I Santi dell'VIII secolo

 

Anche l’VIII secolo si rivela povero di grandi giganti della santità; anzi cominceremo ad avvertire delle titubanze ed incertezze rispetto al compito che viene loro affidato. E questo li rende più vicini a noi, direi più umani.

Siamo ancora in un secolo di grandi movimenti di masse di culture diverse, se non opposte e che quindi comportano violenza e sofferenze. Proviamo a riprendere per sommi capi i dati della storia facendo riferimento ai quattro ceppi culturali del tempo: i musulmani, i franchi, i longobardi ed i bizantini.

Nel 711 i conquistatori musulmani sotto la guida di Tark passano le colonne d’Ercole (Gibilterra < Gebel el Tarik), travolgono a Jeres de la Frontera l’esercito dei Visigoti e si spostano verso il Nord dove a Poitiers, nel 732, Carlo Martello ottiene la vittoria. Così sul fronte orientale, nel 718 avviene il secondo assedio musulmano a Costantinopoli; fallito.

Per molti secoli Costantinopoli e Poitiers segneranno i confini invalicabili per il musulmanesimo. Esso però è ormai signore delle coste orientali, meridionali e occidentali del Mediterraneo.

Il Cristianesimo subisce ovunque forti perdite, poiché in quei paesi dove esso era stato tanto florido in passato, la fede e la disciplina vengono meno in seguito alle lunghe controversie religiose. D'altro canto i nuovi padroni musulmani favoriscono le conversioni alla loro religione e all'occasione cercano di realizzarle con oppressioni o allettamenti. Si servono anche delle disposizioni di legge create allo scopo per indurre i cristiani a farsi islamici: ad esempio, l’ emancipazione degli schiavi e dei servi della gleba soggetti a padroni cristiani, in caso di conversione al musulmanesimo. Invece la defezione dalla religione, maomettana viene punita con la morte e con questa disposizione legislativa l'attività missionaria dei cristiani é quasi totalmente paralizzata. In questa situazione, una larga diserzione dalle file del Cristianesimo diventa inevitabile. Le comunità cristiane, dove riuscirono ancora a mantenersi in piedi, perdettero però ogni importanza. Nell'Africa nordoccidentale il Cristianesimo, con l'andar del tempo, finisce per scomparire del tutto; il paese decade in uno stato di incultura e di barbarie.

Anche i Longobardi attraversano in questo secolo un periodo non facile e tranquillo di sistemazione del potere politico.

Nel 712 Liutprando, eletto sovrano dei Longobardi, per recuperare l'identità nazionale longobarda, ormai in crisi, inizia a estendere e rafforzare il regno, scontrandosi con i Bizantini e destando preoccupazioni al papa.

Dopo la morte del re Liutprando nel 744 seguono i tre decenni che porteranno lentamente ma inesorabilmente alla fine del regno longobardo. Ratchis, il re usurpatore di Ildeprando, figlio di Liutprando gestisce il regno in modo fallimentare, tanto che nel 749 Ratchis sarà sostituito dal fratello e, costretto all'esilio a Roma, si farà monaco. Astolfo, il suo successore, riesce a ridare il prestigio perduto della corona e già nel 750  invade i territori dell'esarcato bizantino in Italia arrivando fino alle porte di Roma.

A partire dal 751 inizia uno scontro che sarà determinante per la storia dell'Italia e di tutta l'Europa. In quello stesso anno,  Pipino il Breve è incoronato re dei Franchi da papa Zaccaria I° e così ha inizio la  dinastia carolingia.

La vittoria dei longobardi su Roma, con conseguente assoggettamento del papa ai voleri longobardi, non può non suscitare reazione tra i Franchi molto legati al papa che, nel 753, chiede un incontro a Pavia con re Astolfo; avendo avuto un rifiuto il papa Stefano II prosegue il suo viaggio presso i Franchi, i quali scendono in Italia nel 754 ed infliggono una dura sconfitta al re longobardo.

Astolfo deve cedere Ravenna e i territori dell'esarcato al papa e pagare un tributo annuo ai franchi in segno di inferiorità. Il vero vincitore é il papa, il quale, senza neppure dovere combattere, ha allargato il suo potere che da allora comincia a diventare oltre che spirituale anche temporale.

 

Nel 756 Astolfo muore e gli succede, grazie all'aiuto del papa e di Pipino, Desiderio, il quale, per garantirsi il trono, promette di rispettare i trattati di pace. Contro tutte le previsioni Desiderio riesce invece a ingrandire il suo potere e a portare fuori il suo regno dalle gravi difficoltà in cui versa. Quando nel 769 muore Pipino, il regno dei franchi viene travolto da lotte fratricide per la successione e così Desiderio può farsi protettore del papa al posto dei franchi. Il potere longobardo trova un suo effimero momento di gloria, ma la fine é davvero alle porte, anche perché i franchi trovano in Carlo Magno quel Re che li porterà ad imporsi in Europa per diversi secoli.

La discesa di Carlo Magno in Italia ha diverse motivazioni quali la voglia di espansione, l’amicizia con il papa e non ultima anche quella di carattere sentimentale. Infatti, Carlo, su imposizione del padre aveva avuto in nozze la figlia del re longobardo il cui nome non è sicuro. E’ il Manzoni che l’ha celebrata come eroina nella sua tragedia, l’Adelchi, immortalandola con quello di Ermengarda. Ella, rifiutata dal marito, si ritira nel convento di San Salvatore a Brescia. Dove muore.

Carlo scende in Italia e sconfigge un'altra volta i longobardi giungendo ad assediare la capitale Pavia, che cade irrimediabilmente nel 774.

Passando in secondo piano la sconfitta di Carlo a Roncisvalle, che in realtà fu più oggetto di letteratura che di conquista, il Re dà subito l’impressione di volersi annettere quelle parti d’Europa che, per motivi di parentela, erano a lui legate. Infatti, Pipino aveva nominato Tassilone Duca di Baviera che, per sua sfortuna non era sorretto dalla potenza militare di Carlo. Costui, invece, vedendo nel cugino un suo potenziale rivale, perché alleatosi segretamente con il re longobardo Adelchi, nel 788 lo sconfigge e così anche la Baviera viene annessa all'impero carolingio e Tassilone viene esautorato e rinchiuso in un monastero.

Dal 791 al 795 Carlo Magno attacca gli Avari. La popolazione viene dispersa e trucidata; l'enorme tesoro àvaro, accumulato in anni di sussidi riscossi da Bisanzio, passa ai carolingi.

Per completare il quadro storico non si può trascurare il fenomeno detto della “ iconoclastia – distruzione delle immagini sacre” sviluppatosi attorno al 726.

L'opposizione di papa Gregorio II alla politica iconoclasta provocò, di fatto, la fine del dominio bizantino nell'Italia centrosettentrionale: gli esarchi (governatori bizantini) di Venezia, Ravenna e Roma vengono cacciati o uccisi. Come ritorsione, l'imperatore ordina la separazione delle diocesi di Grecia, Macedonia, Epiro e Creta dalla giurisdizione romana. Da qui ha inizio la divisione tra Chiesa greca e latina. Solo nell'843, quando l'imperatrice Teodora nomina patriarca di Costantinopoli, Metodio, la crisi viene superata. Ma ormai é nato  il Sacro romano impero: Bisanzio e Roma risultano più lontane che mai.

 

Ancora una volta dobbiamo costatare come il travaglio politico e i condizionamenti culturali, di questo secolo, derivanti dagli scontri tra bizantini, romani e barbari anche se da poco convertiti al cristianesimo,  non ha favorito il sorgere di numerose figure di santi, se non quelle legate al mondo monastico.

Così ricordiamo:

 

San Beda, monaco e Dottore della Chiesa. Di lui non si sa quasi nulla. Sappiamo soltanto che a sette anni viene affidato per l’istruzione ai benedettini del monastero di San Pietro a Wearmouth (oggi Sunderland) e che passerà poi a quello di San Paolo di Jarrow, contea di Durham.

E tra i benedettini Beda rimane, facendosi monaco e ricevendo, verso i trent’anni, l’ordinazione sacerdotale. Dopodiché basta: non diventa vescovo né abate: tutta la sua vita si concentra sullo studio e sull’insegnamento. Unici suoi momenti di “ricreazione” sono la preghiera e il canto corale.

La sua materia è la Bibbia. E il metodo è del tutto insolito per il tempo, ma ricco d’interesse per gli scolari, mentre i suoi libri raggiungeranno presto le biblioteche monastiche del continente europeo. In breve, Beda insegna la Sacra Scrittura mettendo a frutto tutta la sapienza dei Padri della Chiesa, ma non si ferma lì. Inventa una sorta di personale didattica interdisciplinare, che spiega la Bibbia ricorrendo pure agli autori dell’antichità pagana (Beda conosce il greco) e utilizzando le conoscenze scientifiche del suo tempo.

Gran parte di questo insegnamento si tramanda, perché Beda scrive, scrive moltissimo e di argomenti diversi, anche modesti; come il libretto De orthographia. E anche insoliti, come il Liber de loquela per gestum digitorum, famoso in tutto il Medioevo perché insegna a fare i conti con le dita. Si dedica ai calcoli astronomici per il computo della data pasquale, indicandola fino all’anno 1063. E ai suoi compatrioti il monaco benedettino offre la storia ecclesiastica d’Inghilterra, molto informata anche sulla vita civile, e soprattutto non semplicemente riferita, ma anche esaminata con attenzione critica.

Già da vivo lo chiamano “Venerabile”. E l’appellativo gli rimarrà per sempre, sebbene nel 1899 papa Leone XIII lo abbia proclamato santo e dottore della Chiesa. È stato uno dei più grandi comunicatori di conoscenza dell’alto Medioevo. E un maestro di probità, col suo costante scrupolo di edificare senza mai venire meno alla verità, col grande rispetto per chi ascoltava la sua voce o leggeva i suoi libri. A più di dodici secoli dalla morte, il Concilio Vaticano II attingerà anche al suo pensiero, che viene citato nella Costituzione dogmatica Lumen gentium sulla Chiesa e nel decreto Ad gentes sull’attività missionaria. Beda muore a Jarrow, dove ha per tanto tempo insegnato, e lì viene sepolto. Ma il re Edoardo il Confessore (+1066) farà poi trasferire il corpo nella cattedrale di Durham. La Chiesa universale ne fa memoria il 25 maggio, mentre il rito ambrosiano facendo memoria in quel giorno di un suo Vescovo, San Dionigi,  lo anticipa al 23 maggio. (Autore: Domenico Agasso, da Internet, santi e beati)

 

Un altro grande monaco che ha segnato la storia di questo secolo fu:

San Bonifacio,vescovo e martire,  passato alla storia come l’«apostolo dei Germani».

Possediamo non poche notizie sulla sua vita grazie alla diligenza dei suoi biografi: nacque da una famiglia anglosassone nel Wessex attorno al 675 e fu battezzato col nome di Winfrido. Entrò molto giovane in monastero, attratto dall’ideale monastico. Possedendo notevoli capacità intellettuali, sembrava avviato ad una tranquilla e brillante carriera di studioso: divenne insegnante di grammatica latina, scrisse alcuni trattati, compose anche varie poesie in latino. Ordinato sacerdote all’età di circa trent’anni, si sentì chiamato all’apostolato tra i pagani del continente.

La Gran Bretagna, sua terra, evangelizzata appena cent’anni prima dai Benedettini guidati da sant’Agostino, mostrava una fede così solida e una carità così ardente da inviare missionari nell’Europa centrale per annunziarvi il Vangelo. Nel 716 Winfrido con alcuni compagni si recò in Frisia (l’odierna Olanda), ma si scontrò con l’opposizione del capo locale e il tentativo di evangelizzazione fallì.

Tornato in patria, non si perse d’animo, e due anni dopo si recò a Roma per parlare col Papa Gregorio II ed averne direttive. Il Papa, secondo il racconto di un biografo, lo accolse «col viso sorridente e lo sguardo pieno di dolcezza», e nei giorni seguenti tenne con lui «colloqui importanti» e infine, dopo avergli imposto il nuovo nome di Bonifacio, gli affidò con lettere ufficiali la missione di predicare il Vangelo fra i popoli della Germania.

 

Confortato e sostenuto dall’appoggio del Papa, Bonifacio si impegnò nella predicazione del Vangelo in quelle regioni, lottando contro i culti pagani e rafforzando le basi della moralità umana e cristiana.

 

Con grande senso del dovere egli scriveva in una delle sue lettere: «Stiamo saldi nella lotta nel giorno del Signore, poiché sono giunti giorni di afflizione e miseria... Non siamo cani muti, né osservatori taciturni, né mercenari che fuggono davanti ai lupi! Siamo invece Pastori solerti che vegliano sul gregge di Cristo, che annunciano alle persone importanti e a quelle comuni, ai ricchi e ai poveri la volontà di Dio... nei tempi opportuni e non opportuni...»

 

Con la sua attività instancabile, con le sue doti organizzative, con il suo carattere duttile e amabile nonostante la fermezza, Bonifacio ottenne grandi risultati.

Il Papa allora «dichiarò che voleva imporgli la dignità episcopale, perché così potesse con maggiore determinazione correggere e riportare sulla via della verità gli erranti, si sentisse sostenuto dalla maggiore autorità della dignità apostolica e fosse tanto più accetto a tutti nell'ufficio della predicazione quanto più appariva che per questo motivo era stato ordinato dall'apostolico presule»

Fu lo stesso Sommo Pontefice a consacrare «Vescovo regionale» - cioè per tutta la Germania - Bonifacio, il quale riprese poi le sue fatiche apostoliche nei territori a lui affidati ed estese la sua azione anche alla Chiesa della Gallia: con grande prudenza restaurò la disciplina ecclesiastica, indisse vari sinodi per garantire l’autorità dei sacri canoni, rafforzò la necessaria comunione col Romano Pontefice: un punto che gli stava particolarmente a cuore.

 

Anche i successori del Papa Gregorio II lo ebbero in altissima considerazione: Gregorio III° lo nominò arcivescovo di tutte le tribù germaniche, gli inviò il pallio e gli diede facoltà di organizzare la gerarchia ecclesiastica in quelle regioni; Papa Zaccaria ne confermò l’ufficio e ne lodò l’impegno; Papa Stefano III, appena eletto, ricevette da lui una lettera, con cui gli esprimeva il suo filiale ossequio.

 

Il grande Vescovo, oltre a questo lavoro di evangelizzazione e di organizzazione della Chiesa mediante la fondazione di diocesi e la celebrazione di Sinodi, non mancò di favorire la fondazione di vari monasteri, maschili e femminili, perché fossero come un faro per l’irradiazione della fede e della cultura umana e cristiana nel territorio. Dai cenobi benedettini della sua patria aveva chiamato monaci e monache che gli prestarono un validissimo e prezioso aiuto nel compito di annunciare il Vangelo e di diffondere le scienze umane e le arti tra le popolazioni.

Egli infatti giustamente riteneva che il lavoro per il Vangelo dovesse essere anche lavoro per una vera cultura umana.

Soprattutto il monastero di Fulda - fondato verso il 743 - fu il cuore e il centro di irradiazione della spiritualità e della cultura religiosa: ivi i monaci, nella preghiera, nel lavoro e nella penitenza, si sforzavano di tendere alla santità, si formavano nello studio delle discipline sacre e profane, si preparavano per l'annuncio del Vangelo, per essere missionari. Per merito dunque di Bonifacio, dei suoi monaci e delle sue monache - anche le donne hanno avuto una parte molto importante in quest’opera di evangelizzazione - fiorì anche quella cultura umana che è inseparabile dalla fede e ne rivela la bellezza. Lo stesso Bonifacio ci ha lasciato significative opere intellettuali. Anzitutto il suo copioso epistolario, in cui lettere pastorali si alternano a lettere ufficiali e ad altre di carattere privato, che svelano fatti sociali e soprattutto il suo ricco temperamento umano e la sua profonda fede. Compose anche un trattato di Ars grammatica, in cui spiegava declinazioni, verbi, sintassi della lingua latina, ma che per lui diventava anche uno strumento per diffondere la fede e la cultura. Gli si attribuiscono pure una Ars metrica, cioè un'introduzione a come fare poesia, e varie composizioni poetiche e infine una collezione di 15 sermoni.

 

Sebbene fosse già avanzato negli anni, - era vicino agli 80 - si preparò ad una nuova missione evangelizzatrice: con una cinquantina di monaci fece ritorno in Frisia dove aveva iniziato la sua opera. Quasi presago della morte imminente, alludendo al viaggio della vita, scriveva al discepolo e successore nella sede di Magonza, il Vescovo Lullo: «Io desidero condurre a termine il proposito di questo viaggio; non posso in alcun modo rinunziare al desiderio di partire. È vicino il giorno della mia fine e si approssima il tempo della mia morte; deposta la salma mortale, salirò all'eterno premio. Ma tu, figlio carissimo, richiama senza posa il popolo dal ginepraio dell'errore, compi l'edificazione della già iniziata basilica di Fulda e ivi deporrai il mio corpo invecchiato per lunghi anni di vita».

Mentre stava iniziando la celebrazione della Messa a Dokkum (nell’odierna Olanda settentrionale), il 5 giugno del 754 fu assalito da una banda di pagani. Egli, fattosi avanti con fronte serena, vietò ai suoi di combattere dicendo: “Cessate, figliuoli, dai combattimenti, abbandonate la guerra, poiché la testimonianza della Scrittura ci ammonisce di non rendere male per male, ma bene per male. Ecco il giorno da tempo desiderato, ecco che il tempo della nostra fine è venuto; coraggio nel Signore!”» .

Furono le ultime sue parole prima di cadere sotto i colpi degli aggressori. Le spoglie del Vescovo martire furono poi portate nel monastero di Fulda, ove ricevettero degna sepoltura. Già uno dei suoi primi biografi si esprime su di lui con questo giudizio: «Il santo Vescovo Bonifacio può dirsi padre di tutti gli abitanti della Germania, perché per primo li ha generati a Cristo con la parola della sua santa predicazione, li ha confermati con l'esempio, e infine ha dato per essi la vita, carità questa di cui non può darsi maggiore».

 

A distanza di secoli, quale messaggio possiamo noi oggi raccogliere dall’insegnamento e dalla prodigiosa attività di questo grande missionario e martire? Una prima evidenza si impone a chi accosta Bonifacio: la centralità della Parola di Dio, vissuta e interpretata nella fede della Chiesa, Parola che egli visse, predicò e testimoniò fino al dono supremo di sé nel martirio.

Era talmente appassionato della Parola di Dio da sentire l’urgenza e il dovere di portarla agli altri, anche a proprio personale rischio. Su di essa poggiava quella fede alla cui diffusione si era solennemente impegnato al momento della sua consacrazione episcopale: «Io professo integralmente la purità della santa fede cattolica e con l'aiuto di Dio voglio restare nell'unità di questa fede, nella quale senza alcun dubbio sta tutta la salvezza dei cristiani».

La seconda evidenza, molto importante, che emerge dalla vita di Bonifacio è la sua fedele comunione con la Sede Apostolica, che era un punto fermo e centrale del suo lavoro di missionario, egli sempre conservò tale comunione come regola della sua missione e la lasciò quasi come suo testamento.

In una lettera a Papa Zaccaria affermava: «Io non cesso mai d'invitare e di sottoporre all'obbedienza della Sede Apostolica coloro che vogliono restare nella fede cattolica e nell'unità della Chiesa romana e tutti coloro che in questa mia missione Dio mi dà come uditori e discepoli». Frutto di questo impegno fu il saldo spirito di coesione intorno al Successore di Pietro che Bonifacio trasmise alle Chiese del suo territorio di missione, congiungendo con Roma l’Inghilterra, la Germania, la Francia e contribuendo così in misura determinante a porre quelle radici cristiane dell’Europa che avrebbero prodotto fecondi frutti nei secoli successivi. Per una terza caratteristica Bonifacio si raccomanda alla nostra attenzione: egli promosse l’incontro tra la cultura romano-cristiana e la cultura germanica.

Sapeva infatti che umanizzare ed evangelizzzare la cultura era parte integrante della sua missione di Vescovo. Trasmettendo l’antico patrimonio di valori cristiani, egli innestò nelle popolazioni germaniche un nuovo stile di vita più umano, grazie al quale venivano meglio rispettati i diritti inalienabili della persona. Da autentico figlio di san Benedetto, egli seppe unire preghiera e lavoro (manuale e intellettuale), penna e aratro.

 

La testimonianza coraggiosa di Bonifacio è un invito per tutti noi ad accogliere nella nostra vita la parola di Dio come punto di riferimento essenziale, ad amare appassionatamente la Chiesa, a sentirci corresponsabili del suo futuro, a cercarne l’unità attorno al successore di Pietro.

Allo stesso tempo, egli ci ricorda che il cristianesimo, favorendo la diffusione della cultura, promuove il progresso dell’uomo. Sta a noi, ora, essere all’altezza di un così prestigioso patrimonio e farlo fruttificare a vantaggio delle generazioni che verranno.

Mi impressiona sempre questo suo zelo ardente per il Vangelo: a quarant'anni esce da una vita monastica bella e fruttuosa, da una vita di monaco e di professore per annunciare il Vangelo ai semplici, ai barbari; a ottant'anni, ancora una volta, va in una zona dove prevede il suo martirio.

Paragonando questa sua fede ardente, questo zelo per il Vangelo alla nostra fede così spesso tiepida e burocratizzata, vediamo cosa dobbiamo fare e come rinnovare la nostra fede, per dare in dono al nostro tempo la perla preziosa del Vangelo.

La Chiesa ne fa memoria il 5 giugno. ( dalla Catechesi di papa Benedetto XVI, mercoledì, 11 marzo 2009)

 

San Giovanni Damasceno, monaco e dottore della Chiesa, un personaggio di prima grandezza nella storia della teologia bizantina, un grande dottore nella storia della Chiesa universale.

Egli è soprattutto un testimone oculare del trapasso dalla cultura cristiana greca e siriaca, condivisa dalla parte orientale dell’Impero bizantino, alla cultura dell’Islàm, che si fa spazio con le sue conquiste militari nel territorio riconosciuto abitualmente come Medio o Vicino Oriente. Giovanni, nato in una ricca famiglia cristiana, giovane ancora assunse la carica – rivestita forse già dal padre - di responsabile economico del califfato. Ben presto, però, insoddisfatto della vita di corte, maturò la scelta monastica, entrando nel monastero di san Saba, vicino a Gerusalemme. Si era intorno all’anno 700. Non allontanandosi mai dal monastero, si dedicò con tutte le sue forze all’ascesi e all’attività letteraria, non disdegnando una certa attività pastorale, di cui danno testimonianza soprattutto le sue numerose Omelie.

 

Di lui si ricordano in Oriente soprattutto i tre Discorsi contro coloro che calunniano le sante immagini, che furono condannati, dopo la sua morte, dal Concilio iconoclasta di Hieria (754). Questi discorsi, però, furono anche il motivo fondamentale della sua riabilitazione e canonizzazione da parte dei Padri ortodossi convocati nel II Concilio di Nicea (787), settimo ecumenico. In questi testi è possibile rintracciare i primi importanti tentativi teologici di legittimazione della venerazione delle immagini sacre, collegando queste al mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio nel seno della Vergine Maria.

 

Giovanni Damasceno fu inoltre tra i primi a distinguere, nel culto pubblico e privato dei cristiani, fra adorazione (latreia) e venerazione (doulìa): la prima si può rivolgere soltanto a Dio, sommamente spirituale, la seconda invece può utilizzare un’immagine per rivolgersi a colui che viene rappresentato nell’immagine stessa.

 

Ovviamente, il Santo non può in nessun caso essere identificato con la materia di cui l’icona è composta. Questa distinzione si rivelò subito molto importante per rispondere in modo cristiano a coloro che pretendevano come universale e perenne l’osservanza del divieto severo dell’Antico Testamento sull’utilizzazione cultuale delle immagini. Questa era la grande discussione anche nel mondo islamico, che accetta questa tradizione ebraica della esclusione totale di immagini nel culto. Invece i cristiani, in questo contesto, hanno discusso del problema e trovato la giustificazione per la venerazione delle immagini. Scrive il Damasceno: "In altri tempi Dio non era mai stato rappresentato in immagine, essendo incorporeo e senza volto. Ma poiché ora Dio è stato visto nella carne ed è vissuto tra gli uomini, io rappresento ciò che è visibile in Dio. Io non venero la materia, ma il creatore della materia, che si è fatto materia per me e si è degnato abitare nella materia e operare la mia salvezza attraverso la materia. Io non cesserò perciò di venerare la materia attraverso la quale mi è giunta la salvezza.

Ma non la venero assolutamente come Dio! Come potrebbe essere Dio ciò che ha ricevuto l’esistenza a partire dal non essere?…Ma io venero e rispetto anche tutto il resto della materia che mi ha procurato la salvezza, in quanto piena di energie e di grazie sante. Non è forse materia il legno della croce tre volte beata?...

E l’inchiostro e il libro santissimo dei Vangeli non sono materia? L’altare salvifico che ci dispensa il pane di vita non è materia?... E, prima di ogni altra cosa, non sono materia la carne e il sangue del mio Signore? O devi sopprimere il carattere sacro di tutto questo, o devi concedere alla tradizione della Chiesa la venerazione delle immagini di Dio e quella degli amici di Dio che sono santificati dal nome che portano, e che per questa ragione sono abitati dalla grazia dello Spirito Santo. Non offendere dunque la materia: essa non è spregevole, perché niente di ciò che Dio ha fatto è spregevole". Vediamo che, a causa dell’incarnazione, la materia appare come divinizzata, è vista come abitazione di Dio. Si tratta di una nuova visione del mondo e delle realtà materiali.

Dio si è fatto carne e la carne è diventata realmente abitazione di Dio, la cui gloria rifulge nel volto umano di Cristo. Pertanto, le sollecitazioni del Dottore orientale sono ancora oggi di estrema attualità, considerata la grandissima dignità che la materia ha ricevuto nell’Incarnazione, potendo divenire, nella fede, segno e sacramento efficace dell’incontro dell’uomo con Dio. Giovanni Damasceno resta, quindi, un testimone privilegiato del culto delle icone, che giungerà ad essere uno degli aspetti più distintivi della teologia e della spiritualità orientale fino ad oggi. E’ tuttavia una forma di culto che appartiene semplicemente alla fede cristiana, alla fede in quel Dio che si è fatto carne e si è reso visibile. L’insegnamento di san Giovanni Damasceno si inserisce così nella tradizione della Chiesa universale, la cui dottrina sacramentale prevede che elementi materiali presi dalla natura possano diventare tramite di grazia in virtù dell’invocazione (epiclesis) dello Spirito Santo, accompagnata dalla confessione della vera fede.

 

In collegamento con queste idee di fondo Giovanni Damasceno pone anche la venerazione delle reliquie dei santi, sulla base della convinzione che i santi cristiani, essendo stati resi partecipi della resurrezione di Cristo, non possono essere considerati semplicemente dei ‘morti’. Enumerando, per esempio, coloro le cui reliquie o immagini sono degne di venerazione, Giovanni precisa nel suo terzo discorso in difesa delle immagini: "Anzitutto (veneriamo) coloro fra i quali Dio si è riposato, egli solo santo che si riposa fra i santi (cfr Is 57,15), come la santa Madre di Dio e tutti i santi. Questi sono coloro che, per quanto è possibile, si sono resi simili a Dio con la loro volontà e per l’inabitazione e l’aiuto di Dio, sono detti realmente dèi (cfr Sal 82,6), non per natura, ma per contingenza, così come il ferro arroventato è detto fuoco, non per natura ma per contingenza e per partecipazione del fuoco. Dice infatti: Sarete santi, perché io sono santo (Lv 19,2)" . Dopo una serie di riferimenti di questo tipo, il Damasceno poteva perciò serenamente dedurre: "Dio, che è buono e superiore ad ogni bontà, non si accontentò della contemplazione di se stesso, ma volle che vi fossero esseri da lui beneficati che potessero divenire partecipi della sua bontà: perciò creò dal nulla tutte le cose, visibili e invisibili, compreso l’uomo, realtà visibile e invisibile. E lo creò pensando e realizzandolo come un essere capace di pensiero, arricchito dalla parola  e orientato verso lo spirito” . E per chiarire ulteriormente il pensiero, aggiunge: "Bisogna lasciarsi riempire di stupore da tutte le opere della provvidenza, tutte lodarle e tutte accettarle, superando la tentazione di individuare in esse aspetti che a molti sembrano ingiusti o iniqui, e ammettendo invece che il progetto di Dio va al di là della capacità conoscitiva e comprensiva dell’uomo, mentre al contrario soltanto Lui conosce i nostri pensieri, le nostre azioni, e perfino il nostro futuro" . Già Platone, del resto, diceva che tutta la filosofia comincia con lo stupore: anche la nostra fede comincia con lo stupore della creazione, della bellezza di Dio che si fa visibile.

 

L’ottimismo della contemplazione naturale , di questo vedere nella creazione visibile il buono, il bello, il vero, questo ottimismo cristiano non è un ottimismo ingenuo: tiene conto della ferita inferta alla natura umana da una libertà di scelta voluta da Dio e utilizzata impropriamente dall’uomo, con tutte le conseguenze di disarmonia diffusa che ne sono derivate.

Da qui l’esigenza, percepita chiaramente dal teologo di Damasco, che la natura nella quale si riflette la bontà e la bellezza di Dio, ferite dalla nostra colpa, "fosse rinforzata e rinnovata" dalla discesa del Figlio di Dio nella carne, dopo che in molti modi e in diverse occasioni Dio stesso aveva cercato di dimostrare che aveva creato l’uomo perché fosse non solo nell’"essere", ma nel "bene-essere" . Con trasporto appassionato Giovanni spiega: "Era necessario che la natura fosse rinforzata e rinnovata e, fosse indicata e insegnata concretamente la strada della virtù, che allontana dalla corruzione e conduce alla vita eterna… Apparve così all’orizzonte della storia il grande mare dell’amore di Dio per l’uomo".

E’ una bella espressione. Vediamo, da una parte, la bellezza della creazione e, dall’altra, la distruzione fatta dalla colpa umana. Ma vediamo nel Figlio di Dio, che discende per rinnovare la natura, il mare dell’amore di Dio per l’uomo.

Continua Giovanni Damasceno: "Egli stesso, il Creatore e il Signore, lottò per la sua creatura trasmettendole con l’esempio il suo insegnamento… E così il Figlio di Dio, pur sussistendo nella forma di Dio, abbassò i cieli e discese… presso i suoi servi… compiendo la cosa più nuova di tutte, l’unica cosa davvero nuova sotto il sole, attraverso cui si manifestò di fatto l’infinita potenza di Dio" .

Possiamo immaginare il conforto e la gioia che diffondevano nel cuore dei fedeli queste parole ricche di immagini tanto affascinanti. Le ascoltiamo anche noi, oggi, condividendo gli stessi sentimenti dei cristiani di allora: Dio vuole riposare in noi, vuole rinnovare la natura anche tramite la nostra conversione, vuol farci partecipi della sua divinità. Che il Signore ci aiuti a fare di queste parole sostanza della nostra vita. Papa Leone XIII lo proclamò Dottore della Chiesa universale nel 1890.

La sua memoria liturgica è celebrata il 4 Dicembre.

(dalla catechesi del mercoledì di papa Benedetto XVI, 06 maggio 2009).

 

 

 

 

 

 

 

   altre ricerche storiche di don Lauro Consonni