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Il secolo 9° si apre con un fatto rimasto come pietra miliare nella storia dell’Europa; nel Natale dell’800, papa Leone III°, nella Basilica di S. Pietro in Roma, incoronava Carlo Magno come Patrizio del Sacro Romano Impero. Bisogna riconoscere che nei primi anni dell’800, il Sacro Romano Impero fu causa di una fioritura nel campo della letteratura e dell’arte. Per affrontare i problemi di analfabetismo tra il clero ed i giudici, Carlo Magno fonda scuole e attira gli uomini più preparati da tutta l'Europa alla sua corte, come Teodulfo, Paolo Diacono, Angilberto, Paolino di Aquileia, e Alcuino di York. Dal IX secolo, in gran parte sotto l'ispirazione di Carlo Magno imperatore, la Regola di san Benedetto diviene la guida di base per il monachesimo occidentale. Il 28 gennaio dell’814 Carlo Magno muore ad Aix la Chapelle (Aquisgrana) per un attacco di pleurite e viene sepolto in quella Cattedrale dove negli ultimi tempi aveva dimorato. La fondazione del Sacro Romano Impero non passa senza conseguenze perché il fatto, in Oriente, viene interpretata come una perdita di potere e diviene causa di uno scisma, presto ricomposto, da parte degli imperatori e patriarchi di Costantinopoli. Ne è un esempio la controversia su alcune parole del Credo Niceno Costantinopolitano in cui si diceva , in Occidente che “lo Spirito Santo procede dal padre e (Filioque) dal Figlio”, mentre in Oriente si insisteva sulla formula “ dal Padre per mezzo (per) del Figlio”. Una contesa che porterà ad una spaccatura non ancora sanata tra Oriente ed Occidente del 1054, che prende il nome di Scisma di Fozio, dal Patriarca di Costantinopoli che ne fu protagonista. Un altro problema che comincia ad affiorare nei rapporti tra Chiesa d’Oriente e d’Occidente è quello della interpretazione del la giurisdizione universale nella Chiesa, non ancora risolto neppure ai nostri giorni. The collegial and conciliar nature of the Church, in effect, was gradually abandoned in favor of a supremacy of unlimited papal power over the entire Church. La natura collegiale e conciliare della Chiesa, in effetti, è stata progressivamente abbandonata in favore di una supremazia papale su tutta la Chiesa. These ideas were finally given systematic expression in the West during the Gregorian Reform movement of the eleventh century. With the coronation of Charlemagne by Pope Leo III in 800, his new title as Patricius Romanorum, and the handing over of the keys to the Tomb of Saint Peter , the papacy had acquired a new protector in the West.Il papato apparentemente ne esce rafforzato attraverso questa nuova alleanza; ma a lungo termine, si troverà appesantito quando, nella lotta per le investiture, i successivi imperatori cercheranno di nominare vescovi e papi. In un periodo di appannamento del papato che, a causa delle lotte intestine tra i successori di Carlo, non trova più il sostegno necessario per esercitare il suo influsso sull’Occidente, assistiamo però ad una nuova forma di evangelizzazione proprio attraverso i santi di questo secolo:
San Teodoro Studita, nacque a Costantinopoli intorno al 758 e sin dalla goiventù si battè coraggiosamente in difesa delle sacre icone presenti nella capitale dell’impero bizantino, minacciate dall’avversa politica religiosa imperiale. Nel 794 prese i voti monastici, nella direzione del monastero di Sakkoudion in Bitinia. Poco tempo dopo tuttavia fu mandato in esilio a Tessalonica per aver scomunicato l’imperatore Costantino VI che aveva divorziato dalla moglie Maria per sposare Teodota. Nel 797, dopo la morte dell’imperatore, Teodoro fu richiamato in patria con tutti gli onori, lasciò Sakkoudion che nel frattempo era stata saccheggiata dagli Arabi e si trasferì nel monastero di Studion in Constantinopoli, dal quale prese il suo soprannome. Qui intraprese una forte campagna in favore dell’ascetismo e di radicali riforme monastiche. I punti focali della sua regola furono la clausura, la povertà, la disciplina, lo studio, i servizi religiosi ed il lavoro manuale. L’abate Teodoro é ricordato anche per aver autorizzato i suoi monaci a sbriciolare noce moscata, una delle spezie più costose all’epoca, sulla loro zuppa di piselli quando questi erano costretti a mangiarla. Nel 809 Teodoro fu nuovamente bandito a causa del suo rifiuto di ricevere la comunione dal patriarca Niceforo, il quale aveva reintegrato il sacerdote Giuseppe reo di aver officiato le nozze tra Costantino e Teodota. Due anni dopo l’imperatore Michele I, sul quale aveva molta influenza, lo richiamò dall’esilio, ma fu di nuovo bandito nonché flagellato nel 814 a causa della sua strenua opposizione all'editto iconoclasta promulgato dall’imperatore Leone V, col quale si proibiva la venerazione delle immagini sacre. Liberato nel 821 dall’imperatore Michele II, promosse nel 824 un’insurrezione contro lo stesso, dal santo giudicato troppo indulgente nei confronti degli iconoclasti. Quando però i suoi piani fallirono, Teodoro ritenne opportuno allontanarsi da Costantinopoli. Da quel momento visse peregrinando fra vari monasteri in Bitinia e morì in quello di Calkite l’11 novembre 826. Sepolto inizialmente proprio in quel monastero, il suo corpo fu poi traslato nel monastero di Studion il 26 gennaio 844. San Teodoro compose parecchie opere letterarie: lettere la cui importanza è costituita dal quadro della vita e del carattere del santo, opere di catechesi suddivise in due collezioni rivolte ai monaci con i consigli sulla vita spirituale e l’organizzazione del monastero, opere teologiche incentrate sulla venerazione delle immagini sacre ed alcuni inni sacri. Inoltre, come tutti i monaci dello Studion, San Teodoro fu inoltre celebre per la sua calligrafia e per la sua bravura nel copiare manoscritti. La Chiesa ne fa memoria l’11 novembre.
San Metodio, patriarca di Costantinopoli, ebbe un ruolo coraggioso nella sconfitta definitiva dell'iconoclastia e dimostrò un'immane forza di sopportazione durante la prigionia. Spesso viene citato con gli appellativi “il Confessore” o “il Grande”. Di origini sicule, ricevette un'ottima educazione presso Siracusa. Si trasferì poi a Costantinopoli per assicurarsi un posto a corte, ma poi influenzato da un monaco decise di entrare nel monastero di Chenolacco. In seguito egli stesso intraprese la fondazione di un monastero sull'isola di Chio, nel Mar Egeo, dal quale fu richiamato nella capitale dal patriarca San Niceforo. Il movimento iconoclasta, che sin dal tempo dell'imperatore Leone l'Isaurico (717-741) sosteneva la distruzione delle immagini sacre e l'abrogazione del culto dei santi, nonostante fosse stato demolito nell'VIII secolo con San Giovanni Damasceno, all'inizio del secolo successivo trovò nuovo appoggio nell'imperatore Leone V l'Armeno, anche a causa delle pressioni della nascente dottrina islamica. [Che strano! Già da allora?] Alcuni cristiani temevano che la venerazione delle immagini potesse degenerare in pratiche superstiziose, ma Metodio argomentò a buon ragione che le statue o le icone costituiscono un aiuto alla devozione, un'eredità della tradizione ecclesiastica. Si oppose dunque coraggiosamente a questo nuovo attacco. Dopo la deposizione e la condanna all'esilio del patriarca Niceforo, Metodio fu incaricato da altri vescovi di recarsi a Roma per informare papa San Pasquale I dell'accaduto. Il papa inviò poi una lettera al nuovo imperatore, Michele il Balbuziente, chiedendogli di reinsediare Metodio, legittimo patriarca di Costantinopoli. Nella città, però, infuriava ancora la controversia ed al suo arrivo venne accusato di aver costretto il papa: venne allora imprigionato per circa sette o nove anni. Fu dunque costretto a vivere in condizioni disumane, rinchiuso forse in una grotta od in una tomba con altri due compagni, accusati di furto. Quando uno dei due morì, fu miseramente lasciato imputridire nella cella. Quando venne infine scarcerato, Metodio era ormai ridotto ad uno scheletro, calvo, pallido per i lunghi anni trascorsi nelle tenebre, abbigliato di sudici cenci. Era però rimasto intatto il suo spirito, tanto che quando l'imperatore Teofilo l'Iconoclasta rinnovò l'interdetto per le sacre icone egli coraggiosamente attaccò la venerazione delle immagini imperiali: “Se un immagine è così indegna ai tuoi occhi, come mai tu che condanni la venerazione delle immagini di Cristo allo stesso tempo non condanni quella tributata alle raffigurazioni di te stesso?”. L'imperatore non esitò allora a farlo fustigare e gettare in carcere con una mandibola rotta: la notte stessa i discepoli tentarono di farlo fuggire. Teofilo morì fortunatamente poco dopo ed il potere passò nelle mani della vedova, l'imperatrice Santa Teodora, che resse il regno in nome del figlio minorenne Michele III, dando una decisiva svolta alla politica di corte schierandosi in favore del culto delle immagini. Cessarono così le persecuzioni e gli ecclesiastici esiliati poterono fare ritorno. Nel giro di trenta giorni le icone tornarono a comparire nelle chiese di Costantinopoli e, deposto il patriarca iconoclasta, Metodio poté nuovamente fare ritorno alla sua legittima sede, dotato di un bendaggio atto a sorreggere la mandibola ancora fratturata. Il suo episcopato durò quattro anni, in cui convocò con Teodora un sinodo che ristabilì ufficialmente il culto delle immagini, riportò a Costantinopoli le reliquie del suo predecessore morto in esilio ed istituì la festa annuale dell'Ortodossia, che ancor oggi è celebrata in Oriente la prima domenica di Quaresima. Sfortunatamente ereditò da Niceforo la disputa con i monaci studiti, all'inizio tra i suoi più accesi sostenitori, ma in seguito acerrimi nemici dopo la condanna da lui tributata ad alcuni scritti del loro celebre abate San Teodoro Studita. Scrittore assai prolifico, purtroppo non sono però più considerate autentiche gran parte delle opere poetiche e teologiche a lui un tempo attribuite, mentre paiono essere sue alcune opere agiografiche quale la Vita di San Teofano il Cronografo. Metodio morì in Costantinopoli nell'847. La Chiesa ne fa memoria il 14 giugno. (Autore: Fabio Arduino , da Internet, santi e beati)
San Rabano Mauro, nacque a Magonza verso il 780; frequentò la scuola monastica di Fulda, fondata nel 744 da s. Bonifacio Winfrid (680-755), monaco anglosassone, evangelizzatore della Germania e che nel Medioevo divenne famosa, insieme al monastero benedettino da cui prendeva il nome. Da lì si spostò a Tours in Francia, per proseguire la sua formazione alla “Schola Palatina” fondata da Carlo Magno e guidata dal grande teologo, filosofo, letterato, il beato Alcuino (735-804), il quale poi gli impose il soprannome di Mauro (dal discepolo di s. Benedetto). Dopo il periodo trascorso in Francia, ritornò a Fulda, dove venne ordinato sacerdote nell’814 e dall’817 divenne direttore della Scuola, per divenire poi nell’822 abate del grande monastero che governò per 20 anni. Nell’842 rinunciò alla carica e si ritirò a Petersberg nei pressi di Fulda; dopo cinque anni di questo ritiro, nell’847 fu chiamato dal re Ludovico il Germanico (804-876), quale quinto successore di s. Bonifacio, alla sede arcivescovile di Magonza. Rabano Mauro fu il più grande dotto del suo tempo, trasmise alla sua epoca tutto il sapere teologico dei Padri della Chiesa e collegato con Alcuino, contribuì sostanzialmente alla vita spirituale dell’età carolingia; si meritò il titolo di “Precettore della Germania”. Spiegò e commentò molti libri sacri del Vecchio e del Nuovo Testamento, utilizzando con sapienza le opere dei grandi Padri, s. Girolamo, s. Agostino e s. Gregorio Magno; inoltre scrisse vari manuali e omelie per l’educazione del clero. Ma la sua opera più grande fu il “De Universo”, un compendio enciclopedico in 22 libri, di tutto il sapere del suo tempo; compilò anche un ‘Martirologio’, elenco dei santi venerati con note della loro vita o del martirio. Ancora gli viene attribuito il celebre inno “Veni Creator Spiritus”; come abate di Fulda e come arcivescovo di Magonza, espletò con sollecitudine un’attività pastorale intensa, anche con la convocazione di Sinodi e la costruzione di chiese. Rabano Mauro morì il 4 febbraio 856 a Magonza e le sue reliquie deposte nel monastero di S. Albano, poi sistemate in luogo visibile al culto, dal suo successore Albrect di Brandenburgo. Le reliquie poi dall’epoca della Riforma Protestante (XVI sec.) sono scomparse. Dante lo ricorda tra gli spiriti sapienti del cielo del Sole (Par., XII, 139). La sua ricorrenza liturgica è al 4 febbario. (Autore: Antonio Borrelli, da Internet, Santi e Beati)
Prima di procedere alla registrazione di nuovi santi è bene richiamare gli avvenimenti politici che segnarono la metà di questo secolo: Nell’840 i musulmani prendono Bari e parte dell'Italia del Sud. Sembra strano ma è così: i musulmani vennero invitati dai napoletani per indebolire il ducato di Benevento rivale; insediatisi, i musulmani fondarono un emirato durato fino all'871. Nell’ 843 con il Trattato di Verdun si giunse alla divisione dell'impero carolingio tra i figli di Ludovico il Pio. Nell’ 846 I musulmani nordafricani, risalendo da Ostia, saccheggiano la basilica di San Pietro in Vaticano. E’ a questo punto che nasce una coalizione con il papa per scacciare i musulmani dal Sud Italia. Nell’865-885 avviene la conversione dei Bulgari al cattolicesimo orientale, non senza però uno spargimento di sangue e così la Chiesa bulgara ricorda i suoi primi 40 martiri.
San Pascasio Radberto, abate e diacono. E' un “figlio di nessuno”, abbandonato fin dalla nascita. Raccolto e allevato dalle monache benedettine di Soissons, studia poi nel monastero maschile della stessa città. Radberto è il suo nome tedesco di battesimo; più tardi egli prende anche quello romano di Pascasio, come è consuetudine fare al tempo suo tra i letterati. Riceve anche la tonsura, entrando così nel ceto ecclesiastico (senza gli Ordini, al momento), anche se per qualche tempo è famoso a Soissons piuttosto come viveur, tra brigate di gaudenti. Ma a 22 anni, eccolo nel severo monastero benedettino di Corbie, presso Amiens, che ha per abate un futuro santo, Adalardo. Guidato da lui, Radberto riprende gli studi: il brillante letterato diviene anche maestro di teologia, commentatore della Scrittura e dei Padri della Chiesa. Accompagna Adalardo in Sassonia dove egli fonda un monastero “gemello” di Corbie. Poi, sempre a Corbie, diventa prima direttore degli studi e infine abate. I monaci lo eleggono sebbene non sia sacerdote; e per modestia non lo diventerà mai, fermandosi al diaconato. Ma è duro far l’abate a Corbie. Le contese dottrinali dividono i monaci. E questo è grave, ma anche naturale, fisiologico; e c’è vera passione tra le parti in contesa. Più gravi sono invece le inframmettenze del potere regio, che fa regali ai monasteri ma poi esige il tornaconto. Il re di Francia, Carlo il Calvo, vuole obbligare Radberto a riaccogliere nel monastero un suo cugino, già buttato fuori per indegnità. Radberto rifiuta e se ne va: via dalla carica, via da Corbie. È l’anno 851. I monaci poi lo richiamano e lui torna. Ma a patto di non avere più cariche e gradi. Ha partecipato a concili, trattato con sovrani, predicato in missione, ma ora vuole essere monaco e basta. Preghiera e studio, fino all’ultimo giorno. Scrive trattati di teologia eucaristica, studi su Maria Madre di Gesù, vite di santi, commenti a testi biblici. E tra questi ultimi, il più ampio, quello dedicato al vangelo di Matteo, verrà citato ancora nel XX secolo dal Concilio Vaticano II, nella Costituzione sulla Chiesa, Lumen gentium. Ormai vicino alla morte, chiede ai monaci di non pensare a commemorazioni, a racconti della sua vita: "Non merito di essere ricordato, dimenticatemi". E si fa seppellire nel reparto dei poveri e dei servitori del monastero. Nel 1058, però, il corpo viene accolto dalla chiesa abbaziale con gli onori riservati ai santi, e si stabilisce al 26 aprile la sua festa annuale. Sfuggiti nel XVIII secolo alle devastazioni della Rivoluzione francese, i resti saranno deposti nella chiesa parrocchiale di Corbie, dove si trovano tuttora. (Autore: Domenico Agasso, da Internet, santi e beati)
Sant’Ansgario, detto Oscar, monaco. Da piccolo è stato già scolaro dei benedettini, che nel suo paese natale di Corbie, presso Amiens, hanno una famosissima abbazia. Più tardi vi ritorna, diventando monaco e poi magister interno, funzione che esercita più tardi nella comunità della Nuova Corbie (Corvey) in Sassonia. Da qui parte la sua avventura di apostolo degli Scandinavi, che è pure una sorta di duello continuo tra i molti insuccessi e il suo coraggio. Nell’826 accompagna in Danimarca il nuovo re Harald, che ha appena ricevuto il battesimo e che lo sostiene agli inizi della predicazione. Ma è lui, il re, che non riesce a sostenersi sul trono. Dopo un anno deve già lasciare la Danimarca, e con lui l’abbandona Ansgario, che nell’829 viene inviato missionario in Svezia col monaco Vittmaro. Qui il re Björn gli lascia predicare liberamente il Vangelo ai rari cristiani (perlopiù stranieri, prigionieri di guerra) e alla gente del luogo. In un anno e mezzo di lavoro il risultato sembra promettente: per questo l’imperatore Lodovico il Pio (figlio e primo successore di Carlo Magno) incoraggia la nascita di una struttura ecclesiastica con sede ad Amburgo (territorio imperiale) e col campo di lavoro oltre frontiera. Ansgario ne diventa vescovo nell’831, e può dar vita in Svezia a una missione stabile con a capo un vescovo. Intanto, riprende l’attività missionaria anche in Danimarca. Nel giugno 840 muore l’imperatore Lodovico il Pio: l’impero dei Franchi carolingi si frantuma; e intanto le incursioni dei Normanni, gli “uomini del Nord”, devastano l’Europa settentrionale. Nello sconvolgimento crolla tutto ciò che Ansgario stava avviando, e nell’845 i Normanni piombano addirittura su Amburgo, dove lui fa appena in tempo a salvare le reliquie della sua chiesa. Va in rovina anche la missione in Svezia, avversata da molti che non amano la “religione degli stranieri”. Ma lui non rinuncia. Dopo alcuni anni trascorsi a Brema, eccolo arrivare di persona in Svezia, perché non ha nessuno da mandare. Il re Olaf autorizza la predicazione cristiana, ma i buoni predicatori non ci sono. Dove non arriva Ansgario, tutto infiacchisce e decade. La sua presenza migliora le cose anche in Danimarca, grazie ai buoni rapporti del re Horik con Lodovico il Germanico, figlio di Lodovico il Pio, e padrone del territorio tedesco. Ma sono risultati temporanei, troppo minacciati dalla politica. Tornato nei suoi ultimi anni a Brema, Ansgario non vede realizzato il sogno di un profondo radicamento cristiano al Nord. Ma per questo sogno ha messo serenamente in gioco la sua vita intera, continuando a seminare pur in mezzo alle tempeste, ma con ostinatissima speranza. La Chiesa ne fa memoria il 3 febbraio. (Autore: Domenico Agasso , da Internet, santi e beati)
Sant’Alfredo, Vescovo. Agli inizi del secolo nono, a Colonia, città della Germania occidentale, nacque da illustre e ricca famiglia, un fanciullo che nel battesimo conferitogli appena venuto al mondo, ricevette il nome di Alfredo. Questo nome può avere un duplice significato: secondo alcuni significa "consigliato dagli Elfi" (spiriti benefici della mitologia germanica) e quindi "buon consigliere"; secondo altri significa "'tutto pace" e quindi "l'oltremodo pacifico": l'uno e l'altro di questi significati illustrano la sua missione futura. Educato da "Ovo" padre buono, prudente e saggio e da "Riket" madre intelligente e pia, Alfredo, dai più teneri anni apprese a conoscere, amare e seguire Gesù nella pratica delle più belle virtù cristiane. Giovanissimo sentì la chiamata allo stato ecclesiastico e liberamente e gioiosamente vi rispose facendosi monaco benedettino. Attese alla sua formazione sacerdotale nell'abbazia di Fulda; diventato sacerdote esercitò il suo ministero a Corvey, presso Minden in Vestfalia, edificando con la predicazione e con l'esempio di una vita santamente vissuta, attaccando fortemente i vizi di cui era inquinata la società dei suoi tempi. Fatto Vescovo, nell'anno 850 fu mandato a reggere la Diocesi di Hildesheim nella Sassonia. Fu cura del nuovo vescovo creare chiese e conventi per dare alle anime opportunità di incontri con Dio in sedi degne della sua grandezza. La prima chiesa e il primo convento li fece costruire già nel secondo anno del suo episcopato, ad Essen, con mezzi propri in un campo di sua proprietà: è una bella basilica con annesso convento di Benedettine. Ad Hildesheim fece erigere il maestoso Duomo a tre navate, dedicandolo all'Assunta. Accanto al Duomo fece costruire un Convento che ospitava i sacerdoti addetti al servizio religioso del Duomo; questi vivevano in comune secondo la stretta regola di S. Benedetto. All'attività di costruttore di chiese e conventi accoppiò zelantemente quella di forgiatore di anime sacerdotali apostoliche e di Direttore spirituale del suo popolo. La storia civile aggiunge alle benemerenze di Alfredo un'altra testimonianza: lo ricorda come paciere, uomo di fiducia di Ludovico il Germanico che gli affidò delicati incarichi politici ed Alfredo, vero operaio evangelico, non conobbe riposo: nella lotta tra i membri della dinastia dei Carolingi con costante premura interpose i suoi buoni uffici perché si mantenesse la pace e ci riuscì, pur essendo l'impresa assai ardua. Morì ricco di meriti il 15 agosto dell'874 il giorno dell'Assunta di cui era tanto devoto. Al suo corpo fu data degna sepoltura ad Essen nella chiesa che egli stesso aveva fatto costruire. La Chiesa ne fa memoria il 15 agosto. (Autore: Mons. Alfredo Vozzi, da Internet, santi e beati)
Sant’Ignazio I di Costantinopoli, Vescovo, (797 – 23 ottobre 877). Fu patriarca di Costantinopoli per la prima volta dall’ 847 al 25 dicembre 858; per la seconda volta dal 867 al 23 ottobre 877, anno della sua morte. Figlio terzogenito dell'imperatore bizantino Michele I di Bisanzio, quando il padre perse il trono dei basileis, l'11 luglio 813, fu fatto castrare, insieme ai fratelli e costretto ad entrare in un monastero per aveve salva la vita, per ordine dell'usurpatore Leone V l'Armeno. In conseguenza della castrazione, per la sua condizione di eunuco, Ignazio non poteva vantare alcuna rivendicazione sul trono di Bisanzio. Riuscì tuttavia ad arrivare al rango di patriarca nell'anno 847 e tentò di prendere tutto il potere che poteva, come patriarca, per cercare di contrastare l'Imperatore bizantino. Nel 858 gli fu tolta la carica di patriarca da Teodora, la madre di Michele III di Bisanzio, perché considerato una persona scomoda alla Imperatrice madre. Il pretesto della sua destituzione venne dal rifiuto di Ignazio di dare la comunione a Bardas, zio dell'imperatore, che egli aveva accusato di incesto. Al posto di Ignazio Teodora mise sul seggio patriarcale Fozio I di Costantinopoli. Ignazio, non rassegnandosi all'idea di non essere più patriarca, si recò da papa Niccolò I detto il Magno (858-867), che fu subito pronto ad appoggiarlo. Il papa convocò immediatamente un sinodo, tenuto nel 863 a Roma, nel quale fu dichiarato che: Il Papa non riconosceva la deposizione di Ignazio; venivano scomunicati i legati papali, da lui inviati a Costantinopoli nel 861 per decidere sulla questione e che, invece, si erano fatti corrompere; Fozio sarebbe stato scomunicato fintanto che avesse insistito nella usurpazione del seggio patriarcale. Fozio, in risposta alla scomunica, a sua volta, con l'appoggio dell'Imperatore Michele III, scomunicò il papa nel 867. Fozio inviò un'enciclica a tutti i vescovi bizantini, spiegando alcuni punti di divergenza con la Chiesa di Roma, la quale imponeva: l'aggiunta del filioque al Credo bizantino, secondo il quale “lo Spirito Santo procedeva unicamente dal Padre”; ll celibato per i preti, cosa non prevista in precedenza nell'Impero bizantino; la proibizione per i preti di celebrare la Cresima; il digiuno per tutto il clero al sabato; l'inizio della Quaresima al Mercoledì delle Ceneri. Nell’ 867 la situazione si capovolse, Michele III fu assassinato e al suo posto divenne Imperatore il suo carnefice, Basilio I di Bisanzio (867-886), fondatore della dinastia Macedone. Basilio sostituì tutti i funzionari che avevano ricoperto le alte cariche sotto Michele, compreso Fozio, e, cercando un appoggio da Roma, reinsediò al suo posto Ignazio. Questo avvenimento fu suggellato dal VI concilio di Costantinopoli del 869, voluto da Papa Adriano II (867-872). Nella basilica di Santa Sofia si trova tuttora un mosaico dell'ultimo quarto del IX secolo che rappresenta il patriarca Ignazio senza barba: una particolarità che contraddistingueva gli eunuchi, privi di peluria a causa della loro condizione di castrati. Ignazio I di Costantinopoli rimase patriarca fino al 877, anno in cui morì e gli successe Fozio I di Costantinopoli. La Chiesa ne fa memoria il 23 ottobre. (da Internet, Vikipedia)
I Santi Cirillo e Metodio, fratelli nel sangue e nella fede, detti apostoli degli slavi. Cirillo nacque a Tessalonica dal magistrato imperiale Leone nell’826/827: era il più giovane di sette figli. Da ragazzo imparò la lingua slava. All’età di quattordici anni fu mandato a Costantinopoli per esservi educato e fu compagno del giovane imperatore Michele III. In quegli anni fu introdotto nelle diverse materie universitarie, fra le quali la dialettica, avendo come maestro Fozio. Dopo aver rifiutato un brillante matrimonio, decise di ricevere gli ordini sacri e divenne "bibliotecario" presso il Patriarcato. Poco dopo, desiderando ritirarsi in solitudine, andò a nascondersi in un monastero, ma fu presto scoperto e gli fu affidato l’insegnamento delle scienze sacre e profane, mansione che svolse così bene da guadagnarsi l’appellativo di "Filosofo". Nel frattempo, il fratello Michele (nato nell’815 ca.), dopo una carriera amministrativa in Macedonia, verso l’anno 850 abbandonò il mondo per ritirarsi a vita monastica sul monte Olimpo in Bitinia, dove ricevette il nome di Metodio (il nome monastico doveva cominciare con la stessa lettera di quello di battesimo) e divenne igumeno del monastero di Polychron. Attratto dall’esempio del fratello, anche Cirillo decise di lasciare l’insegnamento per recarsi sul monte Olimpo a meditare e a pregare. Alcuni anni più tardi però, (861 ca.), il governo imperiale lo incaricò di una missione presso i khazari del Mare di Azov, i quali chiedevano che fosse loro inviato un letterato che sapesse discutere con gli ebrei e i saraceni. Cirillo, accompagnato dal fratello Metodio, sostò a lungo in Crimea, dove imparò l’ebraico. Qui ricercò pure il corpo del Papa Clemente I, che vi era stato esiliato. Ne trovò la tomba e, quando col fratello riprese la via del ritorno, portò con sé le preziose reliquie. Giunti a Costantinopoli, i due fratelli furono inviati in Moravia dall’imperatore Michele III, al quale il principe moravo Ratislao aveva rivolto una precisa richiesta: "Il nostro popolo – gli aveva detto – da quando ha respinto il paganesimo, osserva la legge cristiana; però non abbiamo un maestro che sia in grado di spiegarci la vera fede nella nostra lingua". La missione ebbe ben presto un successo insolito. Traducendo la liturgia nella lingua slava, i due fratelli guadagnarono una grande simpatia presso il popolo. Questo, però, suscitò nei loro confronti l’ostilità del clero franco, che era arrivato in precedenza in Moravia e considerava il territorio come appartenente alla propria giurisdizione ecclesiale. Purtroppo a Roma Cirillo s’ammalò gravemente. Sentendo avvicinarsi la morte, volle consacrarsi totalmente a Dio come monaco in uno dei monasteri greci della Città (probabilmente presso Santa Prassede) ed assunse il nome monastico di Cirillo (il suo nome di battesimo era Costantino). Poi pregò con insistenza il fratello Metodio, che nel frattempo era stato consacrato Vescovo, di non abbandonare la missione in Moravia e di tornare tra quelle popolazioni. A Dio si rivolse con questa invocazione: "Signore, mio Dio…, esaudisci la mia preghiera e custodisci a te fedele il gregge a cui avevi preposto me… Liberali dall’eresia delle tre lingue, raccogli tutti nell’unità, e rendi il popolo che hai scelto concorde nella vera fede e nella retta confessione". Fedele all’impegno assunto col fratello, nell’anno seguente, 870, Metodio ritornò in Moravia e in Pannonia (oggi Ungheria), ove incontrò di nuovo la violenta avversione dei missionari franchi che lo imprigionarono. Non si perse d’animo e quando nell’anno 873 fu liberato si adoperò attivamente nella organizzazione della Chiesa, curando la formazione di un gruppo di discepoli. Fu merito di questi discepoli se poté essere superata la crisi che si scatenò dopo la morte di Metodio, avvenuta il 6 aprile 885: perseguitati e messi in prigione, alcuni di questi discepoli vennero venduti come schiavi e portati a Venezia, dove furono riscattati da un funzionario costantinopolitano, che concesse loro di tornare nei Paesi degli slavi del sud. Accolti in Bulgaria, poterono continuare nella missione avviata da Metodio, diffondendo il Vangelo nella «terra della Rus’». Dio nella sua misteriosa provvidenza si avvaleva così della persecuzione per salvare l’opera dei santi Fratelli. Di essa resta anche la documentazione letteraria. Basti pensare ad opere quali l’Evangeliario, il Salterio, vari testi liturgici in lingua slava, a cui lavorarono ambedue i Fratelli. Dopo la morte di Cirillo, a Metodio e ai suoi discepoli si deve, tra l’altro, la traduzione dell’intera Sacra Scrittura, il Nomocanone e il Libro dei Padri.
Volendo ora riassumere in breve il profilo spirituale dei due Fratelli, si deve innanzitutto registrare la passione con cui Cirillo si avvicinò agli scritti di san Gregorio Nazianzeno, apprendendo da lui il valore della lingua nella trasmissione della Rivelazione. A Metodio spetta il merito di aver fatto sì che l’opera intrapresa col fratello non fosse bruscamente interrotta. Mentre Cirillo, il "Filosofo", era propenso alla contemplazione, egli era piuttosto portato alla vita attiva. Grazie a ciò poté porre i presupposti della successiva affermazione di quella che potremmo chiamare l’«idea cirillo-metodiana»: essa accompagnò nei diversi periodi storici i popoli slavi, favorendone lo sviluppo culturale, nazionale e religioso. E’ quanto riconosceva già Papa Pio XI con la Lettera apostolica Quod Sanctum Cyrillum, nella quale qualificava i due Fratelli: "figli dell’Oriente, di patria bizantini, d’origine greci, per missione romani, per i frutti apostolici slavi". Il ruolo storico da essi svolto è stato poi ufficialmente proclamato dal Papa Giovanni Paolo II che, con la Lettera apostolica Egregiae virtutis viri, li ha dichiarati compatroni d’Europa insieme con san Benedetto . In effetti, Cirillo e Metodio costituiscono un esempio classico di ciò che oggi si indica col termine "inculturazione": ogni popolo deve calare nella propria cultura il messaggio rivelato ed esprimerne la verità salvifica con il linguaggio che gli è proprio. Questo suppone un lavoro di "traduzione" molto impegnativo, perché richiede l’individuazione di termini adeguati a riproporre, senza tradirla, la ricchezza della Parola rivelata. Di ciò i due santi Fratelli hanno lasciato una testimonianza quanto mai significativa, alla quale la Chiesa guarda anche oggi per trarne ispirazione ed orientamento. Morì nell’ 869, il 14 febbraio giorno in cui la Chiesa cattolica fa solenne commemorazione dei due fratelli. (dalla catechesi del mercoledì di Papa Benedetto XVI)
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