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I Blondel a Varenna Chi avesse un poco di conoscenza del paese, sa che nell’800 le Ville di un certo livello si potevano contare sulle dita di una mano. Anche Wagner ha cercato casa a Varenna e, su sua precisa richiesta, possibilmente in una villa di fronte a Bellagio; quindi in località Fiumelatte. La lettera del maestro è del 15.11.1896, spedita da Lucerna. La richiesta avrebbe avuto un esito positivo. Però, secondo l’Adami, storico varennese del primo ’900, non ci sono dati sufficienti per confermare questa presenza.1 Anche Massimo d’Azeglio, domiciliato a Casirate d’Adda, ma con la villa di vacanza a Loveno di Menaggio, afferma nei suoi scritti di essere venuto a trovare la cognata, Carolina Maumary Seufferheld, nella sua villa di Fiumelatte. Nella lettera del 13.07.1839, da Bellano scrive così: “… sono stato a Fiume Latte a vedere il cugino e la cugina che mi hanno ricevuto molto bene, mi hanno
dato da bere e ci siamo lasciati sempre migliori amici. Ti salutano e mi hanno domandato molto di te”.2 Questo testo è fonte di qualche non secondario interrogativo; è mai possibile che il D’Azeglio abbia sbagliato il rapporto di parentela? Perché li chiama “cugini” invece che cognati, dal momento che Louise, la seconda moglie del D’Azeglio era sorella della Carolina
Maumary? A questo punto bisogna procedere per gradi per non creare ulteriori confusioni in questo groviglio di parentele. · Delle due sorelle Maumary, Carolina e Louise, sappiamo questo: Carolina ved. Seufferheld, acquista Villa Monastero dal Genazzini di Bellagio nel 1869
· Luisa sposa in prime nozze Enrico Blondel, fratello di Enrichetta ed alla sua morte sposa in seconde nozze Massimo D’Azeglio. Questo legame stretto fra i Blondel e la Carolina Maumary Seufferheld mi fa pensare che pure i Blondel di Varenna abitassero nella stessa villa, come
si intuisce dal testo stesso del D’Azeglio che parla di un'unica ospitalità : “i cugini…mi hanno offerto da bere”. L’Adami in quel termine “cugini” vi identifica il nobile Ippolito Blondel che “da un elenco delle famiglie di Varenna, noi troviamo colà domiciliato”; l’ipotesi dell’uso improprio del termine “cugini” riferito ai padroni di casa, farebbe pensare ad una cerchia più ampia di parentele presenti nella Villa. Le incertezze sono troppe per poter dare qualche informazione certa; si lavora su delle ipotesi.
Leggendo il capitolo quinto di Stefano della Torre relativo alle “Notizie storiche sulla villa Monastero di Varenna” vi trovo che già con i Mornico la villa era stata frazionata fin dal 25.10.1749 in quattro appartamenti.3 Questo ci permette di avanzare l’ipotesi che in
villa vi potessero abitare più famiglie imparentate tra loro. Ma dove abitava la Carolina quando Massimo D’Azeglio le fa visita nel ’39 ? In mancanza di documentazione comunale oso azzardare qualche ipotesi. Ben conoscendo l’amore che la Carolina Maumary Seufferheld
aveva per i bambini, tanto da donare il fabbricato in centro a Varenna per costruirvi l’Asilo, non mi sembra fuori posto ipotizzare che lei, senza figli, gradisse la presenza della famiglia Blondel nella stessa sua villa. Ma quale villa? Sappiamo per certo che l’acquisto del Monastero da parte della Maumary avviene nel 1869.4 Sempre dalla stessa fonte sappiamo che anche a metà del 1800 la villa era affittata a più famiglie, come quella delle Borsieri, sorelle del patriota e letterato Pietro. Sappiamo anche che le ville fuori del borgo di Varenna che potessero fregiarsi di questo titolo selettivo fossero solo tre: la villa della Contessa Festi, la Villa Capuana e la Villa Monastero. Dagli stati d’anime della Parrocchia del 1859 il parroco annota ancora i nomi delle due famiglie dei Mornico, ma poi vi traccia sopra una riga come per cancellare la loro presenza e vi scrive per la fam. di Mornico Carlo, trasferiti a Cantù e per Mornico Lelio, domiciliati a Como. Il precedente stato d’anime è di venti anni prima e quindi non può essere punto di riferimento. La mia ipotesi, tutta da verificare, si orienterebbe allora in questo senso: teniamo per certa la data di acquisizione della Villa da parte della Carolina Maumary Seufferheld del 1869, non è possibile che lei vi abitasse in affitto da qualche decennio già sotto la
proprietà Mornico, passata poi al Genazzini che era di Bellagio e che abbia portato a termine l’acquisto definitivamente solo nel 1869? Il Genazzini ebbe cinque figli, dei quali uno solo però è stato battezzato a Varenna ed essendo un imprenditore interessato alla costruzione della ferrovia Milano –Tirano, fu poi costretto a vendere la villa per fallimento. Ritengo che non avesse molto tempo per vivere negli ozi del Monastero; la villa poteva essere per il Genazzini solo una occasione per investire
un certo capitale e nulla più. O che perlomeno tenesse per sé solo una piccola zona del fabbricato come pied-a-terre per seguire i suoi lavori sulla ferrovia Milano –Tirano. Resta un’ultima considerazione su quel testo del D’Azeglio: egli parla di una visita dei cugini a Fiumelatte. Perché Fiumelatte? Questo è un dato certo: tutto ciò che era fuori delle porte del borgo di
Varenna, era di Fiumelatte. E Villa Monastero era fuori dalle mura e dalle porte del borgo che vennero abbattute nel 1821. Si tenga presente che proprio nella Bolla Papale di S. Pio V che decreta la soppressione del Monastero, fra le tre motivazioni che giustificano tale decreto, vi si trova che: “…provvidamente considerando che da un decreto del Sacro Concilio di Trento si dispone fra le altre cose che i monasteri di monache stabiliti fuori delle mura di una città o castello, esposti alla preda o
ad altro misfatto di uomini cattivi dovesse procurarsi che dal Vescovo… se così sembrasse conveniente che fossero ridotte le monache di essi monasteri nei nuovi o antichi monasteri entro le città o castelli più frequentati…”5 Sulla posizione delle porte che facevano di Varenna un borgo fortificato si possono trovare informazioni più precise sul volume dell’Adami.6 Ritorniamo ora a cercare di tessere il rapporto tra la Carolina Maumary Seufferheld e la famiglia Blondel di Varenna. Chi sono i Blondel? Si tratta di una famiglia, di fede protestante, proveniente da Vevey (Svizzera) legata da vincoli di parentela sia con il Manzoni che con Massimo
D’Azeglio. Mi pare di essere riuscito, nella stesura degli schemi allegati, a ricostruire con sufficiente sicurezza che Ippolito Blondel, varennese, fosse almeno primo cugino di Enrichetta, la moglie di Alessandro Manzoni e fosse imparentato anche con Massimo D’Azeglio perché costui, morta la prima moglie Giulia, figlia di Alessandro ed Enrichetta, sposò in seconde nozze Luisa Maumary, anch’essa vedova di Enrico Blondel, fratello di Enrichetta e sorella della Carolina, la proprietaria di Villa
Monastero. È proprio il caso di dire che si faceva tutto in famiglia; ma questo ci permette anche di avanzare l’ipotesi, non proprio peregrina, che “el Don Lisander” abbia almeno visitato la villa. La lettura dei documenti di Battesimo mi permette poi di rilevare un altro dato interessante dal momento che Ippolito Blondel risulta domiciliato pure lui a Fiumelatte. Ma dove? Ecco
la mia suggestiva ipotesi fondata su testimonianze: fino al 1821, con l’inaugurazione della Statale, Varenna era chiusa da due porte: Porta Santa Maria (al Monastero) e Porta Varenna. Dove era ubicata Porta S. Maria? Già l’Adami nel suo volume offre delle informazioni preziosissime sulla loro ubicazione, ma noi vogliamo aggiungere qualche dato in più: una porta ha bisogno di due
contrafforti per sostenersi e che sono individuabili nel “giardino alto” di Villa Cipressi a ovest e nell’attuale Casa D’Ippolito ad est. Ne trovo conferma nelle testimonianze di Claudio Regazzoni e Gigi Vitali, che riferiscono come la casa D’Ippolito fosse chiamata “lo stallazzo”, il luogo dove alloggiavano uomini e cavalli nel tragitto da Milano a Sondrio e che la casa stessa segnasse il limite per una netta distinzione di manutenzione della strada con il selciato a boccette all’interno e con lo sterrato verso Fiumelatte. Allora si giustifica la nota dei registri di battesimo perché nella mentalità di allora apparteneva a Varenna solamente chi abitasse dentro le porte, mentre oltre Porta S. Maria era già Fiumelatte. Ma il nobile Ippolito che sposa a Trieste, nella Chiesa di S. Antonio Nuovo, Carolina Pirzio, di chi era figlio ed a che livello era imparentato con casa Manzoni? Qui cominciamo a navigare nel buio; tuttavia è bene fornire tutte le indicazioni possibili a chi volesse cercare di chiarire questi complicatissimi rapporti di parentela. In Archivio Parrocchiale abbiamo un atto di morte relativo ad un certo Blondel Giuseppe, nato a S. Pietro Valtravaglia, fu Bartolomeo e Pedroletti Veronica, di anni 40 che “morì di febbre catarrale in seguito alla migliare”. Pare però
che questo signore, pur essendo omonimo, non avesse alcun rapporto con le famiglie in questione. Dalle ricerche effettuate presso l’archivio della Parrocchia di S. Antonio Nuovo,in Trieste, oggi detto S. Antonio Taumaturgo, Ippolito risulta avere queste generalità: - è figlio di Giovanni Francesco Blondel e di
Donna Giuseppina Dorry - è nato a Petropolis (Brasile) il 19.08.1913 - residente a Trieste, di professione commerciante e di religione elvetica, cioè protestante. - il 15 gennaio 1838 sposa Carolina Pirzio, figlia di Pietro e Donna Teresa Arnaboldi. Nell’albero genealogico allegato avanzo l’ipotesi che Giovanni Francesco, il papà di Ippolito possa essere fratello di Francesco Luigi, il papà di Enrichetta perché: - è accettabile l’ipotesi che siano nati entrambi alla fine del ‘700 - ricorrono sempre gli stessi nomi -
e da ultimo, Ippolito, come dice l’Adami, impone al suo secondogenito il nome di Enrico, figlio di Francesco Luigi e primo marito della Luisa Maumary. Ma c’è un interrogativo ancor più inquietante: perché Ippolito, commerciante a Trieste, appena sposato, lascia quella città per trasferirsi a Varenna dove non era certo possibile sviluppare una attività commerciale? E perché proprio a Varenna? Non è ipotizzabile o un eccesso di ricchezza che gli permettesse di vivere negli ozi o al contrario una
situazione disastrosa, tale da commuovere la Carolina Maumary ad usare la carità dell’accoglienza? Vi troviamo qui sufficiente materia per scrivere un romanzo. Infine, dagli atti di Battesimo della Prepositurale di S. Giorgio in Varenna risulta che Ippolito, coniugato a Trieste il 15.01.1838 con Carolina Pirzio, milanese di S. Babila, pur essendo protestante, fece battezzare con rito cattolico i tre figli: Pietro Angelo Edoardo n. il 28.12.1838 Enrico Giuseppe Francesco n. il 04.02.1840. Antonio Emilio n. il 18.07.18417 Per il secondogenito sul registro di
Battesimo il Parroco annota con rammarico che non avrebbe permesso a Federico Blondel, fratello di Enrichetta Manzoni di fungere da padrino perché protestante. In realtà, Federico non partecipò neppure al rito perché vi assistette, per procura, Luigi Geronimi, negoziante, della parrocchia di S. Ambrogio a Milano; pure lui abitante a Varenna perché pochi giorni prima aveva celebrato il battesimo del figlio Luigi. L’Adami ipotizza, e mi pare che l’ipotesi sia più che credibile, che il nome di Enrico
sarebbe stato scelto per ricordare l’altro fratello di Enrichetta, sposo di Luisa Maumary.8 Anche questa nota parrebbe avvalorare le supposizioni che qui abbiamo fin qui sviluppato, con la speranza di aver offerto qualche piccolo contributo per la conoscenza della vita in questa Villa dell'800 lariano. Ricerca conchiusa a
Varenna nel gennaio 2007 da Don Lauro Consonni prima di lasciare la Parrocchia 1. Vittorio Adami, Varenna e il monte di Varenna, Milano 1927, pp.348s 2. Vittorio Adami, Varenna e il monte di Varenna, Milano 1927, p.344, nota 2. La conferma la si trova anche in un’altra edizione:G. Carcano, Lettere di Massimo D’Azeglio a sua moglie Luisa Blondel, Milano 1870 3. Stefano Della Torre, Villa Monastero di Varenna, Como, 1988, p.32 4. Stefano Della Torre, Villa Monastero di Varenna, Como, 1988, p.35 5. Lauro Consonni, Le visite pastorali di S. Carlo Borromeo a Varenna, Mandello Lario, 1984, p. 22ss. 6. Vittorio
Adami, Varenna e il monte di Varenna, Milano 1927, p.344 7. Lauro Consonni, Varena seu Insula nova, vol.VIII, Mandello del Lario, 1992 8. Vittorio Adami, Varenna e il monte di Varenna, Milano 1927, p.300ss. Genealogia |