I Santi del III secolo

 

 

La grande persecuzione

 

Il Cristianesimo del III secolo ha trovato nell’Impero Romano lo strumento più facile per la sua diffusione e nello stesso tempo il suo più acerrimo nemico, come ce lo descrivono gli Atti dei Martiri di questo periodo.

Ma perché lo Stato intervenne così pesantemente contro i cristiani che, in forza del Vangelo, proclamavano l’amore per tutti i fratelli?

Lo Stato romano con la  “divinizzazione” dei suoi Imperatori, non poteva tollerare che una nuova religione volesse negare il culto ufficiale della tradizione romana ed ancor di più che il cristianesimo avesse la pretesa di possedere in assoluto la “verità”.

Certamente di fronte alla corruzione, alla immoralità ed alla decadenza dell’Impero, ormai evidente,  molte personalità militari e di studio e soprattutto nobili matrone si convertivano alla nuova fede; da qui il fiorire di calunnie e le violenze nei confronti dei seguaci di Cristo fino a giustificare le persecuzioni ed il martirio.

Scorrendo l’elenco dei martiri del terzo secolo, ci si deve anche pur chiedere perché venissero sacrificati tanti giovani sia maschi che femmine. Proviamo a ricordarne i nomi :

Perpetua, Felicita, Agata, Lorenzo,  Alessandro,  Vittore, Fedele, Lucia, Agnese, Tarcisio, Sebastiano, Maurizio e compagni.

Perché  infierire su delle ragazze giovani?  Almeno l’imperatore Valeriano  era stato  più furbo ed aveva scelto di far mettere in prigione i sacerdoti ed i Vescovi.

Il perché  é subito spiegato: questi prefetti, dislocati nelle Provincie lontane da Roma, godevano della massima impunità e perciò  approfittavano dei sequestri legalizzati dallo Stato per compiere le proprie nefandezze sulle più belle ragazze cristiane.

In tal modo appena se ne presentava l’occasione, o per incarcerazione o per sequestro dietro soffiate dei soldati che indirettamente ne restavano coinvolti, le torturavano in modo tale da poter soddisfare le loro passioni ;  si giustificano cosi le violenze sessuali, lo strappo delle mammelle, il cavare gli occhi,  quella terribile voglia di deturpare una bellezza che non poteva essere  posseduta con le blandizie.

Quanto ai maschi, se si eccettua il caso di Tarcisio, la ragione va trovata nel fatto che si trattava prevalentemente di militari che, pur restando fedeli nel loro servizio, si rifiutavano di sacrificare agli dei, di compiere atti abominevoli sui popoli sconfitti; erano invidiati per la loro generosità verso gli ultimi, compiuta in nome del Vangelo.

 

Gli imperatori romani che hanno maggiormente perseguitato i cristiani del terzo secolo furono:

Settimio Severo (193 – 211) Caracalla (211 – 217),  Decio (249 – 251), Valeriano (253 – 260), Aureliano (270 – 275) i tre Marco Aurelio (270 – 285) e Diocleziano (284 – 305).

 

L’impero di Settimio Severo fornisce un interessante esempio dei metodi di persecuzione dei cristiani. Settimio Severo non promulgò nuove leggi contro i cristiani, ma consentì l'applicazione puntigliosa di decreti emanati dai suoi predecessori. D'altro lato, singoli funzionari si sentivano autorizzati dalla legge a procedere con rigore verso i Cristiani. Naturalmente l'imperatore non ostacolava qualche persecuzione limitata, lasciando alla discrezione dei suoi Prefetti, soprattutto per quelli più lontani da Roma, la scelta dei metodi di convinzione o di repressione.

Se i cristiani accettavano di ritornare al paganesimo, ricevevano un attestato (libellus), che confermava la loro appartenenza alla religione pagana; in caso contrario se essi rifiutavano di sacrificare agli dei, venivano prima torturati e poi uccisi.

Era un sistema spietato e calcolato, perché l’imperatore tendeva ad ottenere dai cristiani il maggior numero possibile di apostati che di  martiri, i quali venivano considerati più pericolosi dei cristiani vivi.

 

Nel 249 l’imperatore Decio, visto il diffondersi comunque del cristianesimo, fu ancora più drastico; tutti i cristiani denunciati o no, dovevano essere ricercati automaticamente dalle autorità locali, arrestati, torturati e poi uccisi.

 

Nell'anno 274 Aureliano introdusse a Roma il culto del Sol Invictus, cercando di imporlo come culto di stato. Edifica un santuario (situato nel Campus Agrippae, l'attuale piazza San Silvestro) dedicato a questa divinità e proclama  il 25 dicembre giorno di festa in onore del nuovo dio: il Dies Natalis Solis Invicti. L'imperatore stesso si dichiara suo supremo sacerdote. La festa del Dies Natalis Solis Invicti divenne via via sempre più importante in quanto si innestava, concludendola, nella festa romana più antica: i Saturnali.

Inoltre, Aureliano ordinò che il primo giorno della settimana fosse dedicato al dio Sole, chiamandolo Dies Solis, cioè appunto "giorno del sole".

Successivamente, nel 383, Teodosio I avendo proibito tutti gli altri culti all'infuori del Cristianesimo, decretò che il nome del giorno venisse cambiato in Dies Dominicus; tuttavia, nel nord Europa, rimase la denominazione decisa da Aureliano, da cui derivarono il Sontag tedesco ed il Sunday inglese.

Fatta questa premessa che serve a possedere uno sguardo d’insieme sulle persecuzioni del III° secolo, é sotto Settimio Severo che ha luogo in Africa la prima violenta esplosione di violenza sui cristiani; sembra avesse inizio nel 197 o 198  alle cui vittime ci si riferisce nel martirologio cristiano come ai martiri di Madaura.

Probabilmente il 7 marzo 203 caddero Sante Felicita e Perpetua di cui la Chiesa celebra la loro memoria. “Chiusa in carcere aspettando la morte, tiene una sorta di diario dei suoi ultimi giorni, descrivendo la prigione affollata, il tormento della calura; annota nomi di visitatori, racconta sogni e visioni degli ultimi giorni. Siamo a Cartagine, Africa del Nord, anno 203: chi scrive è la colta gentildonna Tibia Perpetua, 22 anni, sposata e madre di un bambino. Tra le carcerate sono accanto a lei anche la più giovane Felicita, figlia di suoi servi, e in gravidanza avanzata; e tre uomini di nome Saturnino, Revocato e Secondulo. Tutti condannati a morte perché vogliono farsi cristiani e stanno terminando il periodo di formazione; la loro “professione di fede” sarà la morte nel nome di Cristo. Le annotazioni di Perpetua verranno poi raccolte nella Passione di Perpetua e Felicita, opera forse del grande Tertulliano, testimone a Cartagine. Il racconto segnala le pressioni dei parenti (ancora pagani) su Perpetua e su Felicita, che proprio in quei giorni dà alla luce un bambino. Per aver salva la vita basta “astenersi”. Ma loro non si piegano.”

Nella “Passione delle Martiri Perpetua e Felicita”, forse scritta da Tertulliano, vi si legge:

«Spuntò il giorno della vittoria dei martiri e dal carcere si recarono all’anfiteatro, come se andassero in cielo, raggianti in volto, dignitosi, trepidanti più per la gioia che per la paura.

Perpetua per prima fu scagliata in alto dalla vacca e ricadde sul fianco. Così si alzò e avendo visto Felicita gettata a terra, le si accostò, le porse la mano e la rialzò. E ambedue stettero in piedi insieme. Vinta la durezza della folla, furono richiamate alla porta Sanavivaria.

Ivi Perpetua, accolta da un catecumeno di nome Rustico che le stava accanto, e come destata dal sonno (talmente era fuori dei sensi e rapita in estasi), cominciò a guardarsi attorno e disse tra lo stupore di tutti: «Quando saremo esposte là a quella vacca?». E avendo sentito che ciò era già avvenuto, non volle crederci prima di aver notato i segni di maltrattamento sul suo corpo e sul vestito. Quindi fatto chiamare suo fratello e quel catecumeno li esortò dicendo: «Siate saldi nella fede, amatevi tutti a vicenda e non prendete occasione di scandalo dalle nostre sofferenze».

A sua volta Sàturo presso un’altra porta stava esortando il soldato Pudente. Disse fra l’altro: «Insomma proprio come avevo supposto e predetto, finora non ho sperimentato nessuna fiera. Ma ora credi di tutto cuore: ecco io vado laggiù e sarò finito da un solo morso di leopardo».

E subito, sul finire dello spettacolo, gettato in pasto al leopardo, con un solo morso fu bagnato di tanto sangue che il popolo diede testimonianza al suo secondo battesimo gridando: «E’ salvo il lavato, è salvo il lavato!». Davvero era salvo colui che si era lavato in tal modo!

Allora disse al soldato Pudente: «Addio, ricordati della fede e di me; queste cose non ti turbino, ma ti confermino». Nello stesso tempo si fece dare l’anello del suo dito e immersolo nella sua ferita glielo restituì come eredità, lasciandogli il pegno e il ricordo del suo sangue. Venne quindi disteso, ormai esanime, insieme con gli altri al solito posto per il colpo di grazia.
E siccome il popolo reclamava che quelli fossero portati in vista del pubblico al centro dell’anfiteatro, per poter fissare sulle loro membra i suoi occhi, complici dell’assassinio, mentre la spada penetrava nel loro corpo, essi si alzarono spontaneamente e si recarono là dove il popolo voleva, dopo essersi prima baciati per terminare il martirio con questo solenne rito di pace.
Tutti gli altri ricevettero il colpo di spada immobili e in silenzio: tanto più Sàturo, che nella visione di Perpetua era salito per primo, per primo rese lo spirito. Egli infatti era in attesa di Perpetua. Essa poi per gustare un po’ di dolore, trafitta nelle ossa, gettò un grido, e lei stessa guidò alla sua gola la mano incerta del gladiatore, ancora novellino. Forse una donna di tale grandezza, che era temuta dallo spirito immondo, non avrebbe potuto morire diversamente, se non l’avesse voluto lei stessa.»

 

S. Callisto, fu Papa, dal 217 al 222. Egli ebbe, ai suoi tempi, molti avversari tra i cristiani dissidenti di Roma, e proprio da uno scritto del capo di questi cristiani separati, cioè di un Antipapa, S. Ippolito, abbiamo quasi tutte le notizie sul conto di San Callisto. Sono, naturalmente, notizie che tendono a farlo apparire riprovevole e quasi odioso.
San Callisto viene detto, per esempio, " uomo industrioso per il male e pieno di risorse per l'errore ". Vi si legge che, prima di diventare Papa, era stato schiavo, frodatore di un padrone troppo ingenuo per cui venne arrestato e subì una condanna ai lavori forzati, nelle miniere della Sardegna. Tornato a Roma in occasione di un'amnistia, venne inviato ad Anzio perché  il Papa non volle averlo d'intorno. Ma dopo la lunga permanenza ad Anzio un altro Papa, Zeffirino, lo richiamò a Roma, affidando alla sua intraprendenza la cura dei cimiteri della Chiesa. Fu allora che Callisto iniziò lo scavo dei grande sepolcreto lungo la via Appia che doveva portare il suo nome.

Alla morte di Zeffirino, Callisto venne eletto Papa. E fu proprio allora, come Papa, che il reduce dalle miniere della Sardegna e dall'esilio di Anzio, si attirò le recriminazioni di certi cristiani troppo ligi alla tradizione, troppo rigidi nella morale. Gli fu rimproverato soprattutto il " lassismo ", cioè la scarsa severità disciplinare. Accoglieva infatti nella Chiesa i peccatori pentiti ed i cristiani che debolmente avevano difeso la loro fede in tempo di pericolo.

Ma qualsiasi ombra gravasse sulla vita di San Callisto, venne riscattata alla sua morte, che fu morte di Martire, nel 222. Gettato in un pozzo di Trastevere, forse in una sommossa popolare, il suo corpo venne deposto di là dal fiume, lungo la via Aurelia, lontano dalle Catacombe da lui aperte lungo la via Appia, che di San Callisto conservano il nome ma non le reliquie.
La Chiesa ne celebra la sua memoria il 14 ottobre.

 

A Roma sono famose le Catacombe di San Callisto, lungo la via Appia. Tra i molti cimiteri sotterranei dell'Urbe, quelle di San Callisto sono le Catacombe più note e più frequentate, celebri soprattutto per la cosiddetta " Cripta dei Papi ".

Le gallerie, dove trovarono sepoltura più di cinquanta martiri e sedici pontefici, fanno parte di un complesso cimiteriale che occupa quindici ettari e raggiungono una lunghezza di quasi venti km; i nuclei più antichi sono le cripte di Lucina e la regione detta dei Papi e di Santa Cecilia, dove si conservano alcune tra le memorie più sacre del luogo (le cripte dei Papi e di Santa Cecilia, e i cubicoli dei Sacramenti).

In un vicino cubicolo sono alcuni fra i più antichi, della fine del II e gli inizi del III secolo, affreschi delle catacombe romane: nel soffitto, un Buon Pastore con degli oranti, e sulla parete di fondo due pesci con un cestino di pani sul dorso, simbolo dell'eucarestia.

 

S. Ippolito di Roma fu un teologo e scrittore cristiano: fu il primo antipapa che la Chiesa ricordi; ma prima della morte si riconciliò con il papa legittimo, Ponziano, insieme al quale subì il martirio ed è venerato come santo dalla Chiesa cattolica e da quella ortodossa.

In seguito, entrambi, sia Ponziano che Ippolito vennero esiliati da Massimino il Trace in Sardegna. Secondo la tradizione cattolica lo scisma rientrò nel momento in cui Ippolito incontrò  S. Ponziano, Papa sull'isola. Essi, riconciliatisi invitarono i rispettivi seguaci a fare altrettanto. Intorno al 235 la morte li colse entrambi nell'isola e nel 236 o 237 le salme dei due martiri raggiunsero Roma.

Il corpo di Ippolito fu poi sepolto nel Campo Verano, sulla Via Tiburtina.

Una leggenda racconta invece che il santo sarebbe stato legato per i piedi alla coda di indomiti cavalli e trascinato per luoghi aspri e spinosi, e con il corpo tutto lacerato rese lo spirito. Anche in questo caso la radice del nome Ippolito, probabilmente ha acceso la fantasia di qualche devoto che si é inventato questa forma di martirio rispetto a quella più razionale della morte di entrambi in Sardegna.

 La Chiesa venera la loro memoria il 13 di agosto.

 

Un aspetto della politica religiosa di Decio (249 – 251) fu l'obbligo per tutti i cittadini romani di sacrificare agli dei dello Stato; in cambio avrebbero ricevuto un libellus, una sorta di certificato attestante l'espletamento del sacrificio. Non è chiara la ragione di tale imposizione, anche se va considerato che era molto generica e non sembra sia stata emanata proprio per combattere il cristianesimo.

Lo scrittore cristiano Eusebio di Cesarea afferma che Decio prese questa decisione contro il proprio predecessore Filippo l'Arabo, che era stato cristiano; più probabilmente si trattò di una politica volta a restaurare la tradizionale pietas pubblica, un altro dei tasselli della restaurazione della tradizione voluta da Decio.

 

È sotto questo imperatore che Sant’Agata martire secondo la tradizione, morì a Catania  il 5 febbraio 251. Era nata nei primi decenni del III secolo (235?) a Catania; la Sicilia, come l’intero immenso Impero Romano era soggetta in quei tempi alle persecuzioni contro i cristiani. Era un sistema spietato e calcolato, perché l’imperatore tendeva a fare più apostati possibile che martiri, i quali venivano considerati più pericolosi dei cristiani vivi. Nel 249 l’imperatore Decio, visto il diffondersi comunque del cristianesimo, era stato ancora più drastico; tutti i cristiani denunciati o no, dovevano essere ricercati automaticamente dalle autorità locali, arrestati, torturati e poi uccisi.

In quel periodo Catania era una città fiorente e il suo grande porto, costituiva un vivace punto di scambio commerciale e culturale dell’intero Mediterraneo.
Anche in questo caso gli imperatori, ed in particolare Decio, lasciavano molta libertà alle autorità locali circa l’uso delle maniere forti sia per dare loro una qualche parvenza di potere, sia per ottenere il diffondersi dei timori tra i cristiani  del territorio.
Secondo la “Passio”, Agata apparteneva ad una ricca e nobile famiglia catanese,  proprietaria di case e terreni coltivati, sia in città che nei dintorni.

Cresciuta nella sua fanciullezza e adolescenza in bellezza, candore e purezza verginale, Agata, educata nella fede dai sui genitori, avvertì nel suo cuore il desiderio di appartenere totalmente a Cristo e quando giunse sui 15 anni, sentì che era giunto il momento di consacrarsi a Dio.

Il vescovo di Catania accolse la sua richiesta e durante una cerimonia ufficiale chiamata ‘velatio’, le impose il ‘flammeum’, cioè il velo rosso portato dalle vergini consacrate.
Nel mosaico di S. Apollinare Nuovo in Ravenna del VI secolo, è raffigurata con la tunica lunga, dalmatica e stola a tracolla, abbigliamento che lascia supporre che fosse diventata diaconessa.

E’ a questo punto che, salvando il dato certo del martirio, ci permettiamo di ricordare che si sta entrando nella leggenda che ha un suo valore, senza dover intaccare la solidità della fede cattolica.

«Il proconsole di Catania Quinziano, ebbe l’occasione di vederla e se ne incapricciò, e in forza dell’editto di persecuzione dell’imperatore Decio, l’accusò di vilipendio della religione di Stato, accusa comune a tutti i cristiani, quindi ordinò che la catturassero e la conducessero al Palazzo Pretorio.

Il proconsole quando la vide davanti venne conquistato dalla sua bellezza e una passione ardente s’impadronì di lui, ma non vi riuscì , per la resistenza ferma della giovane Agata.

Egli allora mise in atto un programma di rieducazione della ragazza affidandola ad una cortigiana di facili costumi di nome Afrodisia, (già il nome della donna fa nascere qualche sospetto sul valore leggendario del racconto), affinché la rendesse più disponibile. Trascorse un mese, sottoposta a tentazioni immorali di ogni genere, con festini, divertimenti osceni, banchetti; ma lei resistette indomita nel proteggere la sua verginità consacrata al suo Sposo celeste, al quale volle rimanere fedele ad ogni costo.
Sconfitta e delusa, Afrodisia riconsegna a Quinziano Agata dicendo: “Ha la testa più dura della lava dell’Etna”. Allora furioso, il proconsole imbastì un processo contro di lei, che si presentò vestita da schiava come usavano le vergini consacrate a Dio; “Se sei libera e nobile” le obiettò il proconsole, “perché ti comporti da schiava?” e lei risponde “Perché la nobiltà suprema consiste nell’essere schiavi del Cristo”.

Il giorno successivo, altro interrogatorio accompagnato da torture, ma ogni tormento invece di spezzarle la resistenza, sembrava darle nuova forza; allora Quinziano al colmo del furore le fece strappare o tagliare i seni con enormi tenaglie.

Questo risvolto delle torture, costituirà in seguito il segno distintivo del suo martirio, infatti Agata viene rappresentata con i due seni posati su un piatto e con le tenaglie. Riportata in cella sanguinante e ferita, soffriva molto per il bruciore e dolore, ma sopportava tutto per l’amore di Dio; verso la mezzanotte mentre era in preghiera nella cella, le apparve S. Pietro apostolo, accompagnato da un bambino con una lanterna, che le risana le mammelle amputate.

Trascorsi altri quattro giorni nel carcere, viene riportata alla presenza del proconsole, il quale viste le ferite rimarginate, domanda incredulo cosa sia accaduto, allora la vergine risponde: “Mi ha fatto guarire Cristo”. Ormai Agata costituisce una sconfitta bruciante per Quinziano, che non può sopportare oltre la giovane, tanto che  il suo amore si tramuta in odio e allora ordina che venga bruciata su un letto di carboni ardenti, con lamine arroventate e punte infuocate. A questo punto, secondo la tradizione, mentre il fuoco brucia le sue carni, non brucia il velo che lei porta; per questa ragione “il velo di sant’Agata” diventa da subito una delle reliquie più preziose; esso è stato portato più volte in processione di fronte alle colate della lava dell’Etna, avendo il potere di fermarla.

Mentre Agata spinta nella fornace ardente muore bruciata, un forte terremoto scuote la città di Catania e il Pretorio crolla parzialmente seppellendo due carnefici consiglieri di Quinziano; la folla dei catanesi spaventata, si ribella all’atroce supplizio della giovane vergine, allora il proconsole fa togliere Agata dalla brace e la fa riportare agonizzante in cella, dove muore qualche ora dopo.

Dopo un anno esatto, il 5 febbraio 252, una violenta eruzione dell’Etna minaccia Catania; molti cristiani e cittadini anche pagani, corrono al suo sepolcro, prendono il prodigioso velo che la ricopre e lo oppongono alla lava di fuoco che si arresta.

A margine della leggenda è d’obbligo qualche considerazione:

  • sarebbe bene non insistere troppo sulla autenticità del velo, per di più  “bianco” e non rosso “flammeum” come glielo impose il Vescovo; sembra che debba bastare la difesa della autenticità della Sindone senza doverci impegnare anche sul velo di Agata

  • é opportuno invece mettere in risalto la presenza di tanti martiri “giovanissimi” in quel secolo

  • è pure doveroso registrare come anche oggi, chi detiene un potere politico o anche spirituale può servirsene per compiere degradanti scelleratezze che portano dallo scatenarsi della passione, al tentativo di corruzione, alla tortura ed infine all’assassinio. 

Nel 1040 le reliquie della santa, furono trafugate dal generale bizantino Giorgio Maniace, che le trasportò a Costantinopoli; ma nel 1126 due soldati della corte imperiale, il provenzale Gilberto ed il pugliese Goselmo, le riportarono a Catania dopo un’apparizione della stessa santa, che indicava la buona riuscita dell’impresa; la nave approdò la notte del 7 agosto in un posto denominato Ognina, tutti i catanesi risvegliatisi e rivestiti alla meglio, accorsero ad onorare la “Santuzza”.

Le sue reliquie sono conservate nel duomo di Catania in una cassa argentea, opera di celebri artisti catanesi; vi è anche il busto argenteo della “Santuzza”, opera del 1376, che reca sul capo una corona, dono secondo la tradizione, di re Riccardo Cuor di Leone.
Il culto per s. Agata fu talmente grande, che fino al XVI secolo, essa era contesa come appartenenza anche da Palermo, la questione è stata a lungo discussa, finché a Palermo il culto per la santa, fu soppiantato da quello per s. Rosalia. Anche a Roma fu molto venerata, papa Simmaco (498-514) eresse in suo onore una basilica sulla Via Aurelia e un’altra le fu dedicata da S. Gregorio Magno nel 593.Nel XIII secolo nella sola diocesi di Milano si contavano ben 26 chiese a lei intitolate. Celebrazioni e ricorrenze per la sua festa avvengono un po’ in tutta Italia, perfino a San Marino, ma è Catania il centro più folcloristico e religioso del suo culto, le feste sono due il 5 febbraio e il 17 agosto, con caratteristiche processioni con il prezioso busto della santa, custodito nel Duomo.

La Chiesa ne fa memoria il 5 di febbraio.

 

Santa Apollonia morta ad Alessandria d'Egitto, nel 249 circa è venerata dalla Chiesa cattolica come santa e patrona dei dentisti e odontotecnici. La sua memoria liturgica è il 9 febbraio. La tradizione vuole che sia stata una vergine martire cui cavarono i denti.

La storia del martirio della santa ci è giunta tramite il racconto da Eusebio di Cesarea (265-340), il quale riporta un brano della lettera del vescovo Dionigi di Alessandria († 265), indirizzata a Fabio di Antiochia, in cui si narrano gli avvenimenti dei quali era stato testimone. Tra il 249 ed il 250 in Alessandria d'Egitto scoppiò una sommossa popolare contro i cristiani, eccitata da un indovino pagano. Apollonia, un'anziana donna cristiana, non sposata, che aveva aiutato i cristiani e fatto opera di apostolato, venne catturata tra gli altri e venne percossa al punto di farle cadere i denti. Secondo la tradizione popolare le furono divelti i denti con le tenaglie. Venne poi preparato un gran fuoco per bruciarla viva se non avesse pronunciato delle bestemmie. Riuscita a liberarsi con un'astuzia dalle mani della plebe, si lanciò da sé tra le fiamme, dove morì, ritenendo senza dubbio che il suicidio non costituisse una colpa in quella situazione.

 

San Cristoforo è venerato come santo dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa. Secondo la tradizione della Chiesa occidentale subì il martirio in Licia sotto Decio nel 250.

Il nome di Cristoforo significa, in greco, "portatore di Cristo".

Il più antico testo degli Atti di san Cristoforo, in lingua latina, risale al VII secolo ma è con la narrazione della Legenda Aurea di Jacopo da Varagine che la storia di san Cristoforo divenne famosa durante il medioevo.

La leggenda parla di un uomo, per alcuni un gigante, che faceva il traghettatore su un fiume. Era un uomo burbero e viveva da solo in un bosco, di cui era padrone. Secondo alcune storie il fiume era in Licia. (regione del Sud Turchia, di fronte a Cipro).

Una notte gli si presentò un fanciullo per farsi portare al di là del fiume; Reprobus ( già il nome che gli fu affibbiato dalla leggenda la dice lunga… ) anche se grande e robusto si sarebbe piegato sotto il peso di quell'esile creatura, che sembrava pesare sempre di più ad ogni passo. In alcune versioni cresce anche la corrente del fiume, che si fa più vorticosa. Il gigante sembra che stia per essere sopraffatto, ma alla fine, stremato, riesce a raggiungere l'altra riva. Al meravigliato traghettatore il bambino avrebbe rivelato di essere il Cristo; da qui la sua conversione.
La Chiesa ne fa memoria il 25 luglio.

 

San Babila Vescovo di Antiochia negli anni Quaranta del III secolo. San Babila morì martire «in prigione ad Antiochia dopo la sua confessione», durante la persecuzione dell’imperatore Decio verso l’anno 250. Ricaviamo questi dati fondamentali dalla testimonianza dello storico Eusebio di Cesarea.

Appartiene invece alla leggenda che, con lui siano stati uccisi anche tre fanciulli: sono Barbado (12 anni), Apollonio (9 anni) e Urbano (7 anni).

Per San Babila la fonte principale delle notizie è quella di san Giovanni Crisostomo: nativo di Antiochia e collaboratore del vescovo Melezio (+ 381) e soprattutto del suo successore Flaviano (+ 404) sino al 398 quando divenne vescovo di Costantinopoli, il Crisostomo poté raccogliere le voci che circolavano nella comunità antiochena riguardo al santo vescovo, dopo che erano già passati circa 150 anni. E’ lui che ci racconta un episodio rivelatore della fortezza e della franchezza di parola di san Babila. Un imperatore cristiano dei tempi antichi, ricorda il Crisostomo aveva ricevuto come ostaggio da un re barbaro il figlio, quale in segno della pace raggiunta fra i due e con la promessa che l’avrebbe trattato con affetto come un proprio figlio; invece lo uccise e, reo di un sì grave delitto, osò presentarsi all’assemblea per partecipare alla divina liturgia. Ma il vescovo di quel luogo, san Babila appunto, gli vietò l’accesso al tempio sacro e lo scacciò; venne però arrestato e quindi condannato a morte. Il martire, prima di essere condotto al supplizio, chiese di essere sepolto insieme con le catene che avevano accompagnato la sua prigionia. Il Crisostomo in un’omelia  paragona il gesto coraggioso di Babila alla fortezza con cui san Giovanni Battista aveva rimproverato il re Erode.

Ma il racconto del Crisostomo pone non pochi interrogativi. Chi sarebbe l’imperatore innominato? Forse Filippo l’Arabo (244-249) che quand’era prefetto del pretorio, aveva ucciso il figlio non di un re barbaro, ma del suo predecessore Gordiano, che glielo aveva affidato; morto Gordiano,Filippo, grazie all’omicidio del figlio dello stesso Gordiano, poté assumere il potere imperiale. Per questo delitto, Babila avrebbe impedito a Filippo e alla moglie, che erano cristiani, di entrare in chiesa; successivamente Decio, succedendo a Filippo, uccise Babila non solo perché cristiano e vescovo, ma anche per vendicame l’affronto fatto alla maestà imperiale nella persona del suo predecessore. Il culto di san Babila e dei tre fanciulli, diffuso precocemente in Occidente, giunse anche a Milano A Milano, dopo la riforma liturgica attuata dal concilio ecumenico Vaticano II, per lasciare spazio il 24 gennaio alla commemorazione di san Francesco di Sales, la memoria di san Babila e dei tre fanciulli è stata anticipata al giorno precedente, il 23 gennaio.

 

San Dionigi, primo vescovo della capitale della Francia. La Chiesa cattolica lo venera come santo, martire e patrono di Parigi e della Seine-Saint-Denis. Morì martire verso il 250 o il 270 e sul luogo dove fu sepolto furono erette la basilica e poi l'Abbazia di Saint Denis.

La leggenda tramandata dall'abbazia parla anche dei suoi compagni Eleuterio, il prete, e Rustico, il diacono, e del fatto che egli stesso avrebbe portato la propria testa, dopo la decapitazione avvenuta nell'Île de la Cité, da Montmartre (che vuol dire appunto "Monte del martirio") a Saint Denis, per una via che fu poi detta Rue des Martyrs, consegnandola infine ad una nobile romana, Catulla, la cui famiglia possedeva quel territorio.

Il nome di Saint Denis (San Dionigi) compare verso il 520 nella "Vie de Sainte Geneviève", che testimonia la devozione della santa verso il vescovo martire.

Mezzo secolo più tardi, il martirologio geronimiano offre un’altra versione del martirio di san Dionigi e dei suoi compagni, attestando già da allora la memoria al 9 ottobre e la diffusione del suo culto fino a Bordeaux.

Negli stessi anni, lo storico Gregorio di Tours racconta che verso il 250 il papa di Roma aveva inviato Dionigi in Gallia con altri 6 vescovi per portarvi il Vangelo, e che egli si era fermato a Lutezia, (nome romano dato a Lutetia [fango,palude] Parosiorum, della famiglia Parisi) dove era stato ben presto messo a morte.

Si pensa che abbia subìto il martirio sotto la persecuzione di Decio nel 250 o secondo altri sotto Diocleziano nel 285.

Nel VII secolo, presso la basilica dove riposava il primo vescovo di Parigi fu fondata l'abbazia, che acquistò grande prestigio grazie alla generosità dei re Franchi.

La Chiesa ne fa memoria il 9 ottobre.

 

San Cornelio fu il ventunesimo papa della Chiesa cattolica, che lo venera come santo assieme a San Cipriano,  scrittore e padre della Chiesa , il 14 settembre.

La testimonianza dei due martiri può dire molto anche ai cristiani dei nostri giorni.

Siamo a metà del terzo secolo, 250 circa, Cornelio é vescovo di Roma, Cipriano invece é Vescovo in Africa a Cartagine, attuale Tunisia. Perché vengono associati nella festa anche se muoiono in anni diversi: Cornelio nel 253 e Cipriano nel 258? Perché durante le persecuzioni contro i cristiani, sia Cornelio che Cipriano erano favorevoli a dare il perdono a quei cristiani che, per debolezza, avevano sacrificato agli imperatori, mentre in quegli stessi anni c’era un movimento nella Chiesa detto dei Novaziani, oggi li chiameremmo fondamentalisti, che escludevano in modo assoluto il perdono e la riammissione nella Chiesa.

Novaziano, ribellandosi a Cornelio si autoproclamò papa e l'intero mondo cristiano fu agitato da uno scisma che sarebbe durato fino al V secolo. Ma l'appoggio di San Cipriano assicurò a Cornelio i cento vescovi d'Africa, e l'influenza di Dionisio, vescovo di Alessandria d'Egitto, portò anche i vescovi orientali dalla sua parte; in Italia il papa riuscì a mettere insieme un sinodo di 60 vescovi.

Cornelio gli scrisse tre lettere, delle quali Eusebio di Cesarea riportò alcuni estratti nella sua Storia ecclesiastica in cui il papa elencava i difetti nell'elezione di Novaziano e ne parlava con estrema amarezza. Da questi estratti si evince che, in quel periodo, la chiesa di Roma era formata da 46 presbiteri, 7 diaconi, 7 suddiaconi, 42 accoliti, 52 tra esorcisti, lettori e ostiarii e 1500 tra vedove e persone bisognose. In base a questi dati alcuni storici valutarono che il numero dei Cristiani a Roma si aggirasse intorno alle 50.000 unità.

Dopo la sua elezione, Cornelio accettò la proposta del concilio di Cartagine del 251 di riabbracciare nella comunione, dopo la giusta penitenza, coloro che si erano persi durante la persecuzione di Decio. Cornelio morì martire nel 253, secondo alcuni a causa dei lavori forzati durante la deportazione ed altri invece parlano di decapitazione.

Cornelio Papa a Roma e Cipriano vescovo a Cartagine muoiono martiri pur di non tradire la propria fede; e cosi con il loro martirio danno testimonianza a quei cristiani che, per debolezza, avevano tradito e per i quali avevano avuto tanta compassione nel concedere la riammissione nella Chiesa.

Già questo ci dice quanto siano di attualità queste posizioni dal momento che anche nella Chiesa di oggi è presente questa conflittualità.

Mentre del martirio di S. Cornelio sappiamo poco, per quello di Cipriano sono rimasti gli atti proconsolari che descrivono il coraggio di quel Vescovo africano nell’affrontare il martirio; si legge infatti:

Il 30 agosto 257, Cipriano fu condotto di fronte al Proconsole ed il suo interrogatorio forma la prima parte degli “Atti proconsolari” del suo martirio.

«Quando gli fu davanti, il proconsole Galerio Massimo disse al vescovo Cipriano: «Tu sei Tascio Cipriano?». Il vescovo Cipriano rispose: «Sì, sono io». Il proconsole: «Sei tu che ti sei presentato come capo di una setta sacrilega?». Il vescovo Cipriano rispose: «Sono io». Galerio Massimo disse: «I santissimi imperatori ti ordinano di sacrificare». Il vescovo Cipriano disse: «No, Non lo faccio. Una buona volontà che conosce Dio non può essere cambiata." "Vuoi, quindi, andare in esilio a Curubis?" "Vado." Paterno, allora, gli chiese i nomi degli altri presbiteri, ma Cipriano rispose che la delazione era proibita dalle leggi e che comunque non sarebbe stato difficile trovarli nelle loro città. A settembre si recò a Curubis, accompagnato da Ponzio Galerio Massimo.

il successore di Paterno, fece tornare Cipriano a Cartagine e qui, nei suoi giardini, il vescovo attese la sentenza finale....Il proconsole lesse la sua condanna e la moltitudine pianse, "Lascia che siamo decapitati insieme a lui!"

Il proconsole : «Rifletti bene». Il vescovo Cipriano : «Fà ciò che ti é stato ordinato. In una cosa così giusta non c’é da riflettere». Galerio Massimo,...a stento e a malincuore pronunziò questa sentenza: «Tu sei vissuto a lungo sacrilegamente e ti sei aggregato moltissimi della tua setta criminale, e ti sei costituito nemico degli déi romani e dei loro sacri riti. ...e perciò, poiché sei risultato autore e istigatore dei peggiori reati, sarai tu stesso di esempio a coloro che hai associato alle tue scellerate azioni.
Col tuo sangue sarà sancito il rispetto delle leggi». E dette queste parole, lesse ad alta voce da una tavoletta il decreto: «Ordino che Tascio Cipriano sia punito con la decapitazione». Il vescovo Cipriano disse: «Rendiamo grazie a Dio». Dopo questa sentenza la folla dei fratelli diceva: «Anche noi vogliamo esser decapitati insieme a lui». ... per farla breve, venne portato fuori della città e dopo essersi spogliato delle vesti vescovili, Cipriano diede ordine ai suoi di consegnare venticinque monete d’oro ai carnefici. Frattanto i fratelli stendevano davanti a lui pannolini e fazzoletti. Quindi il grande Cipriano con le sue stesse mani si bendò gli occhi... Così il vescovo Cipriano subì il martirio.»

Fu gettato a terra in una cavità circondata da alberi, su cui molte persone si erano arrampicate. Cipriano si tolse il mantello ed inginocchiatosi iniziò a pregare. Poi si tolse la dalmatica e la diede ai suoi diaconi. Rimase in piedi vestito della sola tunica in attesa del carnefice, al quale ordinò fossero dati 25 pezzi d'oro. I confratelli lanciarono panni e fazzoletti davanti a lui per assorbire il suo sangue. Egli si bendò gli occhi con l'aiuto di un presbitero e di un diacono, entrambi chiamati Giulio. Così avvenne il suo martirio. Per il resto del giorno il suo corpo fu esposto per soddisfare la curiosità dei pagani. Ma la notte, i confratelli, con candele e torce, lo portarono pregando al cimitero di Mapalia. Fu il primo vescovo di Cartagine ad ottenere la corona del martirio.

Una testimonianza del genere non ha bisogno di molti commenti, perché parla da sola.

Ci sono delle pagine immortali della vita della Chiesa che dovrebbero costituire l’ossatura dei nostri catechismi, al posto di tante idee astratte che non conquistano più l’attenzione di nessuno.

 

A Decio succede l’imperatore Valeriano: emanò due editti, nel 257 e nel 258, che prevedevano la confisca dei terreni religiosi e la condanna dei seguaci del Cristianesimo; a differenza dei suoi predecessori diresse il proprio attacco alla gerarchia ecclesiastica piuttosto che ai semplici fedeli. Tra le vittime di questa persecuzione vi furono infatti papa Stefano I, papa Sisto II, il vescovo di Cartagine Cipriano, Dionisio di Alessandria, san Lorenzo martire.

Mentre del Papa Stefano I sappiamo quasi nulla, del suo successore, San Sisto II e compagni, martiri abbiamo maggiore abbondanza di notizie per le vicende interne alla Chiesa. Fu eletto Papa in tempo di persecuzione e ucciso per la fede sotto l’imperatore Valeriano, dopo appena undici mesi di pontificato: non poteva certo fare molte cose questo secondo pontefice di nome Sisto, già arcidiacono di Roma e probabilmente originario di Atene. Eppure, prima del martirio, un’impresa gli è riuscita: una di quelle che portano alla beatitudine proclamata nel Discorso della Montagna. Sisto II è stato un costruttore di pace. Pace tra i cristiani: difficilissima impresa già al suo tempo.
Tra le varie Chiese c’erano divergenze legate ai frequenti conflitti dottrinali, e vertevano su un punto non da poco: se un cristiano eretico vuole rientrare nella Chiesa da cui era staccato, si dovrà battezzarlo di nuovo o è sufficiente il battesimo che ha ricevuto la prima volta? La Chiesa di Roma e alcune altre in Asia e in Africa riaccoglievano ogni convertito senza ribattezzarlo, semplicemente imponendogli le mani sul capo e ungendogli la fronte col crisma. Invece altre Chiese africane – la maggior parte – dell’Asia Minore e della Siria ritenevano indispensabile un nuovo battesimo.

Ma ecco che da Roma giunge loro un severo rimprovero: il papa Vittore (predecessore di Sisto) impone a tutti di seguire l’uso romano, pena la scomunica. E questo rigore provoca l’inevitabile e gravissimo malcontento, che ricade addosso a Sisto II appena eletto; come se già non bastasse la persecuzione. Ma lui affronta la crisi nel modo giusto, lasciando cadere le minacce di scomunica. Qui non sono in gioco la fede comune e l’unione col successore di Pietro: perciò ogni Chiesa o gruppo di Chiese risolva la questione in base a sue specifiche situazioni e vicende. Pace fra i cristiani, dunque, per opera di Sisto (e del vescovo Dionigi di Alessandria d’Egitto, efficace consigliere di moderazione). Ma intanto c’è la persecuzione, in due fasi. Nell’agosto 257 un primo decreto di Valeriano proibisce il culto cristiano pubblico (non quello privato) e ordina ai membri del clero di venerare con sacrifici pubblici gli dèi dell’impero, pena il domicilio coatto e i lavori forzati. L’impero, aggredito lungo il Danubio, sul Mar Nero e in Mesopotamia, ha bisogno all’interno di una rigida disciplina anche religiosa, e deve procurarsi mezzi attraverso le confische. Così, nel 258 un secondo editto stabilisce la pena di morte per il clero che non venera gli dèi, e la destituzione con sequestro dei beni per i funzionari imperiali cristiani.
E’ in base a questo secondo decreto che papa Sisto II viene arrestato, mentre predica presso il cimitero di san Callisto. I soldati hanno ordini precisi. Non si occupano dei fedeli: vanno dritti verso Sisto, che li attende fiancheggiato da due diaconi per parte. Così, sempre con loro, cammina fra i soldati fino al luogo fissato per il supplizio. E con essi viene subito ucciso.
La Chiesa ne fa memoria il 6 agosto.

 

Fra i compagni martiri di San Sisto, la Chiesa ricorda in modo singolare San Lorenzo.

Della sua vita si sa pochissimo. Le antiche fonti lo indicano come arcidiacono di papa Sisto II; cioè il primo dei sette diaconi allora al servizio della Chiesa romana. Assiste il papa nella celebrazione dei riti, distribuisce l’Eucaristia e amministra le offerte fatte alla Chiesa.

Nella persecuzione sembra non mancare anche un intento di confisca; e il prefetto deve essersi convinto che la Chiesa possieda ingenti ricchezze. Lorenzo, comunque, chiede solo un po’ di tempo. Si affretta poi a distribuire ai poveri le offerte di cui è amministratore. Infine compare davanti al prefetto e gli mostra la turba dei malati, storpi ed emarginati che lo accompagna, dicendo: "Ecco, i tesori della Chiesa sono questi".
Allora viene messo a morte.

Una antica “passione”, raccolta da sant’Ambrogio, e poi ripresa  in seguito, da Prudenzio e da sant'Agostino, e più tardi ancora da san Massimo di Torino, san Pier Crisologo, san Leone Magno,  precisa che fu bruciato sopra una graticola; un supplizio che ispirerà opere d’arte, testi di pietà e detti popolari per secoli. Ma gli studi dichiarano leggendaria questa tradizione che viene qui riportata nel rispetto della tradizione.

Nel suo famosissimo libro del De Officiis , che vuole essere, in campo cristiano, una imitazione di quello più celebre di Cicerone, sant'Ambrogio così si esprime:

. "... san Lorenzo, vedendo il suo vescovo Sisto condotto al martirio, cominciò a piangere non perché quello era condotto a morire, ma. perché egli doveva sopravvivergli. Comincia dunque a dirgli a gran voce: ''Dove vai, padre, senza il tuo figlio? Dove ti affretti, o santo vescovo, senza il tuo diacono? Non offrivi mai il sacrificio senza ministro. Che ti è spiaciuto dunque in me, o padre? Forse mi hai trovato indegno? Verifica almeno se hai scelto un ministro idoneo. Non vuoi che versi il sangue insieme con te colui al quale hai affidato il sangue dei Signore, colui che hai fatto partecipe della celebrazione dei sacri misteri? Sta' attento che, mentre viene lodata la tua fortezza, il tuo discernimento non vacilli. Il disprezzo per il discepolo è danno per il maestro. È necessario ricordare che gli uomini grandi e famosi vincono con le prove vittoriose dei loro discepoli più che con le proprie? Infine Abramo offrì suo figlio, Pietro mandò innanzi Stefano. Anche tu, o padre, mostra in tuo figlio la tua virtù; offri chi hai educato, per giungere al premio eterno in gloriosa compagnia, sicuro del tuo giudizio".

Allora Sisto gli rispose: "Non ti lascio, non ti abbandono, o figlio; ma ti sono riservate prove più difficili. A noi, perché vecchi, è stato assegnato il percorso d'una gara più facile; a te, perché giovane, è destinato un più glorioso trionfo sul tiranno. Presto verrai, cessa di piangere: fra tre giorni mi seguirai. Tra un vescovo e un levita è conveniente ci sia questo intervallo. Non sarebbe stato degno di te vincere sotto la guida del maestro, come se cercassi un aiuto. Perché chiedi di condividere il mio martirio? Te ne lascio l'intera eredità. Perché esigi la mia presenza? I discepoli ancor deboli precedano il maestro, quelli già forti, che non hanno più bisogno d'insegnamenti, lo seguano per vincere senza di lui. Cosi anche Elia lasciò Eliseo. Ti affido la successione della mia virtù".

Questa “Passio”, come ho detto sopra, sembra presentare forti dubbi di veridicità perché Valeriano non ordina torture. D’altra parte tra questi fatti e S. Ambrogio c’è il divario solamente di poco più di un secolo. E’ possibile ritenere verosimile il fatto in sé purificato dalla cornice di fantasia fatta da Ambrogio se accettiamo l’ipotesi che contrariamente allo stile dell’Imperatore, qualche prefetto di corte abbia invece voluto espressamente infierire su questo grande testimone della fede conosciuto in città per la sua carità.

Possiamo ritenere, secondo l’uso del tempo, che Lorenzo sia stato decapitato come Sisto II e tanti altri. Il corpo viene deposto poi in una tomba sulla via Tiburtina. Su di essa, Costantino costruirà una basilica, poi ingrandita più tardi da Papa Pelagio II e da Onorio III; e restaurata nel XX secolo, dopo i danni del bombardamento americano su Roma del 19 luglio 1943.
La Chiesa ne fa memoria il 10 agosto.

 

Nell'anno 274, come abbiamo detto sopra, Aureliano introdusse a Roma il culto del Sol Invictus, cercando di imporlo come culto di stato. E’ sotto questo imperatore che viene ricordato il martirio di:

San Tarcisio, martire Di lui si sa soltanto quanto riferito da una epigrafe fatta porre da papa Damaso I sul suo sepolcro. Giovane romano, fu ucciso mentre portava l'Eucaristia a dei cristiani imprigionati durante la persecuzione di Aureliano  (270 – 275); scoperto, strinse al petto l’Eucaristia, per non farla cadere nelle mani degli assalitori; costoro, esasperati, non riuscendo a strappargliela, lo uccisero.

Il suo culto riprese vigore nell’800 in seguito alla pubblicazione del romanzo di Nicholas Wiseman Fabiola o la Chiesa delle catacombe.

San Tarcisio è il patrono dei ministranti e dei ministri straordinari della Santa Comunione.

La Chiesa ne fa memoria il 15 agosto.

 

San Sebastiano Le notizie storiche su s. Sebastiano sono davvero poche, ma la diffusione del suo culto ha resistito ai millenni.

Le fonti storiche certe sono: il più antico calendario della Chiesa di Roma, la ‘Depositio martyrum’ risalente al 354, che lo ricorda al 20 gennaio e il “Commento al salmo 118” di s. Ambrogio (340-397), dove dice che Sebastiano era di origine milanese e si era trasferito a Roma, ma non dà spiegazioni circa il motivo.

Nel 260 l’imperatore Galliano aveva abrogato gli editti persecutori contro i cristiani, ne seguì un lungo periodo di pace, in cui i cristiani pur non essendo riconosciuti ufficialmente, erano però stimati, occupando importanti posizioni nell’amministrazione dell’impero.
E in questo clima favorevole, la Chiesa si sviluppò enormemente anche nell’organizzazione; Diocleziano che fu imperatore dal 284 al 305, desiderava portare avanti questa situazione pacifica, ma poi 18 anni dopo, su istigazione di Galerio, suo Cesare con diritto di successione, scatenò una delle persecuzioni più crudeli in tutto l’impero.
Sebastiano, che secondo s. Ambrogio era nato e cresciuto a Milano, da padre di Narbona (Francia meridionale) e da madre milanese, era stato educato nella fede cristiana, si trasferì a Roma nel 270 e intraprese la carriera militare intorno al 283, fino a diventare tribuno della prima coorte della guardia imperiale a Roma, stimato per la sua lealtà e intelligenza dagli imperatori Massimiano e Diocleziano, che non sospettavano fosse cristiano.
Grazie alla sua funzione, poteva aiutare con discrezione i cristiani incarcerati, curare la sepoltura dei martiri e riuscire a convertire militari e nobili della corte, dove era stato introdotto da Castulo, domestico della famiglia imperiale, che poi morì martire.
La leggendaria ‘Passio’, racconta che un giorno furono arrestati due giovani cristiani Marco e Marcelliano, figli di un certo Tranquillino; il padre ottenne un periodo di trenta giorni di riflessione prima del processo, affinché potessero salvarsi dalla certa condanna sacrificando agli dei.

Nel tetro carcere i due fratelli stavano per cedere alla paura, quando intervenne il tribuno Sebastiano riuscendo a convincerli a perseverare nella fede; mentre nel buio della cella egli parlava ai giovani, i presenti lo videro circondato di luce e tra loro c’era anche Zoe, moglie del capo della cancelleria imperiale, diventata muta da sei anni. La donna si inginocchiò davanti a Sebastiano, il quale dopo aver implorato la grazia divina fece un segno di croce sulle sue labbra, restituendole la voce.

A ciò seguì una collana di conversioni importanti, il prefetto di Roma Cromazio e suo figlio Tiburzio, Zoe col marito Nicostrato e il cognato Castorio; tutti in seguito subirono il martirio, come pure i due fratelli Marco e Marcelliano e il loro padre Tranquillino.
Sebastiano per la sua opera di assistenza ai cristiani, fu proclamato da papa S. Caio “difensore della Chiesa” e proprio quando, secondo la tradizione, aveva seppellito i santi martiri Claudio, Castorio, Sinforiano, Nicostrato, detti Quattro Coronati, sulla via Labicana, fu arrestato e portato da Massimiano e Diocleziano; quest’ultimo già infuriato per la voce che si diffondeva in giro, che nel palazzo imperiale si annidavano i cristiani persino tra i pretoriani, apostrofò il tribuno: “Io ti ho sempre tenuto fra i maggiorenti del mio palazzo e tu hai operato nell’ombra contro di me, ingiuriando gli dei”.

Sebastiano fu condannato ad essere trafitto dalle frecce; legato ad un palo in una zona del colle Palatino chiamato ‘campus’, fu colpito seminudo da tante frecce da sembrare un riccio; creduto morto dai soldati fu lasciato lì in pasto agli animali selvatici.
Ma la nobile Irene, vedova di S. Castulo, andò a recuperarne il corpo per dargli sepoltura, secondo la pia usanza dei cristiani, i quali sfidavano il pericolo per fare ciò e spesso venivano sorpresi e arrestati anche loro.

Ma Irene si accorse che il tribuno non era morto e trasportatolo nella sua casa sul Palatino, prese a curarlo dalle numerose lesioni. Miracolosamente Sebastiano riuscì a guarire e poi nonostante il consiglio degli amici di fuggire da Roma, egli che cercava il martirio, decise di proclamare la sua fede davanti a Diocleziano e al suo associato Massimiano, mentre gli imperatori si recavano per le funzioni al tempio eretto da Elagabolo, in onore del Sole Invitto, poi dedicato ad Ercole.

Superata la sorpresa, dopo aver ascoltato i rimproveri di Sebastiano per la persecuzione contro i cristiani, innocenti delle accuse fatte loro, Diocleziano ordinò che questa volta fosse flagellato a morte; l’esecuzione avvenne nel 304 ca. nell’ippodromo del Palatino, il corpo fu gettato nella Cloaca Massima, affinché i cristiani non potessero recuperarlo.
L’abbandono dei corpi dei martiri senza sepoltura, era inteso dai pagani come un castigo supremo, credendo così di poter trionfare su Dio e privare loro della possibilità di una resurrezione.
La tradizione dice che il martire apparve in sogno alla matrona Lucina, indicandole il luogo dov’era approdato il cadavere e ordinandole di seppellirlo nel cimitero “ad Catacumbas” della Via Appia.

Le catacombe, oggi dette di San Sebastiano, erano dette allora ‘Memoria Apostolorum’, perché dopo la proibizione dell’imperatore Valeriano del 257 di radunarsi e celebrare nei cosiddetti “cimiteri cristiani”, i fedeli raccolsero le reliquie degli Apostoli Pietro e Paolo dalle tombe del Vaticano e dell’Ostiense, trasferendoli sulla via Appia, in un cimitero considerato pagano. Costantino nel secolo successivo, fece riportare nei luoghi del martirio i loro corpi e dove si costruirono poi le celebri basiliche.

Il santo venerato il 20 gennaio, è considerato il terzo patrono di Roma, dopo i due apostoli Pietro e Paolo.

 

Sant’Anatalo, Vescovo di Milano. Dal punto di vista storico  tenendo in considerazione che Mirocle, sesto vescovo di Milano, fu presente ai Concili di Roma nel 313 e di Arles nel 314, è ipotizzabile che Anatalone sia stato vescovo verso la fine del II secolo, all'epoca in cui la città si trasformò da semplice municipio a colonia imperiale. La versione ritenuta oggi più autorevole ed adottata ufficialmente dall'arcidiocesi di Milano è quella che colloca nel III secolo gli episcopati di Anatalone e del successore Caio. Secondo i calcoli di Felice Savio Anatalone fu vescovo fra il 256 e il 259. L'analisi dei nomi di alcuni primi vescovi milanesi, come Anatalone, Calimero, Mona e Mirocle, ed antiche iscrizioni tombali relative a sacerdoti milanesi confermano chiaramente che la penetrazione del cristianesimo a Milano avvenne dall'Oriente, tramite le vie dei mercanti e dell'esercito.

Nonostante il giorno della morte di Sant'Anatalone sia ritenuto il 24 settembre, la sua festa fu trasferita nel 1490 al giorno successivo, in cui tra l'altro si festeggiano tutti i primi santi vescovi milanesi, perchè il 24 settembre ricorreva a Milano la patrona della cattedrale santa Tecla.
La Chiesa milanese ne fa memoria il 25 settembre.

 

San Maurizio e compagni martiri in Gallia verso il 286  noto all'estero come Moritz, in Latino- Mauritius (è stato un militare e santo romano. Secondo le agiografie, sarebbe stato un generale dell'impero romano, a capo della leggendaria legione Tebea egiziano-romana, operante nella Mesopotamia nel corso del III secolo e successivamente, nel 300, trasferita nell'Europa centrale romana, a Colonia ed a nord delle Alpi, che in seguito al rifiuto di intraprendere azioni punitive contro i cristiani sarebbe stata martirizzata durante la decima persecuzione di Diocleziano.

Secondo i documenti agiografici la legione, interamente composta da cristiani, che normalmente prestava servizio ai confini orientali dell'impero, venne riposizionata in Gallia dall'imperatore Diocleziano. Il compito della legione era di assistere militarmente Massimiano nella difesa contro i Quadi e Marcomanni, barbari che dal fiume Reno tracimavano nella Gallia, e di sottomettere le popolazioni ribelli locali (che in parte si sentivano abbandonate dall'Impero Romano).

I soldati eseguirono brillantemente la loro missione, tuttavia, quando Massimiano ordinò di perseguitare (ed uccidere) alcune popolazioni locali del Vallese convertite al cristianesimo, molti tra i soldati tebani si rifiutarono. Massimiano ordinò una severa punizione per l'unità e, non bastando la sola flagellazione dei soldati ribelli, si decise di applicare la decimazione, una punizione militare che consiste nell'uccisione di un decimo dei soldati, mediante decapitazione.

In seguito vennero ordinate altre azioni dello stesso tipo contro le popolazioni locali, cosa che portò la legione a rifiutare di nuovo il compito repressivo assegnato, anche in seguito all'incoraggiamento del generale Maurizio. Massimiano ordinò quindi una seconda decimazione che i soldati tebani accettarono rassegnati.

I soldati però restarono fermi nel rifiutare di compiere qualsiasi tipo di violenza contro i loro confratelli cristiani, cosa che portò Massimiano a ordinare che tutti i restanti componenti della legione (composta abitualmente da 6.600 soldati) venissero massacrati sul posto. Il luogo dell'eccidio, allora noto come Agaunum in Raetia, è attualmente Saint Maurice-en-Valais, in Svizzera, dove si trova un'abbazia dedicata a San Maurizio, l'Abbazia territoriale di San Maurizio d'Agauno. Tra gli scampati all'eccidio vi era Sant'Alessandro, che successivamente divenne vescovo di Bergamo.

Altre versioni del martirio raccontano che la legione si rifiutò di eseguire gli ordini di Massimiano soltanto dopo aver scoperto che un villaggio che avevano appena distrutto era popolato da poveri e innocenti contadini cristiani, oppure che l'imperatore aveva ordinato la loro esecuzione quando si rifiutarono di offrire sacrifici agli dei pagani romani.

San Maurizio divenne il patrono del Sacro Romano Impero. Nel 926 Enrico I (919-936), arrivò a cedere l'intero cantone svizzero dell'Argovia all'abbazia, in cambio della lancia sacra del santo. La spada di San Maurizio faceva parte del corredo del trono imperiale, utilizzato durante l'incoronazione degli imperatori austro-ungarici fino al 1916. Inoltre alcuni imperatori furono incoronati davanti all'altare di san Maurizio nella Basilica di San Pietro. Nel 929 Enrico I di Sassonia organizzò un incontro della corte reale  nella località di Magdeburgo. Allo stesso tempo venne fondato il chiostro Mauritius Kloster in onore di San Maurizio. Nel 961 Ottone I intraprese grandi lavori di costruzione ed arricchimento della cattedrale di Magdeburgo, che voleva far diventare il luogo della sua futura sepoltura.

La Chiesa ne fa memoria il 22 settembre.

 

  

   altre ricerche storiche di don Lauro Consonni