generosa carità fraterna e in un’obbedienza al priore sempre pronta e disponibile..In questo senso egli qualifica la cella dell’eremo come “parlatorio dove Dio conversa con gli uomini”. La vita eremitica è per lui il vertice della vita cristiana, è “al culmine degli stati di vita”, perché il monaco, ormai libero dai legami del mondo e del proprio io, riceve “la caparra dello Spirito Santo e la sua anima si unisce felice allo Sposo celeste…

 

San Pier Damiani, che sostanzialmente fu un uomo di preghiera, di meditazione, di contemplazione, fu anche un fine teologo: la sua riflessione sui diversi temi dottrinali lo porta a conclusioni importanti per la vita del monaco: “Cristo sia udito nella nostra lingua, Cristo sia veduto nella nostra vita, sia percepito nel nostro cuore”. L’intima unione con Cristo impegna non solo i monaci, ma tutti i battezzati…

La comunione con Cristo crea unità d’amore tra i cristiani…tuttavia l’immagine ideale della “santa Chiesa” illustrata da Pier Damiani non corrisponde – lo sapeva bene - alla realtà del suo tempo. Per questo non teme di denunziare lo stato di corruzione esistente nei monasteri e tra il clero, a motivo, soprattutto, della prassi del conferimento, da parte delle autorità laiche dell’investitura degli uffici ecclesiastici: diversi vescovi e abati si comportano da governatori dei propri sudditi più che da pastori d’anime. Non di rado la loro vita morale lascia molto a desiderare.

La Chiesa dilaniata internamente da discordie e scismi, dalla simonia, che consiste nella compravendita di cariche ecclesiastiche, e dalla leggerezza con cui il clero risolve il problema del celibato, ha bisogno di uomini integri e preparati come il colto e austero Pier Damiani. Novello Girolamo, é al fianco di sei papi come "commesso viaggiatore della pace" e in particolare collabora con Ildebrando di Soana, il grande riformatore divenuto papa col nome di Gregorio VII che lo chiama accanto a sé, creandolo Cardinale di Ostia.

Per il suo amore alla vita monastica, dieci anni dopo, nel 1067, ottiene il permesso di tornare a Fonte Avellana, rinunciando alla diocesi di Ostia. Ma la sospirata quiete dura poco: già due anni dopo viene inviato a Francoforte nel tentativo di evitare il divorzio di Enrico IV dalla moglie Berta; e di nuovo due anni dopo, nel 1071, va a Montecassino per la consacrazione della chiesa abbaziale e agli inizi del 1072 si reca a Ravenna per ristabilire la pace con l’Arcivescovo locale, che aveva appoggiato l'antipapa provocando l'interdetto sulla città. Durante il viaggio di ritorno al suo eremo, un’improvvisa malattia lo costringe a fermarsi a Faenza nel monastero benedettino di Santa Maria Vecchia fuori porta, e lì muore nella notte tra il 22 e il 23 febbraio del 1072.

San Pier Damiani, fu monaco fino in fondo, con forme di austerità, che oggi potrebbero sembrarci persino eccessive. In tal modo, però, egli ha fatto della vita monastica una testimonianza eloquente del primato di Dio e un richiamo per tutti a camminare verso la santità, liberi da ogni compromesso col male. Egli si consumò, con lucida coerenza e grande severità, per la riforma della Chiesa del suo tempo. Donò tutte le sue energie spirituali e fisiche a Cristo e alla Chiesa, restando però sempre, come amava definirsi, Petrus ultimus monachorum servus, Pietro, ultimo servo dei monaci. Se ne fa memoria il 21 febbraio.

(dalle catechesi del mercoledì di Papa Benedetto XVI, del 09 settembre 2009)

 

Al profilo fatto dal Santo Padre, aggiungiamo un commento di Piero Bargellini su San Pier Damiani che riassume quanto Dante scrive nel XXI canto del Paradiso.

 

Dante Alighieri, nel XXI canto del Paradiso, colloca S. Pier Damiani nel cielo di Saturno, destinato nella sua Commedia agli spiriti contemplativi. Il poeta mette sulle labbra del santo un breve ed efficace racconto autobiografico: la predilezione per i cibi frugali e la vita contemplativa ("con cibi di liquor d'ulivi - lievemente passava caldi e geli - contento ne' pensier contemplativi") e l'abbandono della quieta vita di convento per la carica vescovile e cardinalizia.

Il ricordo del cappello cardinalizio, attribuitogli da Dante con un anacronismo, offre a S. Pier Damiani il destro per inveire contro i prelati del tempo: ai loro tempi Pietro e Paolo percorrevano il mondo da evangelizzare "magri e scalzi"; adesso "voglion quinci e quindi chi i rincalzi - li moderni pastori e chi li meni, - tanto son gravi!, e chi di retro li alzi. - Copron de' manti loro i palafreni, - sì che due bestie van sott'una pelle... ". Ci sono tutti gli elementi di un compiuto ritratto del santo, cioè il contemplativo che il papa toglie quasi di forza dal convento per farne il fustigatore delle principali piaghe ecclesiastiche dell'epoca, la simonia e l'immoralità del clero.

Venerato subito come santo, ebbe riconosciuto il suo culto ufficialmente nel 1828, da papa Leone XII, che lo proclamò anche dottore della Chiesa per i suoi numerosi scritti di contenuto teologico.

 

San Roberto di Molesme, monaco e abate e Santo Stefano Harding, la cui fama fu oscurata dal celebre San Bernardo, sono in realtà proprio loro gli iniziatori presso Citeaux di uno dei più grandi vivai di ordini religiosi della storia della Chiesa, i Cistercensi.

Citeaux deriva infatti dal latino Cistercium, che significa: luogo situato al Cis tertium lapidem miliarum, cioè al di qua della terza pietra miliare sulla strada tra Langres e Chalon-sur-Saone.

San Roberto, patriarca dei Cistercensi, nasce verso il 1024 nella regione francese della Champagne, forse a Troyes o nei dintorni di tale città, da ricchi e nobili genitori. Desiderando ottenere da Dio la remissione delle loro quotidiane fragilità, essi sono soliti elargire ai poveri abbondanti elemosine. Non molto tempo prima della nascita del santo, a sua madre Ermengarda appare in sogno la Santa Vergine, che le offre un anello d’oro affermando: “Io voglio per fidanzato il figlio che tu hai concepito: ecco l’anello del contratto”. I genitori  allora si preoccupano della educazione del figlio ed all’età di quindici anni lo affidano alle cure dei benedettini di Moutier-la-Celle, nei pressi di Troyes. Anima candida e affettuosa, spiccante per la sua mirabile docilità agli impulsi della grazia, Roberto sembra essere più incline alla soavità della contemplazione che alle attività lavorative. L’assidua meditazione di Gesù crocifisso lo spinge a praticare prolungati digiuni e ad intrattenersi con Dio giorno e notte.

I monaci suoi confratelli, pieni di stima nei suoi confronti poiché pio e fedele, osservante della regola, lo nominano appena dopo il noviziato quale loro priore. Qualche anno dopo i monaci di Saint-Michel-de-Tonnerre, nel territorio della diocesi di Langres (Haute-Marne), lo eleggono loro abate, tanto é nota la sua abilità nell’arte del governo. Nel nuovo ambiente, il santo tenta di riportare i monaci alla piena osservanza della regola, scontrandosi però con l’irrigidimento e l’ostinazione di molti suoi monaci. Constatando con tristezza l’inutilità dei suoi sforzi, infine desiste e lascia il monastero. Non lontano da Tonnerre, nel bosco di Collan vivono sette eremiti di varia provenienza, riunitisi per praticare una vita comunitaria dedita alla penitenza. Non avendo però ancora un superiore ed essendo a conoscenza della fama di santità di cui gode Roberto, lo invitano ad occupare tale ruolo nella loro comunità. Scorgendo in essi un’ottima disposizione a seguire Gesù povero e sofferente, il santo si lascia convincere dalle loro insistenze ed accetta l’invito, ma il nuovo priore di Saint-Michel-de-Tonnerre vi si oppone. Qui Roberto trova ulteriori difficoltà per cui decide di fare ritorno al suo primo monastero di Moutier-la-Celle. Libero da impegni di governo, nella calma e nella solitudine del chiostro, può così gustare al meglio le delizie della contemplazione e comprendere pienamente i disegni che Dio ha su di lui.

Nel 1075, con tredici eremiti  si porta nella foresta di Moleste, nella Còte d’Or e presso un piccolo fiume sul declivio di una collina, Roberto fa costruire delle piccole celle con tronchi d’albero e rami, nonché un oratorio dedicato alla Santissima Trinità. Roberto, eletto abate, sceglie per i suoi monaci la regola benedettina ed essi prendono a servire Dio con ardore incredibile: nella fame e nella sete, nel gelo invernale e nella calura estiva, sempre comunque sostenuti dalla speranza di raccogliere un giorno qualche frutto. Il loro stile di vita povero e mortificato desta ben presto l’ammirazione delle popolazioni dei dintorni ed il vescovo di Troyes, di passaggio nelle vicinanze, vuole far visita al nuovo monastero. Rimane perciò sorpreso ed allo stesso tempo edificato dallo spirito di penitenza di quei religiosi e procura loro in dono almeno gli oggetti più indispensabili alla vita comune. Diversi signori dei castelli vicini non tardano ad imitarne il generoso esempio. Le elemosine e le donazioni si rivelano a poco a poco pericolose per coloro che ne percepiscono i frutti: non tardarono infatti a distruggere nei monaci l’amore alla povertà ed alla mortificazione, cioè i principali sostegni di ogni vita religiosa. L’elevato numero di aspiranti costituisce un pretesto per far ingrandire la costruzione e dare un nuovo assetto al monastero. I religiosi, nonostante le raccomandazioni dell’abate, non vogliono più dedicarsi al lavoro manuale poiché la generosità dei fedeli ha ormai supplito abbondantemente e colmati i loro bisogni.

La discordia s’impossessa però della comunità e le elemosine dei fedeli iniziano a scarseggiare. Nuovamente il santo preferisce ritirarsi a vita solitaria, questa volta in compagnia di Alberico, Stefano ed altri due monaci che non tollerano la larghezza con cui la regola benedettina viene interpretata ed applicata. Nelle solitudine di Vinic concepiscono e sperimentano un piano di riforma dell’ordine monastico occidentale, volto a ristabilire l’osservanza della primitiva regola di San Benedetto in tutto il suo rigore. Constatando però che la riforma di Molesme continua a rimanere infruttuosa, Roberto ed i suoi compagni preferiscono edificare una nuova abbazia in cui poter osservare la regola benedettina senza dispensa alcuna. Dopo lunghe riflessioni e preghiere, desiderando prevenire ogni difficoltà assicurandosi l’autorizzazione della Santa Sede, all’inizio del 1098 Roberto va a trovare Ugo, arcivescovo di Lione e legato di Urbano II in Francia, ed ottiene il consenso di intraprendere la sua grandiosa opera. A Molesme il santo presenta il suo progetto ai monaci e, dopo averli sciolti dall’ubbidienza promessagli, lascia l’abbazia con ventuno confratelli, portando con sé solamente un libro degli uffici divini ed il necessario per la celebrazione dell’Eucaristia.

Il luogo prescelto per la fondazione dell’abbazia é Cìteaux, nel territorio della diocesi di Chalon-sur-Saóne. Il terreno paludoso, facente parte di una foresta, viene donato dal conte di Beaune. Roberto viene subito eletto abate all’unanimità dai confratelli e riceve il bastone pastorale dalle mani del vescovo. Dinnanzi a lui i monaci rinnovano la loro professione solenne e s’impegnano alla stabilità del luogo ed all’osservanza della regola senza eventuali addolcimenti. Tale cerimonia ha luogo il 21 marzo 1098, domenica delle Palme.

I monaci di Molesme fanno però di tutto ancora una volta per riavere il loro fondatore: ricorrono quindi ad Urbano II, il quale delega le trattative all’arcivescovo di Lione.

Costui, ritenendo ormai la neonata comunità di Cìteaux già ben consolidata, ordina a Roberto di ritornare a Molesme. Il santo obbedisce, non prima di aver designato quale suo successore come abate di Cìteaux, Alberico e quale priore Stefano Harding. L’abbazia di Molesme , alla fine, accetta la rigorosa osservanza della regola benedettina e prospera sotto la guida di Roberto, che la guida per il resto della sua vita. Qui more il 21 marzo 1111 e Sant’Alberico gli succede nella carica di abate, ottenendo durante il suo mandato la conferma dell’Ordine da parte del nuovo pontefice Pasquale II. Riconoscendo i numerosi miracoli avvenuti sulla tomba di Roberto, nel 1222 papa Onorio III lo canonizzò iscrivendolo nell’albo dei santi ed ancora oggi se ne fa  memoria sul Martyrologium Romanum in data 17 aprile.

(Autore: Fabio Arduino, da Internet, santi e beati)

 

San Bruno o Brunone, monaco e abate. Nato in Germania, presso Colonia, nel 1030 è vero figlio dell’Europa dell’XI secolo, divisa e confusa, ma pure a suo modo aperta e propizia alla mobilità. Studente e poi insegnante a Reims, si trova presto faccia a faccia con la simonia, cioè col mercato delle cariche ecclesiastiche che infetta la Chiesa.

Professore di teologia e filosofia, esperto di cose curiali, potrebbe diventare vescovo per la via onesta dei meriti, ora che papa Gregorio VII lotta per ripulire gli episcopi. Ma lo disgusta l’ambiente. La fede che pratica e che insegna è tutt’altra cosa, come nel 1083 gli conferma Roberto di Molesme, il severo monaco che darà vita ai Cistercensi.

Bruno trova sei compagni che la pensano come lui, e il vescovo Ugo di Grenoble li aiuta a stabilirsi in una località selvaggia detta “chartusia” (chartreuse in francese). Lì, si costruiscono un ambiente per la preghiera comune, e sette baracche dove ciascuno vive pregando e lavorando: una vita da eremiti, con momenti comunitari. Ma non pensano minimamente a fondare qualcosa: vogliono soltanto vivere radicalmente il Vangelo e stare lontani dai mercanti del sacro.

Quando Bruno insegnava a Reims, uno dei suoi allievi era il benedettino Oddone di Châtillon. Nel 1090 se lo ritrova papa col nome di Urbano II e deve raggiungerlo a Roma come suo consigliere. Ottiene da lui riconoscimento e autonomia per il monastero fondato presso Grenoble, poi noto come Grande Chartreuse. Però a Roma non resiste: pochi mesi, ed eccolo in Calabria nella Foresta della Torre (ora in provincia di Vibo Valentia); e riecco l’oratorio, le celle come alla Chartreuse, una nuova comunità guidata col solito rigore. Più tardi, a poca distanza, costruirà un altro monastero per chi, inadatto alle asprezze eremitiche, preferisce vivere in comunità. E’ il luogo accanto al quale sorgeranno poi le prime case dell’attuale Serra San Bruno. I suoi pochi confratelli (non ama avere intorno gente numerosa e qualunque) devono essere pronti alla durezza di una vita che egli insegna col consiglio e con istruzioni scritte, che dopo la sua morte troveranno codificazione nella Regola, approvata nel 1176 dalla Santa Sede. Muore nel 1101.

E’ una guida all’autenticità, sul modello della Chiesa primitiva nella povertà e nella gioia, quando si cantano le lodi a Dio e quando lo si serve col lavoro.

 Sempre pochi e sempre vivi i certosini: una comunità "mai riformata, perché mai deformata". Come la voleva San Bruno, la cui memoria si celebra il 6 ottobre.

San Giovanni, figlio di Gualberto, nasce probabilmente a Firenze o secondo altre fonti nel castello in Val di Pesa, intorno all'anno mille dalla nobile famiglia dei Visdomini. Suo fratello Ugo viene assassinato e, secondo i costumi del tempo, Giovanni é chiamato a vendicarne la morte con l'uccisione del rivale. Il luogo del duello é fuori porta San Miniato a Firenze, ma secondo la leggenda, il suo avversario si inginocchia e messo le braccia in forma di croce invoca pietà. Giovanni getta lo spadino e concede il perdono.

A quel punto Giovanni, secondo la tradizione, si ritira nel Monastero di San Miniato in preghiera e il crocifisso lì presente avrebbe approvato il gesto eroico da lui compiuto. Giovanni, confortato da questa rivelazione, si ritira all'interno del monastero benedettino annesso. Una volta diventato monaco il suo impegno si orienta a difendere la Chiesa dalla simonia e dal nicolaismo ( legalizzazione del concubinato dei preti). Suoi primi avversari sono il suo stesso abate, Oberto, e il vescovo di Firenze, Pietro Mezzabarba, entrambi simoniaci. Non essendo incline ai compromessi e non riuscendo ad allontanarli dalla città preferisce ritirarsi in solitudine. Nel 1036 dopo varie peregrinazioni insieme ad alcuni monaci giunge a Vallombrosa, conosciuta allora come Acquabella.

Dopo l'approvazione papale, i vallombrosani conoscono un periodo di grande crescita.

Giovanni Gualberto muore nella Badia di Passignano nel 1073, un monastero che aveva accettato la sua Regola, e dove si conservano le sue reliquie dentro un magnifico sarcofago scolpito da Benedetto da Rovezzano. Fu canonizzato nel 1193 da papa Celestino III, nel 1951 papa Pio XII lo dichiarò patrono dei Forestali d'Italia.

La Chiesa ne fa memoria il 12 luglio.

 

Il secolo XI oltre che conservare la memoria di santi monaci che hanno segnato il rinnovamento della Chiesa, ha dovuto registrare anche quel fenomeno storico che è passato sotto il nome di “ lotta per le investiture”. I santi che vengono qui di seguito si sono segnalati per questo impegno appassionato nel difendere l’autonomia della Chiesa dal potere civile.

 

Sant’ Arialdo, diacono e martire, nasce a Cucciago (Como), poco dopo l'anno 1000, sembra da una famiglia di valvassori, originaria, secondo alcuni, del vicino villaggio di Alzate Brianza, secondo altri di Carimate, paese ugualmente nei dintorni di Cucciago, donde l'appellativo "da Carimate" aggiunto al nome del santo. Ben presto avviato dai genitori alla vita ecclesiastica, Arialdo viene istruito da maestri locali nelle arti del Trivio e del Quadrivio, e successivamente perfeziona i suoi studi presso scuole superiori, di tipo universitario. Non si sa con certezza quali centri di studio egli abbia frequentato (forse anche Parigi): è certo, però, che in quel tempo viene a contatto col moto della riforma, di ispirazione cluniacense, detta poi Gregoriana, per l'impulso datovi da Gregorio VII.

Ritornato a Milano in età già matura poco prima del 1050, viene ordinato diacono dall'arcivescovo Guido da Velate (1045-1071), aggregato alla cappella arcivescovile ed incaricato dell'insegnamento delle arti liberali nella scuola per i giovani aspiranti alla vita ecclesiastica, aperta presso la cattedrale iemale di S. Maria.

E’ da  allora che Arialdo comincia a colpire con la sua ardente parola, non solo la simoniá ma soprattutto il grave abuso di ammettere agli ordini sacri persone già sposate e di permettere loro la continuazione della vita coniugale. L'abuso della clerogamia, definita polemicamente dai propugnatori della riforma "concubinato del clero", era così radicato nell'Italia settentrionale (probabilmente sotto l'influsso di costumanze orientali), da costituire una prassi generale, e, successivamente, negli anni più cruciali della lotta per la riforma gregoriana, esso venne difeso ufficialmente come una libertà della Chiesa ambrosiana.

Visto lo scarso successo della predicazione riformatrice fatta in mezzo al clero, Anselmo da Baggio, A., i fratelli Landolfo Cotta ed Erlembaldo ed altri, gettano le basi di una associazione vera e propria di buoni popolani, che si impegnano a favorire la riforma. La nuova società viene detta con disprezzo dagli avversari Pataria (dal vocabolo dialettale milanese patée adoperato per designare i venditori di cianfrusaglie usate, e sinonimo perciò di straccioni). La Pataria, oltre a quello religioso, persegue anche altri fini: e cioè l'indipendenza dalla tutela degli imperatori germanici e la lotta contro il feudalismo. Così si spiegano sia certe asprezze della lotta, sia anche gesti ingiusti compiuti da qualche elemento torbido che talora riesce ad infiltrarsi anche nei movimenti migliori, per compiere vendette personali o per sfruttare situazioni a proprio vantaggio.

I seguaci della Pataria, sotto la guida di Arialdo, divenuto capo del movimento, assieme a Landolfo Cotta, dopo la nomina di Anselmo da Baggio a vescovo di Lucca (1057), fanno approvare un proclama “de castitate servanda”, da far sottoscrivere a tutti i membri del clero.

Arialdo e Landolfo Cotta, scomunicati dai vescovi della provincia lombarda, ricorrono a Roma che li assolve ed invia i suoi legati per ben due volte: alla fine del 1057, Anselmo da Lucca ed il monaco Ildebrando, nel 1059 Pier Damiani e ancora Anselmo da Lucca, i quali ottengono dall'arcivescovo Guido promessa formale di attuare anche a Milano la riforma.

Arialdo, dal canto suo, ha già organizzato una comunità di chierici esemplari con la forma giuridica dei canonici regolari, costruendo per loro un'abitazione comune, detta "la Canonica", accanto ad una chiesa dedicata alla Vergine Maria, situata nella zona dell'attuale piazza Cavour, in Milano. Profondamente imbevuto di senso liturgico, Arialdo biasima con una certa vivacità sia l'uso di anticipare al mattino del sabato santo le funzioni della notte santa di Pasqua, sia anche l'uso di celebrare le Litanie Minori, in quanto in contrasto con lo spirito di letizia proprio del tempo pasquale.

Nel frattempo, nel 1061 diventa papa, col nome di Alessandro II, Anselmo da Baggio, uno dei fondatori della Pataria, il quale aveva nominato Erlembaldo gonfaloniere di Santa Romana Chiesa. La lotta a Milano si riaccende furibonda e culmina nella festa di Pentecoste del 1066 (4 giug.), quando in Duomo l'arcivescovo Guido, pubblicamente ribellatosi alla scomunica papale, recapitatagli da Erlembaldo, si scaglia contro Arialdo e i suoi seguaci e, sfruttando abilmente il campanilismo milanese, riesce a farli scacciare dalla città.

Arialdo si mette in viaggio segretamente per Roma, accompagnato da Erlembaldo: fermato e tradito dai partigiani di Guido, viene nascosto nel castello di Angera, dominato da Oliva, nipote dell'arcivescovo. L'empia donna fa condurre Arialdo in uno degli isolotti del Lago Maggiore, e il 27 giug. 1066, dietro suo ordine, Arialdo viene assassinato da due preti scellerati che fanno scempio del suo cadavere.

Erlembaldo in seguito riporta a Milano il corpo del suo amico e, la festa di Pentecoste del 1067, lo fa seppellire nella chiesa milanese di S. Célso. Nello stesso anno papa Alessandro II, che a quanto pare già annoverava Arialdo tra i martiri, modera gli eccessi di zelo dei Patarini inviando a Milano una legazione che assolve Guido dalla scomunica, avendo egli promesso di attuare la riforma.

Le reliquie di s. Arialdo, trasferite nel 1099 dall'arcivescovo Anselmo da Bovisio nella chiesa di S. Dionigi, accanto a quelle di Erlembaldo, e poi, nel 1528, nel Duomo; furono ritrovate e solennemente ricomposte nel 1940 dal cardinale Ildefonso Schuster.

La Chiesa milanese ne fa solenne memoria il 27 giugno.

(Autore: Antonio Rimoldi , da Internet, santi e beati)

 

Sant’Anselmo da Baggio o Anselmo II di Lucca

(Milano, 1035 circa - Mantova, 18 marzo 1086).

Nipote di Alessandro II (al secolo Anselmo I da Baggio, già vescovo di Lucca e papa dal 1061 al 1073), fu educato alla retorica da Lanfranco di Pavia, completando poi gli studi alla scuola cluniacense di Berengario di Tours. Dopo essere stato monaco nell'abbazia benedettina di Polirone, fu nominato vescovo di Lucca dallo zio, suo omonimo, che del Duomo lucchese era stato il fondatore nel 1060. Eletto vescovo di Lucca nel 1073 (all'epoca della lotta per le investiture), inizialmente rifiutò la nomina per non ricevere dall'imperatore Enrico IV le regalie connesse al suo ufficio, ma accettò l'elezione il 29 settembre 1074: per il suo forte sostegno al movimento riformatore della Chiesa (strenuo sostenitore della riforma dei costumi del clero, Anselmo pretese che i canonici vivessero in austera comunità col loro vescovo), nel 1081 venne esiliato dall'imperatore e si ritirò come monaco nell'abbazia di San Benedetto in Polirone, sotto la protezione dalla contessa Matilde di Canossa. Questo singolare ed eccezionale personaggio storico femminile, che difese in ogni modo il papa e sempre ne sostenne i diritti quale capo della Chiesa contro l'imperatore, era stato affidato dal Papa medesimo alla cura spirituale del vescovo di Lucca. Questi le fu sempre garbato consigliere anche nelle vicende politiche del tempo e Matilde di Canossa fu al vescovo Anselmo così grata che lo accoglierà nell'esilio mantovano e gli sarà vicina in punto di morte.

In seguito fu reintegrato nel suo ufficio da papa Gregorio VII.

I papi Vittore III e Urbano II lo scelsero come legato pontificio in Lombardia: Anselmo fissò la sua residenza a Mantova (sempre sotto la protezione di Matilde e facendone il centro propulsore della vita religiosa dell'Italia settentrionale); qui si dedicò al radicamento dei principi della riforma gregoriana e si impegnò a contrastare l'antipapa Clemente III. Si spense a Mantova il 18 marzo 1086: la contessa Matilde, a furor di popolo, ordinò che venisse sepolto sotto l'altare maggiore della cattedrale cittadina. Il suo corpo, esumato alcuni secoli dopo, fu trovato integro, e tale rimane ancora oggi. Ogni anno nella ricorrenza della morte, viene tolta la copertura esterna dell'altare ed il corpo del santo è reso visibile: è venerato come patrono della città  lombarda

Dal Cinquecento i Gonzaga contribuirono enormemente alla diffusione del suo culto, arrivando anche a ritrarlo su certe monete dette appunto 'anselmine'. La sua memoria viene celebrata anche a Lucca e dai Benedettini. Noto come 'da Baggio' (dove è nato) o 'di Lucca' (dove è stato vescovo) o 'di Mantova' (dove morì ed è sepolto), viene talvolta confuso con S. Anselmo d'Aosta, suo contemporaneo e arcivescovo di Canterbury.

A partire dal 1081, curò la redazione della Collectio canonum, una raccolta in tredici libri di fonti del diritto canonico (attinte soprattutto dal Decretum di Burcardo di Worms): ha lasciato anche una difesa di Gregorio VII. Si fa memoria il 18 marzo.

 

Papa Gregorio VII è uno dei più grandi papi della storia. Secondo la tradizione egli nacque a Sovana presso Grosseto, verso il 1020, dal fabbro Bonizone il quale al fonte battesimale volle che fosse chiamato Ildebrando.

Riceve la prima formazione a Roma dallo zio, abate di S. Maria in Aventino. Viene quindi educato nel palazzo lateranense da due celebri precettori: Lorenzo, ex-arcivescovo di Amalfi, e l'arciprete Giovanni Graziano. Costui viene eletto dai romani papa col nome di Gregorio VI dopo che aveva indotto l'indegno adolescente Benedetto IX, suo figlioccio, ad abdicare, versandogli una somma di denaro. Nel sinodo di Sutri (1046), tenuto alla presenza di Enrico III, imperatore di Germania, Gregorio depone spontaneamente la tiara protestando di aver agito in buona fede, non per simonia.

Ildebrando, riluttante, lo segue in esilio a Colonia, in qualità di suo cappellano. In quel tempo veste l'abito benedettino. Quando però Bruno di Toul viene eletto papa, nella dieta di Worms, col nome di Leone IX, il giovane monaco é invitato a ritornare a Roma suo malgrado. Per trent'anni Ildebrando fiancheggerà come consigliere, teologo, canonista, diplomatico e legato, l'opera di riforma di cinque pontefici, impegnati a combattere il concubinato del clero e la simonia. Leone IX lo ordina suddiacono e lo fa priore ed economo del monastero di San Paolo fuori le mura perché si impegni a riformare la disciplina monastica e restaurare la basilica. Stefano IX lo ordina diacono e lo costituisce arcidiacono della Chiesa romana, Alessandro II lo crea cardinale e cancelliere della medesima. Quando costui muore, tutto il popolo, terminati i funerali nella basilica di San Giovanni in Laterano, lo acclama papa. L'elezione viene portata a termine subito dopo dai cardinali nella chiesa di San Pietro in Vincoli. L'austero monaco si fa chiamare Gregorio VII. Ha appena compiuto cinquant'anni, è pallido e piccolissimo di statura. Si fa ordinare prete, vescovo e quindi intronizzare con il beneplacito di Enrico IV il 30 giugno del 1073.

Conscio della somma potestà che gli deriva dall'essere il successore di S. Pietro, si pone subito ad attuare il programma di riforma già vigorosamente iniziato dai suoi predecessori con l'aiuto di due intrepidi e focosi monaci: Umberto da Selva Candida (+1061) e S. Pier Damiani (+1072). Vera tempra di lottatore, estremamente volitivo, perspicace e di carattere impetuoso - non per nulla il Damiani lo aveva chiamato "santo satana" - Gregorio VII é l'uomo più indicato per rivendicare alla Chiesa le sue libertà, e far trionfare la giustizia e la pace nella sottomissione al Vicario di Cristo delle potenze secolari in tutto ciò che riguardava la salvezza del mondo cristiano.

Lo stesso anno in cui viene eletto papa, Enrico IV, intelligente ma superbo, falso e vizioso, nel tentativo di restaurare la sua autorità all'interno della Germania, dichiara guerra alla Sassonia, il più potente feudo dell'impero, e ne viene sconfitto e umiliato. Si rivolge allora al papa per averne l'appoggio, mostrandosi favorevole ai piani di riforma e promettendo di emendarsi da traffici simoniaci. Confidando nell'indispensabile unione tra il sacerdozio e l'autorità civile per il risanamento della società, Gregorio VII, nel sinodo quaresimale del 1074, rinnova i decreti di scomunica contro la simonia e il concubinato del clero, omessi dai suoi predecessori, proibisce l'esercizio delle funzioni religiose ai preti sposati e incita il popolo a tenersene lontano. Nonostante le agitazioni e le ribellioni suscitate, il papa sostiene le proprie idee, convinto che lo stato matrimoniale sia inconciliabile col sacerdozio.

Per tagliare i mali alla radice, nel sinodo del 1075 l'intrepido pontefice proibisce anche ogni conferimento di uffici ecclesiastici da parte di laici e, in particolare, l'investitura dei vescovi per mano del re di Germania mediante la consegna simbolica del pastorale e dell'anello.

Contro simile decreto, Enrico IV entra decisamente in lotta aperta . Inebriato della vittoria conseguita sui Sassoni lo stesso anno, riprende i rapporti con i consiglieri scomunicati e nomina i titolari di parecchie diocesi, tra cui quella di Milano, che non era neppure vacante. Alla sua corte accoglie perfino un Cencio, capo dei malcontenti di Roma, il quale era riuscito a catturare il papa la notte di Natale mentre celebrava la Messa e rinchiuderlo grondante sangue in una torre. Il papa lo minaccia di scomunica e di deposizione qualora si ostini nella disubbidienza. Per tutta risposta Enrico IV convoca una dieta a Worms, nel gennaio del 1076, in cui ventisei vescovi condannano e depongono Gregorio VII. Il re stesso, nella sua veste di patrizio romano, invia a Ildebrando "falso monaco e non più papa" una lettera per ordinargli di scendere dalla cattedra "usurpata". Un mese dopo il papa lancia la scomunica contro Enrico, gl'interdice il governo della Germania e dell'Italia e scioglie i sudditi dal giuramento di fedeltà.

L'Europa rimane sbalordita di fronte a quella punizione fino allora inaudita. Attorno all'imperatore si fa il vuoto. Enrico capisce che la sua situazione é drammatica. Piuttosto di umiliarsi dinanzi ai propri vassalli, preferisce scendere con poca scorta in Italia, attraverso il Moncenisio, per umiliarsi dinanzi al papa. Gregorio VII, già in viaggio verso Augusta, alla notizia del suo arrivo si chiude nella rocca di Canossa (Emilia) della marchesa Matilde, seguace fedele e incondizionata del papato. Enrico si presenta per tre giorni successivi alle porte del castello "scalzo e vestito di saio come un penitente" sollecitando l'ammissione e implorante l'assoluzione dalla scomunica. Dopo prolungate trattative, per i buoni uffici della suocera Adelaide di Susa, della cugina Matilde di Canossa e del padrino S. Ugo di Cluny, al quarto giorno ottiene di essere assolto e comunicato dal papa. Enrico riesce così a spezzare il cerchio dei suoi avversari, mentre il papa, in quell'occasione più sacerdote che statista, si lascia sfuggire di mano importanti vantaggi politici.

L'atto generoso di Gregorio non aveva soddisfatto appieno Enrico il quale avrebbe voluto, con l'assoluzione, anche la restituzione del trono che nel frattempo era stato occupato da suo cognato, Rodolfo di Svezia. Enrico vuole che il papa intervenga per scomunicare l’usurpatore, ma al suo rifiuto, minaccia di far eleggere un antipapa.

 Gregorio, invece, nel sinodo quaresimale del 1080, rinnova la scomunica e la deposizione di Enrico, conferma Rodolfo e rinnova il decreto dell'investitura con l'aggravante della scomunica. Nel sinodo tenuto a Bressanone poco dopo, Enrico fa di nuovo dichiarare dai vescovi Gregorio VII deposto. Al suo posto viene eletto Viberto, arcivescovo di Ravenna, con il nome di Clemente III.

Dopo la morte di Rodolfo in battaglia, Enrico si trasferisce in Italia con il suo esercito. Solo dopo quattro anni riesce a entrare in Roma e ad occuparla (1084), fatta eccezione di Castel S. Angelo, in cui il papa si era asserragliato.

In aiuto del papa viene Roberto il Guiscardo, vassallo della Chiesa, normanno, capo della Contea di Puglia, che costringe i tedeschi alla ritirata. Ma il saccheggio e l'atroce devastazione compiuti dalle sue soldatesche mercenarie provocano una reazione dei cittadini contro Gregorio, che gli rendono impossibile la permanenza in città. Si ritira quindi a Salerno, capitale dei normanni, dove muore il 25 maggio 1085 esclamando con il salmista: "Ho amato la giustizia e odiato l'iniquità, perciò muoio in esilio". (SI. 44, 8). Fu sepolto nel duomo. Non fu canonizzato formalmente, però Benedetto XIII ne estese la memoria a tutta la Chiesa nel 1728.

Con la sua morte sembrava sancita la sconfitta del papato per sempre. Era vero invece il contrario. I successori di Gregorio VII raccoglieranno il frutto del suo apparente insuccesso: il consolidamento dell'autorità giuridica, morale e politica della Chiesa che avrà il suo apogeo con Innocenzo III. Neppure egli era conscio del grande bene che operava per la santità e l'unione della Chiesa. Alla fine della sua esistenza terrena scriveva scoraggiato: "Da molto tempo chiedo all'Onnipotente Signore di togliermi da questa vita o di rendermi utile alla nostra santa Madre Chiesa, e tuttavia né Egli mi ha tolto dalle mie afflizioni, né mi ha permesso di rendere alla Chiesa i servizi che vorrei".

Nonostante che l'idea dominante di questo pontefice, quale appare dal tanto discusso documento detto Dictatus papae, fosse quella della supremazia del papato sull'impero, tuttavia non si può mettere in dubbio la rettitudine del suo operato in difesa dei diritti della Chiesa. Nel 1076 scrisse infatti ai principi e ai vescovi della Germania: "In questi giorni di pericolo, in cui l'anticristo si agita in tutte le sue membra, si troverebbe invano un uomo che preferisca sinceramente l'interesse di Dio ai suoi propri comodi... Voi mi siete testimoni che nessuna idea di secolare potenza mi ha spinto contro i principi cattivi e i sacerdoti empi, ma la comprensione del mio dovere e della missione della Sede Apostolica. Meglio per noi subire la morte da parte dei tiranni che, col nostro silenzio, renderci complici dell'empietà".

Questo "acerrimo difensore della Chiesa" fu pure il primo a concepire l'idea di una crociata. Egli progettò nel 1074 di recarsi personalmente alla testa di un grande esercito in Oriente, per liberare il Santo Sepolcro caduto nel 1070 in mano ai Turchi, e rinnovare l'unione con la Chiesa greca.

Prima della sua elevazione al pontificato romano, egli aveva favorito l'occupazione dell'Inghilterra nel 1066 da parte di Guglielmo I, duca di Normandia. In quella spedizione egli aveva visto una crociata e nel suo capo un campione della Chiesa contro la simonia. E’ noto pure quanto si sia adoperato per l'estinzione dell'eresia di Berengario, che insegnava a Tours, il quale sosteneva che l'Eucarestia è soltanto segno o simbolo del corpo di Cristo. Il Concilio tenuto nel 1054 in quella città sotto la presidenza del legato pontificio Ildebrando, si era accontentato della sua dichiarazione che il pane e il vino sull'altare dopo la consacrazione sono corpo e sangue di Cristo. Essendo in seguito ricaduto nel medesimo errore, Gregorio VII lo fece venire a Roma e nel sinodo quaresimale del 1079 l'obbligò ad accettare la dottrina ecclesiastica della "transustanziazione".

La Chiesa ne fa memoria il 25 maggio.

( libera trascrizione da  Guido Pettinati, Internet, santi e beati)

 

Sant’Anselmo d’Aosta nasce verso il 1033. I suoi genitori sono nobili e ricchi. Anselmo sin dalla sua infanzia sogna di poter raggiungere Dio e nella sua semplicità ipotizza che risiedesse sulla sommità delle montagne. Già avido di sapere, viene affidato ad un parente per un'accurata educazione, ma non essendo stato compreso dal brutale maestro cade in una terribile crisi depressiva. Per guarirlo occorsero tutto il tatto e l'amorevolezza della mamma, la quale finalmente lo affida ai benedettini d'Aosta. All'età di quindici anni Anselmo inizia a sentire il desiderio di farsi monaco, ma il padre non ne vuole sapere preferendo farlo erede dei suoi averi. Le attrattive del mondo e le passioni prevalgono allora sul giovane, specialmente dopo la morte della madre. Il padre lo prende in tale avversione che Anselmo decide di abbandonare la famiglia e la patria in compagnia di un servo.

Dopo tre anni trascorsi tra la Borgogna e la Francia centrale, Anselmo si reca ad Avranches, in Normandia, ove visita l'abbazia del Bec e la sua scuola, fondata nel 1034.

Vi si reca per conoscere il priore, Lanfranco di Pavia, e restare presso di lui, come tanti altri chierici attratti dalla fama del suo sapere. I progressi nello studio sono tanto sorprendenti che lo stesso Lanfranco lo assume come collaboratore nell'insegnamento.

In tale contesto Anselmo sente rinascere in sé il desiderio di vestire l'abito monacale. Avrebbe però altri posti dove poter sfoggiare la sua sapienza senza dover competere con il maestro Lanfranco, ma non trovando valide alternative nel 1060 entra nel seminario benedettino del Bec. Dopo soli tre anni di regolare osservanza merita di succedere a Lanfranco nella carica di priore e di direttore della scuola, visto che quest'ultimo era stato destinato a governare l'abbazia di Saint'Etienne-de-Caen. Nonostante il moltiplicarsi delle responsabilità, Anselmo non trascura di dedicarsi sempre più a Dio ed allo studio, preparandosi così a risolvere le più oscure questioni rimaste sino ad allora insolute. Non bastandogli le ore diurne per approfondire le Scritture ed i Padri della Chiesa, egli trascorre parte della notte in preghiera e correggendo manoscritti. Ci si può fare un'idea del suo insegnamento leggendo gli opuscoli ed i dialoghi da lui lasciati, alcuni dei quali sono veri e propri piccoli capolavori pedagogici e dogmatici.

 

Sant'Anselmo è stato indubbiamente un grande speculativo, ma anche un grande direttore di anime. La fama del suo monastero si sparge ovunque ed attira un'élite avida di scienza e di perfezione religiosa. Egli se ne occupa in prima persona con cura speciale. Molte delle sue 447 lettere mostrano l'arte che possedeva per guadagnare i cuori, adattandosi all'età di ciascuno e puntando sull'affabilità dei modi. Alla morte dell'abate Herluin, il 26 agosto 1078 i confratelli all'unanimità designano Anselmo a succedergli. L'acutezza dell'intelligenza, la straordinaria dolcezza di carattere e la santità della vita gli meritano un immenso ascendente tanto nel monastero quanto fuori. Intraprende relazioni con il maestro Lanfranco, nominato arcivescovo di Canterbury nel 1070, e collabora all'organizzazione di alcuni monasteri inglesi: ciò gli permette inoltre di farsi conoscere dalla nobiltà del paese ed apprezzare dalla corte di Londra.

La fama di Anselmo si diffonde ancora di più in tutta Europa. E’ talmente venerato e amato in Inghilterra che il 6 marzo 1093, in seguito alle pressioni dei vescovi, dei signori e di tutto il popolo, viene eletto dal re Guglielmo II° il Rosso arcivescovo di Canterbury, sede ormai vacante dalla morte di Lanfranco avvenuta nel 1089. La sua resistenza é tenace ma inutile ed in riferimento alle difficoltà d'intesa tra il re e il primate afferma con i vescovi ed i nobili che l'accompagnano: “Voi volete soggiogare insieme un toro non domo e una povera pecora. Il toro trascinerà la pecora tra i rovi e la farà a pezzi senza che sia servita a nulla. La vostra gioia si muterà in tristezza. Vedrete la chiesa di Canterbury ricadere nella vedovanza vivente il suo pastore. Nessuno di voi oserà resistere dopo di me e il re vi calpesterà a piacimento”.

La situazione della Chiesa inglese, in quegli anni, era effettivamente molto triste a causa della simonia, della decadenza dei costumi e della violazione della libertà religiosa da parte del re. Sant'Anselmo tenta di rimediare a tutto ciò, nella scia della riforma adottata da San Gregorio VII. Non desta quindi meraviglia se, nel 1095, scoppia tra l'autorità secolare e quella religiosa un aspro conflitto circa il riconoscimento del pontefice Urbano II. Nulla convince l'arcivescovo a recedere dal suo proposito e, dopo molte difficoltà, nel 1097 può recarsi a Roma per consultare il papa stesso. Questi lo riceve con grandi manifestazioni di stima e nel 1098 lo invita al Concilio di Bari, convocato per ricondurre all'unità della Chiesa gli aderenti allo scisma consumatosi nel 1054 tra Oriente ed Occidente. Nelle questioni discusse Sant'Anselmo appare come il teologo dei latini, confutando vittoriosamente le obiezioni degli avversari sulle verità trinitarie. Nel 1099 prende ancora parte al sinodo di Roma, in cui vengono ribaditi i decreti contro la simonia, il concubinato dei chierici e la reinvestitura laica. Parte poi per Lione, dove però é costretto a trattenersi perché il re non lo autorizza a tornare alla sua sede.

Nel 1100 Enrico Beauclerc succede al fratello Guglielmo sul trono inglese e, desiderando avere l'arcivescovo di Canterbury tra i suoi sostenitori, lo invita a ritornare. Il nuovo sovrano non ha però alcuna intenzione di rinunciare a spadroneggiare sulla Chiesa, motivo per cui nel 1103 Anselmo, inflessibile nella difesa dei suoi diritti, deve per una seconda volta andare in esilio a Roma. Dopo lunghe trattative con il nuovo papa Pasquale II, il sovrano rinuncia infine all'investitura dei feudi ecclesiastici, accontentandosi solo dell'omaggio. Nel 1106 il primate può così ritornare nella sua sede e dedicare all'intenso lavoro pastorale gli ultimi anni della sua vita. Non potendo più camminare, si fa quotidianamente trasportare in chiesa per assistere alla Messa.

Sant'Anselmo muore il 21 aprile 1109 a Canterbury e viene sepolto nella celebre cattedrale. Il pontefice Alessandro III nel 1163 concede all'arcivescovo Tommaso Becket, di procedere all'“elevazione” del corpo del suo predecessore, atto che a quel tempo corrispondeva a tutti gli effetti ad un'odierna canonizzazione. Sant'Anselmo d'Aosta viene iscritto tra i Dottori della Chiesa da Clemente XI l'8 febbraio 1720.

La Chiesa ne fa memoria il 21 aprile

 (Estratto dal testo dell’autore: Fabio Arduino , Internet, santi e beati)

 

Tra i santi che non ebbero un grande influsso sulla storia del loro secolo, ma che si segnalarono per le loro virtù e per il culto fiorito nei luoghi in cui sono vissuti dobbiamo segnalare le seguenti personalità:

 

San Gerardo dei Tintori. All’epoca sua, gli ospedali che sorgono in Europa sono in gran parte opera di religiosi. Ma quello di Monza, nel 1174, lo fa nascere lui, Gerardo dei Tintori: “investe” nei malati tutta la fortuna che ha ereditato dal padre. Pone l’opera sotto il controllo del Comune e dei canonici della basilica di San Giovanni Battista, e riserva a sé i compiti di fatica: portare a spalle i malati raccolti in giro, lavarli, nutrirli, servirli.

Si uniscono a lui dei volontari e Gerardo li organizza come gruppo di laici, legato però da una precisa disciplina di vita in comune, con l’impegno del celibato. Colpiti da questa dedizione totale, i monzesi lo dicono santo già da vivo. Si racconta che abbia bloccato una piena del fiume Lambro, salvando l’ospedale dall’inondazione; che riempisse prodigiosamente le dispense di viveri e la cantina di vino. E, poi, nel clima di ferro e fuoco che regna in Lombardia (1162, distruzione di Milano ordinata da Federico Barbarossa; 1176, il Barbarossa sconfitto a Legnano dalla Lega Lombarda) si attribuiscono a lui anche prodigi “piccoli” di mitezza, intrisi di poesia agreste. Esempio: Gerardo chiede ai sacrestani di lasciarlo pregare nella basilica per tutta la notte, promettendo a ciascuno un cestino di ciliegie. E l’indomani, infatti, ecco ciliegie per tutti, appena maturate: e il fatto accade a dicembre.

Alla sua morte, il 6 giugno 1207,  incominciano i pellegrinaggi verso la tomba nella chiesa di Sant’Ambrogio (poi incorporata nella parrocchiale intitolata a lui). Corrono altre voci di miracoli e il suo culto si estende spontaneamente in Lombardia. L’iniziativa ufficiale, ecclesiastica, arriverà dopo. Sarà un altro futuro santo, Carlo Borromeo arcivescovo di Milano, ad avviare il processo canonico, ottenendo nel 1583 da Gregorio XIII la conferma del culto. San Gerardo è uno dei patroni di Monza, e i suoi concittadini, dedicandogli nel XVII secolo un monumento, lo hanno chiamato “padre della patria”. Nei dipinti lo si vede vestito rusticamente di saio e mantello, con immagini e simboli che richiamano i suoi miracoli; in particolare quello delle ciliegie, ricordato anche nel ritratto che Bernardino Luini ha dipinto per la basilica di San Giovanni Battista, dove Gerardo pregò quella notte d’inverno.

Se ne fa memoria il 6 giugno.

(Autore: Domenico Agasso, da Internet, santi e beati)

 

Sant’Enrico, re ed imperatore, nato nel 972 dal duca bavarese Enrico il Litigioso e Gisella di Borgogna, Enrico fu istruito dal vescovo di Ratisbona, San Volfango. Enrico ebbe un fratello, Bruno, che rinunciò agli agi della vita di corte per divenire pastore d’anime come vescovo di Augusta, nonché due sorelle: Brigida, che si fece monaca, e Gisella, che andò in sposa al celebre Santo Stefano d’Ungheria. Nel 995 Enrico II succedette al padre quale duca di Baviera e nel 1002 al cugino Otone III come re di Germania. Contro Enrico insorse il celebre Arduino d’Ivrea, che dopo tante fatiche aveva ottenuto la corona d’Italia, ma questi lo sconfisse con un’armata e poi raggiunse Roma con sua moglie Cunegonda per ricevere la corona imperiale da Papa Benedetto VIII, che lo pose così a guida del Sacro Romano Impero.
Enrico si mostrò in vari modi benefattore della Chiesa, restaurando le sedi di Hildeshein, Magdeburgo, Strasburgo e Meersburg. Nel 1006 fondò la diocesi di Bamberga ed in tale città fece edificare la cattedrale ed un monastero, onde rafforzare il suo potere in quella parte della Germania. In questa sua opera fu osteggiato dai vescovi di Wurzburg ed Eichstatt, che perdettero parte del territorio delle loro diocesi. Il sovrano pensò bene di ottenere al riguardo l’approvazione pontificia e lo stesso Benedetto VIII officiò nel 1020 la consacrazione della nuova cattedrale.

Il santo imperatore sostenne la riforma cluniacense, in particolare Sant’Odilone di Cluny e Riccardo di Saint-Vanne, e fu lui inoltre a sollecitare l’introduzione della recita del Credo nella Messa festiva, pur restando un potente sovrano intento ad estendere la sua influenza ed il suo potere. Alcune delle sue azioni politiche appaiono infatti equivoche, se analizzate da un punto di vista del bene del cristianesimo: rovesciò infatti la politica dei suoi predecessori nei confronti dell’Oriente cristiano e, come ebbe ad evidenziare il Dvornik, per la prima volta “il capo dell’impero del cristianesimo occidentale prende le armi contro un paese [la Polonia], il cui carattere cristiano è stato così apertamente e solennemente benedetto dal suo predecessore”.
Pur di perseguire i suoi scopi, strinse alleanze con alcune popolazioni pagane, consentendo di praticare le loro religioni apertamente. A molti suoi contemporanei tale atteggiamento parve in assoluto contrasto con quello tradizionale dell’imperatore il cui compito era di convertire i pagani. Fu perciò aspramente criticato da San Bruno di Querfurt, missionario proprio in terra pagana: “E’ giusto perseguitare una nazione cristiana e concedere amicizia ad una nazione pagana? In che modo può Cristo avere relazione con Satana? In che modo possiamo paragonare la luce al buio? Non è meglio combattere i pagani per il bene del cristianesimo, piuttosto che far torto ai cristiani per onori terreni?”.

Queste sono solo alcune delle ragioni per cui pare fu problematico, agli occhi dei suoi primi biografi, dipingere Enrico II come un santo ed a tal fine non restò che creare, forse artificiosamente edificanti leggende che lo descrissero come un governante riluttante ed un monaco sincero, intento a condurre uno stile di vita ascetico, vivendo il matrimonio in castità. Si trattò però in gran parte di esagerazioni volte ad esaltare oltre misura la sua opera pubblica e la sua vita privata.

Enrico tornò nuovamente in Italia nel 1021, per una spedizione in Puglia contro i bizantini, ma si ammalò e sulla via del ritorno fu portato a Montecassino, ove secondo la leggenda guarì miracolosamente pregando sulla tomba di San Benedetto. Restò tuttavia storpio per il resto dei suoi giorni, fino alla morte avvenuta a Bamberga il 13 luglio 1024. Sua moglie Cunegonda si ritirò in un monastero benedettino da lei fondato ed infine fu sepolta accanto al marito nella cattedrale di Bamberga.

L’imperatore Enrico II, forse innanzitutto per il suo aperto appoggio concesso al papato, fu canonizzato nel 1152, ma solo nel 1200 fu raggiunto nel canone dei santi dalla moglie Cunegonda.

La Chiesa ne fa memoria il 13 luglio.

 

Santo Stefano Re d’Ungheria. Quando si parla di Lui e della sua santità, bisogna mettere in conto gli influssi diplomatici  sia delle case regnanti come alcune iniziative del papato.

Abbiamo già detto sopra che la sorella di S. Enrico, Gisella era convolata a nozze con Stefano il quale nel 973/74 si era fatto battezzare nella fede cattolica.

Ancora pochi decenni prima, i Magiari o Ungari atterrivano l’Europa con le loro micidiali spedizioni di preda, troncate poi nel 955, con una strage, dal futuro imperatore Ottone I di Sassonia. Geza, il padre di Stefano, avvia un’opera di enorme difficoltà: radicare nella terra questo popolo che da sempre viveva da nomade; sostituire la tenda con la casa, il lavoro nelle terre proprie al saccheggio di quelle altrui. Morto lui, tocca a Stefano l’impresa di dare agli Ungari uno Stato con indipendenza garantita. Qui è fondamentale l’aiuto di Silvestro II, il papa dell’anno Mille, che si fa patrono dell’Ungheria con un segno chiarissimo: manda a Stefano da Roma la corona regia, insieme al titolo di “re apostolico” (che durerà fino alla caduta dell’Impero austroungarico, nel 1918).

L’opera di Stefano richiederebbe lo sforzo di generazioni: è duro sostituire il nomadismo con la stabilità. Il re deve inventare un’amministrazione dello Stato, e si ispira al modello occidentale dei “comitati” o contee; sviluppa ancora l’opera di suo padre per la diffusione del cristianesimo, creando subito una struttura di vescovadi e di monasteri (questi, con la regola di Cluny) e tenendo d’occhio personalmente la disciplina del clero.

 Buoni successi ottengono i missionari cechi, molto popolari (sono compatrioti del grande Adalberto di Praga, che ha dato la cresima a Stefano). Stefano si rivela un sovrano avanzato per il suo tempo anche con le Admonitiones, che sono un apprezzato vademecum del buongoverno.

Ma deve fare i conti con resistenze durissime alla sua legislazione e al suo sforzo per una cristianizzazione rapida. Ha contro di sé anche alcuni parenti, che aspettano soltanto la sua morte per ribellarsi. E Stefano non ha un erede diretto, perché il suo unico figlio, Emerico, è morto in giovanissima età.

Morendo, designa allora a succedergli un mezzo italiano, suo nipote dal lato materno: Pietro Orseolo, figlio del doge veneziano Pietro II.

Il nuovo Stato ungherese c’è, e fra gli alti e bassi della storia vedrà compiersi il suo primo millennio. Ma alla morte di Stefano incomincia una stagione torbida, per motivi politici e per motivi religiosi.

Il nuovo re Pietro Orseolo, poco dopo la proclamazione, viene già spodestato. Recupera poi il trono con l’aiuto tedesco, e infine nel 1046, ancora sconfitto, sarà accecato e ucciso. Le lotte continuano in varie parti del Paese, anche con l’uccisione di missionari cristiani, tra cui quella di san Gerardo e dei suoi compagni. Ma al ritorno della tranquillità il cristianesimo è già profondamente radicato in gran parte del Paese. Nell’anno 1083 (nel giorno in cui si festeggia l’Assunta da lui venerata), re Stefano viene canonizzato insieme al figlio Emerico.

La Chiesa ne fa memoria il 16 agosto.

(Autore: Domenico Agasso, Internet, santi e beati)

 

Santa Margherita, nacque nel 1046, nipote di Edmondo II, detto Fianchi di Ferro, e figlia di Edoardo, rifugiatosi in terra straniera per sfuggire a Canuto, usurpatore del trono d'Inghilterra.

Sua madre, Agata, sorella della Regina d'Ungheria, discendeva dal Re Santo Stefano.

Morto l'usurpatore Canuto, Edoardo poteva tornare in Inghilterra, quando Margherita non aveva che 9 anni, ma dopo qualche tempo, la famiglia reale dovette fuggire ancora, in Scozia, dove il Re Malcom III chiese la mano di Margherita, che a ventiquattro anni saliva sul trono di Scozia.

Ebbe sei figli maschi e due femmine, che educò amorosamente e che non le diedero mai nessun dolore. Suo marito non era né malvagio né violento, soltanto un po' rude e ignorante. Non sapeva leggere, ed aveva un grande rispetto per la moglie istruita. Baciava i libri di preghiera che le vedeva leggere con devozione; chiedeva costantemente il suo consiglio.

Ella non insuperbì per questo. Si mantenne discreta, rispettosa e modesta. E caritatevole verso i poveri, gli orfani, i malati, che assisteva e faceva assistere al Re.

Per la Scozia non corsero mai anni migliori di quelli passati sotto il governo veramente cristiano di Malcom III e di Margherita, la quale, benvoluta dai sudditi, amata dal marito, venerata dai figli, dedicava tutta la sua vita al bene della sua anima e al benessere degli altri.

Non avendo dolori propri, cercò di lenire quelli degli altri; non avendo disgrazie familiari o dinastiche, cercò di soccorrere gli altri disgraziati, non conoscendo né, miseria né mortificazioni, cercò di consolare i miseri e gli umiliati. E accolse con animo lieto l'unica brutta notizia, che le giunse sul letto di morte. Il marito ed un figlio erano caduti combattendo in una spedizione contro Guglielmo detto il Rosso. A chi, con cautela, cercava di attenuare la crudeltà della notizia, Margherita fece capire di averla già avuta. E ringraziò Dio di quel dolore che le sarebbe servito a purificarsi, nelle ultime ore, per i peccati di tutta la vita.

La Chiesa ne fa memoria il 16 novembre

( rielaborazione da anonimo, Internet, santi e beati)

 

 

 

 

   altre ricerche storiche di don Lauro Consonni