I Santi del V secolo

 

 

Gli avvenimenti eccezionali di questo secolo che condizionarono la vita degli uomini possiamo indicarli sommariamente nel coagularsi di tre circostanze significative, quali:

  • la caduta dell’Impero Romano d’Occidente

  • lo sviluppo del Cristianesimo protetto dal potere politico

  • l’invasione dei barbari già con il “sacco di Roma” del 410, da parte di Alarico, capo dei Visigoti

 

La decadenza dell’Impero Romano d’Occidente ebbe inizio con Settimio Severo che dovette affrontare per la prima volta i Parti in Britannia; tuttavia sembra essere Costantino colui che, in parte demolisce ed in parte cambia il volto dell’Occidente con la scelta politica di favorire il Cristianesimo.

Costantino si disfece dei suoi colleghi e regnò da solo.

Trasferì la capitale da Roma a Bisanzio (Costantinopoli).

Con l'Editto di Milano (313) fece del Cristianesimo una religione tollerata dallo Stato.

 

Dopo Costantino tutti gli imperatori romani furono cristiani, ad eccezione di Giuliano l'Apostata che tentò, ma inutilmente, di ripristinare l'antica religione degli dei. Teodosio, infine proclamò la Religione Cristiana, unica religione ufficiale dell'Impero (380) e ordinò che si chiudessero i templi degli dei.

Il cristianesimo, intanto, si era organizzato in comunità o Chiese, governate da Vescovi, presbiteri e diaconi; e tutte sotto l'autorità del Papa, successore di S. Pietro, formarono una sola chiesa universale, cioè cattolica.

Con la morte di Costantino, 22 maggio 337,  il successore Teodosio divise l'impero tra i suoi due figli: Arcadio ebbe l'Oriente; Onorio l'Occidente (395). Si ebbe così un Impero d'Oriente, con capitale Costantinopoli, e un Impero d'Occidente con capitale Roma (trasferita prima a Milano e poi a Ravenna). L'impero d'occidente ebbe un rapido declino: i barbari di ogni etnia lo invasero (Visigoti, Burgundi, Franchi, Sassoni, Vandali, Unni).

Nel 442 i Vandali terminano l'occupazione dell'Africa del nord.  Dall'Africa poi  giungeranno via mare in Sardegna, Corsica, Sicilia e Baleari.

Nel 452 Attila distrugge Aquileia e causa la fondazione di Venezia da parte dei rifugiati.

Dei Vandali di Genserico  poi non si può dimenticare quello che è passato alla storia sotto il nome di “sacco di Roma” (455).

In pochi anni, a Ravenna -divenuta la capitale dell’Impero nel 404 - si susseguirono vari imperatori creati e deposti da generali barbari.

Arriviamo dunque a questo 476 con Odoacre, generale barbaro che depone Romolo Augustolo, e viene acclamato re dai barbari. E ciò segna la fine dell'impero Romano.

Se S. Agostino, con il suo “De civitate Dei” vede nella invasione dei Vandali di Genserico la fine della civiltà occidentale, non è così però per quei Vescovi che, sopravvissuti alle prime invasioni, avvertono la necessità di affrontare la situazione con uno stile nuovo di avvicinamento e di una possibile convivenza con la parte più dialogante degli invasori.

Bisogna riconoscere il grande merito che l’Impero romano si era acquistato nel tempo quando con le sue conquiste militari aveva creato delle vie di comunicazione dette appunto “imperiali” che avevano il pregio di mettere in movimento, nel bene e nel male, grandi masse di diversa cultura e formazione religiosa.

Bisogna riconoscere che la vivacità del cristianesimo la si riscontra nei fatti che hanno dato fama a questo secolo:

  • nel 405 San Gerolamo consegnava nelle mani del Papa la traduzione definitiva della Bibbia  dall’ebraico e dal greco in latino detta “Vulgata”, perché doveva essere diffusa in tutte le Chiese di tradizione latina

  • I due grandi Concili di Efeso (431) e di Calcedonia (461) che hanno segnato la storia, in modo determinante,  la testimonianza data  dalla Chiesa.

  • La fioritura di grandi santi, non numerosi come nel secolo precedente, ma certamente significativi per quel tempo in cui vissero.

Cominciamo a ricordare S. Paolino da Nola perché si tratta di una figura che riassume in sé delle caratteristiche singolari: viene da una cultura pagana, è un letterato ed ufficiale dell’Impero, si forma alla scuola di Ambrogio e poi eccelle in santità quando fatto vescovo, vive però la sua vita spirituale da monaco.

 

San Paolino di Nola

Era però originario dell’Aquitania, nel sud della Francia, e precisamente di Bordeaux, dove era nato da famiglia altolocata. Qui ricevette una fine educazione letteraria, avendo come maestro il poeta Ausonio. Dalla sua terra si allontanò una prima volta per seguire la sua precoce carriera politica, che lo vide assurgere, ancora in giovane età, al ruolo di governatore della Campania. In questa carica pubblica fece ammirare le sue doti di saggezza e di mitezza. Fu in questo periodo che la grazia fece germogliare nel suo cuore il seme della conversione. Lo stimolo venne dalla fede semplice e intensa con cui il popolo onorava la tomba di un Santo, il martire Felice. Mentre si adoperava per costruire la città terrena, egli andava scoprendo la strada verso la città celeste. L’incontro con Cristo fu il punto d’arrivo di un cammino laborioso, seminato di prove. Circostanze dolorose, a partire dal venir meno del favore dell’autorità politica, gli fecero toccare con mano la caducità delle cose. Una volta arrivato alla fede scriverà: «L’uomo senza Cristo è polvere ed ombra» (Carme X,289). Desideroso di gettar luce sul senso dell’esistenza, si recò a Milano per porsi alla scuola di Ambrogio. Completò poi la formazione cristiana nella sua terra natale, ove ricevette il Battesimo per le mani del Vescovo Delfino, di Bordeaux. Nel suo percorso di fede si colloca anche il matrimonio. Sposò infatti Terasia, una pia nobildonna di Barcellona, dalla quale ebbe un figlio. Avrebbe continuato a vivere da buon laico cristiano, se la morte del bimbo nato da pochi giorni non fosse intervenuta a scuoterlo, mostrandogli che altro era il disegno di Dio sulla sua vita. Si sentì in effetti chiamato a votarsi a Cristo in una rigorosa vita ascetica.

In pieno accordo con la moglie Terasia, vendette i suoi beni a vantaggio dei poveri e, insieme con lei, lasciò l’Aquitania per Nola, dove i due coniugi presero dimora accanto alla Basilica del protettore san Felice, vivendo ormai in casta fraternità, secondo una forma di vita alla quale anche altri si aggregarono. Il ritmo comunitario era tipicamente monastico, ma Paolino, che a Barcellona era stato ordinato presbitero, prese ad impegnarsi pure nel ministero sacerdotale a favore dei pellegrini. Ciò gli conciliò la simpatia e la fiducia della comunità cristiana che, alla morte del Vescovo, verso il 409, volle sceglierlo come successore sulla cattedra di Nola. La sua azione pastorale si intensificò, caratterizzandosi per un’attenzione particolare verso i poveri. Lasciò l’immagine di un autentico Pastore della carità, come lo descrisse san Gregorio Magno nel capitolo III dei suoi Dialoghi, dove Paolino è scolpito nel gesto eroico di offrirsi prigioniero al posto del figlio di una vedova. L’episodio è storicamente discusso, ma rimane la figura di un Vescovo dal cuore grande, che seppe stare vicino al suo popolo nelle tristi contingenze delle invasioni barbariche.

La conversione di Paolino impressionò i contemporanei. Il suo maestro Ausonio, un poeta pagano, si sentì «tradito», e gli indirizzò parole aspre, rimproverandogli da un lato il «disprezzo», giudicato dissennato, dei beni materiali, dall’altro l’abbandono della vocazione di letterato. Paolino replicò che il suo donare ai poveri non significava disprezzo per i beni terreni, ma semmai una loro valorizzazione per il fine più alto della carità. Quanto agli impegni letterari, ciò da cui Paolino aveva preso congedo non era il talento poetico, che avrebbe continuato a coltivare, ma i moduli poetici ispirati alla mitologia e agli ideali pagani. Una nuova estetica governava ormai la sua sensibilità: era la bellezza del Dio incarnato, crocifisso e risorto, di cui egli si faceva adesso cantore. Non aveva lasciato, in realtà, la poesia, ma attingeva ormai dal Vangelo la sua ispirazione, come egli dice in questo verso: «Per me l’unica arte è la fede, e Cristo la mia poesia» («At nobis ars una fides, et musica Christus»: Carme XX,32).

A chi rimaneva ammirato dalla decisione da lui presa di abbandonare i beni materiali, egli ricordava che tale gesto era ben lontano dal rappresentare già la piena conversione: «L’abbandono o la vendita dei beni temporali posseduti in questo mondo non costituisce il compimento, ma soltanto l’inizio della corsa nello stadio; non è, per così dire, il traguardo, ma solo la partenza. L’atleta infatti non vince allorché si spoglia, perché egli depone le sue vesti proprio per incominciare a lottare, mentre è degno di essere coronato vincitore solo dopo che avrà combattuto a dovere» (cfr Ep. XXIV,7 a Sulpicio Severo).

Accanto all’ascesi e alla Parola di Dio, la carità: nella comunità monastica i poveri erano di casa. Ad essi Paolino non si limitava a fare l’elemosina: li accoglieva come se fossero Cristo stesso e, osservando che erano alloggiati al piano inferiore, amava dire che la loro preghiera faceva da fondamento alla sua casa (cfr Carme XXI,393-394).( Estratto dalla catechesi del mercoledì di Papa Benedetto XVI, 12 dicembre 2007)

La Chiesa lo venera il 22 giugno, giorno della sua morte avvenuta nel 431

 

Nella introduzione a questo secolo abbiamo riassunto in breve il declino dell’Impero romano che trova nel trasferimento della capitale da Roma a Ravenna il segno più clamoroso della sua decadenza. E’ proprio da questa fusione tra lo scheletro dell’impero e la nuova linfa dei popoli barbari che Ravenna vede la nascita ed il suo splendore. In questo contesto spicca la figura di:

San Pietro Crisologo

Nella sua vita c’è un momento ovviamente importantissimo per lui: quello della consacrazione a vescovo di Ravenna, intorno al 433. Ma è importante pure tutto ciò che circonda l’evento. Innanzitutto c’è il papa in persona a consacrarlo: Sisto III, cioè l’uomo della pace religiosa dopo dissidi, scontri e iniziative scismatiche, ispirate alle dottrine di Nestorio. Segno perenne di questa pace, il rifacimento della Basilica liberiana sull’Esquilino, dedicata alla Madre di Dio (Santa Maria Maggiore).

Quando Pietro tiene il suo primo discorso da vescovo, ad ascoltarlo col papa c’è anche Galla Placidia, figlia dell’imperatore Teodosio, sorella dell’imperatore Onorio e ora madre e tutrice dell’imperatore Valentiniano III. Una donna che è stata padrona della reggia, poi ostaggio dei Goti invasori e moglie per forza di un goto, assassinato poco dopo in una congiura. L’assassino ha poi scacciato lei, costringendola a camminare a piedi per dodici miglia in catene, prima di essere rimandata ai suoi. E poi c’è Ravenna, intorno al vescovo.

Ravenna, che ora è la capitale dell’impero, cerniera tra Oriente e Occidente. Ravenna, che manda e riceve corrieri da ogni parte, e quasi sempre con notizie tristi, perché l’impero è giunto alle sue ultime battute.

In questa capitale e in questo clima governa la sua Chiesa il vescovo Pietro, al quale la voce pubblica dà il soprannome di “Crisologo”, che significa “dalle parole d’oro”.

Nella sua vita le date certe sono assai poche, ma la sua identità di uomo e di vescovo viene fuori chiaramente dai documenti che possediamo. E’ lì che troviamo veramente lui, con una cultura apprezzabile in quei tempi e tra quelle vicende, e soprattutto col suo calore umano e con lo schietto vigore della sua fede; con le sue “parole d’oro”, appunto.
Inoltre, "la sua attività di predicatore ci ha lasciato soprattutto una documentazione inestimabile sulla liturgia di Ravenna e sulla cultura di questa città" (B. Studer). Una città che è formicolante crocevia di problemi e di incontri. A trovare Pietro viene uno dei vescovi più illustri del tempo, Germano di Auxerre, che poi muore proprio a Ravenna nel 448, assistito da lui. Dall’Oriente lo consulta l’influente e discusso archimandrita Eutiche, in conflitto dottrinale col patriarca di Costantinopoli e con gran parte del clero circa le due nature in Gesù Cristo. Il vescovo di Ravenna gli risponde rimandandolo alla decisione del papa (che ora è Leone I) "per mezzo del quale il beato Pietro continua a insegnare, a coloro che la cercano, la verità della fede". Una rigorosa indicazione circa i comportamenti. Ma espressa sempre con linguaggio amico, con voce cordiale. Con le “parole d’oro” che l’hanno reso popolare a Ravenna e in tutta la Chiesa. (D. Agasso, Internet, Santi e Beati)

La Chiesa ne fa memoria il 30 luglio.

           

 

Abbiamo detto sopra che questo secolo conserva la memoria di due grandi Concili voluti dall’Episcopato proprio per conservare integra la fede cattolica. Quando i Vescovi si accorgevano che non c’era più unità nella professione di fede, per l’insinuarsi nella predicazione di false interpretazioni della complessa persona di Gesù, si riunivano in Concilio proprio, come dice bene il verbo, per “definire” e precisare la verità cattolica; e così si celebrò :

Il terzo concilio ecumenico che si tenne nel 431 a Efeso, oggi Selçuk, Turchia, sotto il regno dell'imperatore Teodosio II; vi parteciparono approssimativamente 200 vescovi e si occupò principalmente del nestorianesimo. Gli atti del concilio si svolsero in un'atmosfera surriscaldata di confronto e recriminazioni.

Il concilio denunciò come contraria alla fede la dottrina di Nestorio (Patriarca di Costantinopoli), secondo cui la Vergine Maria diede vita ad un uomo Gesù, e  non al  Verbo, (Figlio di Dio). Il Logos risiedeva in Cristo, era custodito nella sua persona come in un tempio. Cristo quindi era solo Theophoros, termine greco che significa "portatore di Dio". Di conseguenza Maria doveva essere chiamata Christotokos, "Madre di Cristo" e non Theotokos, "Madre di Dio".

Il concilio decretò che Gesù era una persona sola, non due persone distinte, completamente Dio e completamente uomo, con un'anima e un corpo. La Vergine Maria è la Theotokos perché diede alla luce non un uomo, ma Dio come uomo. L'unione di due nature in Cristo si compì in modo che una non annullò l'altra.

Il concilio dichiarò come completo il testo del Credo Niceno del 325 e vietò qualsiasi ulteriore cambiamento (aggiunta o cancellazione) ad esso. Il concilio confermò la condanna del pelagianismo, già avversato da S. Agostino in quanto l’uomo, con le sole proprie forze,  senza la grazia di Cristo non può raggiungere la salvezza.

Venne inoltre stabilito che chi avesse negato gli insegnamenti del Concilio di Nicea come quello di Efeso, fosse da ritenersi scomunicato.

Il Sinodo che si era aperto il 22 giugno, si chiuse il 31 luglio proponendo quella professione di fede che ancora oggi recitiamo nella celebrazione della Messa festiva e che prende appunto il nome di Simbolo Niceno Costantinopolitano.

La tradizione ci ricorda che nella serata del 31 luglio, quando i Vescovi uscirono dall’aula conciliare, furono accolti dalla gente con una fiaccolata che voleva onorare la Vergine Maria, la Theotokos come Madre di Dio.

 

Tra i Vescovi, presenti al Concilio che si distinsero per santità di vita la Chiesa onora:

S. Cirillo d’Alessandria, Vescovo e Dottore della Chiesa nato nel 370, dal 412 al 444, anno della morte, tenne fermamente in mano le redini della Chiesa d'Egitto, impegnandosi al tempo stesso in una delle epoche più difficili nella storia della Chiesa d'Oriente, nella lotta per l'ortodossia, in nome del papa S. Celestino. In questa fermezza al servizio della dottrina e nel coraggio dimostrato nella difesa della verità cattolica sta la santità del battagliero vescovo di Alessandria, anche se tardivamente riconosciuta, almeno in Occidente. Infatti, soltanto sotto il pontificato di Leone XIII il suo culto venne esteso a tutta la Chiesa latina, ed egli ebbe il titolo di "dottore".

Per la difesa dell'ortodossia, contro l'errore di Nestorio, vescovo di Costantinopoli, egli rischiò di essere mandato in esilio e per qualche mese sperimentò l'umiliazione del carcere: "Noi, - scrisse - per la fede di Cristo, siamo pronti a subire tutto: le catene, il carcere, tutti gli incomodi della vita e la stessa morte". Al concilio di Efeso, di cui Cirillo fu un protagonista, venne sconfitto il suo avversario Nestorio, che aveva sollevato una vera tempesta in seno alla Chiesa, mettendo in discussione la divina maternità di Maria.
Titolo di gloria per il vescovo di Alessandria fu di avere elaborato in questa occasione una autentica e limpida teologia dell'Incarnazione. L'Emmanuele consta con certezza di due nature: di quella divina e di quella umana. Tuttavia il Signore Gesù è uno, unico vero figlio naturale di Dio, insieme Dio e uomo; non un uomo deificato, simile a quelli che per grazia sono resi partecipi della divina natura, ma Dio vero che per la nostra salvezza apparve nella forma umana". Di particolare interesse è la quarta delle sette omelie pronunciate durante il concilio di Efeso, il celebre “Sermo in laudem Deiparae”. In questo importante esempio di predicazione mariana, che dà l'avvio a una ricca fioritura di letteratura in lode della Vergine, Cirillo celebra le grandezze divine della missione della Madonna, che è veramente Madre di Dio, per la parte che Ella ha avuto nella concezione e nel parto dell'umanità del Verbo fatto carne.
Teologo dallo sguardo acuto, egli fu al tempo stesso un vigile pastore d'anime. Infatti accanto alle trattazioni esclusivamente dottrinali abbiamo di lui 156 Omelie su S. Luca a carattere pastorale e pratico e le più note Lettere pastorali, espresse in 29 omelie pasquali.

La Chiesa universale ne fa memoria il 27 giugno, mentre la Chiesa ambrosiana ne fa memoria il giorno precedente perché il 27 celebra la memoria di S. Arialdo.

 

Se, con l’invasione dei barbari abbiamo una discesa verso sud dei popoli nordici, la Chiesa di quel tempo dapprima con Papa Celestino I° e poi con Papa Leone si preoccupò di inviare i suoi missionari in quelle terre, ancora vergini rispetto all’annuncio del Vangelo. Tra questi, certamente è rimasta famosa la figura di:  

San Patrizio, vescovo

Egli nacque nella Britannia romana verso il 385 da genitori cristiani appartenenti alla borghesia. Il padre, Calpurnio, era uno dei consiglieri municipali. A 16 anni, mentre si trovava nella proprietà terriera del padre, Patrizio fu preso e fatto prigioniero da predatori irlandesi, e poi portato nella zona nord-orientale dell’Irlanda. Il periodo di cattività che trascorse pascolando le pecore, nella solitudine, lo aiutò a ritrovare Dio e lo orientò a una vita di preghiera e di penitenza. Dopo sei anni udì in sogno una voce che gli diceva di fuggire a sud, dove lo attendeva una nave. Arrivato in Gallia, raggiunse la sua famiglia. Dopo aver seguito un corso di studi, forse a Auxerre, un altro sogno, nel quale udì la voce degli irlandesi che gli chiedevano di ritornare, lo allontanò nuovamente dalla sua patria. Nel frattempo era morto Palladio, inviato da papa Celestino I in Irlanda per servire le varie comunità cristiane del paese. Patrizio allora, nel 422, fu ordinato vescovo e inviato in Irlanda come suo successore.

Negli anni di prigionia Patrizio aveva potuto conoscere la gente e la struttura sociale dell’isola, priva di centri cittadini e organizzata in clan, retti ciascuno da un capo indipendente. In questa struttura Patrizio seppe inserire la sua opera di evangelizzatore, formando un clero locale e piccole comunità cristiane in seno allo stesso clan.
Durante la sua esperienza in Gallia egli aveva potuto apprezzare il valore della vita monastica, e così, mentre provvedeva in Irlanda alle Chiese locali, gettava il seme di una vita monastica intensa, erigendo varie abbazie, che saranno l’embrione delle future città.

Patrizio ebbe vita difficile con gli eretici pelagiani, che per ostacolare la sua opera ricorsero anche alla calunnia, egli per discolparsi scrisse una “Confessione” chiarendo che il suo lavoro missionario era volere di Dio e che la sua avversione al pelagianesimo scaturiva dall’assoluto valore teologico che egli attribuiva alla Grazia; dichiarandosi inoltre ‘peccatore rusticissimo’ ma convertito per grazia divina.

L’infaticabile apostolo concluse la sua vita nel 461 nell’Ulster a Down, che prenderà poi il nome di Downpatrick..

Nel calendario romano san Patrizio è ricordato il 17 marzo, mentre nella liturgia ambrosiana è venerato il 18 febbraio.

 

Tra i Vescovi italiani che si segnalarono per la loro passione pastorale viene ricordato:

San Petronio, Vescovo di Bologna

Petronio fu l'ottavo Vescovo di Bologna, e visse sulla metà del V secolo. Un secolo dolente, nella storia d'Italia, per rovine, lutti e sconvolgimenti creati dalle invasioni barbariche.
Proprio in quel tempo, rifulse l'opera provvidenziale e benefica del Santo, come di moltissimi altri Vescovi, che nelle città prive di ogni appoggio e preda di ogni predatore, restarono unica autorità accetta e accettabile, a difesa del bene spirituale e materiale del loro gregge.
Anche Petronio, come molti altri Vescovi del tempo, proveniva dalla pubblica amministrazione, funzionario e figlio di funzionario. Si dice che fosse nato in Spagna, da padre romano, e in Spagna fu anch'egli Prefetto del pretorio, prima di venire in Italia, dove il Papa Celestino I lo convinse ad accettare, verso il 430, la Cattedra bolognese.
Bologna era allora diocesi suffraganea di Milano, e perciò i Vescovi milanesi vi si fermavano spesso. Uno fu il grande Sant'Ambrogio, che vi consacrò diverse chiese, tra le quali quella dei Martiri Vitale e Agricola.

Accanto a questa, il Vescovo Petronio costruì altri edifici sacri, facendo nascere quel suggestivo complesso di monumenti che i Bolognesi chiamano " le sette chiese ". Oltre a ciò, San Petronio fece costruire, intorno alle " sette chiese ", un intero quartiere a immagine di Gerusalemme e dei suoi santuari, per meglio proporre al popolo il culto dei Santi e la devozione per i sacri misteri.

Prima di dar mano alle chiese, però, San Petronio aveva ricostruito le case dei bolognesi. E intorno alle case aveva allargato e rinforzato la cerchia delle mura cittadine. Fu dunque un tipico esempio di saggezza e di premura, sollecito del bene spirituale e anche materiale dei fedeli e della sicurezza militare.

La sua vita era spiritualmente intensa, presso una comunità di monaci contemplativi. Durante il suo episcopato, la città venne riordinata e la diocesi rinnovata nelle opere e nella fede.
Dopo la morte del grande Vescovo bolognese, avvenuta verso il 480, le reliquie del Santo vennero onorate costruendovi sopra una chiesa che divenne poi una delle più grandi e più belle della cristianità, e che ancora costituisce il centro ideale di Bologna, benché non ne sia la cattedrale.

La Chiesa ne fa memoria il 4 ottobre.

 

San Massimo di Torino Vescovo, anzi proto vescovo perché non si conoscono dei predecessori.
Massimo nacque in un imprecisato paese dell’Italia settentrionale nella seconda metà del IV secolo e fu chiamato a reggere la nuova cattedra episcopale di Julia Augusta Taurnorum appena eretta dal suo maestra Sant’Eusebio di Vercelli. Il sacerdote marsigliese Gennaio, storico cristiano, nella sua opera “De viris illustribus” ci presenta Massimo quale profondo conoscitore delle Sacre Scritture, forbito predicatore ed autore di parecchie preziose opere che gli hanno meritato di essere considerato uno dei padri minori della Chiesa universale. La citazione di Gennaio termina precisando che Massimo visse regnanti Onorio e Teodosio il Giovane. Soppravisse però ad entrambi e prese parte al Sinodo di Milano nel 451, comparendo tra i firmatari di una lettera inviata in tale occasione al papa San Leone Magno. Presenziò inoltre al Concilio di Roma nel 465. In un documento di quest’ultimo la firma di Massimo segue immediatamente la firma del papa Ilario ed essendo la precedenza determinata dall’età si può supporre che fosse già parecchio anziano e sia morto non molto tempo dopo.

La poderosa mole di scritti tradizionalmente attribuiti a San Massimo costituisce indubbiamente un tesoro di inestimabile interesse per gli storici della teologia….I suoi testi ci danno l’opportunità di scoprire i costumi e le condizioni di vita della popolazione lombarda ai tempi delle invasioni gotiche, in un’omelia è contenuta la descrizione della distruzione di Milano operata da Attila. Tramandò così la memoria dei primi martiri torinesi: “Tutti i martiri devono essere onorati con grandissima devozione, ma devono essere onorati da noi in modo speciale questi di cui possediamo le reliquie […] dimorarono con noi, sia che ci custodiscano mentre viviamo nel corpo sia che ci accolgano quando lo abbandoniamo”. Purtroppo si limitò però a citarne nel titolo i loro nomi, Ottavio, Avventore e Solutore, senza specificare nulla di più sul loro conto.

Approfittò di due omelie di ringraziamento per rammentare ai cristiani il dovere di lodare Dio quotidianamente in particolar modo con l’ausilio dei Salmi, mattino e sera, prima e dopo i pasti. Famose inoltre le sue esortazioni a fare il segno della croce prima di compiere qualsiasi azione, per assicurarsi sempre una benedizione. Condannò infine coloro che vendevano in cambio di denaro il perdono dei peccati anziché prescrivere adeguate penitenze. Indubbiamente una grande fama di santità circondò il vescovo Massimo già in vita e la venerazione nei suoi confronti fu perpetuata dai fedeli dopo la sua morte. Il suo culto non incontrò però purtroppo particolare fortune nei secoli successivi, forse anche a causa della mancanza dei suoi resti mortali, solitamente centro della devozione popolare nei confronti di un santo. Tutta la Regione ecclesiastica piemontese lo riconosce come suo patrono e lo commemora il 25 giugno nel suo calendario liturgico.

 

San Leone Magno Papa e Dottore della Chiesa  + 461  - 10 novembre

Leone era originario della Tuscia. Divenne diacono della Chiesa di Roma intorno all’anno 430, e col tempo acquistò in essa una posizione di grande rilievo. Questo ruolo di spicco indusse nel 440 Galla Placidia, che in quel momento reggeva l’Impero d’Occidente, a inviarlo in Gallia per sanare una difficile situazione. Ma nell’estate di quell’anno il Papa Sisto III – il cui nome è legato ai magnifici mosaici di Santa Maria Maggiore – morì, e a succedergli fu eletto proprio Leone, che ne ricevette la notizia mentre stava appunto svolgendo la sua missione di pace in Gallia. Rientrato a Roma, il nuovo Papa fu consacrato il 29 settembre del 440. Iniziava così il suo pontificato, che durò oltre ventun anni, e che è stato senza dubbio uno dei più importanti nella storia della Chiesa. Alla sua morte, il 10 novembre del 461, il Papa fu sepolto presso la tomba di san Pietro. Le sue reliquie sono custodite anche oggi in uno degli altari della Basilica vaticana.

Quelli in cui visse Papa Leone erano tempi molto difficili: il ripetersi delle invasioni barbariche, il progressivo indebolirsi in Occidente dell’autorità imperiale e una lunga crisi sociale avevano imposto al Vescovo di Roma – come sarebbe accaduto con evidenza ancora maggiore un secolo e mezzo più tardi, durante il pontificato di Gregorio Magno – di assumere un ruolo rilevante anche nelle vicende civili e politiche. Ciò non mancò, ovviamente, di accrescere l’importanza e il prestigio della Sede romana. Celebre è rimasto soprattutto un episodio della vita di Leone. Esso risale al 452, quando il Papa a Mantova, insieme a una delegazione romana, incontrò Attila, capo degli Unni, e lo dissuase dal proseguire la guerra d’invasione con la quale già aveva devastato le regioni nordorientali dell’Italia. E così salvò il resto della Penisola. Questo importante avvenimento divenne presto memorabile, e rimane come un segno emblematico dell’azione di pace svolta dal Pontefice. Non altrettanto positivo fu purtroppo, tre anni dopo, l’esito di un’altra iniziativa papale, segno comunque di un coraggio che ancora ci stupisce: nella primavera del 455 Leone non riuscì infatti a impedire che i Vandali di Genserico, giunti alle porte di Roma, invadessero la città indifesa, che fu saccheggiata per due settimane. Tuttavia il gesto del Papa – che, inerme e circondato dal suo clero, andò incontro all’invasore per scongiurarlo di fermarsi – impedì almeno che Roma fosse incendiata e ottenne che dal terribile sacco fossero risparmiate le Basiliche di San Pietro, di San Paolo e di San Giovanni, nelle quali si rifugiò parte della popolazione terrorizzata.

Conosciamo bene l’azione di Papa Leone, grazie ai suoi bellissimi sermoni – ne sono conservati quasi cento in uno splendido e chiaro latino – e grazie alle sue lettere, circa centocinquanta. In questi testi il Pontefice appare in tutta la sua grandezza, rivolto al servizio della verità nella carità, attraverso un esercizio assiduo della parola, che lo mostra nello stesso tempo teologo e pastore. Leone Magno, costantemente sollecito dei suoi fedeli e del popolo di Roma, ma anche della comunione tra le diverse Chiese e delle loro necessità, fu sostenitore e promotore instancabile del primato romano, proponendosi come autentico erede dell’apostolo Pietro: di questo si mostrarono ben consapevoli i numerosi Vescovi, in gran parte orientali, riuniti nel Concilio di Calcedonia.

Tenutosi nell’anno 451, con i trecentocinquanta  Vescovi che vi parteciparono, questo Concilio fu la più importante assemblea fino ad allora celebrata nella storia della Chiesa. Calcedonia rappresenta il traguardo sicuro della cristologia dei tre Concili ecumenici precedenti: quello di Nicea del 325, quello di Costantinopoli del 381 e quello di Efeso del 431. Già nel VI secolo questi quattro Concili, che riassumono la fede della Chiesa antica, vennero infatti paragonati ai quattro Vangeli: è quanto afferma Gregorio Magno in una famosa lettera (I,24), in cui dichiara “di accogliere e venerare, come i quattro libri del santo Vangelo, i quattro Concili”, perché su di essi - spiega ancora Gregorio - “come su una pietra quadrata si leva la struttura della santa fede”. Il Concilio di Calcedonia – nel respingere l’eresia di Eutiche, che negava la vera natura umana del Figlio di Dio – affermò l’unione nella sua unica Persona, senza confusione e senza separazione, delle due nature umana e divina.

Questa fede in Gesù Cristo vero Dio e vero uomo veniva affermata dal Papa in un importante testo dottrinale indirizzato al Vescovo di Costantinopoli, il cosiddetto Tomo a Flaviano, che, letto a Calcedonia, fu accolto dai Vescovi presenti con un’eloquente acclamazione, della quale è conservata notizia negli atti del Concilio: “Pietro ha parlato per bocca di Leone”, proruppero a una voce sola i Padri conciliari. Soprattutto da questo intervento, e da altri compiuti durante la controversia cristologica di quegli anni, risulta con evidenza come il Papa avvertisse con particolare urgenza le responsabilità del Successore di Pietro, il cui ruolo è unico nella Chiesa, perché “a un solo apostolo è affidato ciò che a tutti gli apostoli è comunicato”, come afferma Leone in uno dei suoi sermoni per la festa dei santi Pietro e Paolo (83,2). E queste responsabilità il Pontefice seppe esercitare, in Occidente come in Oriente, intervenendo in diverse circostanze con prudenza, fermezza e lucidità attraverso i suoi scritti e mediante i suoi legati. Mostrava in questo modo come l’esercizio del primato romano fosse necessario allora, come lo è oggi, per servire efficacemente la comunione, caratteristica dell’unica Chiesa di Cristo.

Consapevole del momento storico in cui viveva e del passaggio che stava avvenendo – in un periodo di profonda crisi – dalla Roma pagana a quella cristiana, Leone Magno seppe essere vicino al popolo e ai fedeli con l’azione pastorale e la predicazione. Animò la carità in una Roma provata dalle carestie, dall’afflusso dei profughi, dalle ingiustizie e dalla povertà. Contrastò le superstizioni pagane e l’azione dei gruppi manichei. Legò la liturgia alla vita quotidiana dei cristiani: per esempio, unendo la pratica del digiuno alla carità e all’elemosina soprattutto in occasione delle Quattro tempora, che segnano nel corso dell’anno il cambiamento delle stagioni. In particolare Leone Magno insegnò ai suoi fedeli – e ancora oggi le sue parole valgono per noi – che la liturgia cristiana non è il ricordo di avvenimenti passati, ma l’attualizzazione di realtà invisibili che agiscono nella vita di ognuno. E’ quanto egli sottolinea in un sermone (64,1-2) a proposito della Pasqua, da celebrare in ogni tempo dell’anno “non tanto come qualcosa di passato, quanto piuttosto come un evento del presente”. Tutto questo rientra in un progetto preciso, insiste il santo Pontefice: come infatti il Creatore ha animato con il soffio della vita razionale l’uomo plasmato dal fango della terra, così, dopo il peccato d’origine, ha inviato il suo Figlio nel mondo per restituire all’uomo la dignità perduta e distruggere il dominio del diavolo mediante la vita nuova della grazia.

È questo il mistero cristologico al quale san Leone Magno, con la sua lettera al Concilio di Calcedonia, ha dato un contributo efficace ed essenziale, confermando per tutti i tempi — tramite tale Concilio — quanto disse san Pietro a Cesarea di Filippo. Con Pietro e come Pietro confessò: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E perciò Dio e Uomo insieme, “non estraneo al genere umano, ma alieno dal peccato” (cfr Serm. 64). Nella forza di questa fede cristologica egli fu un grande portatore di pace e di amore. Ci mostra così la via: nella fede impariamo la carità. Impariamo quindi con san Leone Magno a credere in Cristo, vero Dio e  vero Uomo, e a realizzare questa fede ogni giorno nell'azione per la pace e nell'amore per il prossimo. Nel 1754 fu proclamato da Benedetto XIV Dottore della Chiesa: si tratta di san Leone Magno. (dalle catechesi del mercoledì, Papa Benedetto XVI, 05 marzo 2008)

La Chiesa universale ne fa memoria il 10 novembre.

 

Sant’ Abbondio, IV  vescovo di Como  +470 -   31 agosto

sant’Abbondio, vescovo di Como, città che conserva tuttora i suoi resti nella basilica a lui dedicata e lo onora come patrono. Una tradizione lo dice greco, di Tessalonica (attuale Salonicco), ma il nome così schiettamente latino ne fa dubitare. Risulta invece che Abbondio conosce bene la lingua greca, caso ormai raro nella Chiesa d’Occidente all’epoca sua.
Ignoti il tempo e il luogo della nascita, la prima data certa della sua biografia è il 17 novembre del 440: in quel giorno Abbondio, già collaboratore del vescovo Amanzio in Como, riceve la consacrazione episcopale come suo successore. Ma non può dedicarsi subito alla diocesi: il papa Leone I Magno  ha bisogno di lui per un compito tutt’altro che tranquillo: deve andare a Costantinopoli come legato pontificio presso l’imperatore Teodosio II. E lì Abbondio dovrà ristabilire in modo duraturo l’unità nella fede, dopo il lungo conflitto dottrinale suscitato dal vescovo Nestorio e dall’archimandrita Eutiche. Questi sono due figure eminenti del cristianesimo orientale, entrambi però in contrasto con la dottrina della Chiesa di Roma e dei concili sul tema delle due nature – umana e divina – nella persona di Cristo; e per buon peso sono in contrasto pure fra di loro, con le inevitabili divisioni anche fra i cristiani, i conflitti per la nomina dei vescovi, con accompagnamento anche di violenze fisiche: com’è accaduto al patriarca Flaviano di Costantinopoli, seguace dell’ortodossia, aggredito brutalmente e deposto, tanto da morirne poco dopo.

Morto anche l’imperatore Teodosio II nel 450, Abbondio a Costantinopoli trova il suo successore Marciano: e a lui, come ai vescovi, al clero, ai monaci e ai fedeli, Abbondio ribadisce con franchezza la dottrina cattolica sulle due nature in Cristo, come l’ha esposta Leone I in una lettera diretta ancora a Flaviano. E porta a termine la missione facendo accettare il documento pontificio da tutti i vescovi d’Oriente, con in testa quello di Costantinopoli, già nemico di Flaviano.

Un successo pacifico e pieno per Abbondio, accolto festosamente a Roma da papa Leone nel 451. Dopo una missione analoga nel Nord dell’Italia, egli può infine essere vescovo di Como a tempo pieno. E questo significa farsi missionario, annunciando il Vangelo nelle regioni montane, nella zona di Lugano e in altre terre non ancora cristianizzate. Il diplomatico e teologo diventa predicatore. E muore in un giorno di Pasqua, dice un testo dell’epoca, appunto dopo aver predicato. Ma non si conosce con certezza l’anno della morte, indicato da alcuni nel 469, da altri nel 488 o nel 499.

Il Martyrologium Romanum lo ricorda il 2 aprile, mentre la diocesi di Como lo festeggia il 31 agosto. (Autore: Domenico Agasso, da Internet, Santi e Beati)

 

In seguito al Concilio di Efeso che dichiarava la presenza di due nature ( la divina e l’umana) in una sola persona, venne avanti un’altra gravissima eresia sostenuta e difesa dal prete Eutiche: il monofisismo.

La teoria monofisita venne sviluppata da Eutiche (378 - 454), archimandrìta (capo della mandra – abate) di un monastero con più di trecento monaci a Costantinopoli. Eutiche, affermava che prima dell'incarnazione c'erano due nature, ma dopo una sola, derivata dall'unione delle due nature stesse. Era solito riassumere il concetto, affermando che la Divinità aveva accolto l'Umanità, come il mare accoglie una goccia d'acqua.

Il concilio di Calcedonia è il quarto concilio ecumenico della storia del cristianesimo ed ebbe luogo nella città omonima nel 451.

Venne convocato dall'imperatore romano d'Oriente Marciano e da sua moglie, l'imperatrice Pulcheria. Le sedute cominciarono l'8 ottobre 451 e contarono fra i cinquecento e i seicento vescovi. Pulcheria era molto devota ma le stava altrettanto a cuore la preservazione dell'unità dell'impero, già messa sufficientemente a dura prova dai popoli barbari.

Certamente al successo del Concilio contribuirono le pressioni del cugino di Pulcheria, Valentiniano III, imperatore d'Occidente, il quale agì in accordo con papa Leone I. Quest'ultimo, nel 450, aveva inviato una missione, capeggiata dal vescovo di Como Abbondio, originario di Tessalonica.

Tuttavia papa Leone rifiutò di accettare il ventottesimo canone del concilio, che sanciva l'uguaglianza fra la sede apostolica di Roma e il patriarcato di Costantinopoli, asserendo l'ormai tradizionale posizione relativa al primato di Roma. Già qui si ebbero le prime avvisaglie di quella profonda crisi che poi vedrà maturare il suo dramma solo nell’ XI secolo.

Il monofisismo si sviluppò in molte parti dell'impero romano d'Oriente, ma particolarmente in Egitto, Etiopia, Siria e Armenia. Oggi queste Chiese, ancora esistenti e si chiamano “ chiese monofisite”, anche se loro ritengono essere definite “ortodosse”, generando parecchia confusione con altre Chiese che si fregiano di questo titolo ma si separarono dalla Chiesa di Roma solo nel 1054.

Verso la fine del secolo la Chiesa  trovò in una stirpe germanica, quella dei Franchi,  una forma nuova di evangelizzazione ed anche di sicurezza propria.

“Roma capta, ferum victorem cepit” L’antico detto di Orazio a proposito della conquista della Grecia da parte dei Romani, in questo caso viene usato per indicare come le invasioni barbariche, segnarono per la Roma dei papi un’ottima occasione per conquistarseli alla fede.

Da principio i Franchi, con il loro giovane ed energico re Clodoveo (481-511) avevano accolto il Cristianesimo solo alla spicciolata, ma ben presto il popolo si doveva convertire in massa alla nuova religione, e proprio direttamente alla forma catto­lica. La decisione fu provocata dalla risoluzione di Clodoveo, sposato con Clotilde, una principessa cattolica della casa reale di Bor­gogna, in un primo tempo si lasciò persuadere da lei a far battezzare i suoi due figli. Secondo quanto riferisce Gregorio di Tours nella sua «Storia dei Franchi», quando Clodoveo, durante una battaglia contro gli Alemanni sulla sinistra del Reno venne a trovarsi in una si­tuazione critica, quasi ripetendo il gesto di Costantino, fece voto di diventare cristiano se avesse vinto. Infatti riuscì a vincere e nella festa di. Natale, probabilmente dell'anno 496, fu battezzato a Reims dal ve­scovo Remigio insieme con 3000 uomini del suo seguito. I motivi della decisione presa dal re dei Franchi furono certamente, oltre che religiosi, anche politici: soprattutto il desiderio e la speranza di avere nella Chiesa e nei suoi vescovi un appoggio autorevole per il giovane regno merovin­gio. Gli altri Franchi lo imitarono quasi immediatamente. Come presso gli altri popoli barbari, anche in questo caso fu la conversione del re a deci­dere per l’adesione alla fede di tutti i sudditi.

Tuttavia questi regni Franchi suddivisi non resistettero più a lungo, poiché Clodoveo riuscì, con l'astuzia e con la forza, a unire tutti i Franchi in una sola monarchia. La sua vittoria sugli Alemanni e l'estensione della dominazione franca sui Burgundi, sui Turingi e sui Bavari, che si compì sotto i suoi figli, furono di grande importanza anche per la cristianizzazione di questi popoli. La conversione dei Franchi alla fede cattolica fu un evento im­portantissimo. Nel Regno franco fu anzitutto evitato il dissidio disastroso fra la fede dei conquistatori e quella degli assoggettati e così venne facilitata la loro fusione in un unico corpo politico. Inoltre fu aperto ai Franchi il libero accesso ai tesori della cultura antico-cristiana che la Chiesa conservava. Fu arre­stata l'ulteriore diffusione dell'arianesimo, cui aspirava allora il re degli Ostrogoti Teodorico; quel re che pure aveva dato forte impulso all’arte con le Chiese di Ravenna e Pavia.

   altre ricerche storiche di don Lauro Consonni