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. La fine di una civiltà contadina e cattolica
Mons. Giuseppe Locatelli, in occasione del suo 50° di Sacerdozio ha usato un’immagine ad effetto per indicare lo stravolgimento di troppi valori della seconda metà del ‘900: “50 come 500” Nessuna generazione, come la nostra, é stata chiamata a gestire un passaggio rivoluzionario che ha coinvolto ogni aspetto del vivere umano e non ha risparmiato nulla... Neppure la scoperta dell’America con la sua rivoluzione delle conoscenze geografiche, dei costumi e dei prodotti ha influito tanto come lo stravolgimento culturale di questi ultimi decenni. Nel ‘400 si pensava che da qualche parte esistesse un altro mondo, ma non ha intaccato il trantran di ogni giorno...il campanile ha continuato a suonare le ore, i preti a dire messe, a fare funzioni e dare benedizioni, i “sior” a comandare e maltrattare ed i poveri a ubbidire e bestemmiare. Ne é prova la continuità esemplare nel modo di mangiare, vestire, parlare, nello stile di vita, nella concezione del mondo e nel modo di ragionare. Si potrebbe dire che tra una famiglia del ‘600 ed una dei primi del ‘900 non ci fosse molta differenza. E’ con il ‘900 con le prime migrazioni e con le due guerre che sono iniziati i cambiamenti: miserie, fastidi, pidocchi, debiti, disgrazie, tanta fame e tanta religiosità. La vita girava attorno alla campagna, con i suoi ritmi e le sue stagioni, con i suoi lavori ed i suoi proverbi, attorno alla Chiesa con i suoi insegnamenti magisteriali, morali e culturali, con i preti in posizione dominante anche se sotto i vescovi e la gente sotto i potenti della politica o della cultura. In poche decine di anni, tutto é saltato, anche se é rimasto solo qualche angolino scampato a tanta anarchia. E la gente si é trovata inchiodata dentro questa rivoluzione a pagare un prezzo salato: la gente non lo vuole ammettere, ma con i referendum voluti dalla massa é saltato il fondamento della società che é la famiglia; dopo questo sconquasso si stanno portando via gli ultimi capitelli che circondavano il monumento: liberazione omosex con tutte le sue varianti di genere, eutanasia, libertà assoluta nei modi di procreare. Dice il proverbio: “quando si comincia a nascere sfortunati, non ti trovi bene, neppure se ti mettono nella nicchia di S. Antonio”. C’è una generazione di mezzo, la nostra, che va dagli attuali 60 /90 anni che è stata scaraventata fuori dalla nicchia delle sue tradizioni ed é testimone di quello che era la vita dei nostri nonni e di quello che é la vita dei nostri nipoti; ma nonni e nipoti sono vissuti in due mondi abissalmente diversi... Nelle mie letture, ho trovato un brano di un prete friulano, un prete scomodo, che prima della sua morte, del 2007, ha lasciato quasi come testamento un libretto dal titolo "De Senectute" scritto rigorosamente in lingua “furlane” e pubblicato nel 2009 da “Glesie furlane”. Ne ho fatto una traduzione che spero possa aiutare qualcuno a riflettere. Don Lauro
Come uno tsunami ed un terremoto si é abbattuto sulla nostra civiltà di "Prè Toni Beline" (don Antonio Bellina)
I racconti della mia infanzia, ormai lontana sono ormai scomparsi dal nostro mondo ed in gran parte anche dimenticati. Sono nato in casa, senza la presenza del medico e con la sola assistenza della “comari”. Non avevamo ancora la luce elettrica, ma solo la lampada a petrolio. Appena mia madre si è liberata dal parto… il terzo giorno era già in stalla a governare ed a mungere le vacche ed una volta tornata alle sue fatiche non c’era né festa né giorno della settimana che la liberasse da una croce così salutare per noi, perché ci dava da mangiare, ma altrettanto massacrante per lei… A sedici mesi mi beccai una polmonite e mia madre, dopo giornate di lavoro sfibrante, ha passato in più ventuno giorni e notti accanto a me, con le “papine “ di lino sullo stomaco per liberarmi i polmoni. Oggi si parla, e giustamente, di qualche donna che per via del trauma o shock del parto [e rive ancje a copâ la sô creature”]. Le nostre mamme avrebbero dovuto accopparci tutti come conigli invece di accopparsi loro di fatica. Invece hanno resistito, rassegnate se non addirittura contente, senza porsi grandi domande, ma ben sapendo che la legge della vita è la prima e la più grande legge. E Dio è stato così buono da liberarle dai traumi e shock psicologici, perché avevano ben altro da pensare. Per dare un’idea della rivoluzione copernicana che si é compiuta sotto i nostri occhi, va ricordato che papà e mamma non hanno mai visto in vita loro un portafogli, perché non c’era nulla da metter dentro; se c’era qualche moneta, la mamma l’avvolgeva nel fazzoletto e la poneva in seno, al sicuro; quella era la cassaforte di casa. Del resto quei quattro soldi che arrivavano quando si vendeva il vitello erano già impegnati e sparivano prima ancora di vederli e toccarli. Si viveva con quello che la vita contadina ti dava: qualche uovo, qualche pezzo di formaggella o qualche prodotto della terra, facendo debiti presso la bottega e pagando quando si poteva, anche se il bottegaio, “catolicon”, ci maltrattava davanti a tutti perché ritardavamo a pagare. E io, loro figlio, non solo non avevo il portafogli, ma neanche il conto in banca o la carta di credito. E non ci era permesso di andare a Gemona, o al Tolmezzo o a Udine perché non c’era la macchina che ci portasse. Tantomeno si poteva ordinare da casa per telefono o Internet. Quando, fatto prete sono arrivato in Carnia nel ’68, ogni tanto mi chiamavano da qualche paese; allora la signora del bar mi chiamava: “ Sior santul [reverendo] lu clamin al telefon. O ai dit che lu tornin a clamà fra miezore”. Ed era una novità. Oggi con il cellulare si può chiamare chi vuoi, da dove vuoi e quando vuoi e se l’altro non risponde gli puoi lasciare anche il messaggio. A casa, non mai abbiamo avuto il “gabinetto” [el caghador] fin quando avevo già sedici anni ed essendo già chierico, se venivano a trovarmi non potevo mandarli nella stalla come hanno fatto i miei per secoli. Per lavarsi c’era l’acqua della fontana e solo quando si doveva andar dal medico in un poco di acqua calda del catino nella stalla. Non ho mai avuto abiti firmati o fatti su misura. I vestiti erano i più ampi possibili così da durare per gli anni dello sviluppo. Mi ricordo che in terza liceo, nel 1959, sono arrivato a casa da Udine con dei pantaloni che erano troppo larghi; disdetta, avevo rotto la cintura e perciò me li sono fermati con uno spago. Sono certo che anche un ragazzino di otto anni non metterebbe oggi una roba, anche nuova che non gli aggradi. Nella nostra povertà cercavamo però di conservare una certa dignità, che oggi viene sistematicamente violata quando si portano dei pantaloni tutti stracciati [o se no li sbreghin lor] o li stracciano loro per stare alla moda. Non faccio commenti, non do giudizi; constato solamente e scrollo il capo... Qual’era il nostro mondo? Una casa, una stalla, il recinto del maiale, il pollaio, l’orto, la fossa del letame, la vasca del pozzo nero, il cortile pieno di polli e galline che crocchiavano continuamente. La casa o cucina era una stanza dove si viveva tutto il giorno prima di andare a coricarsi. Non c’erano salottini o tinelli o studiolo o separé dove mettere la roba della campagna, o la biancheria da stirare o da aggiustare, per riporre le scodelle e la pignatta, o la terrina del radicchio, la padella o il tagliere per la polenta. Su quel tavolo si faceva tutto: i compiti, il maiale quando lo si ammazzava, i morti quando finivano di tribolare di qua e si sperava che andassero a tirare un pò il fiato di là; in più, a casa mia c’era l’usanza di portar fuori la tavola grande sulla strada, in un angolo del portico per deporre il Santissimo, quando passava per la processione del Corpusdomini. La camera, là dove ci si ammassava [ingrumasivi] per mancanza di riscaldamento, c’era un saccone di foglie di granturco ed ogni tanto bisognava cambiarle perché i bambini “a pissavin” e bagnavano o le pulci la facevano da padrone e non c’erano Santi che potessero farle sparire. Allora si bruciava “il paion” in mezzo al cortile. Alle pareti non c’erano poster ma solo un Cristo da quattro soldi, l’acquasantino di terracotta [l’Agnul di crep cu l’aghe sante], un St. Antonio o una Madonna. Il cestone era il museo o il deposito familiare, là dove si riponeva [ingrumave] ciò che dispiaceva buttare e quello che avrebbe potuto servire ancora. Il mezzo normale di trasporto erano le gambe; si andava sempre a piedi per ogni incombenza fin dove si poteva e si arrivava; a messa e nei boschi, in campagna e al monte, a scuola e al mercato di Gemona o in Carnia o a Tolmezzo; a undici anni sono andato a Tolmezzo (17 Km.; 3 ore e mezza) per fare le tonsille e le adenoidi...povera mamma, ebbe la grande idea di comperarmi un gelato col cono di dieci lire per rinfrescarmi e rifondermi del male che il Prof. Zagulin mi aveva fatto. Tutto normale, accettata senza fare tragedie. Come era normale andare alla Madonna del Monte con la lanterna, (Venzone–Castelmonte 41 Km. circa), dormendo in cameroni del Santuario in pericolosa e scomoda promiscuità, con grande chiacchiere e scandalo dei frati (cappuccini) che però avevano la loro cella ed il proprio giaciglio [cove et lodar]. Dopo la guerra, anche noi di Venzone andavamo lassù con i camions militari; si mettevano due file di panchette sui lati e ad ogni curva si rischiava di cadere l’uno sull’altro. Questi viaggi duravano un giorno, costavano poco e godevamo un mondo...e questi sono ricordi di 50 anni fa, mentre oggi, per l’eccesso di notizie, ci si dimentica dall’oggi al domani. Non sto a parlare della tecnologia con le sue novità, l’invasione delle macchine, l’inquinamento, il fenomeno della urbanizzazione con la conseguente desertificazione dei paesi di montagna, la dove é più conveniente e gratificante l’abitarvi, con l’invasione dei prodotti di ogni sorte e misura presenti nelle nostre case, anche se non sono necessari, ma ci piace far vedere che anche noi li possediamo. La prova più evidente é data dalla spazzatura e dai rifiuti, di roba che non ci serve più e che non sappiamo dove buttarla. E questo é uno scandalo; i nostri vecchi non sapevano come conservare, mentre noi non sappiamo da che parte cominciare a buttar via. Essi facevano i salti mortali per ,provvedere il boccone ai figli sempre affamati...noi invece dopo aver speso e sparso per ogni stramberia, dobbiamo spendere ancora per andare a ginnastica a buttar giù il grasso che abbiamo accumulato [ingrumat]. Mia madre, poverina, a 50 anni era già vecchia perché portava la gonna nera ed il fazzolettone in testa. Oggi a 80, si danno 20 anni in meno, perché si tirano la pelle più che possono, ma non gli anni. Ciò che da fastidio é la mancanza di stile. Conosco una donna di 80 anni che veniva a Messa tutta pitturata dalle labbra alle unghie e sul capo aveva un mazzo di capelli neri che, si vedeva da un chilometro che erano falsi.. Preferisco mia madre, mai stata giovane, ma genuina rispetto a certe signore ottantenni che hanno un’anima screpolata come una botticella senz’acqua e dal volto sfatto come un pesce di tre giorni. ... ma ciò che più mi ha impressionato é stata la “Caporetto” della religione nel senso che é sparito lo spirito e sono rimaste le forme peggiori. Essa sopravvive per convenzione e non per convinzione. E rimane come memoria di usanze, di tradizioni e di superstizioni, ma non come forza vitale, come orientamento sicuro e risoluto della vita, come lievito. E’ rimasta come una patina, una muffa, una imbiancata di facciata che non ti costa nulla, non ti impegna, non ti garantisce nulla e non ti giova a niente.. Si potrebbe parlare di paganesimo “furlan” e di idoli nostrani. Un miscuglio, “un messedot, un abort” che magari non ti da la soddisfazione della vita sfrenata del libertino, ma non ti offre neppure i benefici morali e spirituali di una religione autentica e di una vita di fede. Per capire se un amore é genuino non si domanda quanto costa, perché l’innamorato é disposto a sacrificare tutto per la persona oggetto dei suoi sogni e dei suoi desideri. Se uno é disposto a perdere la testa o la reputazione o la vita, allora sì che é innamorato; sarà matto o cieco, ma innamorato certamente; ed agisce di conseguenza. Se si va sul discorso della religione e ci si domanda se un cristiano, un cattolico dei nostri, anche di quelli più fervorosi é disposto a sacrificare tutto per le sue convinzioni, per le sue scelte di fede, per la sua appartenenza ecclesiastica , allora cade il discorso e cala anche le braghe [a colin i breghons]. Perché la nostra gente, anche quella più innamorata di Santi e Madonne non é che sacrifichi chissà che e faccia una vita tanto differente dagli altri; la differenza sta nel fatto che va a Messa ed é amica del “plevan”. E’ una religiosità a rischio continuo... e se ne vedono i crolli. La Chiesa con i suoi ritmi ed i suoi riti é stata messa ai bordi o meglio ancora buttata in un burrone dove si buttano i calcinacci di una casa crollata e diroccata. Anzi non l’hanno neppure buttata giù, ma é crollata come per consunzione. Il Vangelo, nel suo modo sapienziale di parlare direbbe che si trattava di una casa costruita sulla sabbia e non sulla roccia, sulle devozioni e non sulla Bibbia, sull’andare al tempio e non sulla vita concreta. Ho paragonato spesso la religione alla nostra lingua, anch’essa vittima innocente del progresso e della modernizzazione. Quando sono nato a Venzone, solo il medico Spizzo ed il maestro Barbieri parlavano l’italiano. Il primo era un borioso [cagon] e l’altro era un calabrese mandato al confine. Naturalmente parlavano in italiano anche i familiari e quelli che dovevano parlare con loro. Una legge non scritta dice che non é il grande che deve abbassarsi, per intelligenza e carità, a livello del piccolo, ma é il piccolo che deve sforzarsi, magari tirando il collo come le oche, per arrivare a livello del grande. Non sta bene che l’impiegato statale che sta dietro la scrivania si abbassi; al contrario é la donnetta o il vecchio che non arrivano ad imbroccare una frase giusta, che si comportino come se dovessero dare un esame o davanti al plotone di esecuzione, anche se é loro diritto essere ascoltato e sono loro che pagano l’impiegato.. Una volta correva questo proverbio che dice: “Si é furlans perché si é cristians e si é cristians perché si é furlans”....Questo rapporto con la Chiesa aquieliese che ci ha dato i natali...un rapporto simbiotico, pacifico, scontato é saltato in quattro e quattr'otto. ... Addirittura qualcuno ci ha fatto credere che essere “ furlan” ed essere “ cristian” era una stranezza, una perdita, un condizionamento un minusvalore, una anticaglia di cui liberarsi il più presto possibile. E così si é scambiata l’idea che “lenghe furlan e religion cristian” erano una forma di schiavitù, di sottosviluppo, di minorità, di miseria di vita. Tutte le nostre disgrazie derivavano dal fatto che parlavamo “furlan” ed andavamo a Messa a prendere ordini dal “Plevan”. ...Ho trattato “en passant” di religione, di chiesa e di preti, ma sono cose differenti. La nostra religione, a differenza di quella protestante, é stata soprattutto una “religione di Chiesa” nel senso che per pregare si va in Chiesa e la struttura gerarchica comanda e decide per te... i preti vanno sparendo e non si andrà molto avanti perché non si é aiutata la gente a crescere e maturare... cosicché appena hanno potuto sono scappati come Pinocchio. Se li avessimo aiutati a crescere ed a maturare, a prendersi delle responsabilità non ci avrebbero abbandonato o peggio odiato, perché solo lo stupido si rivolta contro chi lo aiuta a crescere. Il principio che unificava i cristiani era: “Lo ha detto il Papa! Lo ordina il Vescovo; sono io il pievano”. Argomento di autorità che crolla quando l’autorità non diventa più credibile. Davanti alla legge, a Napoli pensano subito come aggirarla e come imbrogliarla, mentre da noi si comincia a far tremare le gambe e lasciar giù i calzoni. Ma la paura della autorità finisce quando hai mano dei soldi, una dignità, un mestiere, una stima di te stesso e allora non sei più ricattabile. E la gente ha cominciato ad abbandonare, prima i preti che non sono poi i più responsabili di questo sconvolgimento. Avrebbero potuto prendersela con gli intellettuali che li hanno traditi, “cui siors e cui padrons” che li hanno sfruttati, con i politici che li hanno munti, senza ricompensarli. Se la sono presa con il pievan e pazienza. Accade così nella vita, che chi é stato offeso dal padrone, poi se la prenda con la moglie e con i figli che non hanno colpa, perché non ha il coraggio di cantargliele al padrone. E però, tutto sommato, dobbiamo dire che abbiamo vissuto in un’epoca straordinaria, difficile e unica..e questo ci deve dare un briciolo [bregul] di soddisfazione e di bravura.
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