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Per la Chiesa, il quarto secolo, è stato certamente il secolo più glorioso, per i suoi numerosi martiri, ma soprattutto perché vide la fioritura di personalità che segnarono profondamente con le proprie scelte non solo la via della santità, ma anche la cultura e la storia di quel tempo. E fu la presenza di questi Santi eccezionali che aiutò la Chiesa a precisare meglio ed a “definire” la sua dottrina attraverso diversi Concili di cui parleremo in seguito. E’ un secolo che, per i cristiani, è stato vissuto in due momenti ben diversi e perfino contrapposti: la persecuzione di Diocleziano l’editto di Milano di Costantino del 313 e la fioritura di numerosi santi non più martiri. La persecuzione di Diocleziano (284 – 305) durò circa 15 anni. Nei primi anni del suo impero egli lasciò in pace i cristiani perché impegnato nel passaggio dalla monarchia assoluta alla tetrarchia: assunse come secondo Augusto, Massimiano, suo compagno d’armi, che curasse la parte Occidentale e nominò come “Cesari” con diritto di successione, Galerio per l’Oriente e Costanzo Cloro per l’Occidente. Sono diverse le cause che spinsero l’imperatore, istigato da Galerio, ad usare la mano dura contro i cristiani: il loro rifiuto di sacrificare agli dei del Pantheon il numero sempre più crescente di militari che, pur prestando fedele servizio, però non volevano partecipare a cerimonie religiose dell’Impero l’astio sempre più crescente dei filosofi e retori romani nei riguardi dei cristiani. Il 23 febbraio 303 venne emanato un primo editto con sanzioni piuttosto severe; in poco più di un anno ne seguirono altri tre che stabilivano per tutti i sudditi l'obbligo di sacrificare agli dei dell'impero:sistema ritenuto infallibile per individuare i cristiani e reprimerli con maggiore forza. Fu la più feroce persecuzione la sua, soprattutto nelle province, dove funzionari zelantissimi la applicarono ciecamente. Lattanzio (de mort. persec. 10) ha scritto pagine celebri sulla furia di codesta persecuzione. Il periodo che va dal 303 al 305 venne denominato “ era dei martiri” perché abbiamo una strage di cristiani di cui la Chiesa fa memoria nel suo calendario.
Agnese, martire romana certamente ebbe una grande popolarità tra i primi cristiani tanto che il suo nome compare nell’elenco del Canone romano. La parola “Agnese”, dal greco significa “pura”, “casta”. Visse in un periodo in cui era illecito professare pubblicamente la fede cristiana. Secondo il parere di alcuni storici Agnese avrebbe versato il sangue il 21 gennaio di un anno imprecisato; per altri invece, con ogni probabilità, ciò sarebbe avvenuto durante la persecuzione di Diocleziano nel 304. Anche alla piccola Agnese toccò subire una delle tante atroci pene escogitate dai persecutori. La sua leggendaria Passio, falsamente attribuita al milanese Sant’Ambrogio, essendo posteriore al secolo V ha perciò scarsa autorità storica. Della santa vergine si trovano notizie, seppure vaghe e discordanti, nella “Depositio Martyrum” del 336, più antico calendario della Chiesa romana, nel martirologio cartaginese del VI secolo, nel “De Virginibus” di Sant’Ambrogio del 377, nell’ode 14 del “Peristephanòn” del poeta spagnolo Prudenzio ed infine in un carme del papa San Damaso, ancora oggi conservato nella lapide originale murata nella basilica romana di Sant’Agnese fuori le mura. Dall’insieme di tutti questi numerosi dati si può ricavare che Agnese fu messa a morte per la sua forte fede ed il suo innato pudore all’età di tredici anni, forse per decapitazione come asseriscono Ambrogio e Prudenzio, oppure mediante fuoco, secondo San Damaso. Assai articolata è anche la storia delle reliquie della piccola martire: il suo corpo venne inumato nella galleria di un cimitero cristiano sulla sinistra della via Nomentana. In seguito sulla sua tomba Costantina, figlia di Costantino il Grande, fece edificare una piccola basilica in ringraziamento per la sua guarigione ed alla sua morte volle essere sepolta nei pressi della tomba. Accanto alla basilica sorse uno dei primi monasteri romani di vergini consacrate e fu ripetutamente rinnovata ed ampliata. L’adiacente cimitero fu scoperto ed esplorato metodicamente a partire dal 1865. Il cranio della santa martire fu posto dal secolo IX nel “Sancta Sanctorum”, la cappella papale del Laterano, per essere poi traslato da papa Leone XIII nella chiesa di Sant’Agnese in Agone, che sorge sul luogo presunto del postribolo ove fu esposta. Tutto il resto del suo corpo riposa invece nella basilica di Sant’Agnese fuori le mura in un’urna d’argento commissionata da Paolo V. Sant’Ambrogio, vescovo di Milano, nella suddetta opera “De Virginibus” scrisse al riguardo della festa della santa: “Quest'oggi è il natale di una vergine, imitiamone la purezza. E’ il natale di una martire, offriamo il nostro sacrificio. E’ il natale di Sant’Agnese, ammirino gli uomini, non disperino i piccoli, stupiscano le maritate, l'imitino le nubili... La sua consacrazione è superiore all’età, la sua virtù superiore alla natura: così che il suo nome mi sembra non esserle venuto da scelta umana, ma essere predizione del martirio, un annunzio di ciò ch'ella doveva essere. Il nome stesso di questa vergine indica purezza. La chiamerò martire: ho detto abbastanza... Si narra che avesse tredici anni allorché soffrì il martirio. La crudeltà fu tanto più detestabile in quanto che non si risparmiò neppure in sì tenera età; o piuttosto fu grande la potenza della fede, che trova testimonianza anche in siffatta età. C’era forse posto a ferita in quel corpicciolo? Ma ella che non aveva dove ricevere il ferro, ebbe di che vincere il ferro. […] Eccola intrepida fra le mani sanguinarie dei carnefici, eccola offrire tutto il suo corpo alla spada del furibondo soldato, ancora ignara di ciò che significhi morire, ma pronta…a tendere, tra le fiamme, le mani a Cristo, e a formare sullo stesso rogo sacrilego il segno che è il trofeo del vittorioso Signore... Non così sollecita va a nozze una sposa, come questa vergine lieta della sua sorte, affrettò il passo al luogo del supplizio. Mentre tutti piangevano, lei sola non piangeva. Molti si meravigliavano che con tanta facilità donasse prodiga una vita che non aveva ancora gustata. Erano tutti stupiti che già rendesse testimonianza alla divinità lei che per l'età non poteva ancora disporre di sé... Quante domande la sollecitarono per sposa! Ma ella diceva: "È fare ingiuria allo sposo desiderare di piacere ad altri. Mi avrà chi per primo mi ha scelta: perché tardi, o carnefice? Perisca questo corpo che può essere bramato da occhi che non voglio". Si presentò, pregò, piegò la testa... Ecco pertanto in una sola vittima un doppio martirio, di purezza e di religione. Ed ella rimase vergine e ottenne il martirio”. (tratto da De Virginibus, 1. 1). Si fa memoria il 21 gennaio.
Santa Barbara, martire, nacque nel III secolo d.C. in Asia Minore, in quella che è l'attuale Izmir, porto della Turchia, a quei tempi Nicomedia, capitale dell’Impero d’Oriente, per poi trasferirsi a Scandriglia, in provincia di Rieti. La leggenda vuole che suo padre Dioscuro, di religione pagana, l'avesse rinchiusa in una torre per proteggerla dai suoi pretendenti. Inoltre, per evitare che utilizzasse le terme pubbliche, egli gliene fece costruire di private. Barbara, vedendo che nel progetto vi erano solamente due finestre, ordinò ai costruttori di aggiungerne una terza, con l'intenzione di tributare al sorgere della luce del giorno la sua preghiera alla SS. Trinità. Quando il padre vide la modifica alla costruzione intuì che la figlia poteva esser diventata cristiana. La madre di Barbara aveva già abbracciato segretamente la religione cristiana, finendo col rivelare il suo segreto alla figlia. Questa, dopo aver sentito alcune delle preghiere, percepì Gesù all'interno del suo cuore e diventò così cristiana; coinvolse nella sua nuova passione anche la sua amica Giuliana, convincendola a convertirsi e a pregare insieme a lei. Il padre decise allora di denunciare sua figlia al magistrato romano che, in quei tempi di persecuzione, la condannò alla decapitazione dopo due giorni di atroci torture, prescrivendo che la sentenza venisse eseguita proprio dal padre. Era il 4 dicembre dell'anno 306. Secondo la leggenda, Dioscuro procedette all'esecuzione, ma subito dopo venne ucciso da un fulmine, interpretato come punizione divina per il suo gesto. Con lei soffrì lo stesso martirio anche Giuliana. La Chiesa la venera il 4 dicembre
San Biagio Vescovo e martire, lo si venera tanto in Oriente quanto in Occidente, e per la sua festa è diffuso il rito della “benedizione della gola”, fatta poggiandovi due candele benedette il giorno prima, nella festa della Presentazione di Gesù al tempio, detta anche Candelora. L’atto si collega a una tradizione secondo cui il vescovo Biagio avrebbe prodigiosamente liberato un bambino da una spina o lisca conficcata nella sua gola. Il fatto sembra dovuto al dissidio scoppiato tra i due imperatori-cognati nel 314, e proseguito con brevi tregue e nuove lotte fino al 325, quando Costantino farà strangolare Licinio a Tessalonica (Salonicco). Il conflitto provoca in Oriente anche qualche persecuzione locale, forse ad opera di governatori troppo zelanti, come scrive lo storico Eusebio di Cesarea nello stesso IV secolo, con distruzioni di chiese, condanne dei cristiani ai lavori forzati, uccisioni di vescovi, tra cui Basilio di Amasea. Il corpo di Biagio è stato deposto nella sua cattedrale di Sebaste; ma nel 732 una parte dei resti mortali viene imbarcata da alcuni cristiani armeni alla volta di Roma. Una improvvisa tempesta tronca però il loro viaggio a Maratea (Potenza): e qui i fedeli accolgono le reliquie del santo in una chiesetta, che poi diventerà l’attuale basilica, sull’altura detta ora Monte San Biagio. La tradizione di conservare una parte del pane della tavola di Natale era il segno concreto della povertà dei secoli scorsi, per cui si doveva trangugiare questo pane secco, quasi a ricordo del miracolo di S. Biagio. Da non dimenticare il detto brianzolo: “ Mandel giò ch’el t’è sgura la gula”. Si fa la sua memoria il 3 febbraio.
San Nicola, Vescovo, nacque probabilmente a Pàtara di Licia, tra il 260 ed il 280, da genitori cristiani e benestanti; perse prematuramente i genitori a causa della peste. Divenne così erede di un ricco patrimonio che impiegò per aiutare i bisognosi. Si narra che Nicola, venuto a conoscenza di un ricco uomo decaduto che voleva avviare le sue tre figlie alla prostituzione perché non poteva farle maritare decorosamente, abbia donato delle monete d’oro in modo che le tre figlie avessero la dote per il matrimonio. In seguito lasciò la sua città natale e si trasferì a Myra dove venne ordinato sacerdote. Alla morte del vescovo metropolita di Myra, venne acclamato dal popolo come nuovo vescovo. Imprigionato ed esiliato nel 305 durante le persecuzioni anti-cristiane emanate da Diocleziano, fu poi liberato da Costantino nel 313 e riprese l'attività apostolica. Non è certo se sia stato uno dei 318 partecipanti al Concilio di Nicea del 325, durante il quale avrebbe condannato duramente l'eresia dell'arianesimo, difendendo la fede cattolica, ma la leggenda ci tramanda che in un momento d'impeto prese a schiaffi Ario. Gli scritti di sant'Andrea di Creta e di san Giovanni Damasceno ci confermano la sua fede ben radicata nei principi dell'ortodossia cattolica. Morì a Myra il 6 dicembre, presumibilmente dell'anno 343, forse nel monastero di Sion. Le sue spoglie furono conservate con grande devozione di popolo, nella cattedrale di Myra fino al 1087. Grande è la venerazione a lui tributata dai cristiani ortodossi. Quando Myra cadde in mano musulmana, Bari (al tempo dominio bizantino) e Venezia, che erano dirette rivali nei traffici marittimi con l'Oriente, entrarono in competizione per il trafugamento in Occidente delle reliquie del santo. Una spedizione barese si impadronì delle spoglie di Nicola che giunsero a Bari il 9 maggio 1087. Secondo la leggenda, le reliquie furono depositate là dove i buoi che trainavano il carico dalla barca si fermarono. Si trattava in realtà della chiesa dei benedettini (oggi chiesa di San Michele Arcangelo) sotto la custodia dell'abate Elia, che in seguito sarebbe diventato vescovo di Bari. L'abate promosse tuttavia l'edificazione di una nuova chiesa dedicata al santo, che fu consacrata due anni dopo da Papa Urbano II in occasione della definitiva collocazione delle reliquie sotto l'altare della cripta. Da allora san Nicola divenne patrono di Bari e le date del 6 dicembre (giorno della morte del santo) e 9 maggio (giorno dell'arrivo delle reliquie) furono dichiarate festive per la città. I Veneziani, però, non si rassegnarono all'incursione dei baresi e nel 1099-1100, durante la prima crociata, approdarono a Myra, dove fu loro indicato il sepolcro vuoto dal quale i baresi avevano trafugato le ossa. Fu in tale ambiente che i veneziani rinvennero una gran quantità di frammenti ossei che i baresi non avevano potuto prelevare. Questi vennero traslati nell'abbazia di San Nicolò del Lido. San Nicolò venne quindi proclamato protettore della flotta della Serenissima e la chiesa divenne un importante luogo di culto. A San Nicolò del Lido terminava l'annuale rito dello sposalizio del Mare.
Santa Lucia, martire sotto Diocleziano. Siamo nel 303. A Siracusa, di cui è patrona, era prefetto della città Pascasio. La sua “Passio” mostra evidenti segni di catechesi e quindi va letta per quello che insegna. «Quando Lucia gli fu portata innanzi sotto l’imputazione di essere cristiana, egli le ordinò di sacrificare agli dei. Allora Lucia disse: “Sacrificio puro presso Dio consiste nel visitare le vedove, gli orfani e i pellegrini, che versano nell’afflizione e nella necessità, ed è già il terzo anno da che io offro a Cristo Dio tali sacrifici erogando tutto il mio patrimonio.” Pascasio l’interruppe con senso d’ironia: “Va a contare queste ciance agli stolti come te, poiché io eseguo i comandi dei Cesari e perciò non posso udire siffatte stoltezze.” Lucia disse: “Tu osservi i decreti dei Cesari come anch’io curo la legge del mio Dio giorno e notte; temi pure le loro leggi, mentre io riverisco il mio Dio: tu non vuoi mancare di rispetto a quelli ed io come mai oserò di contraddire il mio Dio? Tu t’ingegni di piacere a loro ed io mi ingegno di piacere a Dio: tu dunque fa come credi ti torna comodo ed io opero secondo è grato all’animo mio.” Pascasio continuò: “Tu hai prodigato le tue sostanze ad uomini vani e dissoluti.” Presso i pagani, secondo quanto testimoniano le apologie di Minucio Felice e Tertulliano, vigeva l’accusa che i cristiani praticassero riti dissoluti come si notavano in altri culti misterici. Ma Lucia subito smentisce Pascasio dicendogli: “Io ho riposto al sicuro il mio patrimonio e la mia persona non ha gustato la dissolutezza.” Pascasio soggiunse: “Tu sei la stessa dissolutezza in anima e corpo.” Lucia rispose: “Siete voi che costituite la corruzione del mondo.” Pascasio disse: “Cessi la tua loquacità; passiamo ai tormenti.” Lucia replicò:” E’ impossibile porre silenzio ai detti del Signore.” Pascasio riprese: “Tu dunque sei Dio?” Lucia rispose: “Io sono serva del Dio eterno, poiché Egli ha detto: quando sarete dinanzi ai re ed ai principi non vi date pensiero del come o di ciò che dovete dire, poiché non siete voi che parlate ma lo Spirito Santo che parla in voi.” Pascasio disse: “Dentro di te c’è dunque lo Spirito Santo?” Lucia rispose: “Coloro che vivono castamente e piamente sono tempio di Dio e lo Spirito Santo abita in essi.” Pascasio disse: Ti farò condurre in un luogo turpe e così fuggirà da te lo Spirito Santo. Anche per piegare altre vergini cristiane il giudice romano spesso era ricorso a simili mezzi: tant’è vero che Tertulliano scriveva, con i suoi tipici giuochi di parole, che esse temevano più il lenone che il leone: la prova cioè contro la loro virtù piuttosto che le belve feroci. Innanzi alla fermezza della santa di non piegare agli ordini di Pascasio, questi raduna della gentaglia per costringere Lucia ad obbedirgli. Ogni suo tentativo riesce vano e perciò ordina che attorno a lei si prepari il rogo e sì accenda la fiamma, secondo quanto si usava contro i sospetti di arti magiche. Divampano le fiamme,. ma lei non ne è toccata; è a questo punto che Lucia viene finita con la spada. La tradizione ferma anche la data:il 13 dicembre del 304. La leggenda narra che subì l’escissione degli occhi per cui sarebbe invocata per questa sua forma di martirio. In realtà c’è da ritenere che questa devozione sia legata al suo nome: Lucia < luce. Nel racconto della traslazione veneziana del 1280 sono documentati alcuni miracoli di vista riacquistata. Una prova ulteriore è data da quanto la tradizione afferma di Dante Alighieri, almeno stando ai dati del figlio Jacopo, per cui il poeta sarebbe guarito da grave danno alla vista subito per le lagrime sparse in morte di Beatrice, dopo di aver invocato spesso S. Lucia durante il male, onde l’ha collocata nel secondo canto dell’Inferno, nel nono del Purgatorio e nel trentatreesimo del Paradiso: non più dunque in sola funzione allegorica, quanto invece come gesto di riconoscenza devota. La si venera il 13 dicembre.
Santa Caterina d’Alessandria martire, é una ragazza cristiana, figlia di nobili e vive ad Alessandria d’Egitto. Qui, nel 305, arriva Massimino Daia, nominato governatore di Egitto e Siria (che si proclamerà “Augusto”, cioè imperatore, nel 307, morendo suicida nel 313). Per l’occasione si celebrano feste grandiose, che includono anche il sacrificio di animali alle divinità pagane. Un atto obbligatorio per tutti i sudditi, e quindi anche per i cristiani, ancora perseguitati. Caterina si presenta a Massimino, invitandolo a riconoscere invece Gesù Cristo come redentore dell’umanità, e rifiutandosi di bruciare l’incenso alla statua dell’Imperatore. Massimino allora convoca un gruppo di intellettuali alessandrini, perché la convincano a venerare gli dèi. Ma è invece Caterina che convince loro a farsi cristiani. Per questa conversione così pronta, Massimino li fa uccidere tutti, poi richiama Caterina e le propone addirittura il matrimonio. Nuovo rifiuto, sempre rifiuti, finché il governatore la condanna a una morte orribile: una grande ruota dentata farà strazio del suo corpo. A una sua biografia così poco attendibile si contrappone la realtà di un culto diffuso anche fuori dall’Egitto. La troviamo raffigurata nella basilica romana di San Lorenzo, in una pittura dell’VIII secolo, a Napoli (sec. X-XI) nelle catacombe di San Gennaro, e più tardi in molte parti d’Italia, così come in Francia e nell’Europa centro-settentrionale. La sua festa che si celebra il 25 novembre era particolarmente attesa dagli studenti di teologia perché nel suo giorno, anche nel seminari milanesi, almeno fino al 1950, si accendeva la stufa nelle aule di studio e si potevano mettere le calze; era pure la titolare di molte confraternite femminili e, in particolare, la protettrice delle apprendiste sarte, che da lei prenderanno il nome destinato a durare a lungo anche in Italia: “Caterinette”.
Santi Cosma e Damiano, morti durante la persecuzione di Diocleziano - 26 settembre Sulla vita di Cosma e Damiano le notizie sono scarse. Si sa che erano gemelli e cristiani. Nati in Arabia, si dedicarono alla cura dei malati dopo aver studiato l'arte medica in Siria. Ma erano medici speciali. Spinti da un'ispirazione superiore infatti non si facevano pagare. Di qui il soprannome di anàgiri (termine greco che significa «senza argento», «senza denaro»). Ma questa attenzione ai malati era anche uno strumento efficacissimo di apostolato. «Missione» che costò la vita ai due fratelli, che vennero martirizzati. Durante il regno dell'imperatore Diocleziano, forse nel 303, il governatore romano li fece decapitare. Successe a Ciro, città vicina ad Antiochia di Siria dove i martiri vennero sepolti. Un'altra narrazione attesta invece che furono uccisi a Egea di Cilicia, in Asia Minore, per ordine del governatore Lisia, e poi traslati a Ciro. Il culto di Cosma e Damiano è attestato con certezza fin dal V secolo.
San Gennaro persecuzione di Diocleziano + 305 ? - 19 settembre Il suo nome é diffuso in Campania e anche nel Sud Italia, risale al latino ‘Ianuarius’ derivato da ‘Ianus’ (Giano) il dio bifronte . Vi sono ben sette antichi ‘Atti’, ‘Passio’, ‘Vitae’, che parlano di Gennaro, fra i più celebri gli “Atti Bolognesi” e gli “Atti Vaticani”. Da questi documenti si apprende che Gennaro nato, forse, a Napoli nella seconda metà del III secolo, fu eletto vescovo di Benevento, dove svolse il suo apostolato, amato dalla comunità cristiana e rispettato anche dai pagani per la cura, che impiegava nelle opere di carità a tutti indistintamente; si era nel primo periodo dell’impero di Diocleziano (243-313), il quale permise ai cristiani di occupare anche posti di prestigio e una certa libertà di culto. E’ in questo contesto s’inserisce la storia del martirio di Gennaro; egli conosceva il diacono Sosso (o Sossio) che guidava la comunità cristiana di Miseno, importante porto romano sulla costa occidentale del litorale flegreo; Sosso fu incarcerato dal giudice Dragonio, proconsole della Campania, per le funzioni religiose che quotidianamente venivano celebrate nonostante i divieti. In quel periodo il vescovo di Benevento Gennaro, accompagnato dal diacono Festo e dal lettore Desiderio, si trovavano a Pozzuoli in incognito, visto il gran numero di pagani che si recavano nella vicinissima Cuma ad ascoltare gli oracoli della Sibilla Cumana e aveva ricevuto di nascosto anche qualche visita del diacono di Miseno (località tutte vicinissime tra loro). Gennaro saputo dell’arresto di Sosso, volle recarsi insieme ai suoi due compagni Festo e Desiderio a portargli il suo conforto in carcere e anche con alcuni scritti, per esortarlo insieme agli altri cristiani prigionieri a resistere nella fede. Il giudice Dragonio informato della sua presenza e intromissione, fece arrestare anche loro tre, provocando le proteste di Procolo, diacono di Pozzuoli e di due fedeli cristiani della stessa città, Eutiche ed Acuzio. Anche questi tre furono arrestati e condannati insieme agli altri a morire nell’anfiteatro, ancora oggi esistente, per essere sbranati dagli orsi, in un pubblico spettacolo. Ma durante i preparativi il proconsole Dragonio, si accorse che il popolo dimostrava simpatia verso i prigionieri e quindi prevedendo disordini durante i cosiddetti giochi, cambiò decisione e il 19 settembre del 305 fece decapitare i prigionieri cristiani nel Foro di Vulcano, presso la celebre Solfatara di Pozzuoli. Si racconta che una donna di nome Eusebia riuscì a raccogliere in due ampolle (i cosiddetti lacrimatoi) parte del sangue del vescovo e conservarlo con molta venerazione; era usanza dei cristiani dell’epoca di cercare di raccogliere corpi o parte di corpi, abiti, ecc. per poter poi venerarli come reliquie dei loro martiri. I cristiani di Pozzuoli, nottetempo seppellirono i corpi dei martiri nell’agro Marciano presso la Solfatara; si presume che s. Gennaro avesse sui 35 anni, come pure giovani, erano i suoi compagni di martirio. Oltre un secolo dopo, nel 431 (13 aprile) si trasportarono le reliquie del solo s. Gennaro da Pozzuoli nelle catacombe di Capodimonte a Napoli, dette poi “Catacombe di S. Gennaro”, per volontà del vescovo di Napoli, s. Giovanni I e sistemate vicino a quelle di s. Agrippino vescovo. Durante il trasporto delle reliquie di s. Gennaro a Napoli, la suddetta Eusebia o altra donna, alla quale le aveva affidate prima di morire, consegnò al vescovo le due ampolline contenenti il sangue del martire; a ricordo delle tappe della solenne traslazione vennero erette due cappelle: S. Gennariello al Vomero e San Gennaro ad Antignano. Il culto per il santo vescovo si diffuse fortemente con il trascorrere del tempo, per cui fu necessario l’ampliamento della catacomba. Affreschi, iscrizioni, mosaici e dipinti, rinvenuti nel cimitero sotterraneo, dimostrano che il culto del martire era vivo sin dal V secolo, tanto è vero che molti cristiani volevano essere seppelliti accanto a lui e le loro tombe erano ornate di sue immagini. Va notato che già nel V secolo il martire Gennaro era considerato ‘santo’ secondo l’antica usanza ecclesiastica, canonizzazione poi confermata da papa Sisto V nel 1586. La tomba divenne come già detto, meta di continui pellegrinaggi per i grandi prodigi che gli venivano attribuiti; nel 472 ad esempio, in occasione di una violenta eruzione del Vesuvio, i napoletani accorsero in massa nella catacomba per chiedere la sua intercessione, iniziando così l’abitudine ad invocarlo nei terremoti e nelle eruzioni; dal 472 s. Gennaro cominciò ad assumere il rango di patrono principale della città. Durante un’altra eruzione nel 512, fu lo stesso vescovo di Napoli, s. Stefano I, ad iniziare le preghiere propiziatorie; in seguito, come in segno di ringraziamento, fece costruire in suo onore, accanto alla basilica costantiniana di S. Restituta (prima cattedrale di Napoli), una chiesa detta Stefania, sulla quale verso la fine del secolo XIII, venne eretto il Duomo; riponendo nella cripta il cranio e la teca con le ampolle del sangue. Questa provvidenziale decisione, preservò le suddette reliquie, dal furto operato dal longobardo Sicone, che durante l’assedio di Napoli dell’831, penetrò nelle catacombe, allora fuori della cinta muraria della città, asportando le altre ossa del santo che furono portate a Benevento, sede del ducato longobardo. Le ossa restarono in questa città fino al 1156, quando vennero traslate nel santuario di Montevergine (AV), dove rimasero per tre secoli, addirittura se ne perdettero le tracce, finché durante alcuni scavi effettuati nel 1480, casualmente furono ritrovate sotto l’altare maggiore, insieme a quelle di altri santi, ma ben individuate da una lamina di piombo con il nome. Il 13 gennaio 1492, dopo interminabili discussioni e trattative con i monaci dell’abbazia verginiana, le ossa furono riportate a Napoli in Duomo ed unite al capo ed alle ampolle. Intanto le ossa del cranio erano state sistemate in un preziosissimo busto d’argento, opera di tre orafi provenzali, dono di Carlo II d’Angiò nel 1305, al Duomo di Napoli. Successivamente nel 1646 il busto d’argento con il cranio e le ormai famose ampolline col sangue, furono poste nella nuova artistica Cappella del Tesoro, ricca di capolavori d’arte d’ogni genere. Le ampolle erano state incastonate in una teca preziosa fatta realizzare da Roberto d’Angiò, in un periodo imprecisato del suo lungo regno (1309-1343). La teca assunse l’aspetto attuale nel XVII secolo, racchiuse fra due vetri circolari di circa dodici centimetri di diametro, vi sono le due ampolline, una più grande di forma ellittica schiacciata, ripiena per circa il 60% di sangue e quella più piccola cilindrica con solo alcune macchie rosso-brunastre sulle pareti; la liquefazione del sangue avviene solo in quella più grande. Le altre reliquie poste in un’antica anfora, sono rimaste nella cripta del Duomo, su cui s’innalza l’abside e l’altare maggiore della grande Cattedrale. San Gennaro è conosciuto in tutto il mondo, grazie anche al culto esportato insieme ai tantissimi emigranti napoletani, suoi fedeli, non solo per i suoi prodigiosi interventi nel bloccare le calamità naturali, purtroppo ricorrenti che colpivano Napoli, come pestilenze, terremoti e le numerose eruzioni del vulcano Vesuvio, croce e vanto di tutto il Golfo di Napoli; ma anche per il famoso prodigio della liquefazione del sangue contenuto nelle antiche ampolle, completamente sigillate e custodite in una nicchia chiusa con porte d’argento, situata dietro l’altare principale, della già menzionata Cappella del Tesoro. Le chiavi della nicchia, sono conservate dalla Deputazione del Tesoro di S. Gennaro, da secoli composta da nobili e illustri personaggi napoletani con a capo il sindaco della città. Il miracolo della liquefazione del sangue, che è opportuno dire non è un’esclusiva del santo vescovo, ma anche di altri santi e in altre città, ma che a Napoli ha assunto una valenza incredibile, secondo un antico documento, è avvenuto per la prima volta nel lontano 17 agosto 1389; non è escluso, perché non documentato, che sia avvenuto anche in precedenza. La seconda si ripete il 19 settembre, ricorrenza della decapitazione; una volta avveniva nella Cappella del Tesoro, ma per il gran numero di fedeli, il busto e le reliquie sono oggi esposte sull’altare maggiore del Duomo, alla presenza del cardinale arcivescovo, autorità civili e fedeli. Avvenuta la liquefazione la teca sorretta dall’arcivescovo, viene mostrata quasi capovolgendola ai fedeli e al bacio dei più vicini; il sangue rimane sciolto per tutta l’ottava successiva e i fedeli sono ammessi a vedere da vicino la teca e baciarla con un prelato che la muove per far constatare la liquidità, dopo gli otto giorni viene di nuovo riposta nella nicchia. Una terza liquefazione avviene il 16 dicembre “festa del patrocinio di s. Gennaro”, in memoria della disastrosa eruzione del Vesuvio nel 1631, bloccata dopo le invocazioni al santo. Il prodigio così puntuale, non si è sempre ripetuto; esiste un diario dei Canonici del Duomo che riporta nei secoli, anche le volte che il sangue non si è sciolto, oppure con ore e giorni di ritardo, oppure a volte è stato trovato già liquefatto quando sono state aperte le porte argentee per prelevare le ampolle; il miracolo a volte è avvenuto al di fuori delle date solite, per eventi straordinari. Il popolo napoletano nei secoli ha voluto vedere nella velocità del prodigio, un auspicio positivo per il futuro della città, mentre una sua assenza o un prolungato ritardo è visto come fatto negativo per possibili calamità da venire. La catechesi costante degli ultimi arcivescovi di Napoli, ha convinto la maggioranza dei fedeli, che anche la mancanza del prodigio o il ritardo vanno vissuti con serenità e intensificazione semmai di una vita più cristiana. Del resto questo “miracolo ballerino”, imprevedibile, è stato oggetto di profondi studi scientifici, l’ultimo nel 1988, con i quali usando l’esame spettroscopico, non potendosi aprire le ampolline sigillate da tanti secoli, si è potuto stabilire la presenza nel liquido di emoglobina, dunque sangue. La liquefazione del sangue è innegabile e spiegazioni scientifiche finora non se ne sono trovate, come tutte le ipotesi contrarie formulate nei secoli, non sono mai state provate. È singolare il fatto, che a Pozzuoli, contemporaneamente al miracolo che avviene a Napoli, la pietra conservata nella chiesa di S. Gennaro, vicino alla Solfatara e che si crede sia il ceppo su cui il martire poggiò la testa per essere decapitato, diventa più rossa. Pur essendo venuti tanti papi a Napoli in devoto omaggio e personalmente baciarono la teca lasciando doni, la Chiesa è bene ricordarlo, non si è mai pronunciata ufficialmente sul miracolo di s. Gennaro. Papa Paolo VI nel 1966, in un discorso ad un gruppo di pellegrini partenopei, richiamò chiaramente il prodigio: “…come questo sangue che ribolle ad ogni festa, così la fede del popolo di Napoli possa ribollire, rifiorire ed affermarsi”. [Autore: Antonio Borrelli, ripreso da Internet, Santi e Beati della Chiesa]
San Giorgio martire, venerato il 23 aprile. Il martirologio romano così ci ha tramandato scritto: "A Diospoli, oggi Lydda, in Palestina, San Giorgio venne martirizzato; là c'è il suo sepolcro e accadono fatti meravigliosi". Queste sono tutte le notizie certe che abbiamo di questo martire dei primissimi anni del '300 dopo Cristo; l'imperatore Costantino fece costruire subito una Chiesa sul suo sepolcro. I numerosi racconti della sua vita sono molto tardivi e risalgono al '900 dopo Cristo, all'epoca delle Crociate. Queste passioni ci raccontano che Giorgio è nato da genitori cristiani, Geronzio e Policronia che fin dall'infanzia lo educarono religiosamente fino al tempo in cui lasciò la famiglia per il servizio militare. Giorgio di Cappadocia si distinse subito in mezzo ai militari per la sua generosità verso i poveri e per la sua aperta professione di fede cristiana; da allora iniziarono i tormenti che durarono a lungo. Venne sottoposto ad ogni sofferenza fisica e morale, ma Egli aveva la certezza che il Signore gli era vicino, gli parlava e lo confortava. Il suo atteggiamento eroico portò alla conversione molti suoi compagni e perfino l'imperatrice Alessandra. A questo punto l'Imperatore volle liberarsi di questo suo soldato scomodo, facendolo decapitare. La leggenda della liberazione della fanciulla dal drago potrebbe essere interpretata in senso spirituale, dal momento che Egli, morendo, sconfisse i suoi persecutori ed il paganesimo. Forse, nessun Santo riscosse, prima del 1000, tanta venerazione popolare in tutto il mondo, quanto San Giorgio, tanto che la sua festa era di precetto. Egli è venerato anche dai nostri fratelli nella fede: anglicani e ortodossi . Le sue reliquie principali si conservano a Roma, Venezia e Ferrara.
Santi Marcellino e Pietro, martiri. La più antica notizia sul loro martirio ci è stata tramandata da Papa Damaso ( + 384) il quale attesta di averla appresa in gioventù dalla bocca dello stesso carnefice. Secondo la testimonianza del papa, dunque, il giudice aveva ordinato che i due martiri fossero decapitati nel folto di una selva affinché i loro sepolcri restassero sconosciuti; condotti al luogo del supplizio essi si prepararono con le proprie mani la tomba, in cui i loro corpi rimasero ignorati finché la pia matrona Lucilla, venuta a conoscenza della cosa, si premurò di farli trasferire e seppellire altrove. Il loro sepolcro infatti è indicato dal Martirologio Geronimiano, il quale attesta che Marcellino era presbitero e Pietro esorcista e li commemora il 2 giugno, nel cimitero ad duos lauros al terzo miglio della via Labicana. Ivi li venerarono i pellegrini del sec. VII, mentre il dies natalis è concordemente attestato da tutti i libri liturgici. Secondo l'autore del Liber Pontificalis, Costantino edificò in loro onore una basilica; il carme che il papa Damaso aveva posto sul loro sepolcro fu distrutto dai Goti, ma il papa Vigilio lo rifece inserendo i nomi dei due martiri anche nel Canone della Messa. Allo stesso periodo deve attribuirsi il loro ricordo nella liturgia ambrosiana e la dedicazione di un'altra chiesa a loro intitolata sulla moderna via Labicana (angolo via Merulana) già attestata nel sinodo romano del 595. Quasi nello stesso periodo fu composta anche una passio che nella parte migliore non fa altro che parafrasare il carme damasiano, unendo a loro anche i martiri Artemio, Seconda e Paolina . Sarebbero stati uccisi al XII miglio della via Aurelia, in una località che in loro ricordo fu detta Silva Candida (antica Lorium), che il carnefice si chiamava Doroteo e da vecchio si convertì al Cristianesimo ricevendo il Battesimo dalle mani del papa Giulio I. Le reliquie dei due martiri nel sec. IX sarebbero state trasferite a Seligenstadt in Germania. Si fa memoria il 2 giugno.
San Vittore, soldato e martire a Marsiglia; probabilmente appartenente ad una famiglia senatoriale, svolse il ruolo di ufficiale nell’esercito romano. Verso la fine del III secolo, in occasione della visita dell’imperatore Massimiano a Marsiglia, si trovò a dover incoraggiare i cristiani indigeni a restare saldi nella loro fede ed a resistere alla persecuzione. Questa ebbe forse inizio quando, assediata la città nel 287, i cristiani rifiutarono categoricamente di combattere, di sacrificare agli dèi e di riconoscere il dogma della divinità imperiale. Denunciato e portato dinnanzi all’imperatore, Vittore fu condannato alla tortura. La leggendaria “Passio” gli attribuisce la conversione alla religione cristiana di tre guardie, che sarebbero così state giustiziate ancor prima di lui. Decapitato poi anch’egli, i quattro cadaveri furono gettati in mare. Alcuni loro amici riuscirono però miracolosamente a ritrovarli ed a seppellirli ove sorse poi il cimitero di Marsiglia, in una cavità ricavata nella roccia. La prima citazione ufficiale del San Vittore in questione in un martirologio avvenne solo nell’806 con quello Lionese. A San Giovanni Cassiano, che fondò a Marsiglia un convento dedicato al santo martire, è attribuita da alcuni la stesura della “Passio”. Non è però da escludere che Cassiano si sia limitato ad adattare a questa città la storia di un qualche santo orientale e ad abbinargli un nome latino. Non esistevano infatti nelle Gallie dei martiri molto antichi, dei quali si custodissero le reliquie, venerabili come patroni. Recenti ricerche hanno comunque appurato una seppur minima veridicità della “Passio”. Alcuni scavi effettuati nella cripta di San Vittore rivelarono una necropoli scavata nella roccia, contenente varie tombe ed un altare, al disotto di una cappella risalente al VI secolo. Due tombe marmoree contenevano i resti di due uomini, forse Vittore ed un suo compagno, ed erano situate in una sorta di costruzione paleocristiana molto simile a quelle solitamente edificate sulle tombe dei martiri. Tale edificio potrebbe risalire all’inizio del V secolo, mentre le tombe addirittura ai primi anni del IV secolo. E’ attestato un culto risalente proprio a tale epoca. Il nome Vittore fu invece molto probabilmente attribuito simbolicamente ad un personaggio anonimo e Cassiano scrisse la “Passio” del patrono del suo nuovo monastero rifacendosi evidentemente a tradizioni orali. La liturgia ambrosiana lo venera il 21 luglio.
Sant’Alessandro, martire, patrono della città di Bergamo, è raffigurato tradizionalmente in veste di soldato romano con un vessillo recante un giglio bianco. Il vessillo sarebbe stato quello della Legione Tebea comandata da s. Maurizio, nella quale Alessandro sarebbe stato, secondo gli Atti del martirio, comandante di centuria. La legione romana utilizzata in prevalenza in oriente, venne spostata nel 301 in occidente per controbattere gli attacchi dei Quadi e dei Marcomanni. Durante l'attraversamento del Vallese alla legione fu ordinato di ricercare i cristiani contro i quali era stata scatenata una persecuzione. I legionari, cristiani a loro volta, si rifiutarono e per questa insubordinazione vennero puniti con la decimazione eseguita ad Agaunum (oggi S. Moritz). La decimazione consisteva nell'uccisione di un uomo ogni dieci. Al perdurare del rifiuto dei legionari di perseguitare i cristiani, fu eseguita una seconda decimazione e quindi l'imperatore ordinò lo sterminio. Pochi furono i superstiti, tra cui Alessandro, Cassio, Severino, Secondo e Licinio che ripararono in Italia. A Milano Alessandro fu però riconosciuto e incarcerato, dove rifiuta di abiurare. In carcere riceve la visita di s. Fedele e del vescovo s. Materno. Proprio s. Fedele riesce a organizzare la fuga di Alessandro, che ripara a Como, dove fu nuovamente catturato. Riportato a Milano fu condannato a morte per decapitazione, ma il boia ebbe difficoltà ad eseguire la sentenza. Fu allora nuovamente incarcerato. Riuscì nuovamente a fuggire e raggiunse Bergamo passando per Fara, Gera d'Adda e Capriate. A Bergamo fu ospitato dal principe Crotacio, che lo invitò a nascondersi, ma Alessandro iniziò a predicare e a convertire molti bergamaschi, tra cui i martiri Fermo e Rustico. Fu perciò scoperto e nuovamente catturato, la decapitazione venne eseguita pubblicamente il 26 agosto 303 nel luogo ove oggi sorge la chiesa di S. Alessandro in Colonna. Probabilmente Alessandro fu effettivamente un soldato romano, originario o residente a Bergamo, torturato e ucciso per non avere rinunciato alla propria fede cristiana. Il Sacro corpo di S. Alessandro si venera nella cappella gentilizia del castello ducale di Pescolanciano (Isernia - Molise). La Liturgia lo venera il 26 agosto.
San Vincenzo martire, durante la persecuzione di Diocleziano. Oggi San Vincenzo è il martire più popolare della Spagna, ma doveva già esserlo 1700 anni fa se ben tre città, Valencia, Saragozza e Huesca, si contendono l’onore di avergli dato i natali. Forse nasce nel 304 a Saragozza e muore a Valencia. Nel clima di terrore che si instaura e che vede la distruzione degli edifici e degli arredi sacri, la destituzione dei cristiani che ricoprono cariche pubbliche, l’obbligo per tutti di sacrificare agli dei, il vescovo Valerio e il diacono Vincenzo continuano imperterriti nell’annuncio del Vangelo: formano un connubio indissolubile, nel quale il primo con la sua presenza e con l’autorità che gli deriva dal ministero episcopale si fa garante di quello che il secondo annuncia con forza, convinzione e facilità di parola. Così il governatore di Valencia, Daciano, li fa arrestare entrambi, ma quando se li trova davanti capisce che il vero nemico da combattere è il diacono Vincenzo. Manda così il vescovo in esilio e concentra tutte le sue arti persecutorie su Vincenzo, che oltre ad essere un gran oratore è anche un uomo che non si piega facilmente. Lo dice in faccia al governatore: “Vi stancherete prima voi a tormentarci che noi a soffrire”, e questo manda in bestia il persecutore, che vede così anche messa in crisi la sua autorità e il suo prestigio. Perché Vincenzo è una di quelle persone che si piegano ma non si spezzano: prima lo fa fustigare e torturare; poi lo condanna alla pena del cavalletto, da cui esce con le ossa slogate; infine lo fa arpionare con uncini di ferro. Così tumefatto e slogato lo fa gettare in una cella buia, interamente cosparsa di cocci taglienti, ma la testimonianza di Vincenzo continua ad essere limpida e ferma: “Tu mi fai proprio un servizio da amico, perché ho sempre desiderato suggellare con il sangue la mia fede in Cristo. Vi è un altro in me che soffre, ma che tu non potrai mai piegare. Questo che ti affatichi a distruggere con le torture è un debole vaso di argilla che deve ad ogni modo spezzarsi. Non riuscirai mai a lacerare quello che resta dentro e che domani sarà il tuo giudice”. Lo sentono addirittura, anche così piagato, cantare dalla cella e Daciano si rende conto che quella è una voce da far zittire in fretta, visto che qualcuno si è già convertito vedendolo così forte nella fede. Muore il 22 gennaio dell’anno 304 ed anche per sbarazzarsi del cadavere Daciano deve sudare: gettato in pasto alle bestie selvatiche, il suo corpo viene alacramente difeso da un corvo; gettato nel fiume, legato in un sacco insieme ad un grosso macigno, il suo corpo galleggia e torna a riva, dove finalmente i cristiani lo raccolgono per dargli onorata sepoltura. Da una delle omelie che Sant’Agostino ogni anno, il 22 gennaio, dedicava al martire Vincenzo ricaviamo questo pensiero: “il diacono Vincenzo….. aveva coraggio nel parlare, aveva forza nel soffrire. Nessuno presuma di se stesso quando parla. Nessuno confidi nelle sue forze quando sopporta una tentazione, perché, per parlare bene, la sapienza viene da Dio e, per sopportare i mali, da lui viene la fortezza”. ( testo di Gianpiero Pettiti, da Santi e beati, Internet)
San Pancrazio martire nel 304 San Pancrazio nacque verso la fine dell’anno 289 dopo Cristo presso Sinnada, cittadina della Frigia, provincia consolare dell’Asia Minore (attuale Turchia). I suoi ricchi genitori erano di origine romana: rimasto orfano all'età di otto anni, con lo zio Dionisio si trasferi a Roma per risiedere nella villa patrizia sul Monte Celio. Qui vennero a contatto con la comunità cristiana di Roma e chiesero di poter essere iniziati alla fede. La scoperta di Dio e di Cristo infiammò a tal punto il cuore del giovane e dello zio, che i due chiesero in breve tempo il Battesimo e l’Eucaristia. Scoppiò nel frattempo la feroce persecuzione di Diocleziano, era
l’anno 303 d.C., ed il terrore dalle province dell’impero giunse sino a Roma, falciando inesorabilmente ogni persona che avesse negato l’incenso agli dèi romani o il riconoscimento della divinità dell’imperatore. Anche Pancrazio fu chiamato a sacrificare, per esprimere la sua fedeltà a Diocleziano, ma rifiutandosi fermamente fu allora condotto dinnanzi all’imperatore stesso per essere giudicato. Diocleziano, sorpreso “dall’avvenenza giovanile e bellezza di lui, adoperò ogni arte di promesse e minacce per fargli abbandonare la fede di Gesù Cristo” (da un manoscritto conservato nella Basilica di San Pancrazio). La costanza della fede di Pancrazio meravigliò
l’imperatore e tutti i cortigiani presenti all’interrogatorio, suscitando allo stesso tempo lo sdegno dell’imperatore che non esitò ad ordinare la decapitazione dell’intrepido giovane. Condotto fuori Roma, sulla via Aurelia, quella sera del 12 maggio 304 Pancrazio porse la testa al titubante carnefice, riconsegnando così la propria vita a Dio. Il Cardinale Baronio, autore nel XVI secolo della più grande storia della Chiesa, ricordò San Pancrazio nella sua monumentale opera, gli Annales Ecclesiastici. …Il Martyrologium Romanum ancora oggi riporta in data 12 maggio la commemorazione “A Roma, al secondo miglio lungo la Via Aurelia, memoria di S. Pancrazio, che ancora adolescente fu ucciso per la fede di Cristo; presso il luogo della sua sepoltura papa Simmaco innalzò la celebre basilica, e papa Gregorio Magno non perse occasione per invitare il popolo ad imitare un simile esempio di verace amore a Cristo. In questa data si commemora la deposizione delle sue spoglie”. Il Messale Romano ed il Breviario, conformemente al calendario liturgico della Chiesa, riportano sempre in tale data la “memoria facoltativa” del santo martire. Assieme a Pancrazio ricevettero degna sepoltura i santi martiri Nereo ed Achilleo,. Nonostante siano ricordati tutti e tre il 12 maggio, il loro culto è sempre stato separato e le loro memorie liturgiche vengono celebrate separatamente con formulari propri secondo l’antica tradizione romana. Il documento più antico sui santi Nereo ed Achilleo, martiri romani, è l’epigrafe scritta in loro onore da papa San Damaso nel IV secolo. La testimonianza di numerosi pellegrini ne ha tramandato il contenuto prima che essa venisse distrutta. L’archeologo Giovanni Battista De Rossi nel XIX secolo ne ha rimesso insieme i frammenti: “I martiri Nereo e Achilleo si erano arruolati nell’esercito ed eseguivano gli ordini di un tiranno, ed erano sempre pronti, sotto la pressione della paura, ad obbedire alla sua volontà. O miracolo di fede! Improvvisamente cessò la loro furia, si convertirono, fuggirono dal campo del tiranno malvagio, gettarono via gli scudi, l’armatura e i giavellotti lordi di sangue. Confessando la fede di Cristo gioirono nell’unire la loro testimonianza al suo trionfo. Impariamo dalle parole di Damaso quali cose grandi opera la gloria di Cristo”. Pare dunue certo che fossero pretoriani e che, più o meno improvvisamente, abbiano deciso di convertirsi al cristianesimo, pagando con il loro sangue la loro fede. La Chiesa fa memoria di Pancrazio, Nereo e Achilleo il 12 maggio. (da un testo di Fabio Arduino, Internet, Santi e Beati)
Nel 311, l’imperatore Galerio, persuaso ormai della inutilità della lotta, aveva ordinato la sospensione delle persecuzioni e poco dopo Costantino aveva intuito l’opportunità che l’Impero si giovasse della grande forza sia numerica che morale del Cristianesimo. Con le dimissioni di Diocleziano e Massimiano del 305, divennero imperatori Galerio per l’Oriente e Costanzo Cloro per l’Occidente i quali a loro volta nominarono i propri successori detti “Cesari”, presto soppiantati da Massenzio, figlio di Galerio e Costantino figlio naturale di Costanzo Cloro. Con la battaglia di Ponte Milvio del 312 in cui Costantino sconfisse Massenzio, dopo aver avuto, secondo la leggenda, una apparizione del monogramma di Cristo con la scritta: “in Hoc signo vinces”, restavano solo due augusti: Costantino per l'occidente e Licinio per l'oriente. Dopo un primo conflitto nel 314, in seguito al quale l'Illirico passò a Costantino, Licinio venne definitivamente sconfitto nel 324 e Costantino rimase unico signore di tutto l'impero. Con l’Editto di Milano del 313 la condizione dei cristiani cambia radicalmente perché non solo è dato loro di professare pubblicamente la propria fede, ma le Chiese ricevono dei riconoscimenti pubblici come: · l’esonero dai servizi pubblici · alle Chiese viene concessa la facoltà di ereditare e ricevere offerte ed i Vescovi hanno capacità giuridica · la domenica viene elevata a giorno festivo pubblico · viene abolito il supplizio della croce · agli schiavi viene tolto il marchio in fronte Con i cultori del paganesimo si procede con prudenza. Senza fare di questo testo una copia dei libri di storia mi preme ricordare le figure imperiali che, nel bene o nel male, influirono sulla vita della Chiesa di questo secolo; così è d’obbligo ricordare: l’imperatore Costanzo (351 – 361) che prese le difese della setta ariana, tanto avversata dai Vescovi cattolici l’imperatore Giuliano detto l’Apostata (361 -363), figlio di un fratellastro di Costantino, per il suo ritorno al paganesimo subentra poi la famiglia dei Valentiniani con Graziano (375 – 383) ucciso nelle Gallie ed il fratello Valentiniano II, salito al trono a 13 anni, ariano come la madre Giustina, rimasti famosi per la loro opposizione a S. Ambrogio. Nell’ultimo quarto del secolo sale al trono, Teodosio I, detto il Grande (379 – 385) e diviene il vero fondatore della Chiesa cattolica di Stato. La Chiesa cattolica, se in questo secolo riesce ad ottenere il diritto di visibilità e di libertà di fronte allo Stato, tuttavia vede nascere al suo interno dei movimenti che tentano di distruggere il fondamento stesso della sua fede, come l’arianesimo che nega la divinità di Gesù Cristo. Ma il Signore, che non abbandona la sua Chiesa all’errore, fa nascere proprio in questo secolo delle personalità dotate di grande ricchezza razionale e di santità da poter sconfiggere gli errori serpeggianti. L’Imperatore Costantino nel 325 convoca un Concilio a Nicea (Turchia – sul Mar Nero) a cui partecipano 300 Vescovi. S. Atanasio di Alessandria d’Egitto, che rimane la figura più significativa nella difesa della divinità di Gesù Cristo è solamente un diacono. Nel 380, l’Imperatore Teodosio convoca a Costantinopoli il II Concilio Ecumenico in cui viene definita quella formula di fede che ancora oggi viene recitata ogni domenica durante la S. Messa e che prende appunto il nome di “ Credo o Simbolo Niceno Costantinopolitano”. E’ a questo punto che, fornite le note essenziali di storia di quel secolo, possiamo riprendere a descrivere la vita e le opere dei Santi di questo secolo, avendo cura di avvertire che non si tratta più di martiri, ma di persone che comunque hanno dato una bella testimonianza con la santità di vita.
San Pacomio, monaco eremita, egiziano, nato nell’Alto Egitto nel 287 e convertitosi al cristianesimo. Dopo il battesimo, la vita spirituale di Pacomio cerca modi per esprimersi: prima all’interno di una comunità cristiana di cui si mette a servizio, quasi a voler subito mettere in pratica l’insegnamento di carità che quegli sconosciuti cristiani gli avevano trasmesso in carcere, dove si trovava per essere stato fatto prigioniero in guerra; poi attraverso l’esperienza eremitica, cioè l’incontro con Dio nella solitudine del deserto, di cui il grande Antonio è stato maestro. Pacomio, però, apre una strada nuova: all’imitazione di Gesù, solo nel deserto, in un rapporto esclusivo con il Padre e alle prese con le tentazioni del demonio, egli preferisce imitare Gesù che vive con i suoi discepoli ed insegna loro a pregare. Ecco nascere così attorno a lui un’interessante ed inedita esperienza di monachesimo: il cenobitismo o vita comune, dove la disciplina e l’autorità sostituiscono l’anarchia degli anacoreti. Quindi, non più e non solo la solitudine degli eremiti precedenti,con le astinenze, i digiuni e le penitenze corporali che li caratterizzano ma che possono anche nascondere l’insidia della bizzarria e dell’orgoglio; piuttosto, una comunità cristiana sul modello di quella fondata da Gesù con gli apostoli, basata sulla comunione nella preghiera, nel lavoro e nella refezione e concretizzata nel servizio reciproco. Il documento su cui Pacomio vuole regolare la vita della comunità è la Sacra Scrittura, che i monaci imparano a memoria e recitano a bassa voce mentre svolgono il loro lavoro: un contatto diretto con Dio attraverso il “sacramento della Parola”. Pacomio muore il 14 maggio 346, lasciando in eredità una decina di monasteri, di cui un paio anche femminili. Il luogo della sua sepoltura è sempre stato sconosciuto, perché un punto di morte aveva raccomandato al discepolo più fedele di seppellirlo in un posto segreto, per evitare la venerazione dei suoi seguaci. La Chiesa ne fa memoria il 9 maggio.
Sant’Antonio Abate E’ il patriarca del monachesimo occidentale, uomo di preghiera, celebrato lottatore contro i demoni, guaritore di infermi e direttore di anime. Egiziano di origine, nacque intorno al 250 a Coma nel medio Egitto, da una famiglia cristiana di floride condizioni economiche. Alla morte dei genitori, avvenuta intorno al 270, Antonio, ancora giovane, dopo aver sentito in chiesa leggere il brano di Vangelo: “Se vuoi essere perfetto, va vendi quello che hai e dallo ai poveri…”, vendette le sostanze paterne, collocò la sorella presso pie donne, assicurandole i mezzi necessari al sostentamento, e distribuì infine ai poveri tutto quanto gli restava. Si ritirò in un luogo vicino al suo villaggio per condurre vita eremitica, tutta dedita al lavoro, alla preghiera e alla lettura delle Sacre Scritture, Nel 285, quando ormai aveva trentacinque anni, interruppe qualunque relazione umana ritirandosi ad est, verso il mar Rosso. Si stabilì presso una fonte. Al tempo della persecuzione di Massimino (311) lasciò la solitudine per recarsi ad Alessandria a servire e a incoraggiare i confessori della fede. E’ un uomo sempre in fuga da chi lo cerca; per questo stabilisce di addentrarsi nel deserto della Tebaide orientale (alto Egitto). Muore il 17 gennaio 356 a 106 anni circa. E’ amico di s. Atanasio; cosa significa questo? Atanasio é il più grande difensore della divinità di Gesù Cristo al Concilio di Nicea del 325 e così lo é anche Antonio. Mentre in Oriente è S. Basilio, in Occidente, Antonio é il primo fondatore del monachesimo occidentale; San Benedetto viene più tardi (480). Il passaggio da una famiglia benestante alla vita eremitica gli deve essere costato moltissimo; da qui le descrizioni di grande fantasia delle sue lotte contro il demonio. Il maiale o meglio il cinghiale raffigurato accanto a lui non dice necessario riferimento al demonio, come ritiene la gente, ma ha ben altra funzione come si dirà subito. Antonio é invocato come guaritore per certe malattie, come per il cosiddetto “fuoco di S. Antonio”. Da piccolo ricordo che per tradizione si usava la sugna, del maiale in dialetto “sciungia” per curare queste malattie ma, e per gli stracci che si usavano per contenere questo grasso a contatto della pelle e per il grasso stesso, era già un miracolo che non si prendessero altre malattie infettive. Anche per la sua rinomata relazione con gli animali bisogna dare a questa voce un senso di naturalezza. Antonio viveva nel deserto, presso una sorgente, coltivava un piccolo orticello per le verdure, da proteggere contro le irruzioni di animali selvatici ed in particolare dei cinghiali. Da qui nasce, come per Francesco, la sua amicizia con gli animali Poi nel periodo medievale, i monaci antoniani che avevano gli Ospedali, soprattutto in Francia, pare che allevassero dei maiali, che vagavano per le vie, mantenuti dalla carità di tutti e che, con la campanella al collo, ne indicava la proprietà pubblica. Era sacrilegio rubarlo perché a fine gennaio questi animali si uccidevano e servivano per l’assistenza ai poveri ed ai malati curati dai frati. Per questo, in seguito, il Santo veniva invocato per la protezione degli animali: di certi animali in particolare come quelli da stalla e da cortile; c’era e c’è ancora questo male terribile che si chiama “afta epizootica” per cui l’animale deve essere abbattuto e distrutte le sue carni. Voi capite che per una povera famiglia di contadini una disgrazia del genere significava un vero disastro economico. Ricordo che, non essendo numerosi come oggi i veterinari, queste bestie, quando cominciavano a dare segni di malattia, venivano abbattute di notte in stalla e poi al mattino il contadino girava di casa in casa a vendere i suoi pezzi di carne per racimolare qualche soldo contro il danno subito. Allora si giustificava più che oggi la benedizione degli animali, non per il cane o il gatto, ma per il cavallo, l’asino, la mucca, la pecora, le oche e le galline che erano l’unica forma di sostentamento in tanta miseria. Benediciamo pure il cane ed il gatto...però non facciamo mancare qualche seria considerazione su certi valori di carità che abbiamo dimenticato. Per i roghi che si accendono in occasione della festa di S. Antonio, non c’è alcun rapporto con il santo, ma solo una questione di utilità, perché in quella circostanza si approfitta per stare attorno al fuoco per bruciare le sterpaglie dei campi. Strettamente connessi col culto di Antonio sono alcuni detti popolari italiani. Di una persona, che è colpita da una sciagura improvvisa si dice infatti che «deve aver rubato un porco di s. Antonio », mentre per uno scroccone che va, ora da questo ora da quello, e che cerca di scroccare un buon pasto, si dice che « va di porta in porta come il porco di s. Antonio ». Da ultimo, le reliquie: S. Antonio proibì al monaco che lo serviva di far conoscere il luogo dove fosse stato sepolto, proprio perché si conosceva già questa mania delle reliquie; in questo é un santo modernissimo. La sua tomba rimase inviolata fino verso il 561, quando, sotto l'imperatore Giustiniano, le reliquie furono trasportate ad Alessandria e deposte nella chiesa di S. Giovanni Battista; verso il 635, in occasione dell'invasione araba dell'Egitto, furono rilevate e portate a Costantinopoli. Di qui, nel sec. XI, passarono alla Motte-Saint-Didier in Francia, recate da un crociato al suo ritorno dalla Terra Santa. La chiesa costruita per accoglierle fu consacrata dal papa Callisto II nel 1119. In seguito (1491), furono traslate a Saint Julien presso Arles. La grande devozione dei francesi nei riguardi di questo santo sarebbe legata alla cessazione di una epidemia di peste bubbonica in coincidenza con l’arrivo delle reliquie in Francia. Tra gli scritti lasciati da S. Antonio si legge che: Un fratello disse all’abate Antonio: “ Prega per me!”. «Né io né Dio avremo pietà di te – rispose Antonio – se tu non ti preoccupi di te stesso e non chiedi nulla a Dio!”. (sermone di Don Lauro a Malavedo del 17.01.2010)
Sant’Atanasio Vescovo, nato in Egitto, probabilmente ad Alessandria, verso l'anno 295, ricevette un'accurata formazione culturale e religiosa. Il desiderio di perfezione lo indusse a ritirarsi nel deserto, dove per qualche tempo fu discepolo del grande sant'Antonio. Ordinato diacono, divenne valido collaboratore del vescovo Alessandro di Alessandria, soprattutto nella lotta contro la nascente eresia di Ario. Come diacono assistette ai lavori del concilio di Nicea del 325, che condannò l'eresia ariana. Eletto vescovo di Alessandria nel 328, per la sua fedeltà alla dottrina cattolica dovette sopportare violenze, calunnie, persecuzioni e per ben cinque volte fu costretto all'esilio. Nei suoi numerosi e mirabili scritti non cessò mai di difendere e illustrare la divina verità. Ad Alessandria, il 2 maggio 373, questo servo buono e fedele del Signore concluse la sua battaglia sostenuta per amore di Cristo, vero Dio e vero Uomo. La Chiesa ne fa memoria il 2 maggio. (dal Breviario ambrosiano)
Sant’Ilario di Poitiers, Vescovo e Dottore della Chiesa. E' stato definito "l'Atanasio d'Occidente", e infatti i punti di somiglianza col battagliero vescovo di Alessandria sono molti. Contemporanei - Ilario nacque agli inizi del secolo IV a Poitiers e vi morì nel 367 - hanno dovuto combattere contro lo stesso avversario, l'arianesimo, partecipando alle polemiche teologiche con i discorsi e soprattutto con gli scritti. Anche Ilario, per ordine dell'imperatore Costanzo, allineatosi con le decisioni del sinodo ariano di Béziers del 356, venne mandato in esilio, in Frigia. Il contatto con l'Oriente fu provvidenziale per il vescovo di Poitiers: nei cinque anni che vi trascorse ebbe modo di imparare il greco, di scoprire Origene e la grande produzione teologica dei Padri orientali, procurandosi una documentazione di prima mano, per il libro che gli ha valso il titolo di dottore della Chiesa (attribuitogli da Pio IX): il De Trinitate, intitolato dapprima più felicemente De Fide adversus Arianos, era infatti il trattato più importante e approfondito apparso fino ad allora sul dogma principale della fede cristiana. Anche nell'esilio non rimase inattivo. Con l'opuscolo Contra Maxentium attaccò violentemente lo stesso Costanzo, contestandone il cesaropapismo, la pretesa di immischiarsi nelle dispute teologiche e negli affari interni della disciplina ecclesiastica. Rientrato a Poitiers, il coraggioso vescovo riprese la sua opera pastorale, efficacemente coadiuvato dal giovane Martino, il futuro santo vescovo di Tours. Nato nel paganesimo, Ilario aveva cercato a lungo la verità, chiedendo lumi alle varie filosofie e in particolare al neoplatonismo, che avrebbe poi fortemente influito sul suo pensiero anche più tardi. La ricerca di una risposta al suo interrogativo sul fine dell'uomo lo portò alla lettura della Bibbia, dove finalmente trovò quello che cercava; allora si convertì al cristianesimo. La Chiesa ne fa memoria il 13 gennaio.
S. Efrem, diacono e dottore della Chiesa. Nacque a Nisibi, nella Mesopotamia settentrionale all'inizio del IV secolo, probabilmente nel 306. Aveva quindi sette anni quando Costantino emanò il cosiddetto editto di Milano. Pare tuttavia che della libertà di culto Efrem non potesse godere nell'ambito della propria famiglia, essendo suo padre sacerdote pagano e poco propenso quindi ad accettare la formazione cristiana che al figlio impartiva la pia madre. Efrem fu cacciato di casa. A 18 anni ricevette il battesimo e visse del proprio lavoro, a Edessa, come inserviente in un bagno pubblico. Nel 338 Nisibi venne attaccata dai Persiani ed Efrem accorse in suo aiuto. Quando Nisibi cadde sotto il dominio persiano, Efrem, divenuto diacono, nel 365 si stabilì definitivamente a Edessa, dove diresse una scuola. Vi morì il 9 giugno 373. Benedetto XV lo dichiarò dottore della Chiesa nel 1920. La tradizione ce lo ricorda come uomo austero. Non conosceva il greco e probabilmente questa fu la ragione per cui non troviamo nella sua opera letteraria quell'influsso teologico contemporaneo, caratterizzato dalle controversie trinitarie. Egli è il trasmettitore genuino della dottrina cristiana antica. Il mezzo usato da S. Efrem per la divulgazione della verità cristiana è prevalentemente la poesia, per cui a ragione è stato definito "la cetra (o l'arpa) dello Spirito Santo". Nella sua epoca si andava organizzando il canto religioso "alternato" nelle chiese. Gli iniziatori sono stati S. Ambrogio a Milano e Diodoro ad Antiochia. Il diacono di Nisibi, alle frontiere della cristianità e del mondo romano, compose nella lingua nativa poesie di contenuto didattico o esortativo, dall'andamento lirico e idonee al canto collettivo. Il carattere popolare delle sue poesie ne decretò subito una vasta diffusione. Dalla Siria raggiunsero l'Oriente mediterraneo, grazie anche ad accurate traduzioni in greco. Efrem non scriveva per la gloria letteraria; egli si serviva della poesia come di un eccellente mezzo pastorale perfino nelle omelie e nei sermoni. La profonda conoscenza della Sacra Scrittura offriva alla sua ricca vena poetica l'elemento più congeniale per tuffarsi nei misteri della verità e trarne utili ammaestramenti per il popolo di Dio. Egli è anche il poeta della Madonna, alla quale indirizzò 20 inni e verso la quale ebbe espressioni di tenera devozione. Egli invocava Maria " più splendente del sole, conciliatrice del cielo e della terra, pace gaudio e salute del mondo, corona delle vergini, tutta pura, immacolata, incorrotta, beatissima, inviolata, venerabile, onorabile...". La Chiesa ne fa memoria il 9 giugno.
San Basilio, monaco e vescovo. Nacque in una famiglia di santi: suo nonno morì martire nella persecuzione di Diocleziano e sua nonna, Santa Macrina, fu discepola di San Gregorio Taumaturgo nel Ponto. Santi furono i suoi genitori Basilio ed Emmelia, che ebbero oltre a Basilio altri cinque figli tra cui San Gregorio, poi vescovo di Nissa, e San Pietro, vescovo di Sebaste, e cinque figlie. La primogenita, Santa Macrina, omonima della nonna, visse nella sua proprietà di Annesi che aveva trasformata in monastero. Il padre di Basilio, che pare si fosse trasferito a Neocesarea, fu primo maestro del figlio, che continuò poi i suoi studi a Cesarea, a Costantinopoli ed infine ad Atene, capitale culturale del mondo ellenico e pagano, dove legò un’intima amicizia con il suo conterraneo San Gregorio Nazianzeno. Ritornato in patria verso il 356, insegnò retorica e coltivò sogni di gloria, ma infine cedette alle esortazioni della sorella e si diede alla vita ascetica. Secondo gli usi del tempo ricevette finalmente il battesimo ed intraprese la visita dei grandi asceti dell’Egitto, della Palestina e della Mesopotamia, al fine di farsi un’idea circa il loro stile di vita. Quando fece ritorno in patria non esitò a distribuire parte dei suoi beni ai poveri ed a ritirarsi in solitudine sulle rive dell’Iris, di fronte ad Annosi, presso Neocesarea. Ai suoi seguaci, presenti con lui nel cenobio, diede una solida formazione morale e ascetica, prima con le Grandi Regole e poi con le Piccole Regole, concernenti i doveri e le virtù dei monaci, che gli valsero l’appellativo di “legislatore del monachesimo orientale”. Basilio restò per cinque anni nella solitudine, finché il suo vescovo Eusebio, dopo il Battesimo, gli conferì anche l’ordinazione sacerdotale perché potesse coadiuvarlo nel difficile ministero. Preferì tuttavia ritornare ben presto alla vita solitaria, non appena si accorse di avere suscitato con il suo prestigio la gelosia del suo Vescovo. Quando sotto l’imperatore ariano Valente l’ortodossia si vide minacciata, fu l’amico Gregorio Nazianzeno a convincerlo perché ritornasse a Cesarea, e così poté lavorare proficuamente per il mantenimento della fede, il regolamento della liturgia ed il rimedio ai danni cagionati da una spaventosa carestia. Nel 370 successe ad Eusebio, divenuto ormai celebre per la sua “Storia ecclesiastica” in dieci volumi, nella sede metropolitana di Cesarea, che contava una cinquantina di diocesi suffraganee suddivise in undici province. Malgrado la breve durata del suo episcopato, l’azione pastorale di San Basilio fu così molteplice e feconda da meritargli dai contemporanei il titolo di “Magno”. A quel tempo infuriava la lotta a favore dell’eresiarca Ario. Valente tornò a Cesarea nel 371 e tentò ripetutamente di indurre Basilio a concessioni, ma non osò ricorrere alla violenza contro di lui. Per diminuirne però l’influenza, divise in due parti la Cappadocia. Per difendere i diritti della sua sede Basilio creò allora alcune diocesi e consacrò l’amico Gregorio a vescovo di Sàsima, borgo importante per le comunicazioni, ma costui assai riluttante anziché prenderne possesso preferì fuggire nella solitudine. Basilio si rivelò abile amministratore del suo territorio: con mano ferma seppe correggere abusi e bizzarrie, trasformare preti e monaci in modelli di santità, difendere le immunità ecclesiastiche di fronte al potere civile e proteggere i poveri e gli indifesi. Manifestò particolarmente il suo zelo ed il suo genio nell’organizzazione delle attività caritatevoli. In ogni circoscrizione amministrata da un corepiscopo, previde l’istituzione di un ospizio. A Cesarea costruì addirittura una cittadella della carità, con funzioni di locanda, ospizio, ospedale e lebbrosario, soprannominata dal popolo “Basiliade”. Nonostante questa fondazione godesse di diffidenza da parte del potere civile, il santo vescovo acquistò un tale ascendente che, lasciando da parte i loro dissensi religiosi, Valente lo incaricò di ristabilire in Armenia la concordia tra i vescovi e provvedere alle sedi vacanti. Parecchi vescovi suffraganei, tuttavia, invidiosi della sua elevazione, si sottrassero al suo influsso ed insinuarono persino dubbi sulla sua ortodossia. Basilio scrisse allora il trattato sullo Spirito Santo, per dimostrare contro gli ariani che ad egli è dovuto lo stesso onore che al Padre e al Figlio. A più riprese dal 371 al 376 intrattenne una fitta corrispondenza con il papa San Damaso e con altri vescovi occidentali per implorare il loro intervento, desolato per la diffusione dell’eresia e per la competizione di Melezio e di Paolino riguardo alla sede patriarcale di Antiochia. A Roma però si sosteneva Paolino, mentre i più illustri vescovi orientali erano partigiani
dichiarati di Melezio e Basilio se ne lamentò fortemente. La chiesa ne fa memoria il 2 gennaio assieme a San Gregorio. (estratto da Internet: autore, Fabio Arduino in Santi e Beati)
San Gregorio Nazianzeno, Vescovo e dottore della Chiesa. Nazianzo, attuale Nemisi in Turchia. Condivise con l’amico Basilio la formazione culturale e il fervore mistico. Fu consacrato Vescovo da S. Basilio e due anni dopo eletto patriarca di Costantinopoli nel 381. Temperamento di teologo e uomo di governo, rivelò nelle sue opere oratorie e poetiche l’intelligenza e l’esperienza del Cristo vivente e operante nei santi misteri. Il calendario liturgico latino li unisce nella memoria come intimi amici, che parteciparono alla medesima ansia di santità, ebbero un’analoga formazione culturale e nutrirono entrambi l’aspirazione alla vita monastica. La Chiesa ne fa memoria il 2 gennaio.
S. Gregorio di Nissa, monaco e Vescovo, è uno dei grandi "Padri Cappadoci" a nessuno di loro inferiore come filosofo, teologo e mistico. Fratello di S. Basilio il Grande e di S. Macrina, di cui scrisse la vita, nacque a Cesarea verso il 335. Si applicò allo studio delle lettere in patria e in seno alla famiglia molto religiosa e ricca. Non pare che abbia avuto occasione di frequentare le grandi scuole del tempo, tanto più che suo padre era rètore e avvocato. Ciò nonostante S. Basilio aveva un'assoluta fiducia in lui perché lo sapeva fedele sostenitore del Concilio di Nicea. Fu difatti il suo costante attaccamento alla dottrina di S. Atanasio che gli attirò l'odio e la persecuzione degli ariani. Nella primavera del 376, un sinodo di vescovi cortigiani, convocato da Demostene, governatore del Ponto, e tenuto a Nissa stessa, depose Gregorio durante la sua assenza, con il falso pretesto di aver dilapidato i beni della sua chiesa. Questi avrebbe voluto ritirarsi ma S. Gregorio di Nazianzo lo esortò a tenere duro. La morte dell'imperatore Valente, avvenuta il 9 agosto 378 nella lotta contro i Goti, gli permise difatti di rientrare trionfalmente nella sua sede. Nel 379, nove mesi dopo la morte di suo fratello, S. Gregorio prese parte al concilio di Antiochia, riunito per estinguere lo scisma Meleziano ivi sorto e in cui si vide affidare dai padri conciliari una missione di grande fiducia presso i vescovi discordi del Ponto e dell'Armenia. Mentre assolveva il suo compito, nel 380 fu scelto come arcivescovo di Sebaste. Egli protestò per quella sua elezione, ma per qualche mese s'incaricò provvisoriamente dell'amministrazione religiosa della diocesi. Il vescovo di Nissa, se era poco abile negli affari, s'imponeva con la sua eloquenza e la vastità della scienza filosofìca e teologica. Nel 2° concilio ecumenico radunato da Teodosio I nel 381 a Costantinopoli fu salutato come "colonna dell'ortodossia". E’ probabile che il santo sia stato incaricato di redigere la professione di fede che concluse i lavori del concilio. Sembra pure che abbia ricevuto l'incombenza di stabilire l'ordine nelle chiese della Palestina e dell'Arabia. San Gregorio ricomparirà ancora più di una volta, a Costantinopoli per i discorsi d'occasione e per le grandi orazioni funebri in morte della principessa Pulcheria e dell'imperatrice Flacilla. Nel 394 prese parte al concilio celebrato sotto la presidenza del patriarca Nettario. Nella suddetta città, dopo d'allora, il suo nome non compare più nei documenti del tempo. Se ne deduce che sia morto poco dopo. San Gregorio fu il più speculativo dei Cappadoci e il più profondo dei padri greci del secolo IV. Contro Apollinare di Loadicea rivendicò a Cristo un corpo umano e un'anima razionale. Nella controversia trinitaria rappresentò l'ortodossia cattolica e seguì la terminologia già fissata dagli altri cappadoci. La Chiesa ne fa memoria il 10 gennaio. (Estratto da Internet: Autore: Guido Pettinati, Santi e Beati)
San Giovanni Crisostomo,Vescovo e Dottore della Chiesa. Educato dalla madre, S. Antusa, Giovanni (nato ad Antiochia, probabilmente nel 349) negli anni giovanili condusse vita monastica in casa propria. Poi, mortagli la madre, si recò nel deserto e vi rimase per sei anni, dei quali gli ultimi due li trascorse in solitario ritiro dentro una caverna, a scapito della salute fisica. Chiamato in città e ordinato diacono, si dedicò per cinque anni alla preparazione al sacerdozio e al ministero della predicazione. Ordinato sacerdote dal vescovo Fabiano, ne diventò zelante collaboratore nel governo della chiesa antiochena. La
specializzazione pastorale di Giovanni era la predicazione, in cui eccelleva per doti oratorie e per la sua profonda cultura. Pastore e moralista, si mostrava ansioso di trasformare il comportamento pratico dei suoi uditori, più che soffermarsi sulla esposizione ragionata del messaggio cristiano. Durante quest'ultimo trasferimento, il 14 settembre 407, Giovanni morì. Dal sepolcro di Comana, il figlio di Arcadio, Teodosio il Giovane, fece trasferire i resti mortali del santo a Costantinopoli, dove giunsero la notte del 27 gennaio 438, tra una folla osannante. La Chiesa ne fa memoria il 14 settembre.
San Cirillo di Gerusalemme, Vescovo e Dottore della Chiesa. Tutta la sua vita è coinvolta nel travaglio della Chiesa durante i primi secoli. Ossia nei dibattiti teologici anche molto aspri, mescolati alle debolezze umane e intrecciati poi alla politica, alle guerre esterne per difendere l’Impero e a quelle interne per impadronirsi del trono, mettendo di mezzo anche la fede. E riecco Cirillo nuovamente in carica a Gerusalemme nel 362, alla morte di Costanzo, che era in lotta contro i Persiani e poi contro il cugino Giuliano. Ma, verso il 367, l’imperatore Valente lo condanna all’esilio, dal quale potrà tornare solo nel 378, definitivamente, dopo la morte di Valente nella guerra contro i Goti. Nel 380 Cirillo prende parte al Concilio di Costantinopoli (secondo concilio ecumenico) e a quello successivo del 382, nel quale viene ancora ribadita la validità della sua consacrazione a vescovo di Gerusalemme, dove rimane finalmente indisturbato fino alla morte avvenuta il 18 marzo 387. Nel 1882, quindici secoli dopo, papa Leone XIII lo proclamerà Dottore della Chiesa per il suo insegnamento scritto contenuto nelle Catechesi, che sono istruzioni per i candidati al battesimo e per i neobattezzati. Accusato a suo tempo di legami con correnti dell’arianesimo, egli invece respinge la dottrina ariana sul Cristo, e anzi limpidamente lo dichiara Figlio di Dio per natura e non per adozione, ed eterno come il Padre. Ancora nel XX secolo, il Concilio Vaticano II richiamerà l’insegnamento di Cirillo di Gerusalemme, con quello di altri Padri, in due costituzioni dogmatiche: la Lumen gentium, sulla Chiesa, e la Dei Verbum, sulla divina Rivelazione. E ancora nel decreto Ad gentes, sull’attività missionaria della Chiesa nel mondo contemporaneo. La Chiesa di Roma ne fa memoria il 18 marzo. (Autore: Domenico Agasso, da Internet, Santi e Beati)
Si è ipotizzato che Zeno fosse figlio d’un impiegato statale finito in Italia settentrionale, a seguito delle riforme burocratiche volute dall’imperatore Costantino; altra ipotesi è che Zeno si trovasse al seguito del patriarca d’Alessandria, Atanasio, esule e in visita a Verona nel 340. Anche il papa s. Gregorio Magno, alla fine del VI secolo raccontò un prodigio avvenuto in città, attribuito alla potente intercessione del santo; verso il 485 una piena del fiume Adige, sommerse Verona, giungendo fino alla chiesa dedicata a san Zeno, che aveva le porte aperte; benché l’acqua del fiume avesse raggiunto l’altezza delle finestre, non penetrò attraverso la porta aperta, quasi come se avesse incontrato una solida parete ad arginarla. Dal panegirico pronunciato da s. Petronio vescovo di Bologna, nella prima metà del V secolo, nella chiesa dove riposavano i resti del santo, si apprende che Zeno fu vescovo insigne per carità, umiltà, povertà, liberalità verso i poveri; sollecitava con forza clero e fedeli alla pratica delle virtù cristiane, dando loro l’esempio. Costruì a Verona la prima chiesa, che si trovava probabilmente nella zona dell’attuale Duomo, dove si riconoscono le tracce dei primi edifici cristiani; si tratta della chiesa già citata, che prodigiosamente non fu allagata dalla piena del fiume Adige nel 588, e per questo fu donata a Teodolinda, moglie di re Autari, che fu testimone oculare dell’avvenuto prodigio. Alla consacrazione furono presenti, il re Pipino, figlio di Carlo Magno, il vescovo di Verona, quelli di Cremona e Salisburgo, più una folla immensa. Ma dal Nord Europa, ancora una volta calarono eserciti barbari, giungendo nell’antichissima e celebre città sull’Adige; Verona è stata nei secoli la prima tappa dei popoli germanici e dell’Est europeo, che varcavano le Alpi per invadere e conquistare la Penisola e verso la fine del IX secolo, gli Ungheri assalirono Verona e saccheggiarono le chiese dei sobborghi. I miracoli raffigurati, furono tratti dai racconti del già citato notaio veronese Coronato, e dalle formelle si può apprendere quelli più eclatanti; quando san Zeno fu eletto vescovo di Verona, prese ad abitare con dei monaci, in un luogo solitario verso la riva dell’Adige e giacché viveva povero, era solito pescare nel fiume per cibarsi; e un giorno mentre stava pescando, vide più in là un contadino trascinato nella corrente del fiume, insieme al suo carro, dai buoi stranamente imbizzarriti. Avendo intuito che si trattava di un’opera del demonio, fece un segno di croce, che ebbe l’effetto di far calmare i buoi, che riportarono così il carro sulla riva. Nella basilica esiste una bella vasca di porfido, pesantissima, che la tradizione vuole regalata da Gallieno al vescovo, il quale volendo punire l’impertinente demonio, gli ordinò di trasportarla fino a Verona; il demonio obbedì, ma con tanta rabbia, tanto da lasciare sulla vasca l’impronta delle sue unghiate; al di là della tradizione, la vasca può essere un importante reperto archeologico, delle antiche terme romane della città. Infine non si può soprassedere sull’ipotesi, che san Zeno fosse un uomo oltre che istruito e saggio, anche bonario e gioviale; lo attestano due importanti opere, un’anta dell’antico organo, ora custodita nella chiesa di San Procolo, e la grande statua in marmo colorato, della metà del XIII secolo, nella basilica, che lo raffigurano entrambe sorridente fra i baffi; la statua raffigura san Zeno seduto, vestito dai paramenti vescovili, con il viso scuro per le sue origini nord africane, che sorride e benedice con la mano destra, mentre con la sinistra sorregge il pastorale, a cui è appeso ad un amo un pesce, a ricordo della sua necessità di pescare nell’Adige per i suoi pasti frugali. I veronesi indicano questa statua, come “San Zen che ride”; il santo è patrono dei pescatori d’acque dolci, il grosso sasso lustrato su cui, secondo la tradizione, sedeva mentre pescava nel fiume, è conservato in una piccola chiesetta denominata San Zeno in Oratorio, non lontano dalla millenaria basilica veronese, in cui riposa il santo Patrono.
I Santi Eustorgio e Dionigi Vescovi di Milano. Vissero negli anni drammatici della controversia tra i cattolici e i seguaci di Ario, che negavano la divinità di Cristo. L'imperatore Costanzo, favorevole agli ariani, aveva condannato il più autorevole difensore della fede nicena, Atanasio di Alessandria, e nel concilio di Milano del 355 volle obbligare i vescovi a sottoscrivere a quell'iniqua sentenza. Dionigi, succeduto ad Eustorgio nel 349, si oppose energicamente e fu irremovibile di fronte a ogni minaccia. Venne perciò deposto, e sulla sua cattedra episcopale fu insediato l'ariano Aussenzio. Fu esiliato in Armenia, dove morì verso il 360, lontano dalla sua Chiesa ma vicino al cuore e all'ammirazione dei suoi fedeli. Ambrogio, che successe ad Aussenzio, ne esaltò la memoria e ne fece riportare i resti mortali, conservati fino a oggi nella cattedrale. Si celebra la memoria di S. Eustorgio il 18 settembre e quella di S. Dionigi il 25 maggio
Sant’Eusebio di Vercelli, Vescovo. Verso il 345 la Chiesa di Vercelli acclamava come suo primo Pastore, Eusebio che nato in Sardegna, era stato annoverato tra il clero della Chiesa di Roma. Divenuto Vescovo si preoccupò innanzi tutto della formazione dei presbiteri per i quali promosse la vita comune. Contro gli ariani difese con fermezza la divinità del Signore Gesù e nel 355, dopo il Concilio di Milano, fu cacciato in esilio dall’imperatore Costanzo assieme al Vescovo di Milano, Dionigi. Per difendere la verità cattolica della divinità di N.S.G.C. subì violenze, carcere e fame, restando fedele all’insegnamento del Concilio di Nicea. Tornato a Vercelli guidò con zelo e saggezza il suo gregge fino alla morte, avvenuta il 1 agosto 371. La Chiesa ne fa memoria il 2 agosto. (Associamo nella memoria i due Vescovi riportando il testo di una lettera di S. Ambrogio.) Dalla « Lettera alla Chiesa di Vercelli » di sant'Ambrogio, vescovo Sant'Eusebio uscì dalla sua terra, dalla sua gente, e amò essere pellegrino piuttosto che restare nella quiete della sua casa; per la fede scelse anche le asprezze dell'esilio, insieme con Dionigi, di santa memoria, il quale pospose l'amicizia dell'imperatore all'esilio volontario. Questi uomini memorandi, circondati dalle armi, cinti tutt'intorno dall'esercito, mentre venivano strappati dalla chiesa maggiore, in realtà si mostravano vincitori dell'impero. Infatti, con l'oltraggio terreno essi acquistavano la fortezza dello spirito, la potenza del regno; coloro, ai quali la brutalità militare e lo strepito delle armi non poterono strappare la fede, furono in grado di soggiogare la ferocia dell'animo bestiale, che non riuscì a recare danno ai giusti: « l'ira del re », infatti, « è come l'ira del leone », è scritto nei Proverbi (19, 12), Colui che chiedeva ad essi di cambiare il loro giudizio, riconosceva di essere stato sconfitto; essi ritenevano che la loro penna fosse più resistente delle altrui spade di ferro. Infatti venne ferita l'eresia, perché venisse abbattuta, non venne invece colpita la fede dei santi; non desideravano essere sepolti in patria coloro ai quali era riservato un posto in cielo. Andarono errabondi per tutto il mondo, senza disporre di nulla, e tuttavia erano in possesso di tutto. Sentivano come luogo di delizia ogni posto dove fossero inviati; non mancavano di nulla, provveduti come erano nell'abbondanza della fede. Anzi, pur essendo poveri di beni, ciò nonostante arricchivano gli altri, disponendo dell'opulenza della grazia. Essi subivano la prova dei digiuni, delle fatiche, delle carceri, delle veglie, ma non ne rimanevano debilitati. Uscirono rafforzati dalla loro infermità. Non si attendevano i piaceri del lusso quanti nella fame trovavano la loro sazietà; la torrida estate non riusciva a bruciare quanti erano refrigerati dalla speranza della grazia eterna; non erano piegati dal rigore delle regioni glaciali, quanti godevano del tepore di una fervida devozione dello spirito; non temevano i ceppi degli uomini, coloro che da Gesù erano stati liberati; non bramavano di essere sciolti dalla morte, fiduciosi com'erano di essere risuscitati da Cristo. San Dionigi infatti desiderò di morire in esilio, perché il suo ritorno non vedesse le confusionì create nell'animo del suo clero e della sua comunità dagli insegnamenti e dagli usi degli eretici. Meritò questa grazia: di morire nella pace del Signore con spirito sereno. In tal modo, come sant'Eusebio per primo innalzò il vessillo della testimonianza alla fede, così il beato Dionigi finì la sua vita con un titolo di gloria vicinissimo a quello dei martiri.
Sant’Ambrogio, vescovo e dottore della Chiesa Ambrogio nacque a Treviri, sembra nell’anno 340, da una famiglia del patriziato romano. Dopo un’accurata formazione letteraria compiuta a Roma, iniziò a Sirmio la carriera di magistrato. In seguito dal perfetto Probo ricevette l’incarico di recarsi a Milano come governatore della Liguria e dell’Emilia. Nell’anno 374 morì il vescovo Aussenzio fautore dell’eresia di Ario ed il popolo si trovò in discordia sulla scelta del successore. Ambrogio si recò allora – come era dovere della sua carica – alla chiesa, per sedare i contrasti; parlò con tale capacità persuasiva che improvvisamente il popolo lo acclamò vescovo all’unanimità. Di fronte al rifiuto e alla resistenza di Ambrogio, il desiderio del popolo fu sottoposto all’Imperatore Valentiniano, che si mostrò ben contento che il vescovo fosse scelto tra i suoi magistrati. Ambrogio che non era ancora rinato al sacro fonte ricevette il battesimo e otto giorni dopo, la domenica 7 Dicembre, fu ordinato vescovo. Nell’esercizio del suo ministero fu generoso con tutti e si dimostrò sempre difensore degli umili e dei deboli, pastore e maestro dei credenti. Donò alla chiesa i beni che possedeva soprattutto per soccorrere i poveri e per riscattare i prigionieri. Così, come un soldato privo di impedimenti e pronto a combattere, si mise al seguito di Cristo Signore che «da ricco che era, si fece povero per noi, perché diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor 8,9). Assiduo nell’orazione e nella meditazione delle divine Scritture, pio e solerte nella celebrazione dei divini misteri, ebbe un cuore così colmo di misericordia da piangere i peccati degli altri come fossero suoi. Agostino, che viveva il travaglio interiore alla ricerca della verità, impressionato sia dall’eloquenza dolce e illuminante, sia dalla santità di vita del vescovo di Milano, approdò alla certezza della fede cattolica. L’azione pastorale di Ambrogio fu di eccezionale efficacia e rifulse particolarmente nell’opera di iniziazione dei catecumeni, nella guida geniale di tutti i fedeli a proclamare nel canto la gloria del Signore e le verità che ci salvano, nell’esaltazione della verginità consacrata. Egli si preoccupò di fondare dei monasteri sia maschili che femminili che, sotto la sua guida, chiamarono uomini e donne a consacrarsi al Signore nel servizio liturgico e nella preghiera. Ambrogio additava ai suoi fedeli il primato della Chiesa di Roma per la numerosa schiera dei suoi martiri; si può presumere quindi che si informasse con insistenza sulle testimonianze dei martiri milanesi e, bisogna riconoscere che la Provvidenza lo assistette perché furono fruttuose le sue ricerche sui resti dei Santi martiri a cui diede una nobile sepoltura; ne sono un esempio i santi martiri:
Per i santi Vittore, Nabore e Felice compose anche l’inno:”Victor Nabor, Felix pii” che è diventato il fondamento storico della figura dei tre martiri. Essi erano soldati di origine nord-africana (Mauri genus), venuti a Milano per servire nell’esercito di Massimiano e qui divennero cristiani. Nel 303 la persecuzione contro i cristiani era già di fatto esplosa in Oriente, soprattutto contro quelli appartenenti alla forza militare; anche Massimiano, seguendo l’invito dei governatori orientali, diede ordine di effettuare le depurazioni nel suo esercito. I tre soldati disertarono e quindi processati e condannati a morte, ma la sentenza non fu eseguita a Milano; furono trasferiti a Lodi Vecchio (Laus Pompeia) e lì giustiziati mediante decapitazione, per dare un monito alla fiorente comunità cristiana del luogo. …Il 22 gennaio 1799, le reliquie furono traslate in S. Ambrogio, perché l’antica basilica paleocristiana venne soppressa; nel frattempo le reliquie conservate in due preziosi reliquiari d’argento erano state vendute a degli antiquari. Negli anni ’60, l’arcivescovo di Milano cardinale Montini, futuro papa Paolo VI, le riscattò da un antiquario di Namur (Belgio); dispose il ritorno con solenni onoranze, prima a Milano e poi a Lodi Vecchio; il culto ancora una volta si è rinverdito; i santi sono raffigurati di solito con la corazza di soldati e la palma del martirio, in vari luoghi sacri della diocesi ambrosiana. La Chiesa ambrosiana celebra la memoria di S. Vittore l’8 maggio e dei Santi Nabore e Felice, l’8 luglio.
Poi fu la volta del rinvenimento dei corpi dei Santi Protaso e Gervaso, antichi martiri della Chiesa di Milano; sant'Ambrogio trovò le venerabili spoglie presso la piccola chiesa cimiteriale dedicata ai santi Nàbore e Felice. Il 19 giugno dell'anno 386, consacrando .il tempio che ora porta il suo nome, il santo vescovo depose le preziose reliquie sotto l'altare in un loculo che aveva fatto predisporre per la propria sepoltura. In quell'occasione, l'esaltazione dei martiri - di cui fu testimone Agostino - contribuì a confortare la comunità cattolica di Milano, duramente provata dalla opposizione degli ariani. I corpi dei due testimoni di Cristo, insieme con quello di Ambrogio, rimasero per molti secoli nascosti agli occhi di tutti, fino all'8 agosto 1871, quando, riscoperti, poterono di nuovo essere posti in onore nella cripta della basilica ambrosiana, dove sono circondati da grande venerazione. La Chiesa milanese li venera il 19 giugno
E da ultimo il ritrovamento dei Santi Nazàro e Celso che hanno onorato la Chiesa di Milano col loro martirio, avvenuto probabilmente durante la persecuzione di Diocleziano. I loro corpi, rimasti a lungo nascosti, furono scoperti da sant'Ambrogio, si crede nell'anno 396, in un orto posto appena fuori delle mura della città. Le reliquie di san Nazàro furono portate dallo stesso vescovo nella basilica degli Apostoli, a Porta Romana, in seguito chiamata col nome del martire che ivi ancora riposa. Le spoglie di san Celso vennero lasciate sul luogo della sepoltura, dove in suo onore fu costruita una piccola basilica; ora sono custodite nel maestoso tempio adiacente, dedicato alla Vergine sotto il titolo di nostra Signora dei miracoli. La Chiesa milanese li venera il 29 luglio.
L’azione infaticabile di Sant’Ambrogio merita di essere ricordata qui dalle sue stesse parole: «Poiché non merito di essere martire, vi ho procurato questi martiri». Era il 20 giugno dell’anno 386, un sabato. E Ambrogio, vescovo di Milano, dal pulpito della Basilica che familiarmente chiamavano “ambrosiana” («quam appellant ambrosianam», scrive in una lettera alla sorella Marcellina) e che ufficialmente era la Basilica Martyrum, annunciava la consacrazione di quell’altare. Sotto la mensa infatti erano state appena riposte le reliquie dei santi Gervaso e Protaso, ritrovate tre giorni prima, a poche centinaia di metri da lì. Ambrogio è preciso nei particolari: appena un mese prima, il 9 maggio di quel 386, aveva infatti posto sotto l’altare maggiore della Basilica di Porta Romana le reliquie dei tre apostoli, Andrea, Giovanni e Tommaso. Oggi quella stessa Basilica, ancora esistente, è meglio nota come di San Nazaro, dal nome del martire che sempre Ambrogio fece seppellire qui nel 395. Ambrogio tutelò pure con tenacia i diritti del popolo di Dio anche a costo di controversie con la corte imperiale. Nei suoi scritti mirabili e negli atti del suo governo episcopale seppe difendere vittoriosamente contro gli ariani la purezza della fede. La morte gli venne incontro quando ormai sfinito nel corpo, ma non nello spirito, stava dettando al suo segretario Paolino, poi Vescovo di Nola il commento al salmo 43; a coloro che lo pregavano di chiedere al Signore di prolungargli la vita, rispose: “ Non vissi tra voi così da vergognarmi di vivere, ma neanche temo di morire perché abbiamo un buon Signore”. Nell’agonia fu assistito da Onorato, vescovo di Vercelli, che gli portò il viatico del Corpo di Cristo. Ambrogio stese, le braccia a forma di croce e spirò santamente. Era il Sabato santo dell’anno 397, il quattro di aprile. Il suo corpo venne deposto nella basilica che lui stesso aveva fatto edificare e che porta il suo nome e dove è venerato con i martiri Protaso e Gervaso. Lasciamo al racconto diretto di S. Paolino la descrizione dei suoi funerali: “Nell'ora del mattino in cui morì la sua salma fu portata dalla casa alla chiesa maggiore e lì rimase la notte in cui celebrammo la vigilia di Pasqua. In quella occasione molti bambini che erano stati battezzati, venendo via dalla fonte battesimale, lo videro: alcuni dissero di averlo visto sedere sulla cattedra, altri col dito lo mostrarono ai loro genitori mentre passeggiava. Ma gli adulti non lo potevano scorgere, perché non avevano gli occhi purificati. Molti poi raccontavano di vedere una stella sopra il suo corpo. Quando risplendette il giorno del Signore, mentre il suo corpo, terminate le funzioni, veniva sollevato per essere portato dalla chiesa alla basilica ambrosiana, dove fu sepolto, una turba di demoni gridava così forte di essere tormentata da lui, che il loro gridare non poteva essere sopportato.” Confidando nella sua intercessione il popolo “gettava fazzoletti e cinture per poter toccare in qualche modo la salma del santo. C'era infatti al funerale una folla immensa di ogni condizione, sesso ed età: non solo cristiani, ma anche giudei e pagani: andava innanzi per maggiore dignità la schiera dei battezzati.” La Chiesa universale ne fa memoria il 7 dicembre.
A questo punto sembra doveroso ricordare quale fioritura di Santi sia sbocciata accanto alla figura di Ambrogio: dapprima I fratelli Santa Marcellina e San Satiro Marcellina era la sorella maggiore, nata intorno al 335 probabilmente a Roma, luogo d’origine della famiglia materna. Alla vigilia di Natale del 353 (o all’Epifania del 354) Marcellina prese il velo dalle mani di papa Liberio. La preparazione a questo evento e la cerimonia colpì il tredicenne Ambrogio, che durante la sua vita episcopale dedicò molti studi e prediche alla verginità e alla consacrazione femminile di vergini e vedove. Come d’uso a quei tempi, Marcellina continuò a vivere a casa sua, affiancata da un’amica con la quale condivideva la preghiera, ricevendo molte visite di personalità religiose. Marcellina trascorse la maggior parte della sua vita a Roma, trasferendosi solo negli ultimi anni dell’episcopato di Ambrogio a Milano. Gli atti dei santi registrano la morte di Marcellina al 17 luglio 397 o 398; e la Chiesa ne fa memoria proprio in quel giorno. Ambrogio nutrì un grandissimo amore anche verso il fratello, del quale ci ha lasciato un bellissimo ritratto nella prima versione De excessu fratris (In morte del fratello). La vicinanza dell’inseparabile Satiro dovette essere di grande conforto per il neo-eletto vescovo, quanto il vuoto per la sua perdita incolmabile, fino a perdere l’equilibrio che l’aveva contraddistinto nelle sue decisioni politiche: “Nel legame di un’unica parentela, tu mi rendevi i servigi di molti parenti, tanto che io rimpiango in te la perdita non di una sola, ma di più persone amate. Mi eri di conforto in casa, onore in pubblico; approvavi le mie decisioni, condividevi le mie inquietudini, allontanavi le mie angustie. Nella costruzione delle chiese spesso ho temuto di non avere la tua approvazione...”. Venne sepolto accanto alle reliquie di S. Vittore nel sacello di S. Vittore in Ciel d’oro. Ambrogio compose questo epitaffio, copiato all’inizio del IX secolo dal monaco irlandese Dungolo: “A Uranio Satiro il fratello accordò l’onore supremo, deponendolo alla sinistra del martire. Questa sia ricompensa ai suoi meriti: l’onda del sacro sangue infiltrandosi irrori le vicine spoglie”. La Chiesa milanese ne fa memoria il 17 settembre.
Giustamente, è doveroso collocare accanto ad Ambrogio ed ai suoi fratelli, Sant’Onorato di Vercelli, Vescovo di Vercelli, perché una profonda amicizia legò i due Vescovi; quale era il motivo? Alla morte del Vescovo Limenio di Vercelli, quella chiesa era scossa da contrasti non indifferenti in merito alla scelta del vescovo e queste divisioni erano ancor più acuite dalla predicazione di due sacerdoti milanesi, che contestavano la riforma voluta dal defunto vescovo in merito alla disciplina ascetica e al celibato dei sacerdoti, idee già presenti nella regola di vita del clero voluta dal grande Sant’Eusebio. La questione venne risolta anche grazie all’intervento di Ambrogio, prima con una lettera, che fu il suo ultimo scritto, poi personalmente, consacrando Onorato, già stimato membro del cenobio eusebiano, quale vescovo, nel 396. Onorato ricambiò questa stima mostrando grande affetto per Ambrogio e quando seppe della sua malattia corse a Milano accanto al grande amico per confortarlo con i Sacramenti; racconta Paolino: “Quando passò da noi al Signore circa dall'ora undecima fino al momento in cui rese lo spirito vitale, pregò con le mani aperte a mo' di croce: noi vedevamo muoversi le sue labbra, ma non ne udivamo la voce. Onorato, vescovo della chiesa di Vercelli, mentre riposava al piano superiore della casa, per tre volte udì la voce di uno che lo chiamava e gli diceva: «Alzati, presto, perchè sta per morire.» Disceso, porse al santo il corpo del Signore. Appena lo prese e lo deglutì, rese lo spirito, portando con sè il buon viatico. Così la sua anima, rinvigorita dalla virtù di quel cibo, gode ora della compagnia degli angeli, il cui esempio egli visse in terra, e della compagnia di Elia. Infatti, come Elia, anche Ambrogio non ebbe timore di parlare a re e potenti secondo lo spirito di Dio.” Di S. Onorato ricordo un particolare curioso appreso durante le meditazioni domenicali di Mons. Giovanni Colombo, mio Rettore in Seminario e poi fatto Vescovo e Cardinale di Milano. Egli ci riferiva che S. Onorato, ritornato a Milano, poco dopo la morte di S. Ambrogio, s’accorse che i cristiani partecipavano ancora alla liturgia nelle Chiese ariane, ma non per questo avevano abbandonato la fede in Cristo vero figlio di Dio e figlio di Maria. Il Cardinale Colombo si serviva di questo particolare per confermare l’assistenza dello Spirito S. sulla Chiesa di ogni tempo. Morì attorno al 416 e la Chiesa ne fa memoria il 29 ottobre.
Successore, sulla cattedra di S. Ambrogio fu : San Simpliciano, Vescovo: nacque verso il 320. Prete della Chiesa milanese, si distinse per santità di vita e per amplissima dottrina. Buon conoscitore delle lettere greche e della filosofia neoplatonica, attorno al 355 frequentò l'ambiente culturale romano e strinse un'intima amicizia con il celebre rètore Mario Vittorino, che guidato da lui arrivò alla fede cristiana. A partire dal 374, ebbe gran parte nella formazione teologica e pastorale di Ambrogio. Svolse anche un'azione importante nella conversione di Agostino, che poi gli dedicò una delle sue opere e lo ricordò con stima e venerazione nelle sue « Confessioni ». Sul letto di morte, il 4 aprile 397, Ambrogio designò Simpliciano come il successore più adatto, nonostante l'età già avanzata. Per tre anni governò da pastore fedele e saggio la Chiesa di Milano. Morì nel 400 e fu deposto nella « basilica di Maria e delle vergini », che ora è dedicata al suo nome. Dalle « Confessioni» di sant'Agostino, vescovo «…bisognava che ripulissi il cuore dal fermento vecchio. La via, ossia la persona del Salvatore, mi piaceva, ma ancora mi spiaceva passare per le sue strettoie. Allora mi ispirasti il pensiero, apparso buono ai miei occhi, di far visita a Simpliciano, che mi sembrava un tuo buon servitore. In lui riluceva la tua grazia; avevo anche sentito dire che fin da giovane viveva interamente consacrato a te. Allora era vecchio ormai e nella lunga esistenza passata a seguire la tua via con impegno così santo, mi sembrava avesse acquistato grande esperienza, grande sapienza; né mi sbagliavo. Era mio desiderio conferire con lui sui miei turbamenti, affinché mi riferisse il metodo adatto a chi si trova nel mio stato per avanzare sulla tua via. Feci visita dunque a Simpliciano, padre per la grazia, che aveva ricevuto da lui, del vescovo di allora Ambrogio e amato da Ambrogio proprio come un padre. Quando, nel descrivergli la tortuosità dei miei errori, accennai alla lettura da me fatta di alcune opere dei filosofi platonici, tradotte in latino da Vittorino, già retore a Roma e morto, a quanto avevo udito, da cristiano, si rallegrò con me per non essermi imbattuto negli scritti di altri filosofi, ove pullulavano menzogne e inganni «-secondo i princìpi di questo mondo » (Col' 2, 8). Nei platonici invece si insinua per molti modi l'idea di Dio e del suo Verbo. Per esortarmi poi all'umiltà di Cristo, celata ai sapienti e rivelata ai piccoli, evocò i suoi ricordi di Vittorino, appunto, da lui conosciuto intimamente durante il suo soggiorno a Roma. Quanto mi narrò dell'amico non tacerò, poiché offre l'occasione di rendere grande lode alla tua grazia. Quel vecchio possedeva vasta dottrina ed esperienza di tutte le discipline liberali, aveva letto e ponderato un numero straordinario di filosofi, era stato maestro di moltissimi nobili senatori…» La Chiesa milanese ne fa memoria il 14 agosto
Senza togliere nulla alla memoria di S. Ambrogio, anzi ricordando che fu proprio per la santità visibile del grande patriarca della Chiesa milanese, Sant’Agostino è certamente la figura dominante di questo secolo, soprattutto per la vastità della tradizione cristiana che ci ha tramandato nei suoi scritti. Prima però di ricordare la figura del santo è giusto ricordare chi con le sue lacrime, come lo stesso figlio riconosce, lo ha salvato: Santa Monica, madre di Agostino.
S. Monica (331 – 387) 27 agosto Nacque a Tagaste, antica città della Numidia, nel 332 in una famiglia di buone condizioni economiche e profondamente cristiana; contrariamente al costume del tempo, le fu permesso di studiare e lei ne approfittò per leggere la Sacra Scrittura e meditarla. Per il suo carattere, pur amando intensamente Monica, non le risparmiò asprezze e infedeltà; tuttavia Monica riuscì a vincere, con la bontà e la mansuetudine, il caratteraccio del marito. Le notizie che riportiamo sono tratte dal grande libro, sempre attuale e ricercato anche nei nostri tempi, le “Confessioni”, scritto dal figlio Agostino, che divenne così anche il suo autorevole biografo. Da buona madre diede a tutti con efficacia, una profonda educazione cristiana; dice s. Agostino che egli bevve il nome di Gesù con il latte materno; il bambino appena nato fu iscritto fra i catecumeni, anche se secondo l’usanza del tempo non fu battezzato, in attesa di un’età più adulta; crebbe con l’insegnamento materno della religione cristiana, i cui principi saranno impressi nel suo animo, anche quando era in preda all’errore. Monica aveva 39 anni e dovette prendere in mano la direzione della casa e l’amministrazione dei beni, ma la sua preoccupazione maggiore era il figlio Agostino, che se da piccolo era stato un bravo ragazzo, da giovane correva in modo sfrenato dietro i piaceri del mondo, mettendo in dubbio persino la fede cristiana, così radicata in lui dall’infanzia; anzi egli aveva tentato, ma senza successo, di convincere la madre ad abbandonare il cristianesimo per il manicheismo, riuscendoci poi con il fratello Navigio. Il Manicheismo era una religione orientale fondata nel III secolo d.C. da Mani, che fondeva elementi del cristianesimo e della religione di Zoroastro, suo principio fondamentale era il dualismo, cioè l’opposizione continua di due principi egualmente divini, uno buono e uno cattivo, che dominano il mondo e anche l’animo dell’uomo. Le vicende della vita di Monica sono strettamente legate a quelle di Agostino, così come le racconta lui stesso; lei rimasta a Tagaste continuò a seguire con trepidazione e con le preghiere il figlio, trasferitosi a Cartagine per gli studi, e che contemporaneamente si dava alla bella vita, convivendo poi con un’ancella cartaginese, dalla quale nel 372, ebbe anche un figlio, Adeodato. Dopo aver tentato tutti i mezzi per riportarlo sulla buona strada, Monica per ultimo gli proibì di ritornare nella sua casa. Pur amando profondamente sua madre, Agostino non si sentì di cambiare vita, ed essendo terminati con successo gli studi a Cartagine, decise di spostarsi con tutta la famiglia a Roma, capitale dell’impero, di cui la Numidia era una provincia; anche Monica decise di seguirlo, ma lui con uno stratagemma la lasciò a terra a Cartagine, mentre s’imbarcavano per Roma. Quella notte Monica la passò in lagrime sulla tomba di s. Cipriano; pur essendo stata ingannata, ella non si arrese ed eroicamente continuò la sua opera per la conversione del figlio; nel 385 s’imbarcò anche lei e lo raggiunse a Milano, dove nel frattempo Agostino, disgustato dall’agire contraddittorio dei manichei di Roma, si era trasferito per ricoprire la cattedra di retorica. Qui Monica ebbe la consolazione di vederlo frequentare la scuola di s. Ambrogio, vescovo di Milano e poi il prepararsi al battesimo con tutta la famiglia, compreso il fratello Navigio e l’amico Alipio; dunque le sue preghiere erano state esaudite; il vescovo di Tagaste le aveva detto: “È impossibile che un figlio di tante lagrime vada perduto”. Restò al fianco del figlio consigliandolo nei suoi dubbi e infine, nella notte di Pasqua del 387, poté vederlo battezzato insieme a tutti i familiari; ormai cristiano convinto profondamente, Agostino non poteva rimanere nella situazione coniugale esistente; secondo la legge romana, egli non poteva sposare la sua ancella convivente, perché di ceto inferiore e alla fine con il consiglio di Monica, ormai anziana e desiderosa di una sistemazione del figlio, si decise di rimandare, con il suo consenso, l’ancella in Africa, mentre Agostino avrebbe provveduto per lei e per il figlio Adeodato, rimasto con lui a Milano. A questo punto Monica pensava di poter trovare una sposa cristiana adatta al ruolo, ma Agostino, con sua grande e gradita sorpresa, decise di non sposarsi più, ma di ritornare anche lui in Africa per vivere una vita monastica, anzi fondando un monastero. Nelle sue ‘Confessioni,’ Agostino narra dei colloqui spirituali con sua madre, che si svolgevano nella quiete della casa di Ostia, ricevendone conforto ed edificazione; ormai più che madre ella era la sorgente del suo cristianesimo; Monica però gli disse anche che non provava più attrattiva per questo mondo, l’unica cosa che desiderava era che il figlio divenisse cristiano, ciò era avvenuto, ma non solo, lo vedeva impegnato verso una vita addirittura di consacrato al servizio di Dio, quindi poteva morire contenta. Rispettosa e paziente con tutti, resisté solo al figlio tanto amato, che voleva condurla al manicheismo; era spesso sostenuta da visioni, che con sicuro istinto, sapeva distinguere quelle celesti da quelle di pura fantasia. Il suo corpo rimase per secoli, venerato nella chiesa di S. Aurea di Ostia, fino al 9 aprile del 1430, quando le sue reliquie furono traslate a Roma nella chiesa di S. Trifone, oggi di S. Agostino, poste in un artistico sarcofago, scolpito da Isaia da Pisa, sempre nel sec. XV.
Potrebbe sembrare strano che ci si riduca a quattro notizie sulla sua vita, ma debbo ricordare che circa le vicende personali, le abbiamo ricordate facendo la memoria della madre e per la sua formazione spirituale a quella dei Vescovi, Ambrogio e Simpliciano. Trascorsa una adolescenza inquieta e sregolata, aderì alla setta dei Manichei. Insegnò retorica prima a Roma e poi a Milano, dove attraversò una profondissima crisi. A casa di un amico Ponticiano, questi gli aveva parlato della vita casta dei monaci e di s. Antonio abate, dandogli anche il libro delle Lettere di S. Paolo; ritornato a casa sua, Agostino disorientato si appartò nel giardino, dando sfogo ad un pianto angosciato e mentre piangeva, avvertì una voce che gli diceva ”Tolle, lege, tolle, lege” (prendi e leggi), per cui aprì a caso il libro delle Lettere di S. Paolo e lesse un brano: “Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. Rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri” (Rom. 13, 13-14). Le omelie di Ambrogio a poco a poco dissolsero ogni errore e ogni dubbio. Ammirato dalla predicazione del vescovo Ambrogio, così Agostino si esprimeva: «Stavo tutto assorto ad ascoltarlo quando istruiva il popolo, rimanendo incantato dalle sue parole; mi piaceva molto il suo modo di parlare così dolce». «L’eloquenza di Ambrogio, Signore, dispensava al tuo popolo il fiore del tuo frumento, la gioia dell’olio e la sobria ebbrezza del tuo vino. Ero lieto di ascoltare Ambrogio che, nei suoi discorsi, era solito raccomandare molto scrupolosamente, come regola da seguire, il principio che la lettera uccide ma lo spirito dà vita». Dopo una lunga battaglia interiore, si decise a cambiare totalmente la sua vita e nella veglia pasquale dell’anno 387 questo insaziabile ricercatore della verità fu battezzato dal vescovo di Milano, sant’Ambrogio. Morta la madre, dopo qualche mese trascorso a Roma per approfondire la sua conoscenza sui monasteri e le tradizioni della Chiesa, nel 388 ritornò a Tagaste, dove vendette i suoi pochi beni, distribuendone il ricavato ai poveri e ritiratosi con alcuni amici e discepoli, fondò una piccola comunità, dove i beni erano in comune proprietà. Ma dopo un po’ l’affollarsi continuo dei concittadini, per chiedere consigli ed aiuti, disturbava il dovuto raccoglimento, fu necessario trovare un altro posto e Agostino lo cercò presso Ippona, che nel 397 lo volle Vescovo di quella città. L’iniziativa agostiniana gettava le basi del rinnovamento dei costumi del clero, egli pensava: “Il sacerdozio è cosa tanto grande che appena un buon monaco, può darci un buon chierico”. Scrisse anche una Regola, che poi nel IX secolo venne adottata dalla Comunità dei Canonici Regolari o Agostiniani. Egli intraprese anche una intensa e ardente battaglia contro le eresie che funestavano l’unità della Chiesa in quei tempi: il Manicheismo che conosceva bene, il Donatismo sorto ad opera del vescovo Donato e il Pelagianesimo propugnato dal monaco bretone Pelagio. Egli fu maestro indiscusso nel confutare queste eresie e i vari movimenti che ad esse si rifacevano; i suoi interventi non solo illuminarono i pastori di anime dell’epoca, ma determinarono anche per il futuro, l’orientamento della teologia cattolica in questo campo. Nel 429 si ammalò gravemente, mentre Ippona era assediata da tre mesi dai Vandali comandati da Genserico († 477), dopo che avevano portato morte e distruzione dovunque; il santo vescovo ebbe l’impressione della prossima fine del mondo; entrò nella pace di Cristo il 28 agosto del 430 a 76 anni. Il suo corpo sottratto ai Vandali durante l’incendio e distruzione di Ippona, venne trasportato poi a Cagliari dal vescovo Fulgenzio di Ruspe, verso il 508-517 ca., insieme alle reliquie di altri vescovi africani. Verso il 725 il suo corpo fu di nuovo traslato a Pavia, nella Chiesa di S. Pietro in Ciel d’Oro, non lontano dai luoghi della sua conversione, ad opera del pio re longobardo Liutprando († 744), che l’aveva riscattato dai saraceni della Sardegna. Il suo libro le “Confessioni” è, forse, secondo solo ai Vangeli tanto è ancora oggi ricercato, ristampato, letto e meditato. “Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo…. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace”; così scrive Agostino Aurelio nelle “Confessioni”, perché la sua vita fu proprio così in due fasi: prima l’ansia inquieta di chi, cercando la strada, commette molti errori; poi imbroccata la via, sente il desiderio ardente di arrivare alla meta per abbracciare l’amato. (alcune notizie sono tratte dalla scheda di Antonio Borrelli, Internet, santi e beati)
San Bassiano, Vescovo di Lodi. Nato a Siracusa verso il 320 da Sergio, prefetto della città, fu mandato a Roma per completarvi gli studi. Qui, convertito alla religione cristiana da un sacerdote di nome Giordano, ricevette il battesimo. Richiamato in patria dal padre che lo voleva far apostatare, si rifugiò a Ravenna, dove fu ordinato sacerdote. Verso il 373, essendo morto il vescovo di Lodi, fu scelto a succedergli anche, come sembra, per un intervento soprannaturale. Bassiano fece edificare una chiesa dedicata ai SS. Apostoli, consacrandola nel 380 alla presenza di s. Ambrogio di Milano e di s. Felice di Como, e che piu tardi prese il suo nome. Partecipò nel 381 al concilio di Aquileia e, probabilmente, nel 390 a quello di Milano, nel quale fu condannato Gioviniano. Nel 390 partecipò al sinodo milanese indetto da Ambrogio per controbattere alla predicazione dell’eretico Gioviniano. Firmò, insieme ad Ambrogio, la lettera sinodale al papa Siricio (sul seggio papale dal 384 al 399). Nel 397 assisté alla morte e ai funerali dello stesso s. Ambrogio, del quale era amico. Morì nel 410, il 19 gennaio, e fu sepolto nella sua cattedrale. Nel 1158, quando i milanesi distrussero Lodi, le sue reliquie furono portate a Milano, dove rimasero fino al 1163, anno in cui tornarono a Lodi ricostruita dal Barbarossa. La Chiesa ne fa memoria il 19 gennaio San Siro fu il primo Vescovo di Pavia; evangelizzò una vasta area dell’Italia settentrionale. Storicamente, poiché il terzo vescovo di Pavia, Evenzio o Invenzio, è accertato tra il 381 e il 397, il primo vescovo dovrebbe essere verosimilmente vissuto nel corso del IV secolo. Inizialmente sepolto nella chiesa dei Santi Gervasio e Protasio di Pavia, dove è conservato tuttora l'avello che ne costituì la prima sepoltura, il corpo del primo vescovo e patrono della città si trova adesso nella cappella a lui intitolata nel Duomo di Pavia, opera del Bramante. La festa liturgica ricorre il 9 dicembre.
Felice, primo vescovo di Como, verso la fine del 300 Ambrogio consacrò Felice vescovo il 1º novembre 386 e lo inviò ad evangelizzare il vasto municipium di Como. Ciò che fa della Chiesa di Milano la ‘Chiesa Madre' della Chiesa di Como. Il tentativo del grande vescovo coincise con i momenti della definitiva affermazione del cristianesimo, quando, ormai, le autorità centrali dell’Impero offrivano il proprio pieno sostegno alla Chiesa. Nel 380 con l'editto di Tessalonica Teodosio I° proclamò il cristianesimo, religione di stato. Nel 381 il concilio di Aquileia si pronunciò contro l'arianesimo, nel 391 sempre Teodosio I emise i decreti, che proibivano i culti pagani. La missione di Felice somiglia a quella affidata, alcuni anni prima, a San Bassiano, vescovo di Lodi, un altro stretto collaboratore di Ambrogio, che venne inviato in quella città col fine di dare nuova energia alla evangelizzazione. Due lettere di Ambrogio a Felice, sembrano suggerire un vero e proprio rapporto di amicizia ma, soprattutto, è significativo che esse siano state ritenute degne di conservazione. La missione di Felice ricalcava quella affidata, alla fine del III secolo, dal predecessore di Ambrogio, Materno a San Fedele. Questi doveva aver conseguito qualche successo, tanto che attorno al 303, allorché giunsero a Milano alcuni sopravvissuti alla decimazione della Legione Tebea, Fedele li aveva fatti fuggire con sé a Como. Qui Alessandro era stato arrestato, mentre Carpoforo, Cassio, Essanto, Severo, Secondo e Licinio vennero martirizzati, seguiti, a breve distanza dallo stesso Fedele. La confidenza di Fedele, comunque, sembra testimoniare la presenza di una comunità locale, già ai tempi delle persecuzioni di Diocleziano e Massimiano Erculeo del 303-305. La pressione repressiva, d’altra parte, si sarebbe esaurita di lì a pochi anni, nel 313 con l’editto di Milano. Ma si dovette trattare di una mera comunità di fedeli, addirittura priva di diaconi, come sembrano suggerire le considerazioni di Ambrogio, nelle due conservate lettere a Felice. Il municipium di Como, dominava una area assai vasta, che comprendeva il lago di Como, Valtellina, Ticino, alto varesotto ed includeva le valli ed i passi dello Spluga e del Settimo che portavano verso il Nord. Circa l’ordinazione episcopale ci viene in aiuto una lettera di Ambrogio a Felice, che fa riferimento alla giornata del 1º novembre. Tenuto conto della circostanza che le ordinazioni avveniva sempre di domenica, l’unica domenica 1º novembre fu quella del 386. Dal che discende la più probabile identificazione della data. Le lettere di Ambrogio descrivono Felice intento principalmente nella predicazione della Parola. Ma il nostro doveva essere anche un organizzatore, tanto che uno dei suoi primi atti fu il recupero delle spoglie dei protomartiri del 303. Per ospitarli degnamente edificò la chiesa basilica della diocesi, l'attuale San Carpoforo, edificata sul luogo (e, probabilmente, utilizzando le strutture) del preesistente tempio dedicato a Mercurio. Quivi pose, secondo la tradizione, la residenza vescovile. Certamente Felice poteva contare sulla comunità formatasi in città, e da qui inviava missionari nella vastissima provincia. Ma è dubbio che la formazione di tali evangelizzatori fosse adeguata, come traspare da un passo di Ambrogio il quale lamentava la (generale) mancanza di diaconi. In una delle due lettere, conservate, a Felice, Ambrogio è, se possibile, più preciso: nel rallegrarsi per le molte persone che a Como avevano già cominciato ad accogliere la fede, lo invitava a sperare dal Signore anche dei ministri che lo potessero aiutare nell’azione evangelizzatrice. “Chi ha dato i fedeli, darà anche i collaboratori [perché] il Signore è capace di mandare operai nella sua messe”. Un chiaro riflesso di tale situazione traspare dalla circostanza che, a lungo, San Carpoforo rimase l'unico fonte battesimale a cui i neofiti potevano essere battezzati. Certamente Felice seguiva Ambrogio nell’attribuire enorme importanza alla formazione dei diaconi. Un significativo indizio riguarda la successiva cooptazione dei primi vescovi di Como: Felice fu coadiutore di Ambrogio, prima di essere ordinato vescovo, così come Provino fu coardiutore di Felice e Abbondio di Amanzio. Quest’ultimo fece eccezione, forse, in quanto dignitario imperiale e parente per parte di madre (forse nipote) di Teodosio II. Felice morì, forse, l'8 ottobre 391. Si fece seppellire accanto ai protomartiri Carpoforo, Cassio, Essanto, Severo, Secondo e Licinio. Si trattò di una decisione in parte obbligata (in quanto San Carpoforo costituiva la sua unica chiesa), in parte opportuna, in quanto segnalava in modo visibile il legame della neonata Diocesi di Como con la testimonianza del Cristo offerta dal sangue dei martiri: un richiamo quanto mai utile in un'epoca in cui la Chiesa aveva ormai il pieno appoggio del potere politico. Una decisione simile, infatti, avrebbe assunto Ambrogio, morto nel 397, quando si fece inumare nella Basilica di San Gervasio e Protaso accanto ai due martiri. La Chiesa ne fa memoria il 31 agosto
San Martino, Vescovo di Tours, 316 o 317 . Nasce in Pannonia (che si chiamerà poi Ungheria) da famiglia pagana, e viene istruito sulla dottrina cristiana quando è ancora ragazzo, senza però il battesimo. Suo padre, un ufficiale dell'esercito dell'Impero Romano, gli da il nome di Martino in onore di Marte, il dio della guerra. Con la famiglia si sposta a Pavia, e quindicenne, in quanto figlio di un ufficiale, entra egli stesso nell'esercito. E’ in quest’epoca che può collocarsi l’episodio famosissimo di Martino a cavallo, che con la spada taglia in due il suo mantello militare, per difendere un mendicante dal freddo. Fa probabilmente un viaggio in Pannonia, e verso il 356 passa anche per Milano. Più tardi lo troviamo in solitudine alla Gallinaria, un isolotto roccioso davanti ad Albenga, già rifugio di cristiani al tempo delle persecuzioni. Di qui Martino torna poi in Gallia, dove riceve il sacerdozio dal vescovo Ilario, rimpatriato nel 360 dal suo esilio. Un anno dopo fonda a Ligugé (a dodici chilometri da Poitiers) una comunità di asceti, che è considerata il primo monastero databile in Europa. Nel 371 viene eletto vescovo di Tours. Per qualche tempo, tuttavia, risiede nell’altro monastero da lui fondato a quattro chilometri dalla città, e chiamato Marmoutier. Di qui intraprende la sua missione, ultraventennale azione per cristianizzare le campagne: per esse Cristo è ancora "il Dio che si adora nelle città". Non ha la cultura di Ilario, e un po’ rimane il soldato sbrigativo che era, come quando abbatte edifici e simboli dei culti pagani, ispirando più risentimenti che adesioni. Ma l’evangelizzazione riesce perché l’impetuoso vescovo si fa protettore dei poveri contro lo spietato fisco romano, promuove la giustizia tra deboli e potenti. Con lui le plebi rurali rialzano la testa. Sapere che c’è lui fa coraggio. Questo spiega l’enorme popolarità in vita e la crescente venerazione successiva. Quando muore a Candes, verso la mezzanotte di una domenica, si disputano il corpo gli abitanti di Poitiers e quelli di Tours. Questi ultimi, di notte, lo portano poi nella loro città per via d’acqua, lungo i fiumi Vienne e Loire. La sua festa si celebrerà nell’anniversario della sepoltura, e la cittadina di Candes si chiamerà Candes-Saint-Martin. La ricorrenza cade l'11 novembre, giorno dei suoi funerali a Tours.
Santi Vigilio, Vescovo e compagni martiri, Sisinio, Martirio ed Alessandro. E’ un trentino, ma di origine romana, e nei documenti lo troviamo già vescovo di Trento. Ha avuto l’incarico da Ambrogio, vescovo di Milano, che all’epoca ha autorità su tutta l’Italia del Nord: al momento della sua nomina (nell’ultimo decennio del IV secolo) il Papa è Siricio, energico sostenitore del primato romano su tutta la comunità cristiana. In quell’epoca, infatti, scrivendo al vescovo di Tarragona in Spagna, afferma deciso: "L’apostolo Pietro in persona sopravvive nel vescovo di Roma". Però lascia che Ambrogio sovrintenda al NordItalia, dove la struttura cristiana è tutt’altro che consolidata. Vigilio, per esempio, è solo il terzo vescovo di Trento; e parti importanti del suo territorio non sono ancora state evangelizzate. Gli manca il personale adatto, cosicché deve rivolgersi appunto ad Ambrogio per avere validi missionari. Ambrogio glieli trova e glieli manda. Sono orientali, della Cappadocia (regione dell’attuale Turchia), ossia di un’area che sta dando all’intera Chiesa apostoli e maestri. Così arrivano nel Trentino questi tre orientali: Sisinnio, Martirio e Alessandro suo fratello. Il vescovo Vigilio affida loro la predicazione nell’Anaunia, ossia nella Val di Non. E certo li prepara al difficile compito secondo il suo personale stile di pastore, arricchito dalla conoscenza delle popolazioni da raggiungere. Non vuole farne dei travolgenti conquistatori, ma piuttosto dei veicoli della Parola con l’intera loro vita, attraverso l’esempio, l’amicizia e la carità senza distinzioni. E’ molto efficace la loro parola, perché i tre sono i soccorritori di tutti, gli amici di tutti, e accolgono tutti nella casa che si sono costruiti con le loro mani. Dopo dieci anni di annuncio attraverso l’esempio, ecco però una tragica crisi: una lite a Sanzeno, tra seguaci dei vecchi culti e un cristiano che rifiuta di venerare Saturno, scatena una parte degli abitanti contro i tre missionari, percossi a morte e poi bruciati. San Vigilio è ricordato proprio per la clemenza voluta nei confronti delle popolazioni locali dopo l'episodio, che accadde il 29 maggio 397 a San Zeno nella Val di Non (lat. Anaunia). Lo stesso santo scrisse l'opera "De Martyrio SS. Sisinnii, Martyrii et Alexandri" riguardante questi fatti. Accorre Vigilio a raccogliere quanto rimane di loro; tuttavia, anche di fronte alla tragedia, il suo stile non muta. Onorati i martiri, egli si oppone risolutamente al castigo dei colpevoli: li perdona e poi chiede di persona la grazia per essi all’imperatore Onorio (che all’epoca è un ragazzo: in suo nome governa il generale Stilicone). Il gesto riassume tutta la linea pastorale del vescovo Vigilio: "Vincere soccombendo", come scrive in una lettera. Egli manda poi le reliquie dei tre evangelizzatori a Costantinopoli, dove le accoglie san Giovanni Crisostomo; e a Milano, dove a riceverle c’è san Simpliciano, successore di Ambrogio. Nel XX secolo, Milano donerà parte di quei resti alla chiesa di Sanzeno. Non sappiamo come sia morto Vigilio: un tardo racconto, che parla di martirio, non convince gli studiosi. Una leggenda del suo martirio dice che venne ucciso a bastonate e zoccolate in Val Rendena. Si ritiene che la sua morte sia avvenuta tra il 400/405. Uno storico della seconda metà del ‘900, Mons. Igino Rogger, ritiene leggendaria la nota sul suo martirio. I suoi resti sono custoditi nella cattedrale di Trento. La Chiesa ambrosiana ne fa memoria il 29 maggio, mentre nel rito romani se ne fa memoria il 26 giugno.
San Damaso, Papa del IV secolo e Santo della Chiesa, fu il più antico esploratore e archeologo delle catacombe romane. Spagnolo d'origine, ma probabilmente nato a Roma, Damaso venne eletto Papa, non senza contrasti, nel 366. La pace costantiniana aveva consentito ai Cristiani di costruire liberamente chiese e grandi basiliche. Furono perciò abbandonati gli antichi e nascosti luoghi di culto che, vuotati dalle reliquie dei " Santi " sembravano destinati a cadere in rovina. Papa Damaso riportò la tradizione verso le Catacombe, facendo eseguire lavori dì consolidamento e di ampliamento. Egli impedì così gli effetti irreparabili del completo abbandono di quei sepolcreti sotterranei. Via via che rintracciava e identificava le tombe dei Martiri, Papa Damaso, che era buon letterato le contrassegnava con epigrafi poetiche esaltanti le virtù di quegli antichi compagni di fede, noti o ignoti. Non si pensi però che il Papa se ne stesse quasi nascosto dentro le Catacombe, a comporre le sue elaborate e poetiche epigrafi. Al contrario, fu Pontefice degno del proprio tempo, e tenne alto il prestigio della Chiesa romana, in un'epoca ricca di personaggi altissimi, come Sant'Ambrogio di Milano, San Girolamo e Sant'Agostino. La passione di archeologo era nutrita, in Damaso, da una profonda pietà, e la sua azione apostolica era guidata da un alto senso di responsabilità. Sotto di lui si consolidò l'autorità della Chiesa romana, e l'eresia ariana venne quasi a spegnersi. Davanti all'Imperatore, egli affermò sempre, con serena fermezza, l'autorità della «Sede Seppe legare alla Sede Apostolica tutte le Chiese e ottenne dal potere civile il massimo rispetto. Onorando la memoria dei Martiri, nelle Catacombe, egli affermava l'unicità e la continuità di quella Chiesa per la quale i testimoni della fede avevano versato il proprio sangue; ribadiva la sovranità dello spirituale sul temporale, esaltando non i grandi del mondo, ma i campioni di Cristo.Nella cosiddetta Cripta dei Papi, da lui esplorata nelle Catacombe di San Callisto, egli scrisse, alla fine di una lunga iscrizione: " Qui io, Damaso, desidererei far seppellire i miei resti, ma temo di turbare le pie ceneri dei Santi ". Sì preparò infatti la sepoltura, con umiltà e discrezione, in un luogo solitario, lungo la Via Ardeatina. La Chiesa ne fa memoria l’11 dicembre.
San Girolamo sacerdote e Padre della Chiesa: ha posto al centro della sua vita la Bibbia: l’ha tradotta nella lingua latina, l’ha commentata nelle sue opere, e soprattutto si è impegnato a viverla concretamente nella sua lunga esistenza terrena, nonostante il ben noto carattere difficile e focoso ricevuto dalla natura. Girolamo nacque a Stridone verso il 347 da una famiglia cristiana, che gli assicurò un’accurata formazione, inviandolo anche a Roma a perfezionare i suoi studi. Da giovane sentì l'attrattiva della vita mondana (cfr Ep. 22,7), ma prevalse in lui il desiderio e l'interesse per la religione cristiana. Ricevuto il battesimo verso il 366, si orientò alla vita ascetica e, recatosi ad Aquileia, si inserì in un gruppo di ferventi cristiani, da lui definito quasi «un coro di beati» (Chron. Ad ann. 374) riunito attorno al Vescovo Valeriano. Partì poi per l'Oriente e visse da eremita nel deserto di Calcide, a sud di Aleppo (cfr Ep. 14,10), dedicandosi seriamente agli studi. Perfezionò la sua conoscenza del greco, iniziò lo studio dell'ebraico (cfr Ep. 125,12), trascrisse codici e opere patristiche (cfr Ep. 5,2). La meditazione, la solitudine, il contatto con la Parola di Dio fecero maturare la sua sensibilità cristiana. Sentì più pungente il peso dei trascorsi giovanili (cfr Ep. 22,7), e avvertì vivamente il contrasto tra mentalità pagana e vita cristiana: un contrasto reso celebre dalla drammatica e vivace "visione", della quale egli ci ha lasciato il racconto. In essa gli sembrò di essere flagellato al cospetto di Dio, perché «ciceroniano e non cristiano» (cfr Ep. 22,30). Riceve il sacerdozio ad Antiochia nel 379 e nel 382 è a Roma. Il suo carattere irruento lo porta a dare giudizi non sempre sereni, come quando scaglia attacchi durissimi a ecclesiastici indegni (un avido prelato riceve da lui il nome “Grasso Cappone”); lo stesso Vescovo Ambrogio viene da lui definito “una cornacchia che si fa bella con le penne del pavone”; chi fosse il pavone è facilmente intuibile. Nel 382 si trasferì a Roma: qui il Papa Damaso, conoscendo la sua fama di asceta e la sua competenza di studioso, lo assunse come segretario e consigliere; lo incoraggiò a intraprendere una nuova traduzione latina dei testi biblici per motivi pastorali e culturali. Alcune persone dell’aristocrazia romana, soprattutto nobildonne come Paola, Marcella, Asella, Lea ed altre, desiderose di impegnarsi sulla via della perfezione cristiana e di approfondire la loro conoscenza della Parola di Dio, lo scelsero come loro guida spirituale e maestro nell’approccio metodico ai testi sacri. Queste nobildonne impararono anche il greco e l’ebraico. Dopo la morte di Papa Damaso, Girolamo lasciò Roma nel 385 e intraprese un pellegrinaggio, dapprima in Terra Santa, silenziosa testimone della vita terrena di Cristo, poi in Egitto, terra di elezione di molti monaci (cfr Contra Rufinum 3,22; Ep. 108,6-14). Nel 386 si fermò a Betlemme, dove, per la generosità della nobildonna Paola, furono costruiti un monastero maschile, uno femminile e un ospizio per i pellegrini che si recavano in Terra Santa, «pensando che Maria e Giuseppe non avevano trovato dove sostare» (Ep. 108,14). A Betlemme restò fino alla morte, continuando a svolgere un'intensa attività: commentò la Parola di Dio; difese la fede, opponendosi vigorosamente a varie eresie; esortò i monaci alla perfezione; insegnò la cultura classica e cristiana a giovani allievi; accolse con animo pastorale i pellegrini che visitavano la Terra Santa. Si spense nella sua cella, vicino alla grotta della Natività, il 30 settembre 419/420. La preparazione letteraria e la vasta erudizione consentirono a Girolamo la revisione e la traduzione di molti testi biblici: un prezioso lavoro per la Chiesa latina e per la cultura occidentale. Sulla base dei testi originali in greco e in ebraico e grazie al confronto con precedenti versioni, egli attuò la revisione dei quattro Vangeli in lingua latina, poi del Salterio e di gran parte dell'Antico Testamento. Tenendo conto dell'originale ebraico e greco, dei Settanta, la classica versione greca dell’Antico Testamento risalente al tempo precristiano, e delle precedenti versioni latine, Girolamo, affiancato poi da altri collaboratori, poté offrire una traduzione migliore: essa costituisce la cosiddetta "Vulgata", il testo "ufficiale" della Chiesa latina, che è stato riconosciuto come tale dal Concilio di Trento e riconosciuto come testo "ufficiale" della Chiesa di lingua latina fino al Concilio Vaticano II. Le nuove traduzioni nelle lingue moderne ne hanno diminuito l’importanza, anche perché Lui stesso confessava che, sotto le richieste pressanti dei cristiani di Roma, di qualche testo non ne aveva curato la traduzione integrale. E’ interessante rilevare i criteri a cui il grande biblista si attenne nella sua opera di traduttore. Li rivela egli stesso quando afferma di rispettare perfino l’ordine delle parole delle Sacre Scritture, perché in esse, dice, "anche l’ordine delle parole è un mistero" (Ep. 57,5), cioè una rivelazione. Ribadisce inoltre la necessità di ricorrere ai testi originali: «Qualora sorgesse una discussione tra i Latini sul Nuovo Testamento, per le lezioni discordanti dei manoscritti, ricorriamo all'originale, cioè al testo greco, in cui è stato scritto il Nuovo Patto. Allo stesso modo per l'Antico Testamento, se vi sono divergenze tra i testi greci e latini, ci appelliamo al testo originale, l'ebraico; così tutto quello che scaturisce dalla sorgente, lo possiamo ritrovare nei ruscelli» (Ep. 106,2). Girolamo, inoltre, commentò anche parecchi testi biblici. Per lui i commentari devono offrire molteplici opinioni, «in modo che il lettore avveduto, dopo aver letto le diverse spiegazioni e dopo aver conosciuto molteplici pareri – da accettare o da respingere –, giudichi quale sia il più attendibile e, come un esperto cambiavalute, rifiuti la moneta falsa» (Contra Rufinum 1,16). Confutò con energia e vivacità gli eretici che contestavano la tradizione e la fede della Chiesa. Dimostrò anche l'importanza e la validità della letteratura cristiana, divenuta una vera cultura ormai degna di essere messa a confronto con quella classica: lo fece componendo il De viris illustribus, un'opera in cui Girolamo presenta le biografie di oltre un centinaio di autori cristiani. Scrisse pure biografie di monaci, illustrando accanto ad altri itinerari spirituali anche l'ideale monastico; inoltre tradusse varie opere di autori greci. Infine nell'importante Epistolario, un capolavoro della letteratura latina, Girolamo emerge con le sue caratteristiche di uomo colto, di asceta e di guida delle anime. Che cosa possiamo imparare noi da San Girolamo? Mi sembra soprattutto questo: amare la Parola di Dio nella Sacra Scrittura. Dice San Girolamo: "Ignorare le Scritture è ignorare Cristo". Perciò è importante che ogni cristiano viva in contatto e in dialogo personale con la Parola di Dio, donataci nella Sacra Scrittura. Questo nostro dialogo con essa deve sempre avere due dimensioni: da una parte, dev'essere un dialogo realmente personale, perché Dio parla con ognuno di noi tramite la Sacra Scrittura e ha un messaggio ciascuno. Dobbiamo leggere la Sacra Scrittura non come parola del passato, ma come Parola di Dio che si rivolge anche a noi e cercare di capire che cosa il Signore voglia dire a noi. Ma per non cadere nell'individualismo dobbiamo tener presente che la Parola di Dio ci è data proprio per costruire comunione, per unirci nella verità nel nostro cammino verso Dio. Quindi essa, pur essendo sempre una Parola personale, è anche una Parola che costruisce comunità, che costruisce la Chiesa. Perciò dobbiamo leggerla in comunione con la Chiesa viva. Il luogo privilegiato della lettura e dell'ascolto della Parola di Dio è la liturgia, nella quale, celebrando la Parola e rendendo presente nel Sacramento il Corpo di Cristo, attualizziamo la Parola nella nostra vita e la rendiamo presente tra noi. Non dobbiamo mai dimenticare che la Parola di Dio trascende i tempi. Le opinioni umane vengono e vanno. Quanto è oggi modernissimo, domani sarà vecchissimo. La Parola di Dio, invece, è Parola di vita eterna, porta in sé l'eternità, ciò che vale per sempre. Portando in noi la Parola di Dio, portiamo dunque in noi l'eterno, la vita eterna. E così concludo con una parola di San Girolamo a San Paolino di Nola. In essa il grande Esegeta esprime proprio questa realtà, che cioè nella Parola di Dio riceviamo l'eternità, la vita eterna. Dice San Girolamo: «Cerchiamo di imparare sulla terra quelle verità la cui consistenza persisterà anche nel cielo» (Ep. 53,10). ( da Papa Benedetto XVI, Udienza generale 14 Novembre 2007) E’ impetuoso e tale rimane fino alla morte, continuando nelle polemiche dottrinali con l’irruenza di sempre, perfino con sant’Agostino, che invece gli risponde con grande amabilità. I suoi difetti restano, e la grandezza della sua opera pure. Gli ultimi suoi anni sono rattristati dalla morte di molti amici, e dal sacco di Roma compiuto da Alarico nel 410: un evento che angoscia la sua vecchiaia. La Chiesa ne fa memoria il 30 settembre.
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