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In un capitolo precedente vi ho offerto un’ampia rassegna delle “preghiere della nonna” in Brianza, con quegli insopprimibili condizionamenti che ne vengono dal paese di nascita o di adozione. Mi fa sorridere la pretesa politica di identificare la nostra regione con un unico dialetto; quel diritto avanzato dai friulani a fare della propria parlata una vera e propria lingua, lo si vorrebbe ripetere anche per i paesi e città della Lombardia; cosa impossibile, non solo per delle differenze sostanziali tra la parlata del mantovano, rispetto al milanese o al varesotto, ma anche nella stessa provincia tra chi abita al piano rispetto al dialetto di montagna molto più chiuso; oserei dire che le varianti dialettali sono tante quanti sono i paesi della nostra terra di Lombardia. Già nella relazione precedente ho ricordato come, in terra di Brianza, tra le due sole preghiere del mattino rinvenute, fosse totalmente assente il senso della lode a Dio per il nuovo giorno. S. Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, nel libro degli Esercizi spirituali ha lasciato scritto El hombre es criado par alabar: l’uomo è stato creato per lodare. Fu il post Concilio Vaticano che con la riforma liturgica mise provvidenzialmente nelle mani, non solo dei laici, ma perfino delle congregazioni religiose femminili la liturgia delle lodi fino ad allora tutte dedite alla recita di novene, tridui ed ottavari della Madonna e dei Santi. Da questa condizione di immaturità liturgica si salvavano solo gli Ordini monastici. Ciò non significa che quel modo di pregare non formasse alla santità, forse più presente allora di oggi; non va dimenticato che non sono le formule che salvano, ma la disposizione del cuore. Se le preghiere del mattino non hanno documentazione, è pur vero che la giornata di tanti cristiani, uomini e donne, giovani e ragazze, chierichetti dai cinque anni in su, cominciava con la Messa delle 5.30 del mattino; una Messa singolare perché, essendo celebrata in latino e regolarmente da morto, vedeva i fedeli recitare il Rosario fino al Sanctus, poi al suono del campanello si imponeva un mormorio lieve di invocazioni a Cristo durante la Consacrazione e, subito dopo, si attaccava con la preparazione alla Comunione; una preparazione regolata da atti di fede, di adorazione, di pentimento e di proposito alternati da brevi canti in strofa di cui ricordo almeno il primo: In quell’Ostia consacrata Sei presente , O Gesù mio Vero uomo e vero Dio Nostro amabil Salvator.
Va rilevato un particolare di non poco conto, in pieno contrasto con la riforma liturgica; la Comunione, durante la Messa, era riservata al solo celebrante. A questo punto era un fuggi fuggi di chi non riceveva l’Eucaristia per non perdere il treno per Milano o andare alla filanda. I restanti attendevano pazientemente la Benedizione, la lettura del proemio di S. Giovanni “In Principio erat Verbum…” e l’invocazione a San Michele Arcangelo, non senza qualche tuonante sottolineatura delle parole più significative:
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Sancte Michaël Archangele, San Michele Arcangelo defende nos in proelio; difendici in [questa] guerra; contra nequitiam et insidias diaboli contro la cattiveria e le insidie del diavolo esto praesidium. Sii nostra difesa. Imperet illi Deus, Dio gli comandi supplices deprecamur: tuque, te ne preghiamo supplici; e Tu, Princeps militiae caelestis, Principe della schiera celeste Satanam aliosque spiritus malignos, Satana e gli altri spiriti maligni qui ad perditionem animarum che per la perdizione delle anime pervagantur in mundo, s’aggirano in questo mondo divina virtute in infernum detrude. con la potenza divina, cacciali all’inferno. Amen. Amen.
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A questo punto i fedeli presenti riprendevano con il Confiteor, ricevevano l’Eucaristia e si fermavano per il ringraziamento modellato sempre sul preparamento. Il numero di coloro che si astenevano dalla S. Eucaristia era molto alto per le rigide norme: digiuno stretto dalla mezzanotte (compresa anche una goccia d’acqua) il terrore del peccato possibile anche per una sola “occhiata imprudente”. Va tuttavia ricordato che almeno dieci volte l’anno non mancavano le cosiddette “Comunioni generali” come a Natale, inizio Quaresima (per i peccati del carnevale), Pasqua, non a Pentecoste ma a Corpus Domini, S. Agata per le donne, S. Agnese per le “figlie di Maria”, San Luigi per i “Luigini” ( giovani fino a 18/20 anni), la festa patronale, l’Assunta, i Santi, tutta l’ottava dei morti e si finiva con l’Immacolata e la festa del tesseramento alla Az. Cattolica. A Pasqua poi, il controllo era così rigido che il parroco annotava sui libri d’archivio, per fortuna in forma anonima, quanti uomini e donne “non avevano fatto Pasqua”.
Nella presentazione delle preghiere in furlan,mi permetterò di fare qualche chiosa catechistica e richiamare qualche differenza di tradizione tra le due regioni. Come si spiega questo mio rapporto singolare con la lingua furlan? Il tutto è nato da una conoscenza casuale con un certo signor Emilio che , da piccolo, era cresciuto in quel di Varenna in quanto il padre era custode di Villa Monastero. Lui poi ha un ricordo particolare di quella sua permanenza perché in una estate degli anni ‘50, facendo il bagno nel bacino antistante la Villa, rischiò di affogare, se gli stessi scienziati che s’accorsero del pericolo, non si fossero gettati in acqua per salvarlo. In cicli ricorrenti, il Signor Emilio ha sempre conservato un particolare affetto per la terra che lo aveva visto ragazzino e scolaro e così negli anni 2000 avvenne questo incontro con lo scrivente. Ritornato in Friuli non mancô di chiedere informazioni sui libri di storia varennese che andavo pubblicando, contraccambiando le informazioni con la storia e le tradizioni del suo Friuli. Venni così a conoscenza dello “spessore culturale e pastorale” di Don Antonio Bellina (+ 2007) che scriveva libri ed articoli sempre in lingua furlan – guai, scambiarlo per un dialetto – per cui lo stesso desiderio della conoscenza del suo pensiero mi costrinse, se non a parlare, almeno a leggere in modo comprensibile i suoi testi. Chi volesse fare una piccola esperienza potrebbe andare a leggersi un suo racconto molto spassoso su Google: “Pre Celest”. Ed ora è tempo di ritornare ai nostri confronti tra le preghiere di Brianza e quelle della Carnia.
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Preghiera del mattino in Friuli Signor setis laudat
Signôr setis laudât Benedit e ringrassiât Di dut ce ch’a nus dai E nus veis simpri dât, dainus di vivi e di murî cu la vostre sante gracie Signôr setis laudât, benedît e ringraziât di dut che nus dais in chest mont e in chel âti. Signôr nus complasi Las vostes santes Benedetes gracies. Dait la pâs ai vîs La salût ai malâz La recuie e il ripous Ai nostri biâs muarz E la remission di duc’ cuanc’ I nostis peciâz. Amen
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Preghiera del mattino in Brianza
Signur ve ringrazzi De tanti grazzi De tanti benefizzi Per i voster bun uffizzi. Ve dumandi la grazia De passâ na buna giurnada Mé, la mia mamm, el mé pâ E toeucc quei de la mia câ
Brevi invocazioni del mattino
Signur, vutim Angel custodi custodim Me, el me pâ e la mia mamm E teucc quei de la mia câ
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Senza dare una traduzione letterale dei testi, mi preme richiamare alcune invocazioni significative che presuppongono una certa impostazione spirituale della vita. Nella preghiera di lode del mattino viene espresso il sentimento di ringraziamento: per tutto quello che ci date in questo mondo e nell’altro. Degnatevi di darci le vostre sante benedette grazie. Donate pace ai vivi, salute ai malati, requie e riposo ai nostri beati morti e la remissione di tutti i peccati.
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Us salûdi o Crocifis
Us salûdi o Crocifis E vou Pari Gjesù Crist E vou Pari Redentôr, toleit la mê anime e chê dai miei benefatôrs. Vus salûdi Beade Vergjine ……….. Cuanche al jeve il sorêli, vus salûdi spere benedete splendôr da mê anime e di dute la mê int ch’a âi pal mont e tal simiteri
O gran Pari di pietât O gran Pari di pietât che par nou seis stat svenât, veis spandût dut cuant il sanc. E pai nostis mancjamenz seis stat menât ai granc' tormenz, condanât fin a la muart. Vou Signôr, ch'a seis tant bon al bon ladron veis dât perdon; veit par nou la remission. Seis chel Diu ben infinit pai nostis granc' pecjâz tradit si sintis il cûr aflit. Miei muri, ma no pecjâ par l'avigni, e mai mancjâ il Signôr di ringrazia. Cui braz distèis, cui cjâf sbassât, cui pet aviert mostrais pietât; dal pecjadôr consolazion. Redentôr nosti amorôus che par nou seis muart in crôus e in cil 'a seis gloriôus. Par las opares compides simpri restin chés ferides da mostra ai pecjadôrs. La Crôus Sante, clauz e lance, tal muri nus dan sperane cuintri l'ire infiernâl. Dopo l'anime passade fait us prei, ch'a sei clamade simpri a gjoldivus in glorie. Amen.
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“Quando si alza il sole, vi saluto, raggi di luce benedetta splendore della mia anima e di tutta la mia gente sparsa per il mondo (o che riposa) in cimitero.
O gran Padre[ricco] di pietà Che per noi sei stato svenato Ed hai sparso tutto il sangue. Per i nostri mancamenti Sei mandato a gran tormenti, condannato fino a morte. O Signor che sei sì buono Che al ladro dai perdono; dona a noi la remissione. Sei quel Dio sì infinito Da nostre colpe sì tradito Ci sentiamo il cuore afflitto. Meglio morire e non peccare Nel doman e mai mancare Il Signor di ringraziare. Le braccia distese, il capo chinato Con il petto squarciato mostri pietà Consolazione del peccator. O nostro amoroso Redentore Che per noi sei morto in croce Ed in cielo sei glorioso. Per le opere compiute Sempre restin sté ferite Da mostrare ai peccator. Croce santa, chiodi e lance In tua morte dai speranza Contro l’ira infernale. Quando l’anima sarà andata Io vi prego, sia chiamata A godervi sempre in gloria. Amen
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Pater noster pitinin Pater noster pitinin ch'al â fat il Signorin, beat mai chel ch'a lu dirâ chel sicùr nol perirâ. Ché âte not ta mé scunute jo ai jodût trei biei bambins, trei agnulins dal paradîs doi da cjâf e un da pis in tal miei la Madonine ch'a vaive povarine e a coreve su e jù a ciri il so bon Gjesù. "O San Giuan ti ai incuintrât, dontri vestu tu cjâr Giuan?". "Jo ven mari da mont dal Calvari". "O varestu tu lassù incuintrât il gno bon Gjesù?". "Si, si mari 1'âi jodût insanganât aprùf da crôus plen di spines e di baraz. Opùr mari opur Signor, o ce spasim o ce dolór". Cui ch'a dîs in genoglons cheste sante e benedete orassion, beât mai chel ch'a la dirâ chel sicùr nol perirâ.
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Padre nostro [del ] piccolino Che ha creato il signorino Sarà beato chi la dirà Di sicuro non perirà. L’altra notte alla mia culla Ho veduto tre bei bambini Tre angiolini del Paradiso Due di testa ed uno ai piedi E fra lor la Madonnina Che andava poverina e correva su e giù nel cercare il buon Gesù. “O San Giovanni ti ho incontrato, donde vieni mio S. Giovanni?”. “Dal Calvario io vengo o madre” “Non hai visto, tu, lassù E incontrato il buon Gesù?” “Si, o madre, io l’ho visto Tutto sangue, sulla croce Pien di spine, di spunzoni O Madonna, o car Signore Quanto spasimo, che dolore. Chi la dice ginocchioni Queste sante orazioni Beato chi la pregherà Di sicuro non perirà. | ||||||||
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C’è pure un’altra versione più maliziosa Che lascio alla libera interpretazione:
FILASTROCHE | ||||||||
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Un invito conclusivo alla riflessione nella comparazione dei testi
Una caratteristica che differenzia le due tradizioni popolari sta nella preminenza della devozione al Crocifisso in Friuli, rispetto alla sovrabbondante devozione mariana in Brianza. E una spiegazione, non so se fondata, la lego a quei segni di culto sparsi per quelle terre con una prevalenza dei crocefissi in montagna, rispetto alle edicole dedicate alla Madonna nella verde Brianza.
Nella preghiera al Crocefisso, c’è poi quel verbo che tanto mi piace: “toler” che presenta una ricchezza di sentimenti non comuni perché si chiede a Gesù di “tollerare, comprendere, capire” le nostre anime.
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